aranci al mattino sono di oro, a mezzogiorno di argento, la notte di
piombo. Siccome avete lo stomaco quasi vuoto, potrebbe riuscirvi
indigesto.
--Lo sbuccio soltanto.
--Siete anche voi di quelle che si divertono a masticare la buccia?
Fuori un orologio suonò le undici.
--È tardi, ma ci siamo fatte buona compagnia.
--Restate, restate,--ribattè Tina:--non ho sonno. Tu, mamma, se vuoi, va
a dormire.
--Figurati: aspetterò quanto vorrai.
--Che cosa ci diremo dunque?--interrogò con un risolino la signora
Veronica, finendo di vuotare il bicchiere.
Anche la boccia era oramai vuota.
Questa domanda parve cadere pesantemente sulla tavola: allora Tina si
alzò dirigendosi al buio verso la camera della piccina, nella quale
sapeva che un lucignolo bruciava sempre.
Le due donne rimaste sole si guardarono: la signora Veronica aspettava
una confidenza, e siccome l'altra taceva, disse:
--Tina non soffre affatto, l'ho notato subito, ma bisogna farla
mangiare.
L'altra esitava:
--Domani mangerà, quando le sarà passata la prima impressione, perchè
non le è accaduto nulla. Quel signore non le ha dato che un bacio e se
n'è andato subito.
--Oh! davvero? Era giovane?
--Sì, forse nemmeno venticinque anni.
--Ecco perchè è impossibile: i vecchi invece...
Si vedeva che avrebbe voluto chiedere altri particolari, ma sapendo che
o prima o poi non le sarebbero mancati, aspettava.
--Bene, bene, adesso se avessimo del fuoco, io ho in casa un poco di
zucchero, bisognerebbe farle un _punch_ caldo con l'arancio per
rimetterla in sesto: il _punch_ dolce di alchermes è eccellente.
--Non c'è fuoco.
--Un vero peccato.
Non si udiva più la piccina piangere.
--Ella l'ha calmata, sono due bimbe che s'intendono,--disse con un
sorriso la signora Veronica:--non avete più sete, signora Adelaide?
bevete: a che pro lasciare l'ultimo gocciolo nella bottiglia? Tanto
domani ne comprerete ancora, non è vero?
--Domani certamente, ma e dopo?--aggiunse smozzando la voce.
--La fortuna va presa donde viene e come viene: ecco Tina che ritorna.
La signora Veronica guardandola camminare credette di riconoscere la
verità di quanto la signora Adelaide le aveva detto, e se ne sentì
dentro tutta commossa. Possibile che esistessero, ancora uomini simili!
Sono fortune incredibili, proprio da festeggiare con una cena: dopo
bisogna rassegnarsi a passare sulla strada comune, dove passano tutte,
lasciandovi quello che si ha di meglio, la bellezza, e finalmente la
pelle.
--Assaggiate l'alchermes, Tina, vi spremeremo dentro un po' di arancio e
vi farà bene.
--Come volete.
--Bettina?
--Si è subito calmata: le ho messo un cioccolatino in bocca per
ricompensa. Vedrete che si addormenta.
--Così dormirò anch'io.
*
* *
Sul pagliericcio accanto alla mamma Tina invece non dormiva.
Siccome la griglia era rimasta aperta, la luce della notte diventava più
serena, entrava pei vetri a rischiarare la camera. Sul letto non avevano
che una vecchia coperta imbottita, dalla quale nel giorno si vedevano
uscire per gli strappi i ciuffi biancastri della lana, ma in quella
stagione, già mite, era più che sufficiente. Anzi Tina, cacciandovisi
sotto, ne aveva provato sulle prime una inconsueta oppressione.
Poi la madre aveva insistito per sapere che cosa desiderasse l'indomani,
perchè di quei quattro scudi le rimanevano ancora diciassette lire, una
somma relativamente enorme nella loro abituale miseria; ma la ragazza
non aveva più voglie.
Il suo spirito era rimasto come sconnesso dalla violenza di quella scena
senza che dal cuore le si alzasse alcuna voce di rimprovero contro la
mamma, giacchè tutte e due si amavano ancora con la tenacità così
frequente nelle vite povere, che condensano in uno solo tutti gli
affetti. La fanciulla infatti non si ricordava quasi più i giorni
lontani, dai quali lo stormo delle speranze aveva potuto involarsi
gaiamente pel cielo, ma dopo era sempre stato presso a poco così, una
caccia ostinata ed infelice ai pochi soldi della loro esistenza
quotidiana, discendendo nella miseria come dentro ad un pozzo oscuro,
nel fondo del quale un'acqua morta rifletteva le loro due figure.
Improvvisamente la mamma si volse: con ambo le mani le prese il collo e
la baciò silenziosamente.
--La tua mamma! Le vuoi bene, Tina, non è vero?
L'altra rispose con un bacio.
--Non era per me, non era per me: seguitava con voce piagnucolosa, ma
non posso più vederti così. Poi vedi che ho ragione; ci sono degli
uomini generosi, che s'innamorano davvero e diventano capaci di
qualunque sacrificio per una donna. L'essenziale è di uscire da questa
miseria, che toglie ad una donna qualunque valore, perchè, te l'ho detto
cento volte, gli uomini vogliono potersi vantare della loro amante. Sono
tutti vanitosi, anche quando amano: sciaguratamente quel signore non è
ricco.
--Come lo sai?
--Me ne sono accorta subito alle maniere, a quel certo non so che dei
veri signori. Ma egli è giovane, dev'essere buono, tornerà.
--Tornerà!
--Ti piace? È brutto, me lo hai già detto.
--Sì, sì, brutto.
L'altra tacque, poi stringendosele ancora più addosso ripigliò:
--Hai ragione. Però, Tina mia, un uomo non è mai come ci pare la prima
volta: bisogna conoscerlo, e poi mutiamo anche noi a suo riguardo. Egli
è brutto, ne convengo. Lo hai guardato nella faccia quando ti ha dato i
quattro scudi e ti ha detto: vado via, fammi lume subito perchè potrei
pentirmi?
--No.
--Io ho sentito che la sua voce tremava: ero coll'orecchio incollato
all'uscio.
Tina fu scossa da un brivido.
--Ho paura, ho paura.
--Sì, figliuola mia, come sarebbe diversamente? Ma tornerà, a quest'ora
è già innamorato di te, altrimenti non avrebbe potuto agire così. Pochi,
sai, Tina mia, ben pochi avrebbero saputo resistere alla tentazione con
te: ci vuole un po' di cuore per questo.
--Ma se mi vedeva la prima volta!
--Non importa, è così. Peccato che egli non sia ricco.
Dopo una pausa la ragazza disse improvvisamente:
--La signora Veronica ti ha mangiato tutto.
--Sì, è il suo solito: lo sai che è golosa.
--Ma essa mangia tutti i giorni: ne sa cavare dei danari, non è come
noi.
--Hai ragione,--l'altra rispose tristamente:--e tu hai fame? Come ti
senti?
--Sto meglio.
--Cerca di dormire.
--Sì, anche tu.
Si baciarono: poi la mamma le chiese ancora, prima di voltarsi
sull'altro fianco:
--Mi vuoi bene?
--Oh mamma!
*
* *
Ma un'ora dopo Tina piangeva silenziosamente col volto dietro la schiena
della mamma addormentata.
Senza intendere bene il perchè, la fanciulla si sentiva vinta da una
profonda pietà di se stessa. Le sembrava quasi che la vita si
distaccasse dalla sua anima come qualche cosa, che non le apparteneva
più e che un altro poteva prendere fra le mani con la indifferente
crudeltà dei fanciulli, quando nella effervescenza di un capriccio
smembrano un piccolo animale.
E anch'essa era così, perduta in un pericolo mortale, con un freddo di
febbre nelle carni, che la faceva tremare di paura, pur sapendo di
essere amata dalla mamma con una tenerezza, della quale non aveva mai
dubitato. Ma le condizioni della vita non avevano mai permesso loro di
potere come tante altre donne abbandonarsi alla negligente sicurezza che
l'indomani sarebbe come l'oggi; invece ogni mattina ricominciava il
medesimo problema con la necessità di mangiare, di vestirsi, di avere le
scarpe, e il terrore di ammalarsi sprovviste di tutto come in
quell'ultimo inverno, quando la mamma era rimasta a letto quasi due
mesi. Era stata un'agonia lenta, muta: le notti diventavano più lunghe,
i giorni non finivano più. Avevano dovuto a poco a poco vendere quasi
tutto, rimanendo senza materassi, senza lenzuoli, quasi senza camicia:
ella non ne aveva che due così rappezzate che si vergognava
d'indossarle: ecco perchè quella sera non aveva indosso che un corsetto
della mamma; ma le scarpe non le permettevano quasi più di uscire.
Mentre piangeva così raggomitolata sotto le coperte, non si ricordava
più distintamente di nulla: era soltanto una tristezza simile a quella
che debbono provare i prigionieri a certe ore, quando ripensano che non
usciranno mai di carcere o che uscendone non troverebbero più alcuno ad
aspettarli. La scena stessa, violenta e fortunata, nella quale la sua
giovinezza era quasi perita, le si confondeva nella memoria sotto uno
sgomento di sogno. Poi rivedeva ancora quell'uomo giovane, che l'aveva
accarezzata sino all'ultimo momento, gittandosi su lei con le mani
febbrili; ma anche allora i suoi occhi accesi sorridevano e le sue mani
nel farle male non erano come quelle della mamma, le poche volte che da
piccina l'aveva percossa. Improvvisamente, come se una fiamma
l'investisse, si era sentita ardere sino dentro la carne, colla testa
assordata da un tumulto, mentre dal fondo dell'anima una ripulsa acuta,
spasmodica, le saliva impetuosamente alle labbra facendola urlare, E
aveva gridato nella difesa della propria vita, disperatamente.
Eppure sapeva già tutto.
Anzi si era preparata al sacrifizio ascoltando molti giorni prima le
esortazioni della mamma e i consigli indiretti della signora Veronica.
Ma la sua giovinezza, troppo diversa da quella delle fanciulle cresciute
nelle famiglie oneste o nei conventi, se conosceva già le miserie e le
vergogne della vita, non ne aveva ancora perduta l'ingenua delicatezza,
poichè la primavera sonnecchiava nel suo bel corpo pallido come in uno
di quei fiori cresciuti nascostamente senza sole.
Così una ripugnanza di spavento e di orrore le faceva quasi credere di
dover subire una mutilazione, qualche cosa di avvilente e di straziante
come sotto il ferro di un chirurgo, che vi taglia la carne, e dopo si
resta per tutta la vita deformi davanti al sorriso della gente. Perchè
dunque le si voleva imporre questo? La mamma aveva parlato tristamente,
mentre la signora Veronica ne sorrideva come di una cosa inevitabile,
alla quale si volesse dare troppa importanza: secondo lei si trattava
soltanto di cavarne tutto il vantaggio possibile.
Ma a poco a poco la fanciulla si distrasse.
Non aveva quasi mangiato e la testa le ronzava ancora.
Alla luce della finestra la stanza appariva vuota: non vi era che un
comò, tutto il resto era stato venduto, e sul comò uno specchietto
incastrato in una scatola aveva un luccicore di acqua nella notte.
Per quel vicolo deserto non passava alcuno.
Per un momento ella pensò agli inquilini della casa; gli Arrighi al
primo piano, una famiglia di un conciapelli, che guadagnava sei lire al
giorno: la signora Giovanna, alta, bruna, con un'aria da uomo e tre
figlie che cucivano di bianco; la mamma aveva per amante un garzone da
caffè, e la maggiore delle figlie era innamorata del calzolaio, che
lavorava sempre alla finestra dirimpetto alla loro. Nella famiglia
scoppiavano continue liti, quantunque il padre, sulla cinquantina,
pacifico e bonario, sopportasse. Al secondo piano abitava un muratore
con una donna, che non era sua moglie, e nell'altra camera un vecchio
pensionato, solo; non lo si vedeva quasi mai. Ella conosceva tutti, e
tutti le volevano bene, quantunque non avesse reso loro nessun vero
servizio; la signora Veronica, invece, era mal vista.
Ma la fanciulla non si domandò nemmeno se avessero potuto accorgersi di
quel signore, altrimenti questo dubbio sarebbe bastato a gettarle
nell'animo un nuovo terrore.
Quella sigaraia, che stava col muratore, era bionda, quasi bella, di un
cuore così allegro che canticchiava spesso per le scale tornando dal
lavoro: una volta, nell'inverno, era venuta ad invitarla a pranzo, e
l'aveva trattata benissimo perchè si stimava nata in una condizione più
bassa.
Tina si ricordò di un gran pezzo di migliaccio mangiato dopo le frutta.
E dormivano felici, soli, sotto quella camera.
*
* *
Adesso le pareva di essere seduta sulla soglia di una chiesa.
Da tutte le strade la gente arrivava vestita a festa: i bambini
suonavano le trombette, le mamme guardavano sorridendo. Ella aveva
oltrepassato la folla, assorta nello spasimo della propria miseria, che
le toglieva di sentire ogni altra cosa; ma si ricordava di essere
scappata di casa appena la mamma si era assopita, quantunque in quella
dormiveglia il suo viso giallo esprimesse la medesima tristezza
insopportabile. Così come si trovava, senza fazzoletto in testa, coi
piedi dentro due vecchie calze rattoppate e quel corsetto da notte mal
chiuso, era fuggita. Dalla porta della chiesa si vedeva nello sfondo
scuro una infinità di ceri accesi, che sembravano nelle fiamme tanti
chiodi roventi; e un odore d'incenso usciva a sbuffi, dandole al capo
una sensazione dolorosa.
Accoccolata sopra uno scalino, coi gomiti sulle ginocchia e la mano
sinistra tesa, aspettava sempre che qualcuno nell'entrare le facesse
l'elemosina, ma non osava domandarla, guardando con gli occhi così fissi
che ella stessa ne sentiva tutto il peso. Poi si era accorta di mostrare
le calze bucherate sino a mezzo lo stinco, perchè la sottana troppo
corta si raccorciava ancora in tale atteggiamento, mentre quel corsetto
della mamma le copriva le piccole mammelle illividite dal freddo.
E a poco a poco la gente cominciava ad entrare. Erano gruppi di donne
vecchie, col fazzoletto sui capelli bianchi: alcune avevano un rosario
nelle mani, altre scuotevano il capo paraliticamente affrettandosi verso
la soglia, dalla quale sfuggivano fra i vapori dell'incenso le prime
voci sonore delle preghiere.
Tutti i volti si componevano a una gravità solenne nel passare la porta,
le fronti s'inchinavano e ogni parola cessava; i bambini invece si
traevano sorridendo i berretti, e gli uomini si guardavano ai panni, ma
nessuno le aveva ancora badato. Ella, senza parlare, fissava tutte
quelle facce con la disperata intenzione di attirare qualche sguardo,
perchè l'anima intera le ardeva negli occhi con una fiamma ancora più
rossa dei ceri accesi sui candelabri dell'altare. E le pareva quasi di
vederne il getto tremare nell'aria dinanzi alle pupille, mentre il
freddo dello scalino attraverso quella sottile sottana le saliva per le
reni insino ai riccioli della nuca.
Perchè dunque era venuta a sedersi su quella porta?
I poveri, che vi stazionavano spesso, sapevano chiedere con la voce e
col gesto, e la loro voce piangeva e il gesto fermava la gente come un
ostacolo pietoso: ella invece non sapeva che guardare, bruciando nella
fiamma degli occhi tutte le preghiere, come nel momento dell'elevazione
i chierici gittano nuovi grani d'incenso nei turiboli per sollevarne una
nuvola bianca ondeggiante sull'altare. La sua piccola mano, aperta in
quella muta invocazione, tremava già indolenzita, senza che nessuno se
ne fosse ancora accorto. Immobile, in uno stupore sempre più angoscioso,
ella si chiedeva come mai il suo caso non attirasse l'attenzione,
quantunque la miseria sia uno spettacolo fin troppo ordinario all'angolo
di ogni via e sulle soglie delle chiese per vincere facilmente
l'indifferenza della gente; ma gli uomini, anche giovani, le passavano
accanto sfiorandole la mano, e i vecchi entravano raccolti in se stessi,
col capo curvo verso la terra, che li chiamava sommessamente.
--La mia mamma muore! la mia mamma muore!--voleva gridare levandosi
collo stesso impeto disperato, come era fuggita di casa senza nemmeno
chiudere l'uscio.
E si ricordava di non aver incontrato per le scale che un inquilino
vecchio, il quale viveva solo, celando la propria miseria in una
cameretta sotto la loro: nessuno lo conosceva, egli non parlava con
alcuno. Si erano guardati nel viso, poi il vecchio lo aveva abbassato
tristamente per nascondere forse di aver capito. Bisognava dunque morire
così. Non bastava che fosse venuta sulla porta di quella chiesa a
domandare l'elemosina? Forse a quest'ora la mamma si era desta e la
cercava ansiosamente con gli occhi; nessun altro era in quella camera,
perchè da due mesi nessuno v'entrava più.
Allora volle alzarsi, ma un peso enorme la premè su quello scalino senza
permetterle nemmeno di spostare il gomito. Si sentiva piegare le reni e
il respiro le usciva a stento dalla bocca, mentre un'altra gravezza,
come di una invisibile calotta, le spingeva la punta del mento sempre
più innanzi nella palma della mano. Ripetutamente si sforzò di voltare
la faccia verso la chiesa. La messa doveva essere a mezzo, perchè il
campanello del chierico tintinniva: ella ne ricevette le percosse
vibranti sul cuore, poi lontano le campane di un'altra chiesa
squillarono. Il piazzale era deserto.
Improvvisamente vide avanzarsi quel signore giovane vestito di nero: lo
riconobbe all'alta statura e al viso storto, dentro al quale gli occhi
lucevano dello stesso splendore, ma anch'egli doveva averla ravvisata,
giacchè veniva dritto verso di lei con una rosa rossa in mano. Quando
mise il piede sullo scalino, ella spaventata non pensò nemmeno a
tendergli la mano: l'altro invece le si chinò sul volto bruciandoglielo
con quella fiamma, che la fanciulla aveva già sentito, e le piantò il
gambo della rosa dentro al capezzolo della mammella sinistra. Il dolore
fu così acuto, che le parve di svenire, poi non vide più nulla. Il gambo
le penetrava sempre più addentro, rigido, sottile, mentre la rosa troppo
pesante le tirava giù la piccola mammella verso il grembo. Giammai aveva
provato fitte più lunghe ed atroci. Il sangue, uscendo a gocce, bagnava
tutta la rosa e cadeva dentro la tazza dal manico rotto, nella quale la
mamma prendeva qualche volta il caffè. Come mai aveva quella tazza fra
le ginocchia? Che cosa era stato?
Perchè aveva egli fatto così?
Adesso gli occhi le si cominciavano ad intorbidare; ad una ad una udiva
il tonfo delle gocce con uno sbigottimento mortale, come se la vita le
mancasse in un freddo, che le faceva diventare di marmo tutte le carni,
quando si accorse d'un tratto di avere sul fianco sinistro la piccola
Betta con quel vestone rosso regalatole da una vecchia marchesa per la
festa della Befana. Ma la bambina non pareva più ammalata, e rideva
vedendo sgocciolare il sangue nella tazza. Certo passò del tempo. Le
gocce cadendo nella tazza ormai piena davano un altro suono, mentre la
mammella vuota si allungava sempre più dolorosamente sulla rosa greve di
sangue. Confusamente capì di morire; poi una suprema reazione le fece
aprire gli occhi per strapparsi il fiore dalla ferita, ma le mani erano
diventate troppo pesanti e gli occhi le si abbacinarono nello splendore
di tutto quel rosso ardente come una fiamma.
Era una morte quasi dolce, la ferita non le doleva più: distese le
gambe, e la sua mano incontrò la testa ricciuta della bambina, che le si
chinava sul grembo per prendere la tazza.
--Bevi, se non vuoi morire,--diceva Bettina, tendendole la tazza alle
labbra:--ma dammi prima un cioccolatino.
E il suo riso goloso diventava crudele nell'attesa.
--Non ne ho più;--mormorò la morente.
--Dammelo o butto via la tazza.
--Anche tu sei cattiva.
Credette di aver detto così l'ultima parola: non sentiva più male, era
solamente in un buio profondo, silenzioso.
Ma la voce disperata della piccina la scosse, aperse gli occhi e la vide
fra le braccia di quel signore giovane, che la portava via frugandole
con la mano nel petto come aveva già fatto con lei.
--Tina, Tina!--gridava Betta.
Quando si destò, la mamma dormiva sempre e la piccina piangeva davvero
nell'altra stanza lontana.
LA SECONDA GIORNATA
Doveva essere per l'indomani.
Quando Tina si risvegliò, la mamma già alzata da un pezzo lavorava nella
cucina; la fanciulla si sentiva affranta, con la bocca pastosa e la
testa greve. Come al solito il risveglio nella luce di quella camera,
sempre con le griglie aperte, le diede la sensazione confusa di un male,
che tornava a ripetersi con la immutabile monotonia di una giornata
vuota. Infatti ella non aveva niente da fare. La loro casa in quel
vicolo molto illuminato era delle più quiete: gli uomini ne partivano
presto e le donne, chiuse nelle proprie stanze, non ne uscivano spesso,
perchè mancava il cortile e le scale rimanevano sempre buie. Ella
s'alzava dopo la mamma, che le aveva già preparata l'acqua nel catino,
ma dopo restava lì incantata senza sapere come ammazzare il tempo.
Da piccina se ne ricordava però uno meno triste.
Allora la mamma teneva in casa una vecchia serva dai capelli bianchi,
con gli occhi che parevano vuoti come quelli delle statue. La sua
taciturnità era così ostinata che non si riusciva a farla chiacchierare
nemmeno nei momenti di festa, quando la mamma, tornando a casa contenta,
si metteva a giocare con la bambina. La vecchia invece teneva le camere
con una pulizia ammirabile. Tina non sapeva niente di lei, sebbene con
la grazia dell'innocenza fosse riuscita a farsi amare: solamente la
vecchia confessava di non avere più nessuno al mondo dopo che sua figlia
era morta improvvisamente nella vigilia delle nozze. La figlia si
chiamava Marietta, ma la vecchia evitava di parlarne, come se a quel
ricordo una cicatrice le si riaprisse dentro rendendole più penoso il
silenzio lungo di tutti i giorni. Con la mamma andavano abbastanza
d'accordo. Infatti questa comandava così poco nella casa che ne lasciava
all'altra tutta la cura: altre volte stava fuori l'intera giornata non
avendovi fatto che colazione, perchè era pigra e si alzava sempre dopo
le dieci. Però in casa non mancava nulla. La vecchia preparava sempre il
solito pranzetto; la mamma mangiava indifferentemente di tutto, ella
invece così piccina era già piena di voglie e di bizze, che spesso la
facevano piangere. In fondo amava però quella vecchia almeno quanto la
mamma, sebbene non potesse con quella soddisfare tutte le tirannie della
sua piccola volontà.
La faccia della vecchia non era bella. Le mancavano quasi tutti i denti
davanti e i capelli si erano tanto diradati sulla fronte, che vi portava
sempre un fazzoletto a quadroni turchini, anche d'estate. Ma quel velo
di silenzio dava alla sua faccia giallognola una gravità ben diversa
dall'altra della mamma, allorchè questa voleva con accento di padrona
rivolgerle qualche rimprovero, o si metteva a fare delle considerazioni
dolenti sulle difficoltà di andare innanzi senza avere una posizione
assicurata. La fanciulla ascoltava il dialogo delle due donne, vedendo
sempre la mamma cedere con un gesto scoraggiato alle parole della serva,
che dovevano essere ben tristi, quantunque ella non potesse comprenderne
il senso. Ma la vecchia non si scomponeva mai, parlava adagio, con
accenti secchi, mentre la mamma invece scattava, si agitava, e talvolta
piangeva.
Spesso venivano in casa uomini ignoti, ben vestiti, ma la vecchia allora
non lasciava più la cucina e chiudeva l'uscio a chiave, dicendo a Tina
di non fare rumore, o mettendola sopra una sedia le dava qualche cosa da
mangiare, un frutto, una chicca, con certe carezze insolite, che
irritavano la fanciulletta.
Però queste visite non erano lunghe.
Una volta la mamma rientrò in cucina pallida, cogli occhi gonfi. Si
vedeva che soffriva. Aveva quella vestaglia bianca, inamidata, che non
portava quasi mai, colle frappe dritte intorno al collo, ma la metà dei
capelli le cadeva in disordine sopra una spalla e dai bottoni mal chiusi
le si vedeva sotto la camicia, anch'essa aperta.
Il signore se n'era andato.
La madre cadde sopra una sedia vacillando.
Un dolore le contrasse la bocca facendole mordere il fazzoletto, che
teneva fra le mani: disse qualche parola sottovoce alla vecchia, che
mise subito al fuoco un pentolino d'acqua e andò a cercarle nella
credenza la bottiglia del marsala. Tina guardava spaurita, poi la mamma
la vide e la chiamò con un gesto smanioso per darle un bacio. Allora si
misero tutte due a singhiozzare.
La vecchia tornò silenziosamente verso di loro.
--Non ci posso durare,--esclamò la mamma, alzandole gli occhi in faccia
quasi ad invocarla come testimonio:--è già una settimana, oggi poi...
--Che cosa hai, mammina?--domandò Tina con un altro scoppio di pianto.
--Mi sento male, cuore mio.
--Dove, mamma, dove?
--Tu non puoi capire. Oh!--si rivolse all'altra:--c'è stato un momento
che credevo di morire.
Gli occhi opachi della serva si appannarono di una nuova ombra; si
lasciò prendere la mano dalla padrona e con l'altra accarezzò la testa
della piccina.