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OPERE DI ALFREDO ORIANI
V
OLOCAUSTO
ALFREDO ORIANI
OLOCAUSTO
ROMANZO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
1918
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti_
NOVEMBRE MCMXVIII--50279
LA PRIMA GIORNATA
Egli uscì a testa alta, col volto lucido di quel sorriso, che sembra
illuminarsi dall'interna contentezza di un buon pranzo.
Aveva mangiato copiosamente, solo ad un tavolino dell'ampia sala
bislunga, nella quale gli avventori rumoreggiavano, e i camerieri in
giacchetta nera e cravatta bianca mutavano correndo i piatti sporchi coi
piatti pieni, fra l'incrociarsi degli ordini e il vocìo saliente delle
conversazioni. Parecchie donne della piccola borghesia pranzavano in
cappellino, colle mantiglie ripiegate sul dossale delle sedie, perchè
gli attaccapanni delle pareti erano già carichi di pastrani e di
cappelli maschili; ma nessuna era bella, e tutte avevano
nell'atteggiamento quel ritegno nervoso, che tradisce nel suo stesso
disagio la brama di attirare l'attenzione. Da alcuni tavoli affollati di
studenti il chiasso si allargava come un'onda, facendo spesso rivolgere
le teste con atto fra furioso e scontento di tale trivialità non
abbastanza giustificata dal buon mercato del luogo e dalla eccellente
riputazione del suo vino.
Infatti il Chianti, che vi si beveva, senza essere degno del proprio
nome, era assai migliore di quello che ormai ha degradato nel giudizio
dei più il famoso vino di Broglio, ultimo orgoglio del grande barone,
egli stesso ultima originale figura della aristocrazia toscana.
La sala era illuminata a luce elettrica da vecchi bracci dorati, nei
quali le vaschette del gas avevano ceduto il posto alle diafane pere dal
rameo stelo attorcigliato e rosso dentro un candore abbacinante:
nell'aria satura di odori grassi un calore cresceva a colorare le facce,
accendendo tratto tratto nel fondo degli occhi qualche fiammella.
Egli aveva pranzato fra due tavole occupate da due gruppi abbastanza
diversi: a sinistra sei o sette studenti ineleganti ed affamati, villani
ed allegri; si vedeva che quel loro magro pranzo di pensione non bastava
a tutte le cupidigie dello stomaco giovanile, indarno distratto dal
baccano dei discorsi. Certe parole, alcune arie improvvise tradivano un
dispetto nell'urto di una qualche difficoltà prevista forse, ma non per
questo meno pungente; i coltelli tagliavano le pietanze a pezzetti
troppo piccoli, e le pagnottelle sparivano dalla tovaglia con una
celerità quasi prestigiosa. Li serviva un vecchio cameriere, lento,
bonario, che si piegava sempre con lo stesso sorriso ad ascoltare tutte
le domande pei baratti o le porzioni divise fra due o tre studenti, nei
quali l'appetito più facilmente ammorzava le pretese della vanità; poi
se ne andava traballando con una pila di piatti sulle mani.
All'altro lato si allargava una intera famiglia di provinciali dalle
vesti e le mosse sgraziate, ma con quel contegno sicuro della gente
ricca, che sa di poter essere a posto dovunque. Lo si capiva
specialmente dal viso della madre, una donna secca e giallognola dentro
un abito scuro, la quale discorreva col cameriere, un giovanotto biondo,
come se avesse già sovra di lui una certa autorità, mentre il marito,
più vecchio, grasso e rosso, si preoccupava dei due figli più piccoli
per farli mangiare decentemente. Tre ragazze vestite allo stesso modo,
di una stoffa sanguigna, tenevano tutto un lato della tavola, guardando
nella sala con una curiosità beata e maliziosa; ed erano tutte tre
brune, così simiglianti nelle facce rotonde che parevano tre ritratti
della stessa persona a non molta distanza di tempo.
Gli studenti, appena notato quel gruppo, avevano subito colla
provocatrice iattanza della giovinezza alzato il tono della
conversazione, già abbastanza scabra secondo il solito, e le ragazze,
incapaci di resistere alla tentazione di voltarsi, ascoltavano coll'aria
di parlare fra loro, nascondendo a stento fra le pieghe della bocca un
sorriso involontario a certe più vive scappate.
Anch'egli se n'era accorto.
Era un sensale di molte cose, da grano e da vino, da seta e da legna,
che gli affari traevano spesso a Firenze per mezza giornata: aveva una
statura troppo alta, un corpo allampanato, e nel viso storto due piccoli
occhi castani, dentro i quali si accendeva di quando in quando un
barlume d'intelligenza. Al vestito, ai modi, gli s'indovinava
un'intenzione di eleganza ancora mal sicura ma non senza qualche
amabilità; e siccome guadagnava abbastanza e sapeva spendere con una
certa giustezza, il suo aspetto poteva in alcuni luoghi, fra gente non
troppo fina, ottenergli quel primo involontario rispetto per le persone,
che sanno far sentire con garbo la propria superiorità. Così durante il
pranzo, pur divertendosi alle intemperanze degli studenti eccitati dal
contegno delle tre ragazze e da alcuni trasalimenti nervosi della mamma,
aveva abbastanza bene simulato l'indulgente disattenzione di un uomo
meglio abituato, non senza provarne in fondo al cuore una vera
contentezza di orgoglio. Quegli studenti, nati forse da famiglie più
alte della sua e passati oramai per tutta la filiera delle scuole, non
apparivano nè più intelligenti, nè gran cosa più signorili di lui;
fors'anco i loro studi non li condurrebbero mai all'agiatezza raggiunta
da lui in pochi anni.
Infatti la sua giovinezza non superava la loro. Egli toccava forse i
ventiquattro anni, ma aveva già corsa tutta l'Italia, passata la
frontiera austriaca, parlava non troppo male il francese, era in
relazione con molti milionari, poteva citare grossi nomi e grosse cifre
con quella trascuranza che stupisce sempre la gente estranea al
commercio, e per la quale il danaro non sa scompagnarsi mai da un senso
di pena per la difficoltà di guadagnarlo. Quindi aveva largheggiato con
se stesso nel pranzo, chiudendolo col caffè, il cognac e un pacco di
sigarette: poi, ripreso dalla tovaglia il giornale, lo scorreva
distrattamente colla schiena appoggiata al dossale della sedia e la
testa arrovesciata sotto il fumo lieve della sigaretta.
Qualcuno lo guardava, le tre ragazze avevano barattato su lui qualche
parola.
Poco dopo trasse dal taschino un grosso orologio d'oro e parve
consultarlo lungamente; erano le sette e mezzo, il treno per Bologna non
partiva che a mezzanotte. Avrebbe potuto, volendo, passare quella notte
a Firenze invece di ritornare a Forlì, ma non ne aveva alcun motivo; nel
mattino gli era riuscito di vendere cinquecento quintali di grano,
comprati da lui stesso a Faenza, e sui quali guadagnava novanta
centesimi al quintale. La sua giornata era stata perciò delle migliori;
poi nel pomeriggio un grosso mugnaio di Marradi gli aveva parlato di una
transazione per una vecchia lite ferroviaria, chiedendo quasi consiglio.
Egli s'era offerto senza sapere ancora come la cosa fosse davvero, per
il piacere della vanità solleticata dall'importanza di una simile
trattativa.
--Che dote avranno queste ragazze?--pensava esaminandole:--Talvolta le
provinciali così mal vestite sono più ricche di molte donnine eleganti,
che s'incontrano per via Calzaioli, e soprattutto hanno minori esigenze.
La loro dote tocca davvero al marito, che non essendo uno sciocco può
trarne una fortuna.
Il suo pensiero ondeggiò su questo problema, mentre gli occhi gli
correvano per tutta la sala luminosa e rumoreggiante. Notò che nessuna
persona veramente distinta vi si trovava: forse egli era il più
elegante, capitato per un buon caso a quel tavolo vuoto, ove era stato
servito meglio degli altri.
Perchè vi restava ancora?
Il pranzo eccellente non gli era costato che tre lire, tutto compreso:
bisognava uscire, trovare un modo, un piacere, per ingannare il tempo
sino all'ora del treno.
Quando si alzò, la sua alta statura e il lungo pastrano, che il
cameriere troppo piccolo stentava a porgli sulle spalle, attirarono
l'attenzione della sala; passò dritto, a testa alta fra le occhiate,
sentendovisi quasi crescere, ma già preso da un vago bisogno di essere
con qualcuno.
Fuori l'aria si era fatta rigida, benchè l'inverno fosse oramai
trascorso. Via Calzaioli si affollava di gente sotto la viva luce dei
fanali, fra quel chiacchierio delle ore serali, che pare fatto di prime
confidenze nella tregua del lavoro quotidiano. Gli uomini camminavano
adagio, le donne avevano un indefinibile languore nel passo, dalle
vetrine uscivano barbagli, molte finestre erano illuminate, qualche
_fiacre_ correva al piccolo trotto, mentre alcune cacciatrici notturne,
già scese nelle strade, passavano negli abiti vistosi, col volto vivido
di vernice e gli occhi troppo aperti, che guardavano in faccia agli
uomini con una insistenza interrogatrice.
Ma nessuna lo tentò.
In quella strada, fra quella gente, a quell'ora, esse non erano che una
miseria, alla quale poteva solamente arrestarsi qualcuno di coloro, che
essendo troppo soli hanno troppa fretta; egli invece avrebbe potuto
facilmente imbattersi in qualche amico di affari, e stava benissimo.
Preferiva di andare al caffè. Ma l'onda lenta della folla lo prese senza
che quasi se ne accorgesse, trascinandolo per quella vecchia strada
illustre, della quale sapeva a memoria tutte le ditte. Nel cielo scuro
le stelle brillavano lontanamente, l'aria frizzante tratto tratto gli
pizzicava il viso con una carezza, che gli scendeva fin dentro a destare
qualche brivido nel caldo del pesante pastrano e fra i tenui odori
femminili vaganti. Alcune teste di donne sorgevano come apparizioni tra
la folla: capelli bruni dorati, guance bianche, illuminate da un
sorriso; e bagliori uscivano dagli occhi, dietro le labbra dai denti
candidi, mentre le teste si piegavano mollemente e un fremito pareva
correre lungo le mantiglie, giù per le gonne, sino al selciato. La notte
non era ancora di primavera, ma qualcuna delle sue inquietudini passava
nell'aria come un soffio. Egli notò che nella luce di quell'ora i vecchi
parevano più vecchi e i fanciulli camminavano dando la mano ai parenti
con insolita gravità. Evidentemente quasi tutta la folla si trovava
nella sua condizione, in quel tiepido benessere del dopo pranzo quando
si obliano le cure e si sta per chiedere un qualche piacere alla notte.
La gente girellava senza un motivo preciso: fra poco la maggior parte si
sarebbe decisa per i _clubs_ o per i caffè, per i teatri o altri
ritrovi, a riprendere la solita vita notturna più breve, più vacua, ma
più acuta forse che quella stessa del giorno. Soltanto le piccole
famiglie, troppo povere per concedersi altri svaghi dopo quello della
strada, rientrerebbero presto nelle case per andare a letto, portandovi
inconsciamente l'acredine tentatrice di qualche visione balenata fra la
moltitudine e dileguata quasi al disopra di essa, dentro l'ombra di una
grande carrozza.
Egli girava a caso. Involontariamente la sua giovinezza lo faceva
seguire per qualche tratto una figurina di donna, svelta ed elegante,
che fendeva la folla senza vederla, al braccio di un signore; ed era
come una pagina di romanzo, che gli si aprisse improvvisamente dinanzi
agli occhi coll'irresistibile prestigio dell'amore. Altre donne non
guardava. Come quasi tutti i giovani, che nati poveri dovettero subito
lottare per il pane della vita, egli sentiva adesso con una acutezza più
dolorosa l'invidia contro le classi superiori, alle quali il lavoro e la
fortuna avevano potuto avvicinarlo senza ottenergli mai la più piccola
dimestichezza con una signora, perchè davanti a qualunque di esse
perdeva anche la poca disinvoltura imparata negli affari. E se ne rodeva
intimamente.
Una malinconia lo vinceva a poco a poco.
Da via Calzaioli errò per altre strade, trovandosi finalmente in
Lungarno. Il fiume non aveva un murmure, nella notte non passava un
alito. Egli non era abbastanza colto per sognare dinanzi ai vecchi
ponti, che cavalcavano il fiume, mentre dal fondo della tenebra i colli
lontani si alzavano in un'ombra più densa, giacchè sapendo antica la
vera bellezza della città non aveva mai avuta la tentazione di comprare
una guida e preferiva le vie moderne, larghe e bianche nella lindura
della nuova ricchezza.
Lungarno era deserto.
Addossato al parapetto per accendere meglio un sigaro, vide le stelle
tremolare dentro l'acqua del fiume a una grande profondità: poi
l'orologio di una chiesa battè le otto e mezzo.
--Che cosa faccio qui?--si chiese improvvisamente.
Rifece i conti della giornata e di tutto quel mese: gli affari erano
andati bene, non si rimproverava che di aver perduto centocinquanta lire
al macao nel _club_ di Forlì, secondo lui nel modo più sciocco, quando
la partita stava per finire. Ciò gli accadeva qualche volta, perchè
sentiva di avere il vizio del gioco, pur lottando abbastanza sicuramente
contro di esso: ma quando si lasciava prendere, era sempre quella stessa
vanità a spingerlo.
--Vale meglio buttarli con una donna! Se ne buttano meno e se ne sa
meglio il perchè.
Un gruppo di signori forestieri usciva a piedi da un grande albergo
nella sera fresca. Egli s'incamminò dietro loro per rientrare nelle
strade più affollate ad affogarvi in qualche modo quelle tre ore, che
gli restavano. Adesso il sangue gli ferveva. Una di quelle signore al
braccio di un vecchio alto, dai favoriti bianchi, era di un biondo
lucente anche nella notte, ma invece di un mantello indossava una giacca
chiara, sotto la quale si sentiva tutta la molle eleganza della sua
figura slanciata e sottile. Non sapendo una parola d'inglese egli poteva
più facilmente fantasticare sulle loro orme: quindi seguì il gruppo a
breve distanza, ma un signore si voltò, ed egli credette allora di aver
commesso una imprudenza nell'avvicinarsi; poi vide la dama bionda
rivolgersi sotto un fanale: era bella, benchè la distanza non gli
permettesse di cogliere davvero i suoi lineamenti.
--Chissà quanti milioni ha quella gente, che per stravaganza si diverte
questa sera ad uscire come me a piedi per le strade! Eppure vi sono
signori italiani, che diventano gli amanti di quelle signore inglesi,
delle quali il lusso supera perfino quello delle parigine; ma ciò non
accade mai a Forlì o in altra delle nostre città di Romagna. Bisogna
nascere a Firenze, a Roma, essere educato davvero come lo sono essi, per
giungere a tali fortune. Invece io sono uguale a tutti i signori del mio
paese, io figlio di un oste. Nessuno di loro sa condursi meglio di me o
gettare più indifferentemente cento lire.
--Signore,--lo riscosse una voce.
Era di donna, col volto mezzo nascosto da un fazzolettone nero, che le
sporgeva dalla fronte: non si vedeva dentro che una pallidezza bianca, e
la figura stava curva.
Egli si arrestò.
--Signore, vuole venire con me?
L'accento e la voce erano umili: subito egli credette di aver compreso.
--Sentiamo: dove?
--Non molto lontano.
--Ma chi avete?
--Una ragazza.
Le sillabe le tremavano leggermente senza che egli se n'accorgesse. La
volgarità dell'avventura aveva ridestato in lui tutti gl'istinti e le
abitudini diffidenti del mestiere, mentre un orgasmo gli cresceva
dentro, e per la strada deserta, punteggiata sino lontano dai fanali,
l'ombra silenziosa metteva come un mistero.
--Ma voi chi siete?
--Sono della casa. Venga.
La donna fece un passo avanti. Adesso osservò che la sua figura era
alta, benchè le spalle le si curvassero troppo facendole tenere la testa
bassa: non aveva potuto vederla in viso, ma gli era sembrato di notare
un gran naso sottile in quella pallidezza, che il fazzoletto chiudeva
come in una cupa cornice. E la sua voce aveva strane intonazioni: egli
ne rimaneva perplesso.
La raggiunse.
--Dove andate?
--A casa.
Una domanda bizzarra gli salì alle labbra, perchè sentiva confusamente
che in quell'incontro era qualche cosa d'insolito, che lo rendeva
diverso dagli altri di tutte le sere lungo certe strade, quando la gente
comincia a diradarsi.
--Perchè avete fermato me? State lontano?
--Non molto: venga.
--La ragazza è bella?
--Sì.
Egli tornava a dubitare: questa volta si pose davanti alla donna:
--Mi condurrete invece da qualche brutta sgualdrina: per solito accade
così. Se la ragazza fosse bella, come dite, non cerchereste per lei
qualcuno nella strada, a quest'ora.
--È la prima volta.
--Via!
L'altra parve non badasse all'accento di quell'esclamazione.
--Lei è forestiero, ecco perchè.
--Come lo sapete?
--Me ne sono subito accorta al modo come ella andava guardando per la
strada: poi alla pronunzia. Lei deve essere bolognese.
--Quasi,--ribattè sorridendo:
--Ebbene, andiamo.
Passarono il ponte Santa Trinità, ma appena nell'altro Lungarno egli si
riaccostò vivamente alla donna. Non poteva capire perchè volesse
precederlo invece di accompagnarsi con lui per vantare al solito le
bellezze della ragazza. L'aria misteriosa della donna, le sue parole, il
suo accento soprattutto, lo facevano dubitare di qualche cosa, che non
sapeva indovinare.
--Perchè andate così in fretta? Io ho tempo, non parto che a mezzanotte.
Parliamo.
--Che cosa vuole?--chiese umilmente.
--È proprio la prima volta?--egli ridimandò colla stessa intonazione
sardonica.
--Ella non lo crede: ho capito. Andavo innanzi io perchè potremmo
incontrare qualcuno che mi conosca. Veda: nella nostra casa sono tutte
persone per bene; bisognerebbe che nessuno si accorgesse della sua
visita, anche per la povera Tina.
--Si chiama Tina?
--Sì: mi permetta di andare innanzi, mi fermerò in faccia all'uscio, lo
lascerò aperto ed ella salirà. Solamente la prego di non fare rumore,
siamo povera gente.
La strada era anche più deserta, non incontrarono che un gruppo di
operai uscenti da una bettola: qualcuno di essi parve sospettare di quei
due, che si pedinavano alla distanza appena di dieci passi, e allora
egli si rattenne per riaccendere il sigaro. Le ultime spiegazioni della
donna, quantunque così oscure, lo avevano mutato. La sua giovinezza non
ancora abbastanza corrotta si ricordò confusamente di drammi visti o
letti, nei quali una vera miseria travolgeva alla catastrofe altre donne
ed altri uomini senza che ne avessero colpa; ed era un mistero antico,
un modo continuo della vita, al quale si assiste sempre nella stessa
impossibilità di esercitarvi una qualunque influenza. Ma se ne resta
scontenti, anche quando si evitano i contraccolpi del danno; talora
invece se ne profitta, e dapprima se ne ride, poi non molto tardi si
finisce col provarne un vago rimorso.
Però questo non era in lui che un ondeggiamento oscuro, mentre sotto il
pastrano il caldo gli cresceva con quel passo più sollecito e nel sangue
giovane gli correvano nuovi fremiti. Fumava gittando in alto le boccate
del fumo.
Svoltarono per un vicolo stretto e tortuoso: poco dopo ella si fermò ad
una casetta.
--Vada piano, mi raccomando, non accenda fiammiferi,--gli disse dietro
l'uscio appena fu entrato.
Le scale erano anguste e brevi: egli ne contò sei rami, poi all'ultimo
pianerottolo la donna sospinse una porta, rinchiuse, ed accese un
zolfanello. La stanzetta apparve nuda. Era la cucina, a giudicare dal
camino largo e basso, ma non vi rimaneva che un tavolo nel mezzo, un
canapè sgangherato in una parete, e un altro mobile indefinibile, una
specie di canterano, dentro al quale stavano forse le ultime stoviglie.
Egli osservò subito che tutte le sedie erano spagliate.
--Si accomodi,--disse la donna a bassa voce, quasi tremando.
Ma egli restava nel mezzo, impacciato.
Quella miseria lo agghiacciava. La stanza non era sucida, anzi ai muri
vi si vedeva ancora una carta chiara, a fiorellini oscuri, che le
avrebbe data un'aria di lindura; ma le tende mancavano, e così vuota
pareva anche più grande. Evidentemente si trattava di una di quelle
miserie cittadine, pulite e guardinghe, che si nascondono lungamente,
arrivando nel silenzio di tutti gli abbandoni alle più inverosimili
estremità. Sulla tavola, dentro un candeliere di ottone dal piede
slabbrato, bruciava una mezza candela sottile di stearica accanto ad un
bicchiere d'acqua; il secchio in ferro bianco era rimasto sul focolare.
La donna si trasse di testa il fazzoletto.
Adesso appariva rossa, ma di un rossore fugace e violento. Aveva infatti
quel gran naso, che a lui era parso di notare nella strada: era secca e
scarna, colle guance infossate perchè le mancavano molti denti, gli
occhi chiari e luminosi. Il suo aspetto non era senza una certa
signorilità; aveva gettato con gesto nervoso il fazzoletto sulla
spalliera del canapè, poi era tornata addietro per assicurarsi di avere
ben chiusa la porta del pianerottolo.
Disse:
--Scusi, mi pare di averle già confessato che siamo povera gente: si
accomodi,... ecco la sedia migliore,--aggiunse con un sorriso
stentato:--se non fosse così, non si farebbero certe cose.
--Ebbene, dov'è la ragazza?--l'altro chiese impaziente per sottrarsi al
senso penoso, che gli veniva da tutti quei particolari.
--Vado.
Ma non andava.
Egli si era sbottonato il pastrano sedendosi al tavolo, e guardava il
bicchiere d'acqua; la donna se ne accorse e lo portò sul camino.
--Lei non parte che a mezzanotte per Bologna?--domandò ancora; ma pareva
parlare solamente per guadagnare tempo.
--Sì: ma che fate qui? Perchè non avvisate la ragazza?
--Vado.
Una nube le oscurò la fronte, ed ella vi passò una mano tremante:
l'altro invece aveva abbassato la testa per guardare l'orologio.
Poco dopo intese un lungo guaito infantile dal pianerottolo, sul quale
dava senza dubbio un altro appartamento. Era un pianto di creaturina
spaventata e disperata, che scoppiava in impeti violenti come se
qualcuno tentasse di soffocarle tratto tratto i singhiozzi. Egli si
alzò, malcontento di essere capitato in una simile casa, mentre aveva
pranzato così bene e gli sarebbe stato facile procurarsi altrove qualche
distrazione veramente piacevole.
Ma la porta si aperse.
--Che cosa è?--egli proruppe di malumore, vedendo ricomparire quella
donna sola:--Vi sono anche dei bambini, che piangono, in questa casa?
Non udite?
--Pur troppo, signore; è la bambinella della signora Veronica. Poverina!
è ammalata di scrofola, e adesso il male le è entrato nell'orecchio; a
certi momenti urla dallo spasimo.
--Non la curano dunque?
L'altra ripetè lo stesso sorriso.
--Anche quella madre è senza mezzi: dovrà forse vedersela morire innanzi
così.
Ma la bambina si quietò.
Egli si era rimesso il cappello, quindi la donna temette che volesse
andarsene.
--Vuole che l'aiuti a cavarsi il pastrano? A momenti Tina verrà: abbia
un po' di pazienza.
Egli invece se lo trasse da solo con atto impaziente, e l'altra rientrò
ancora da quella stessa porta in una camera buia. Probabilmente la
ragazza era là.
Passarono altri cinque minuti. Egli non sapeva più che pensare nella
stranezza di un tale caso, che gli aveva già turbato quel benessere dopo
il pranzo, traendolo con una imprevedibile novità di sensazioni ad una
confusa tristezza. Nato e vissuto troppo lungamente vicino alla miseria
per non riconoscerla ovunque, al primo sguardo, non aveva più per essa
che la ripugnanza di coloro riusciti finalmente a farsi strada più in
alto. Anzi la recente agiatezza gli metteva nel legittimo orgoglio della
vittoria un profondo disprezzo pei poveri incapaci di reagire contro la
propria condizione sino a trionfarne in un modo o nell'altro. Perchè
restare povero? Gli pareva che, volendo, si potesse sempre arrivare ad
uno stato tollerabile.
--Adesso,--pensava,--preparano la scena. Eppure vi è qualche cosa di ben
triste nel volto di quella donna non ancora vecchia! Chi è? chi sarà la
ragazza? Quella donna non nacque così come si trova ora, ma nelle grandi
città i casi e gl'inganni sono talmente complicati che bisogna
aspettarsi a tutto. Se tenteranno una commedia me ne accorgerò.
La porta si riaperse: riapparve quella donna traendone per mano
un'altra, che tenea la testa anche più bassa. Egli scattò dalla sedia.
La ragazza indossava una vecchia giacchetta a maniche larghe e rigonfie
verso le spalle, con grandi risvolti, che avrebbero dovuto scoprirle il
collo e la sommità del seno se non avesse tenuto il volto così basso;
una gonna corta e miserabile le cadeva su due scarpe vecchie, ma i
capelli castani, folti, scarduffati, le si alzavano come in nuvola sulla
fronte bianca di un candore impressionante. S'indovinava la sua emozione
dal tremito del braccio, che stringeva febbrilmente la mano dell'altra
donna.
Questa si fermò, le diede una scossa liberandosi, e tornò indietro in
quella camera buia senza parlare.
La porta si chiuse quasi violentemente.
La ragazza alzò la faccia.
Alla fiammella tremula della candela egli vide sotto quella fronte
troppo bianca due occhi di un cilestro pallido, e una bocca piccola come
stirata da uno spasimo nervoso; però il volto bello, di una delicatezza
malaticcia, era fresco malgrado i cerchi bluastri, che rendevano più
vivo lo splendore dello sguardo.
La giacchetta mal chiusa scopriva sotto il collo una bianchezza.
Egli non sapeva come incominciare.
--Accomodatevi qui, vicino a me.
L'altra ubbidì piegando nuovamente la testa.
Non poteva trattarsi di commedia: il volto della ragazza era così bello
e così triste che altri meno giovani di lui se ne sarebbero egualmente
commossi; e nulla in lei, dall'aspetto o dall'atteggiamento, tradiva una
intenzione seduttrice, quel sottile, continuo inganno femminile, che non
cessa mai, nemmeno nelle crisi più profonde della passione. Ma una
dolcezza emanava dalla sua figura così ripiegata sulla seggiola, mentre
dietro la nuca le si arruffava una quantità di ricciolini, che il soffio
più insensibile avrebbe scomposto. Teneva le spalle un po' arcate e
sotto le pieghe di quella giacchetta male abbottonata, dalle costure
logore, il suo corpicino primaverile appariva in una forma indecisa.
Egli le guardò le mani sottili, distese sulle ginocchia con quella
compostezza delle fanciulle quando seggono in chiesa.
--Ti chiami Tina?--incominciò prendendole una mano.
--Sì.
--Me lo ha detto quella donna: chi è?
--Mia madre.
E alzò la faccia: allora egli credette di capire che quegli occhi
avevano pianto.
--Tua madre,--ripetè:--ma scusa, quanti anni hai?
Interrogava così a caso, tanto per parlare.
--Non ancora diciassette anni.
--Ti chiami Tina: hai fratelli?
--No.
--Il babbo?
--No.
--Solo la mamma?
--La mamma.
--E ti...
Ma non finì: adesso era lui, che sentiva un impeto quasi di collera
salire dal sangue, però si trattenne guardandola fisamente. La faccia
della fanciulla si era irrigidita in un pallore di marmo, e dietro i
denti l'ombra della sua bocca socchiusa pareva palpitare.
Poi appoggiò un gomito sopra la tavola e la fronte sulla mano.
--Sei bella davvero!--esclamò improvvisamente.
Ma siccome l'altra taceva, proseguì:
--Hai detto la verità. Si vede subito che hai sedici anni, non puoi
averne altri. Ti chiami Tina? È un bel nome, nel mio paese non conosco
nessuna ragazza che si chiami così. È un nome fiorentino?
--Sì.
--Ma tu farai pure qualche cosa? Come vivete in questa casa?
--La mamma è stata ammalata tutto l'inverno, io andavo da una bustaia,
ma ho dovuto smettere per curare la mamma.
--Il babbo?
--Non l'ho mai conosciuto.
--Ma la mamma che cosa faceva prima di ammalarsi?
--Andava in due o tre case a prestare mezzo servizio per non lasciare
me.
--E prima?
--È stata quasi ricca, poi vennero le disgrazie: adesso non può fare più
nulla, è troppo debole.
--Dovresti fare tu quei mezzi servizi, insomma la mezza serva invece di
lei.
--Me non prenderebbero, sono troppo giovane.
--Come serva forse, ma per bambini.
Parlava duro, da uomo d'affari, colla precisione e la rapidità del colpo
d'occhio nel mestiere.
--Dovrei abbandonare la mamma.
--E allora?...
Le teneva sempre quella mano fra le proprie, senza trarne una
vibrazione. La fanciulla aveva risposto esattamente a quella specie
d'interrogatorio, ma il suo viso rimaneva sempre immobile, nella stessa
rigidezza lapidea, dentro la quale gli occhi brillavano come in una
lontananza di notte azzurra.
--Non mi hai ancora guardato,--egli ricominciò dopo una pausa,
accarezzandole la mano:--capisco che io non ti posso interessare, perchè
non mi conosci. Hai l'amante?
La fanciulla titubò.
--No.
--Davvero, Tina? Mi pare difficile: che cosa fai dunque tutto il giorno?
--In due mesi sarò uscita di casa due volte, per un momento.
--Ma bisogna pur vivere.
--Abbiamo venduto a poco a poco tutto quello che avevamo.
--Nessuno vi ha aiutate?
--In principio sì, adesso più.
--Pare impossibile che si possa arrivare a questo: però qualche idea
l'avrai.
Questa volta ella si strinse nelle spalle, e un sorriso dolente le
ricomparve sulla bocca arida, parve cercare qualche cosa sulla tavola.
L'altro indovinò.
--Vuoi il bicchiere dell'acqua? La mamma l'ha messo sul camino quando
sono entrato io.
Si alzò per porgerglielo, la fanciulla lo respinse.
--Mi farebbe male.
--L'acqua! Perchè?
--Anche oggi ho voluto berne e dopo l'ho rigettata.
--Che cosa ti senti?
--Nulla.
--Avrai mangiato qualche cosa d'indigesto: che cosa hai mangiato?
--Nulla.
--Nulla, che cosa? Si mangia pure: da quando hai mangiato?
--Ieri mattina.
--E dopo?
Non rispose. L'altro si alzò nervosamente dinanzi a questa fanciulla,
che lo dominava colla propria indifferenza, parlando a monosillabi come
dentro a un sogno. Non pareva accorgersi di essere sola con lui in
quella camera, sebbene fossero bastati pochi minuti per farle confessare
tutta la vita.
--Chiama tua madre perchè vada fuori a comprare quello che vuoi, pago
io. Che cosa ti piace? A quest'ora le botteghe sono ancora aperte.
--Adesso no, non potrei mangiare.
--Ma nemmeno lei, tua madre, ha mangiato?
--Più tardi, più tardi,--ella concluse stringendo le palpebre per
frenare le lagrime, che le ricominciavano, e rialzò la testa con atto
quasi violento. Erano gli ultimi guizzi, forse le ultime resistenze
della sua volontà, mentre un'improvvisa paura le gelava il sangue,
spegnendole quella luce lontana negli occhi.
Avevano già parlato troppo: a che scopo? Se ne accorgevano entrambi.
Sullo stoppino della candela una larga bracia lasciava salire un tremulo
filo di fumo turchiniccio: nella stanza l'aria pareva diventata fredda.
Il loro silenzio si allungava sotto la pressione di uno sforzo sempre
più greve. Egli la guardò fisso facendola trasalire come ad una puntura:
il seno le ansava, e sul pallore marmoreo della faccia parve ondeggiarle
un brivido luminoso. Si sentiva sempre la mano stretta fra le sue con
una violenza quasi dolorosa, mentre egli si agitava sulla scranna col
volto mutato da una nuova fisonomia. Improvvisamente, colla testa
pesante per quel digiuno di quasi due giorni, la fanciulla non seppe più
pensare, come sotto una di quelle sensazioni di sonno così soverchianti
nei bambini; un freddo le stringeva lo stomaco e un torpore le saliva
simile ad un'ombra sino agli occhi. Poi le sembrò di vedere la luce
della candela avvampare in un incendio, che subito si spegnesse.
Egli le aveva messo una mano sul collo scendendo ad accarezzarlo sotto
il bavero della giacca, e col volto quasi sul volto glielo bruciava
coll'alito.
--Dammi un bacio.
Ella glielo diede.
--Vieni,--proruppe con voce sorda, traendosela sulle ginocchia e
perdendosele nel viso, nel collo.--La mamma te lo avrà detto; sei
contenta, non è vero? Lo sai che sei bella? Dammi un altro bacio: sì,
sei bella, il tuo aspetto è un incanto!--esclamò finendo colla mano
convulsa di sbottonarle la giacca: ma si arrestò.
--Ah! non hai nemmeno la camicia, hai solo un corsetto.
Ella si rannicchiò dolorosamente ascoltando come una chiamata i guaiti
della bambina, che ricominciava a piangere. Forse la creaturina si
torceva fra le braccia della madre secondo il solito, finchè vinta
questa pure da tale inutile tortura l'abbandonava o veniva dalle vicine
a cercare aiuto. Adesso il pianto continuo, lento, pareva non dovesse
cessare più.
La fanciulla ne tremava.
Poi un dolore acuto alla mammella sinistra, troppo stretta da una mano
troppo pesante, le fece gettare un urlo, mentre l'altro abbracciandola
subitamente alle reni la sollevava dalla sedia e col leggiero, grazioso
corpo sul petto cadeva attraverso il canapè.
Ella si divincolò cogli occhi sbarrati, i denti stretti, così
violentemente che dalle sue ginocchia scivolò quasi per terra: la pelle
le bruciava.
--Eh! via,--gridò l'altro riafferrandola ai fianchi.
Ma essa lo guardava col petto nudo, il volto teso verso il suo nello
sforzo di una parola suprema, che ne uscì come una fiamma.
--Sono vergine!
Poi le caddero le braccia, e rimase davanti a lui colla testa bassa,
come un gran fiore falciato a mezzo. Egli stava sul canapè senza capire,
colle ginocchia aperte e il volto smorto di un pallore, che gli si
faceva più bianco intorno agli occhi.
E quel pianto della bambina seguitava sempre.
Con gesto freddoloso la fanciulla si restrinse i risvolti della giacca
sul petto nudo senza osare di scostarsi. Perchè aveva fatto così? La
mamma aveva udito? Ma una crispazione dello stomaco la fece ancora
traballare piegandole il busto; l'altro la sostenne con una mano.
Quindi le prese fra le palme il volto per guardarlo un'ultima volta:
--Ti credo, ma tua madre è infame. Prendi.
Trasse dal portafogli quattro scudi.
--Fammi lume, che me ne vada subito: potrei pentirmi.
Ella prese la candela dal tavolo, l'altro era già all'uscio.
--Salvati se puoi,--le disse voltandosi nell'uscire.
Quando Tina tornò nella cucina fu sorpresa di non trovarvi la mamma; i
quattro scudi erano ancora sulla tavola, ma la porta della camera si
riaperse tosto.
Nessuna dello due trovò una parola: la mamma si accostò alla tavola,
prese le quattro carte, esaminandole, senza che dal volto le trasparisse
alcuna emozione.
--Oh! mamma, non potevo!--esclamò finalmente la fanciulla, gettandole le
braccia al collo in uno scoppio di pianto senza lagrime.
L'altra l'accarezzava sulla testa.
--Calmati, Tina, hai fame? Adesso possiamo mangiare.
--No, no.
Ma quelle carezze la calmavano. Finì di abbottonarsi la giacca, si
strinse la gonna sui fianchi perchè sentiva freddo e un gran bruciore di
sete.
--Che cosa vuoi? dimmelo e vado fuori a prenderlo.
--Non ho fame, piglia tu quello che vuoi.
E le porse il fazzoletto nero.
--Non sei in collera?
--No, figlia mia. Lo so, è triste, per adesso non ci pensiamo. Dimmi
piuttosto: vuoi che ti porti una costoletta cogli spinacci? Al _Pavone_
è ancora aperto certamente: dammi la boccia del vino; ti occorre qualche
cosa di caldo?
--Ma tu dunque?
--Di me non ti preoccupare.
La mamma aprì quel mobile strano, ne cavò un tovagliolo, una boccia di
vetro bianco dal ventre grosso.
--Ti porterò degli aranci: quelli ti piacciono.
--Sì, piacciono anche a Bettina: comprale due o tre soldi di
cioccolatini, andrò io a portarglieli. Non odi come dura a piangere? La
signora Veronica sarà ancora alzata.
--Avrà udito quel signore andarsene.
--Era ben brutto, sai,--le sfuggì con un gesto di ripugnanza.
--No, t'inganni; era una persona per bene. Non è facile trattare come
lui.
La fanciulla ridivenne pensierosa: aveva temuto un rabbuffo e quella
condiscendenza le dava adesso una nuova emozione.
--Vado, sì.
--Porta teco il lume, lo lascerai in fondo alle scale.
--No, quel signore non ha chiusa la porta perchè non ne ho udito il
tonfo. Giù al primo piano gli Arrighi, che sono sempre desti, se ne
saranno accorti.
Questa preoccupazione cresceva in loro di minuto in minuto: per vincerla
Tina spinse l'altra verso l'uscio, ma qualcuno batteva leggermente la
porta del pianerottolo. Era la signora Veronica.
--Siete alzate ancora? Non mi sano ingannata,--disse colla sua voce
chioccia ed insinuante:--Uscite, signora Adelaide? Terrò io compagnia
alla Tina finchè torniate, o verrà lei da me. La bambina non vuol
quietarsi.
--Ho detto alla mamma di comprarle dei cioccolatini; vedrete che si
calmerà.
--Allora andate, aspetteremo,--l'altra si affrettò a rispondere,
tirandosi da parte per lasciarla passare; e l'ascoltarono discendere le
scale con un passo così lieve che appena lo si udiva.
*
* *
Appena furono nella cucina, la fanciulla andò al camino e bevve d'un
fiato tutto quel bicchier d'acqua.
L'altra guardava sempre coi grandi occhi grigi di gatto nel viso tondo e
grasso dalle labbra sporgenti. Era vestita di un vecchio abito di
flanella a righe scure, dentro il quale il suo corpo pareva insaccato; e
infatti la carne le si ammassava ai fianchi sopra la guaina lenta della
sottana, mentre le mammelle non sorrette dal busto cadevano mollemente
sul ventre, confondendovisi.
Con un gesto abituale si grattò sopra la fronte fra la discriminatura
dei capelli.
Ma Tina aveva paura di parlare dinanzi a lei che forse aveva già
giudicato. Nella sua testa pesante pel digiuno quella disgrazia
interrotta da un mirabile caso diventava quasi più dolorosa nella
immutata certezza dell'indomani, e la fanciulla tornava a tremarne, come
se ancora sentisse sul collo il soffio caldo di quell'uomo, che le
frugava violentemente nel seno. Poi si ricordò la sua esclamazione: oh
non hai nemmeno la camicia! provandone nuovamente la stessa vergogna,
più acuta forse che di essere stata così fra le sue braccia, quantunque
egli dovesse avere già prima indovinato tutta la loro miseria.
Ma anche la miseria ha limiti, oltre i quali il suo dolore raddoppia.
Le sfuggì un sospiro.
La signora Veronica disse:
--Dove è andata la signora Adelaide? Al _Pavone_?
--Sì.
--Ditemi che cosa le avete ordinato.
--Io! nulla.
--Avete torto di trattarvi così; al mondo bisogna stare meno peggio che
si può, adesso mangerete, appena torni la signora Adelaide. Vedrete che
sa scegliere.
Dall'altro appartamento si udiva sempre il pianto sommesso della
bambina. La piccola voce non cresceva, non diminuiva, simile a quella di
un rivolo, che s'ingorghi in una chiavica; ma forse per questo la
fanciulla ne provava una impressione sempre più penosa.
--Che cosa ha stasera Bettina?
--Il solito.
--Povera piccina!
--Che cosa volete farci? Io non ci posso nulla, ma finirà
coll'addormentarsi per qualche ora lasciandomi dormire. Oggi le avevo
fatto una zuppa col latte, che le piace; non l'ha voluta.
--Non si può mangiare certe volte.
--Eppure non serve a nulla star digiuni, perchè dopo vi sentite peggio.
Vedete, io soffro di vedere così la mia bambina, ma mi faccio forza a
mangiare quando ne ho, altrimenti se non mangiassi che cosa accadrebbe?
Mi ammalerei anch'io e non potrei più aiutarla. Bisogna essere
ragionevoli.
Parlava adagio scandendo le sillabe, e la sua fisonomia pareva buona
malgrado l'egoismo delle parole.
Tina la conosceva sin dal primo giorno, nel quale era diventata la loro
vicina, e non l'aveva mai veduta esaltarsi davanti al lungo atroce
martirio di quella creaturina, che espiava così i vizi del padre. Anzi
la signora Veronica lo aveva subito spiegato col suo accento tranquillo:
ella era senza colpa di quel male di quella miseria, nella quale avevano
dovuto cascare; perchè dunque se ne sarebbe arrovellata soffrendone
maggiormente? Poi la bambina non poteva vivere, i medici stessi lo
avevano assicurato. I rimedi, se avesse potuto comprarli, non le
sarebbero stati di alcun giovamento; valeva dunque meglio spendere
altrimenti quei danari, qualora capitassero.
Tina si alzò.
--Dove andate?
--A vederla.
L'altra tacque.
Allora, davanti a quella indifferenza, l'orgasmo le cadde: tornò a
sedersi. Ma Tina si avvide che l'altra la scrutava con quegli occhi
grigi, pieni di una luce fredda. Infatti il viso della fanciulla era
così alterato che sarebbe stato impossibile non accorgersene: tratto
tratto dal fondo delle sue pupille azzurre una fiamma dardeggiava come
sotto un soffio; aveva le labbra livide e il seno le ansava. Adesso
l'ombra di quei due cerchi sotto gli occhi le si allargava per le
guance, confondendosi colla oscurità della bocca.
Nessuna delle due parlava più.
La ragazza sentiva che l'altra non avrebbe potuto accettare il racconto
di quella inverosimile fortuna: d'altronde la cosa avverrebbe
egualmente; domani, posdomani? Come spiegare la cena, che la mamma
avrebbe portato fra poco? Anzi tale elemosina troppo grossa diventava un
nuovo motivo d'incredulità, mentre domani un altro, il secondo, non
farebbe certamente così: e allora? La sua testa si confondeva, il sangue
tornava a batterle sul cuore con lunghe onde spaventate.
Tina distinse lo scalpiccìo della mamma.
Appena nella cucina la signora Adelaide respirò rumorosamente, ma
ansimava: dal tovagliolo chiuso nel suo pugno colle quattro cocche
riunite un odore vaporava sottilmente.
--Buono!--esclamò la signora Veronica, levando il naso all'aria.
--Vedrai, Tina,--rispose la mamma con una certa volubilità nella
voce,--vedrai che bella costoletta sono riuscita a portarti. Era
l'ultima, a quest'ora, che restasse nella cucina, poi vi ho fatto io
stessa un contorno di patate arrostite nella leccarda col ramerino.
Guarda: ho anche una doppia porzione di maccheroni e del lesso di manzo.
--Non vi sarete già dimenticata i cioccolatini?
--Ti pare?
E trasse da una tasca profonda della sottana una bottiglietta bianca,
piena di un liquido rosso.
--È alchermes, ne berrai un sorso dopo cena, perchè il vino non è gran
cosa: però ho dovuto pagarlo in ragione di quarantadue soldi al fiasco.
I ladri! scommetto che non ne costa loro più di venti.
Ma Tina si era già alzata, prendendo dal tavolo il piccolo cartoccio dei
cioccolatini.
--Dove andate?--la fermò la signora Veronica:--Bettina si è quetata.
Infatti era vero. Allora le due donne apparecchiarono la cena, distesero
una mezza tovaglia abbastanza bianca, trovarono dei piatti, dei
bicchieri, delle posate; nel mezzo della tavola il tovagliolo copriva
ancora colle punte riunite tutta la cena, solo il pane ne rimaneva
fuori, una grossa pagnotta dorata, che la signora Adelaide aveva portato
sotto il braccio.
--Andiamo, signora Veronica,--disse la mamma,--favorite con noi: c'è
poco da assaggiare, ma qualche cosa c'è.
La signora Veronica fece un gesto dignitoso di riserbo, ma l'altra, che
la conosceva, le spinse innanzi un piatto colla posata migliore, poi
accarezzò la testa di Tina. Evidentemente la testa scottava, perchè alzò
subito la mano e una incertezza le passò sulla faccia pallida: la sua
fronte si curvò un'altra volta umilmente.
Tina, col capo appoggiato sulla palma sinistra, guardava nel vuoto.
--Adesso bisogna cercare dentro il tovagliolo,--proruppe allegramente la
signora Veronica;--non basta aver capito dall'odore. Volete che faccia
io? Una volta ci avevo un certo garbo.
E senza attendere il permesso sciolse le punte del tovagliolo.
--Tò! anche degli aranci, me n'ero accorta al profumo. Vedete, Tina: il
lesso grasso e magro, questo è davvero una cosa eccellente, perchè è
proprio un pezzo di lombata: così freddo è anche migliore. Invece i
maccheroni bisogna mangiarli subito, altrimenti nell'agghiacciarsi
perdono il sapore, e poi si aggrumano. Ne convenite, signora Adelaide?
Avete però scelto bene. Oh! Oh!--seguitò levandosi in piedi dalla
meraviglia nello scoprire il piatto della costoletta:--le belle patate
spruzzate di ramerino, belle, color d'oro!
Anche Tina guardava.
--Osservate,--proseguiva l'altra con più seduttrice intenzione, volendo
farla ridere ad ogni costo,--non vi sono molte donne a Firenze di un
biondo dorato come questa costoletta e queste patate, ma nelle donne a
me il biondo non piace. Meglio i vostri capelli castani così
graziosamente arruffati,--e glieli accarezzò colla mano corta e pesante.
--Via, bisogna spicciarsi coi maccheroni!
--Tina, Tina, mangiate, e anche voi, signora Adelaide; io proprio non ho
fame, piuttosto, se permettete, assaggerò il vino.
Ma a Tina i bocconi non andavano giù: quindi finì per immergere qualche
crosta di pane nel vino, mentre le altre due divoravano. Anche la mamma
pareva affamata, e la sua faccia melanconica si veniva rischiarando,
sebbene dalla tristezza della figlia salisse sempre verso di lei una
certa inquietudine.
--Che volete?--diceva la signora Veronica, la quale aveva già finito la
propria parte di maccheroni e guardava con lunghe occhiate la
costoletta:--io, da giovane, ho avuto sempre un debole per le cene a
notte tarda, magari fuori di casa. Mi pare che così si chiuda meglio la
giornata: poi si cena sempre con qualche giovanotto allegro, si ride, si
dimentica. Se al mondo non ci scordassimo le disgrazie, si dovrebbe
morire presto. Quando si cena in compagnia,--e spiava di sottecchi
Tina,--è un caso che qualcuno non ci piaccia più degli altri, ma
bisogna essere giovane come voi, ragazza mia, per potersi divertire.
Ecco, taglierò la costoletta in tre parti, ne mangerete una anche voi,
Tina.
Questa fece un gesto di rifiuto, e l'altra chinandosele con una finta
carezza all'orecchio sussurrò:
--Avete male?
La fanciulla trasalì e rispose quasi violentemente:
--No.
Successe un silenzio.
La mamma, non osando parlare, accettò dalla signora Veronica la propria
parte di costoletta; nel piatto ne rimaneva ancora un pezzo con alcune
patate per Tina, ma questa ascoltava nuovamente il pianto della bimba,
che il dolore all'orecchio aveva destato. Pareva un cagnino che
uggiolasse, e il suo lamento era così monotono che non vi si intendeva
alcun appello. Soffriva indarno, abbandonata. Tina ci pensava con un
senso quasi di rancore crudele, mentre poco prima il suo cuore se n'era
commosso sino a piangere dentro di tenerezza. A che pro? Nella vita v'è
sempre qualcuno che nasce non si sa perchè, solamente per soffrire i
capricci degli altri, che lo allevano anch'essi senza motivo, perchè
questo è l'istinto. Bettina aveva pianto sino dal primo giorno; quindi
la madre vi si era abituata e, senza essere peggiore delle altre, non
aveva per lei che i riguardi, coi quali si trattano i cani ammalati: una
certa condiscendenza soccorrevole, che fa piacere a chi l'esercita come
una prova della propria bontà. Null'altro: se il cane guarisce, il
trattamento ridiviene quello di prima. Tina non si ricordava di essere
mai stata ammalata, sebbene non avesse mai avuto troppa vivacità, e
adesso le pareva di non sentire da moltissimo tempo il bisogno di
mangiare. A che cosa serviva dunque comprare una simile cena, quando non
si riusciva a mandarla giù? Invece le altre due avevano fame: ella le
guardava senza dispetto e senza invidia, quasi con una pietà, che non
avrebbe saputo spiegarsi, nel vederle così incapaci di comprendere la
sua angoscia di quel momento. Anch'ella era sola come Bettina,
quantunque non guaisse, non piangesse; ma invece aveva un gran freddo
sotto la sottana, mentre quel piccolo dolore alla mammella si faceva
sempre più sottile come se un ago ne forasse tratto tratto il tenero
bocciolo.
--Mangia dunque quest'ultimo pezzo di costoletta, altrimenti ti
riprenderà il male di stomaco,--disse la mamma.
--La mamma ha ragione, cara mia: bisogna mangiare, altrimenti le cose si
veggono anche più in nero. Vedete, quando io ho mangiato, e adesso non
avevo fame, considero le mie circostanze sotto un altro punto di vista:
mi pare che qualche cosa verrà ad aiutarmi.
--Che cosa vi aspettate?--chiese la ragazza.
--Non lo so, non sono come voi, che potete ancora sperare tutto. Voi
siete bella.
--Ah! questo poi sì,--esclamò la mamma.
--Alla vostra età non si ha che a volere. Io e la signora Adelaide non
siamo più donne... mi scusate eh! signora Adelaide, mi è sfuggita.
Quando si è giovane invece, e per giunta si è bella, gli uomini
diventano matti per noi, si può fare qualunque fortuna. Un po' di testa,
ecco il necessario, e si arriva dove si vuole. Allegri, Tina!
Questa non potè difendersi da un sorriso.
--Così voglio vedervi.
La madre ne profittò per spingerle davanti il piatto, ma la ragazza lo
passò alla signora Veronica e prese un arancio.