CHAMPIONNET».

[42] L’avvocato Brofferio, nella _Storia del Piemonte_, part. I. c. 5,

addurrebbe un fatto, ch’egli attesta avere diligentemente verificato.

I cittadini d’Alba erano stati dei primi a chiarirsi pei Francesi; ma

dopo la pace di Cherasco si avvidero che Buonaparte amava tutt’altro

che la repubblica, onde mandarono al Direttorio una protesta contro il

generale. Dovendo poi pagare una contribuzione di ottantamila lire,

spedirono a Buonaparte a Milano per chiedere una proroga. L’inviato

fu Parussa, uno de’ primi patrioti, e che aveva firmato la protesta

suddetta. Buonaparte gli mostrò questa protesta e congedollo; ma

nell’uscire fu preso e subito fucilato nel cortile della villa di

Milano.

Per esortare i Piemontesi ad unirsi colla repubblica Cisalpina,

Leopoldo Cicognara che ne era commissario a Torino, scrisse un opuscolo

_Agli amici della libertà italiana_, Torino 1798. I Francesi vi fecer

fare dal cavaliere Gaspare Gregori piemontese la _Risposta agli amici

della libertà italiana_.

[43] Pettegolezzi chiariti nei _Mémoires tirés des papiers d’un homme

d’Êtat_, tom. VII.

* La nota del _Moniteur_ conchiudeva: _On regarde cette innovation

comme une victoire de la grande nation_: ma a Ginguené fu scritto

che il Governo francese era rappresentato da ambasciadori, non da

ambasciatrici.

Fra le altre insistenze con cui Ginguené molestava incessantemente il

Governo piemontese, era che fosse punito di morte chiunque si trovasse

con uno stilo o coltello, per qualsivoglia uso. Gli si domandava se

un codice, dove fosse scritta tal legge, s’addirebbe alla filantropia

tanto predicata dall’ambasciadore.

Barante, nell’_Histoire du Directoire_, stampata al tempo stesso di

questa nostra, e che noi conoscemmo solo adesso, parla a lungo delle

vicende d’Italia nel triennio; ma non ci parve una novità, nè in modo

da cambiare i giudizj da noi portati. Sulla lettera del Pignatelli

al Priocca (pag. 86) non mette alcun dubbio. Si estende su questo

incidente del Ginguené; _honnête homme, mais la philosophie et la

révolution lui avaient inspiré des opinions absolues et orgueilleuses.

Les chimères systématiques et l’emphase sentimentale étaient devenues

dans son esprit une croyance sincère et intolérante,... il attribuait_

(_aux princes d’Italie_) _des complots, et révait les poignards et

les poisons, tandis qu’il parlait avec admiration de la loyauté du

Directoire, qui l’avait chargé d’exciter contre le roi les révoltes de

ses sujets_.

Segue a dire che aveva preparato un discorso accademico e panegirico;

ma vista la semplicità della Corte, ne proferì uno meno enfatico, ma

sconveniente, lodando la lealtà del Direttorio, a fronte della perfidia

degli altri Governi, ecc. Carlo Emanuele, invece di rispondergli, gli

domandò se avea fatto buon viaggio, se stava bene di salute; gli parlò

della propria infermità, dei dispiaceri, delle consolazioni che gli

dava la santa sua moglie Clotilde, ecc. ecc.

[44] Il Bossi finì prefetto in Francia nel 1823; compose l’_Oromasia_,

poema italiano sui fatti della rivoluzione, ma freddo. Il dottore Botta

divenne poi storico famoso.

[45] «Suwaroff detestava di cuore i Francesi. Era magro, ossoso:

la brillante divisa ondeggiava s’un corpo scarnato, e traverso le

innumerevoli croci sul suo petto vedevasi una camicia di tela grossa

come i soldati. Capelli bianchi, rasi davanti secondo l’ordinanza

militare: piccoli occhi, scintillanti di passione e di indomita

energia. Il giorno che arrivai al campo, il feldmaresciallo mi tenne

a pranzo. Due cosacchi posero sulla tavola, coperta d’una grossolana

tovaglia e senza mantili, un enorme piatto di salcraut e uno di

aringhe, e qui consistette tutto il desinare. Dopo si portò il punc,

e Suwaroff dava un bicchiere a ogni soldato che entrasse, e che dopo

trangugiatolo non mancava mai di dire: «Su, papà, ancora un altro».

Adorato dai soldati e dai bassi uffiziali, benchè non potessero fidarsi

delle sue promesse: sua passione era la gloria. Niente scrupoloso di

mentire o ingannare, detestando di tutto cuore gli Alleati, l’unica

cosa di cui tenesse conto era battere Napoleone: il resto, dice non

valere una pipa di tabacco. Prode, freddo di sangue ma vendicativo,

univa le qualità più disparate. Ostentava pietà, ma abbandonavasi a

tutta la foga della passione. Passava per rozzo e ignorante, mentre

aveva un’istruzione estesissima, un cervello da pensatore, una

conoscenza perfetta della storia: non poteva soffrire quei che scrivono

lungo, e diceva: «Quand’uno non vale nè pel pensiero nè per l’azione,

attacca grand’importanza all’inutile scribacchiare». Guaj all’ajutante

di campo che non sapesse esser conciso ne’ rapporti! li stracciava a

bocconi, e gettandoli via diceva stizzoso: «Rifate, e corto». Quando il

segretario della guerra gli dirigeva un rapporto, dicea sempre: «Questi

asini non saprebbero scrivere senza far sempre marciare un esercito

di cento mila lettere?» D’attività prodigiosa, non lasciava far nulla

agli uffiziali: non dormiva si può dire mai; nè mai riposava: spesso

correva in manica di camicia, e sprezzava mille cose, che son bisogni

per gli altri. Il suo difetto come capitano era l’impazienza, che

sperdeva spesso i piani meglio concepiti, e lo privava del frutto de’

suoi vantaggi». _Memorie d’un legittimista dal _1770_ al_ 1830, _sopra

il giornale manoscritto, le lettere e le note lasciate dal marchese

Enrico Gastone di B***_ (ted. 1861), per Giulio de Wickede. Quel

marchese scrive che, dopo la battaglia di Cassano, Suwaroff gli disse

solo «Contento», e quest’unica parola lo eccitò in modo, che si sarebbe

fatto uccidere per lui.

[46] Di questo Mammone, così orribilmente dipinto dal Coco, non fa

il minimo cenno Lomonaco, la cui relazione a Carnot è vera opera d’un

frenetico, eppure è la fonte a cui principalmente attinsero i narratori

di quelle tragedie, e principalmente Carlo Didier nella _Caroline en

Sicile_. Molte falsità emendò il barone Leon d’Hervey Saint-Denys nella

_Histoire de la révolution dans les Deux Siciles depuis 1793_: ma resta

ancora il dovere a qualche storico onesto di vagliare la verità dalla

sistematica menzogna delle gazzette e dei settarj. Il tempo nostro v’è

meno adatto che nessun altro.

[47] Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è

vestigio; la negano il Sacchinelli (_Vita del Ruffo_) e il barone

d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi

a discolpare Nelson.

Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E.

che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è

risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha

l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del

suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire

d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi,

cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S.

M. Siciliana i suoi sudditi ribelli».

Il Cacciatore nell’_Esame della storia_ del Colletta (Napoli 1850),

difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del

Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti

degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato,

nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e

siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º

della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di

San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa

partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano

gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che

meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib. I, pag 145. Vedasi

pure _Memorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo_,

scritte dall’abate DOMENICO SACCHINELLI (Napoli 1836): e marchese

_Filippo Malaspina_ _Occupazione de’ Francesi nel regno di Napoli

dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa

dal cardinale F. Ruffo_, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante

di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il

Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili.

[48] La vita del Coco, inserita nella _Biographie Universelle_,

racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher

per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più

prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo.

Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista

nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato

sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e

non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito

Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così

a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il

principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la sua

_Storia della rivoluzione di Napoli_, egli ne prese tale sgomento, che

divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823.

[49] Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco

li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La

lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il

Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove.

[50] Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi

dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno

1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre

senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada,

sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse la

_Filosofia mineralogica_. Fu liberato il 15 marzo 1801.

[51] Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile

successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della

sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo

segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se

ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto

se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così

concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è

capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni».

[52] Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799.

* Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dal

_Misogallo_, ma dalla _Vita_ e dalle lettere. Basti per tutte una

del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o

italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se

italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente

e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo

pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e

sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei

(e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità)

ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua

terra natale».

[53] Lavergne, nella _Vie de Souwaroff_, racconta che Paolo di Russia

interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di

Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e

sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere.

Vedi anche _Lettres et opuscules inédits_ di J. DE MAISTRE. Parigi

1851, tom. I. p. 178.

Il conte di Cobentzel, nel novembre 1799, rispondeva al conte Panin

ministro russo: — Come potrebbe esigersi in cessione delle tre

Legazioni, che nel trattato di Tolentino furono annesse alla repubblica

Cisalpina da noi conquistata? È un giusto compenso delle spese di

guerra. Io non dubito che la mia Corte non renda il Piemonte al re di

Sardegna; ma Alessandria e Tortona, che furono già coll’armi staccate

dal Milanese, devono per l’armi ancora tornare alla dominazione

austriaca». Vedi anche l’_Histoire des cabinets de l’Europe pendant le

Consulat et l’Empire, par_ ARMAND LEFÈVRE, 1840.

[54] La rivoluzione aveva divorato tre bilioni di proprietà del clero,

cinque bilioni di proprietà degli emigrati; gli argenti e le campane

e le gioje delle chiese, i beni della Corona; imposte infinite, tasse

e prestiti forzosi, creato assegnati per 33,430 milioni: dall’89 al

98 aveva speso novantasei bilioni, oltre cinquanta bilioni a cui era

fallita nel 97, e quando Napoleone, reduce d’Egitto, volea mandar un

messaggiere in Italia, non trovò nell’erario millecinquecento franchi

da ciò.

[55] Esiste il conto originale delle spese sostenute nel 1436 per

condurre una grossa bombarda ed altre artiglierie per l’assedio di

Chivasso, traverso al gran Sanbernardo. CIBRARIO, _Memorie di Savoja_,

350.

[56] Il generale Soult assicura che, alla battaglia della Moglia

fra gli Appennini, i suoi soldati privi di pane e di munizioni, si

buttavano sui cadaveri degli Ungheri e li mangiavano. _Mémoires_, tom.

III. p. 51.

[57] Ho sempre creduto della massima inutilità alla storia le

descrizioni di battaglie. I lettori ordinarj non capiscono; i militari

non imparano, e ricorrono alle opere speciali. D’altra parte una

battaglia succeduta sotto gli occhi nostri, nel maggior profluvio delle

gazzette, dei bullettini, delle memorie, è narrata diversissimamente

dai diversi: e senza citare il Botta, chi l’abbia letta in Thiers,

che pur vanta aver avuto alla mano i più preziosi documenti, stupisce

di trovarla affatto differente in due generali che vi presero parte,

Marmont e Soult. Qui come altrove noi crediamo bene cercar le cause,

abbreviare le particolarità, e affrettarsi alle conseguenze.

Il sepolcro di Dessaix all’ospizio del gran Sanbernardo è opera di

Moitte, morto il 1810; e lo rappresenta in atto di cader morto dal

cavallo, sostenuto dal colonnello Lebrun. Bourienne confessava che le

circostanze della morte di esso e il discorso messogli in bocca, gli

erano stati dettati da Napoleone; e che in realtà nessun lo vide o lo

udì in quella confusione. Era romanzesco pure il bullettino quando

gli faceva dire: — Andate a riferire al primo console che muojo col

dispiacere di non aver fatto quanto basti per vivere nella posterità».

[58] Ercole Rinaldo, ultimo duca di Modena, moriva a Treviso il 14

ottobre 1803.

[59] Proclama del 1º gennaio 1801.

[60] _Almanach catholique pour 1801_.

[61] Mentre il conclave eravi adunato, morì il patriarca Giovanelli,

sant’uomo, ed ebbe insigni esequie. Alla chiesa di San Giorgio, nel cui

convento s’eran accolti i cardinali, il nuovo papa regalò magnifici

candellieri, che poi il Governo d’Italia portò via per ornare la

cappella reale di Milano.

[62] _Motu proprio_, 11 marzo 1801.

[63] Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi,

Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani:

nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni,

Serbelloni, Maniscalchi.

[64] Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi

grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina

delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli

affari esteri.

* Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva,

che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal

disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16

piovoso anno I della repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo

che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci

determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere

l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i

cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’

mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da

fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare

i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di

finalmente godere la felicità a cui aspirava».

[65] Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi

(sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero

della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese,

ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni.

Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè

fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone

sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria

incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che

ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta:

ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo

ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo

fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti!

«Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove

difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze,

nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale

sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi

risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo

ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita

perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno

a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato».

E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente

ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre

chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono

sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò

una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel

corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato

udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle

assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo

e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E

ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale

di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro

diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i

nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar

il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio

della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione

privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio...

Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel

consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo,

ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle

abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non

sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene

per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere

intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non

consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà

de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato

un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che

divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di

cui erano i nemici naturali...

«Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati

capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria;

malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi

sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di

cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della

logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che

sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli

affari non sanno scrivere.

«I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei

dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine,

la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e

s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo.

L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle

teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale,

ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute...

L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa

che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è

altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più

o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e

il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle

città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non

le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni

e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno

in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo

anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le

idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e

lo sgomento...

«È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi

siamo in quel caso...

«S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che

imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica

fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il

sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed

io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori

de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese

straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono...

«Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la

tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema,

e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata,

che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la

diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la

prima come l’ultima speranza della patria.

[66] Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe

a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà

che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli

mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto

tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla

parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello,

e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre

un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare.

Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che

mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero

dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni,

sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le

relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione

smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare

presidente».

Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo

potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al

figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca

aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma

Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di

mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra

disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia,

resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in

Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore

montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza

lo spinse fuori del suo appartamento. _Mém. du comte Miot_, tom. II. p.

257.

[67] Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella

plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva

al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica,

dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano

verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla

differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al

minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti

sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che

altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15

aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a

Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante

per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è

molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti

preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V.

M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire

a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di

presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per

pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.»

Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M.

Thiers dice che il regno d’Italia fu sempre _l’objet de toutes les

prédilections de Napoleon_ (_Histoire du consulat_, t. V. p. 372.)

[68] Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il

doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate

non toccavano i cinque milioni. Vedi _Annali della repubblica Ligure

dal 1797 al 1805_. Genova 1853.

[69] Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne.

[70] MAZZAROSA, _Storia di Lucca_.

[71] Girolamo Lucchesini (1752-1825), scolaro dello Spallanzani che

l’ammirava come un nuovo Pico, stette buon tempo a Milano poi a Vienna;

ma poichè Kaunitz nol lasciava penetrare nelle grazie di Maria Teresa,

passò in Prussia, dove Federico II lo apprezzò e lo prese a segretario

particolare. Anche il re successore l’adoprò in cose di Stato, e

Mirabeau, nel codardo libro sulla Corte di Prussia, ne dice ogni

male. Fu spedito in Italia per guadagnar i principi contro l’Austria.

Benchè ostilissimo alla rivoluzione francese, risedette a Roma ed

altrove, ebbe parte a tutti i trattati d’allora, benchè non fosse

robusto negoziatore, ma piuttosto insinuante. Alla Prussia spiaceva

si sacrificasse Venezia, accrescendo così forze all’Austria, e mandò

Lucchesini a dissuaderne Buonaparte, nelle cui grazie s’introdusse

colle adulazioni, e gli mostrò come la Prussia il seconderebbe

nell’umiliare l’Austria: ma Buonaparte era già d’accordo coll’Austria.

Lucchesini ebbe mano nello sfasciamento dell impero germanico; poi

come a Jena fu sconficcata la Prussia, ricoverossi in patria, e

fu maggiordomo e devotissimo suddito di Elisa. Cesare suo fratello

(1756-1832) scrisse la storia letteraria di Lucca ed altre cose molte.

[72] Napoleone avea stabilito che ai veterani di Francia, invece di

soldo, si dessero terreni sul Reno e in Piemonte, e cinque campi avea

destinati fare con sei milioni di beni nazionali presso a Fenestrelle

ed Alessandria; istituzione che non ebbe poi effetto.

[73] Trattato di Pietroburgo 11 aprile 1805.

[74] Vuolsi menzionare anche Francesco Apostoli, che di buon’ora

viaggiò in Germania, poi fissossi a Vienna, donde accorse a Venezia

a propagar le idee demagogiche; sbandito ricoverò nella Cisalpina;

tornati i Tedeschi, fu deportato a Cataro, e que’ patimenti descrisse

nelle _Lettere Sirmiesi_; liberatone, fu a Parigi, _piccolo_

ambasciadore della piccola repubblica di San Marino; poi venne nel

regno d’Italia, vi fu fatto censore, e negletto e povero morì nel 1816.

[75] È divulgato il titolo di _Semiramide di Lucca_, che Talleyrand

dava ad Elisa. Pure ella era tutt’altro che un’intelligenza vulgare, e

fece molto nel piccolo ducato di Lucca, moltissimo nel regno d’Etruria,

e avrebbe fatto di più se non fosse stata l’onnipotenza di Napoleone,

col quale teneva un carteggio vivissimo. Il 9 marzo 1806 gli scriveva:

«L’abitudine del lavoro è divenuta per me quasi una passione: mi tien

luogo d’ogni altra idea, e quando entro nel mio gabinetto, vi resto

con tanto piacere, quanto alla festa più brillante». Essendosi fatte

passar delle truppe sul suo territorio nell’estate del 1808, essa ne

rivolse vivi richiami al fratello. «Se V. M. riunì i miei principati al

grande impero, renderò senza rincrescimento la mia sovranità a quello

da cui l’ebbi. Ma se ella mi lascia al mio posto, io non soffrirò che

la sorella del più gran monarca sia trattata con disprezzo, e il suo

territorio come un paese conquistato. Lo dico francamente a V. M. Io

ero felice nella mia vita privata; ma d’essere un sottoprefetto di

Lucca non può nè dee convenirmi».

Vedi SCLOPIS, _La domination française en Italie_, Paris 1861.

Abbiamo dall’archivio dell’Impero a Parigi una relazione fatta da Menou

a Napoleone sull’ordine giudiziario in Toscana. Espone i miglioramenti

che vi aveva introdotti Pietro Leopoldo, pur rispettando molto di quel

che era precedentemente. È notevole questo passo: «Farà meraviglia

che i delitti commessi nel regno di quel principe, e singolarmente

negli ultimi tre anni, siano men della metà di quelli processati in

egual tempo sotto la regina d’Etruria, BENCHÈ riformando la legge

del predecessore, essa abbia aggravato i supplizj, ristabilito la

pena capitale, e moltiplicato i casi d’applicarla. Pure quest’enorme

differenza bisogna ricondurla alle cause principali, cioè 1º alla

maggiore agiatezza diffusa nelle classi della popolazione al tempo

di Leopoldo; 2º alla sua polizia, divenuta così attiva e penetrante

ch’era quasi insopportabile; e tutto quel che le pene aveano perduto

in intensità, era stato convertito in una sorveglianza minuta e quasi

personale».

[76] Il Puccini era riuscito a trafugare da Firenze in Sicilia la

Venere de’ Medici: ma Napoleone la voleva, e avendo indarno insistito

con modi da Verre, riuscì per frode a ottenerla dal ministro Acton.

[77] Adda con Sondrio, Adige con Verona, Adriatico con Venezia, Agogna

con Novara, alto Adige con Trento, alto Po con Cremona, Bacchiglione

con Vicenza, basso Po con Ferrara, Brenta con Padova, Crostolo con

Reggio, Lario con Como, Mella con Brescia, Metauro con Ancona, Mincio

con Mantova, Musone con Macerata, Olona con Milano, Panaro con Modena,

Passeriano con Udine, Piave con Belluno, Reno con Bologna, Rubicone con

Forlì, Serio con Bergamo, Tagliamento con Treviso, Tronto con Fermo.

Fra le celie del Botta, le denigrazioni del Colletta, le ammirazioni

del Pecchio e le critiche del Coraccini (pseudonimo del francese La

Folie) è difficile che paja giusto lo storico del regno d’Italia; nè

dalla critica de’ nostri tempi può sperarsi tanta lealtà che ai fatti

opponga de’ fatti, anzichè delle parole.

[78] Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi

conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi

ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più

bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la

destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al

principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre

1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io

non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara

e amata Augusta, perchè voi deste la mano _al futuro re d’Italia_,

se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla

conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo

di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente

desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io

conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a

vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate,

cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore,

quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una

spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi

per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che

mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che

imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi

dalla Provvidenza mi vi costringono...»

La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede

data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne

dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non

posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e

s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle

vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal

sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la

mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione:

essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V.

_Mémoires du prince Eugène_, Parigi 1858, tom. II. p. 16.

Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone,

dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a

Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta:

fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la

è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo

ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella

risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a

Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano

troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare.

Vedi DARNAY, _Notices historiques sur le prince Eugène_.

[79] «Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana,

riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo

immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per

creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un

secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare

l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe

Eugenio». _Memorie dettate a Montholon_. — Ma nell’esiglio Napoleone

pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono.

* Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a

dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso

non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che

stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero,

ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del

resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli

d’essere esecutore delle volontà del grande zio.

[80] Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono

nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa

pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione.

[81] Scrive a Eugenio: _J’ordonne que le Corps législatif termine ses

séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de

ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois

qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce

n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son

opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous

aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de

ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez

fait avoir tort avec trente au quarante polissons_, cioè il Corpo

legislativo. E il 15 luglio 1805: _Si la loi sur l’enregistrement

ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je

serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien

entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment

je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi_.

Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri,

svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo: _Par exemple,

si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le

plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant

en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler

Milan, et attendre ses ordres_. 31 luglio 1805.

Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone: _Les Italiens sont

réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui

dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux. _E

Napoleone rispondeva il 27_: Vous avez tort de penser que les Italiens

sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur

laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela

est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens,

qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront

qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant

qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux.

D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut_. Tom. _i_,

dei _Mém. et correspondance du prince Eugène, publiés par_ M. DU CASSE.

Paris 1858.

[82] E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti,

a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno

gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il

rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera

del 4 febbraio 1806 nella _Correspondance du prince Eugène_.

[83] Rapporto ministeriale 11 dicembre 1806, che accompagnava il

progetto del codice di procedura. Nello studio delle scienze civili

merita di non esser dimenticata la _Collezione dei travagli del codice

penale pel regno d’Italia_. Brescia 1807, 6 vol. in-8º.

[84] E la Cena e il Teseo furono poi, dalla sopravvenuta dominazione

austriaca, trasportati a Vienna, dove ora s’ammirano. La statua

di Napoleone, riposta ne’ magazzini di Brera per sottrarla

all’indignazione popolare, fu ora collocata in pubblico.

[85] La scuola del genio militare era stata, dal valente matematico

Leonardo Salimbeni di Spalatro, istituita a Modena, mettendovi maestri

il Cassiani, il Venturi, il Ruffini modenesi, e chiamandovi da Verona

il Cagnoli, il Maffei, il Bidasio, il Tramontini.

[86] È notevole il numero di valent’uomini che somministrò allora

il piccolo ducato di Modena: Veneri ministro del tesoro, Luosi della

giustizia, Fontanelli della guerra, Testi degli affari esteri, Vaccari

segretario di Stato, Paradisi presidente del senato, dell’Istituto

e del consiglio di Stato, Lamberti Giacomo senatore e diplomatico e

fratello del letterato Luigi; Venturi matematico, e ministro presso

la Confederazione elvetica, Dall’Olio commissario della contabilità

nazionale, i professori Ruffini, Jacobi, Fattori; Bolognini ingegnere

in capo del dipartimento del Cróstolo, Soli architetto, Filippo Re

agronomo. Su di che vedasi la _Bibliografia del conte Luigi Valdrighi_,

pel prof. Bosellini, Modena 1863. Il Valdrighi, pure modenese, fu

procurator generale della corte di cassazione. Il generale Zucchi fu di

questi paesi come Pellegrino Rossi.

[87] Scriveva al Cesarotti: — Il Governo mi ha comandato, e m’è forza

obbedire. Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto

d’accordo colla politica, e temo di rovinare. Sant’Apollo m’ajuti, e

voi pregatami senno e prudenza». Eppure finiva quella _Visione_ così:

Vate non vile

Scrissi allor la veduta meraviglia;

E fido al fianco mi reggea lo stile

Il patrio amor che solo mi consiglia.

[88] Lo sforzo dello Sgricci (-1822) fu poi emulato dal romagnuolo

Luigi Cicconi (-1855) che a Parigi sostenne gara col Pradier, il

quale tentò simile esperimento in francese. Non va dimenticato il

Menchi, che nella montagna pistoiese andava improvvisando, e di cui si

ripeterono a lungo il _Napoleone a Mosca_ e l’_Alessandro a Parigi_:

ultimo forse di quei cantastorie popolari, che un tempo abbondavano

principalmente in Toscana e in Romagna. Anche Valerio di Pos, nelle

alpi di Canale d’Agordo, poetò fin agli ottant’anni, e talora bene, e

una sua biografia è anteposta dal dottore Paolo Zanini alle _Poesie

di Valerio da Pos contadino delle alpi Canalesi_. Venezia 1822.

Spontanea improvvisatrice era pure riuscita la sua compatriota Angela

Veronese, che dal Cesarotti educata, divenne celebre col nome di Aglaja

Anassilide.

[89] Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori.

Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la

dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo

è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la

riverenza alla tua maestà, o _divo_ Napoleone, quest’unica delle umane

cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono...

Invitando gl’Italiani a considerare e _adorare_ la grandezza de’ suoi

benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazione _adora_ il più

caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno

statue al _divo_ Napoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni

casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole

agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questo

_divino_ spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza».

È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, e _divina amica_ la

contessa Cicognara, e _mio adorato signore_ un direttore della polizia,

galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero,

e non gli furono regalati che mille franchi.

Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile

celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza,

voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi

fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori;

poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti

gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti...

M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami

ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se

pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al

silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati

tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le

conquiste erano finite.

[90] La lettera di scusa che diresse al vicerè, egli anima sì forte,

oggi per certo nessuno la scriverebbe: tant’è lontana l’abjettezza

d’allora.

[91] _Sciolti di Timone Cimbro a Cicognara_, invettiva contro i mali

dell’Italia nel 1802. Leopoldo Cicognara fu destituito da consigliere

di Stato. Al tempo della coronazione, Napoleone gli stese la mano,

dicendogli: — La nostra pace è fatta»; ma soggiunse parole aspre

contro la moglie di lui, coltissima donna, e troppo memore di Venezia

sua perchè volesse adularne il distruttore. Essa teneva un circolo

frequentatissimo: bastarono quelle parole perchè fosse deserta da

tutti, eccettuati Ippolito Pindemonte e Carlo Rosmini, due forze

pacate. Il Cicognara ebbe poi alti posti, ma nella sua autobiografia

dice essere stato l’unico italiano che «ottenesse a forza la demissione

dagli onori, dalle cariche, dagli emolumenti, nel convincimento che

nulla poteva farsi in tale stato di cose per la vera e reale felicità

dell’Italia».

[92] Napoleone a Eugenio il 15 settembre 1808: _Je n’ai jamais

supposé que le chemin de Pordenone à Osopo dût coûter 1,500,000 fr.:

si cela est, j’y renonce: que le canal de Palmanova dût coûter 3

millions, on m’avait assuré qu’il coûterait 500,000 fr.; s’il doit

coûter 3 millions j’y renonce. Je n’ai jamais pu penser non plus que

la digue de Mantoue coûtât un million. Causez avec les officiers du

génie sur ces trois objets, et faites-moi connaître leur opinion.

Mon intention est que les 300,000 fr. que j’ai accordés cette année,

soient employés à la digue de Mantoue_. Nella seduta del 25 febbrajo

1813, Montalivet ministro dell interno presentava al corpo legislativo

francese _la situazione dell’impero_, dalla quale caviamo ciò che

concerne l’Italia. La strada da Parigi a Torino per la Morienna e il

Moncenisio, e quella dalla Spagna all’Italia pel Monginevra, erano

aperte con immensi sforzi, e col costo di ventidue milioni e mezzo,

e il progetto totale sommava a trenta milioni. La strada da Lione a

Genova pel Lantaret dovea costare tre milioni e mezzo, e già n’erano

spesi un milione e ottocento mila. La strada da Cesane a Fenestrelle

pel colle di Sestriera, compimento della precedente, ottocento mila.

Con sei milioni e mezzo erasi stabilita la comunicazione fra Nizza e

Ventimiglia, e fra Savona e Genova; con due milioni e seicento mila

quella da Savona ad Alessandria per l’Appennino: più di tre milioni per

quelle da Porto Maurizio a Ceva, da Genova ad Alessandria pel col dei

Giovi, da Genova a Piacenza, dalla Spezia a Parma. Tre milioni e mezzo

pel ponte sul Po a Torino; un milione e cento mila pel ponte sulla Dora

a Rondissone; cinquecensessanta mila per quel sulla Sesia a Vercelli;

trecento mila per quel della Scrivia. Per la navigazione del Tevere,

e per abbellimenti a Roma, sei milioni; poi ducento mila lire annue

erano assegnate per sanar le Paludi Pontine, ma il nessun esito venne

attribuito all’aver lasciato quell’immenso tratto nelle mani di trenta

livellarj, anzichè spartirlo in piccoli appezzamenti. Nessun vantaggio

pure si trasse dalle spese fatte per introdurre la coltura del

cotone e dell’indigo e la fabbrica dello zucchero. Le fortificazioni

d’Alessandria costarono venticinque milioni.

[93] Durante la repubblica s’erano soppresse le cattedre di belle

lettere, e di lingue orientali e greca, come anche di storia e

numismatica; sicchè Foscolo, Mezzofanti e ventiquattro altri si

trovarono sul lastrico.

[94] Il 16 settembre 1805 scriveva ad Eugenio: _Il ne faut pas

vous épouventer des cris des Italiens. Ils ne sont jamais contents:

mais faites-leur faire cette seule réflexion, Comment faisaient les

Autrichiens, comment faisaient ils?.... Arrangez vous de manière à

pouvoir toujours être le maître de la couronne de fer, et à l’enlever

sans qu’on s’en aperçoive._

E il 14 aprile 1806: _Quant à l’établissement de l’hérédité, je n’ai

point l’habitude de chercher mon opinion politique dans le conseil

des autres, et mes peuples d’Italie me connaissent assez pour ne

devoir point oublier que j’en sais plus dans mon petit doigt, qu’ils

n’en savent dans toutes leurs têtes réunies. A Paris, où il y a plus

de lumières qu’en Italie, lorsqu’on se tait et qu’on rend hommage a

l’opinion d’un homme qui a prouvé qu’il voyait plus loins et mieux

que les autres, je suis étonné qu’on n’ait pas en Italie la même

condescendance._

Il 21 aprile, del qual giorno esistono ben cinque lettere ad Eugenio:

_Il ne doit pas être question de rembourser à Venise les deux millions

de contributions, qui lui ont été imposés. Ne dirait-on pas, à entendre

les Vénitiens, qu’ils se sont donnés à moi par pure volonté?... Mon

intention n’est pas d’appeler aucun Italien, ni aucun Vénitien aux

duchés qui doivent être la récompense exclusive de mes soldats. J’ai

traité Venise comme pays conquis, sans doute. L’ai-je obtenu autrement

que par la victoire? Il ne faut donc point éloigner trop cette idée;

mais le droit de victoire terminé, je la traiterai en bon souverain,

s’ils sont bons sujets. Je vous défend de laisser jamais espérer

qu’aucun Italien Vénitien puisse être nommé à aucun des duchés_.

Il 7 agosto 1806: _Je vous envoie un exemplaire du catéchisme qui vient

d’être adopté pour toute la France. S’il pouvait sans inconvénient

l’être pour le royaume d’Italie, ce serait un grand bien: mais

ce sont des matières très-délicates, sur lesquelles il faut être

très-circonspect. Consultez le ministre des cultes. Le mieux serait que

quelque évêque le publiât dans son diocèse comme catéchisme diocésain:

mais il faut mettre à cela beaucoup de prudence et de secret_.

Infatti quel catechismo fu tradotto, e nella sez. VII si legge:

_D_. Quali sono i doveri de’ cristiani verso i principi che li

governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I imperatore e re?

_R_. I cristiani devono ai principi, e noi in particolare dobbiamo

a Napoleone I, nostro imperatore e re, l’amore, il rispetto,

l’obbedienza, la fedeltà, il _servizio militare_, i tributi per la

conservazione dell’impero e del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide

preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale

dello Stato.

_D_. Perchè siamo tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e

re?

_R_. Primo, perchè Dio, che crea gl’imperi e li distribuisce a volontà,

colmando l’imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro

sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e _sua immagine in terra.

Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire

Dio stesso_. Secondo, perchè Nostro Signore Gesù Cristo colla dottrina

e coll’esempio c’insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque

obbedendo all’editto di Cesare Augusto: pagò l’imposta: e come ordinò

di render a Dio quel ch’è di Dio, così ordinò di render a Cesare quel

ch’è di Cesare.

_D_. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a

Napoleone I, nostro imperatore e re?....

_D_. I doveri che ci legano all’imperatore, ci legheranno anche ai

successori suoi legittimi nell’ordine stabilito dalla costituzione

dell’impero?

[95] Nei _Saggi di Critica_ del Foscolo, p. 209, vol. II, è detto

che nel regno d’Italia i nobili novelli creati da Buonaparte non

sarebbero mai stati ammessi alle feste o ai circoli degli antichi

patrizj milanesi. In ciò il Foscolo non vede che assurda e boriosa

ostentazione: dappoi parve nobile disdegno della servitù straniera.

[96] La creazione dei dodici grandi feudi nel regno, e tanto peggio

le aggiunte che poi fece di altri ne’ paesi novamente annessi e nel

regno di Napoli, è uno degli errori di Napoleone, che, figlio della

rivoluzione, retrocedeva sino ai tempi feudali e barbari, quando un

capo di invasori spartiva i territorj conquistati fra i suoi generali,

e gl’investiva colla spada, e creava ai confini del regno le grandi

marche, come un tempo era stata la Marca trevisana. Per indietreggiare

fin a questa distinzione di terre e ai possessi feudali, Napoleone

non dava la minima ragione, salvo la conquista; e ciò ch’è deplorabile

ancora più che gli abusi della forza, non trovo che il minimo lamento

ne movessero gli Italiani. Eppure il loro amor proprio doveva sentirsi

oltraggiato da questa istituzione, tutta a favor dell’impero, di questo

vassallaggio del patrio suolo alla conquista forestiera; ma v’è tempi

ove quei che potrebbero e dovrebbero alzar la voce contro gli abusi,

o almeno protestare col silenzio, s’affrettano ad applaudirli, purchè

possano profittarne.

[97] Jacopo Morelli, celebre bibliotecario della Marciana, patì

immensamente delle sottrazioni fatte a questa biblioteca ch’egli

guardava come propria cosa. Pranzando un giorno col vicerè, venne

richiesto se, fra tante ricchezze, egli saprebbe indicare i dodici

volumi che soli volesse salvare perdendo gli altri. Impaurito che si

abusasse della sua decisione disse: — In questo momento di piacere

m’è impossibile affaticar la mente su domanda così scabrosa». E il

vicerè: — Bene, bene; non si devono mai svelare tutte le attrattive

della propria amante». Il Morelli fu soprattutto cercatore d’opuscoli,

ne lasciò ventimila a quella biblioteca, e volea scriver un trattato

_Dell’utilità che si può trarre dagli opuscoli_.

[98] Lettera 14 aprile 1806 nella _Correspondance du prince Eugène_.

[99] Nel febbrajo 1806 Napoleone scriveva al vicerè: _Partez du

principe que j’ai besoin de beaucoup d’argent. On voudrait dans ce

pays l’impossible: payer peu de contributions, avoir peu de troupes,

et se trouver une grande nation: tout cela est chimère. Quant aux

impositions, la seule réponse à faire est celle ci: Paye t-on plus

qu’en France?_ Anche il conte di Cavour ripetea sempre: «Bisogna

pagare, e pagare, e pagare». I suoi successori calcano le sue orme.

[100] Nei _Mémoires tirés des papiers d’un homme d’État_, che sono una

delle pubblicazioni più curiose dei nostri giorni, si legge: _Prina

souple instrument des exigences de Napoléon, torturait son génie pour

trouver les moyens de pressurer un pays, auquel on avait solennellement

promis tant de prospérité, et il acquérait la faveur de son insatiable

maître au prix de la haine générale. Les projets de ce ministre, qui

fut pour l’Italie ce que le trop célèbre abbé Terray avait été jadis

pour la France, n’était soumis à aucun genre de contrôle: Napoléon

voulait, il fallait obéir. Cependant toutes les ressources de son

habilité tortionnaire se trouvaient épuisées avant qu’on renonçât à y

recourir pour de nouvelles exactions: les améliorations imaginaires

pompeusement combinées afin de couvrir tant d’oppression réelle,

et publiées dans les gazettes comme une preuve des soins paternels

du monarque français, étaient pour la plupart ou suspendues ou

abandonnées, d’autant plus que, de leur côté, les généraux français

employaient tous les moyens en leur pouvoir d’épuiser le pays pour

accroître leur propre fortune_.

L’Italia francese (escluso il regno d’Italia) produceva alla Francia

quaranta milioni; di cui diciotto pagavano l’amministrazione, polizia e

strade; ventidue per piazze forti, e per mantenere cenventimila uomini

a tutela del paese (1807). Vedi THIERS, _Histoire du Consolat et de

l’Empire_, vol. VIII.

[101] L’adulazione postuma, che venne di moda verso il regno d’Italia,

fa esaltare ancora i rendiconti del Prina e le illazioni del Pecchio,

che si appoggia unicamente su quelli, colla fede d’un gazzettiere

ufficiale. Senza cercare altre autorità, adduciamo quella sola del

vicerè, che scriveva a Napoleone il 26 dicembre 1810: «V. M. mi fece

l’onore di ripetermi più volte che diminuirebbe i carichi del suo

regno a misura che s’assoderebbe; e nel lavoro dell’anno passato

mi fece l’onore di dirmi che non avrebbe esatto dal suo regno che

cenventi milioni. Di fatto non è possibile imporgli maggiore aggravio.

L’interruzione totale del commercio, il deperimento delle manifatture

di seta e di cotone, l’annichilamento del prodotto delle dogane sia

pel divieto d’introdurre merci forestiere, sia pel tenue dazio delle

francesi; infine la distrazione di due milioni del prodotto delle

dogane per incoraggiare le manifatture di seta, ordinata da V. M.;

tutto ciò impedisce di ripromettersi un’entrata più considerevole».

[102] Nelle Memorie del principe Eugenio, tom. II, p. 12, riferendosi

l’ammutinamento di Crespino, si dice: _Cette révolte était d’autant

moins motivées, que jamais ce pays n’avait appartenu à l’Autriche_.

Strana ragione davvero, sol conveniente a coloro che dicono, tutto il

liberalismo degli Italiani consistere nel ribramare i Tedeschi quando

sono sotto ai Francesi e viceversa.

E a pag. 179 è la lettera 21 marzo 1806 di Napoleone: _J’ai reçu la

réclamation de la commune de Crespino: je n’entends pas raillerie;

mes drapeaux ont été insultés, mes ennemis accueillis; il faut du sang

pour expier le crime de cette révolte. Si cette Commune veut se laver

de l’opprobre dont elle s’est couverte, il faut qu’elle livre les

trois principaux coupables pour être traduits devant une commission

militaire, et être fusillés avec un écriteau portant ces mots_

Traditori al liberatore d’Italia ed alla patria italiana. _Alors je

pardonnerai à la Commune, et je révoquerai mon décret_.

Dopo la battaglia della Piave, Napoleone scriveva a Eugenio, il 10

maggio 1809: _On dit que l’évêque d’Udine s’est mal comporté: si cela

est, il faut le faire fusiller. Il est temps enfin de faire un exemple

de ces prêtres, et tout est permis au premier moment de la rentrée.

Que cela soit fait 24 heures après la réception de ma lettre, c’est

un exemple utile. S’il est quelqu’autre individu qui se soit mal

comporté, faites-les arrêter. Si Trieste vient à être en votre pouvoir,

imposez-lui 50 millions de contributions, et faites arrêter quarante

des principaux habitants, pour vous assurer du payement. Faites mettre

le séquestre sur tous les navires jusqu’à ce que cette contribution

soit acquittée. Vous suivrez cela à la lettre; j’ai pardonné trop

souvent à cette ville_.

[103] Questo proclama è dato come una scoperta, una rarità in una

storia recente, bassamente adulatrice dell’antico Piemonte (Del

Gualterio). Esso leggesi fin nel Botta: in pieno dominio austriaco io

lo stampai nella _Storia della diocesi di Como_; nè l’Austria se ne

ascondeva, dicendo che tali promesse erano condizionate al ribellarsi

de’ paesi: e questi nol fecero.

[104] Il vicerè annunziò aver perduto duemila combattenti e due

generali feriti; gli Austriaci d’averne uccisi ottomila, preso

quattromila seicensessantasei prigioni, dodici cannoni, mentre essi

perdettero tremila seicento uomini. Il Coraccini parla di dodicimila

Italiani periti. Fu stampata allora una _Histoire de la campagne de S.

A. I. Eugène Napoléon_, in tono così iperbolico, che si dubitò fosse

ironia; e la Corte fece comprare tutti gli esemplari, e ricattare i già

venduti.

[105] Marzio Mastrilli marchese del Gallo, palermitano, era

ambasciatore a Vienna quando nel 1797 si temè che Buonaparte marciasse

contro di essa, e fu spedito a trattare privatamente con quello. Firmò

i preliminari di Leoben, e più conciliativo di Cobentzel, meglio valse

a condur la pace. Ebbe poi gran parte in tutte le vicende seguenti

fino al 1821, quando adoprò a dissuadere Ferdinando dal tradimento di

Lubiana.

[106] È un vastissimo piano di 103 chilometri sopra 50, irrigato da

fiumi, cinto da monti e feracissimo; da Alfonso d’Aragona, verso il

1450, fu concesso in enfiteusi, ed è goduto da pastori, che pagano allo

Stato un canone, fruttante circa sei milioni; e non può esser chiuso da

mura nè siepi, dovendo restar aperto al pascolo vago.

[107] Pasquale Borelli m’assicurò che, come segretario della prefettura

di polizia, aveva dovuto compilare il processo contro un tal Abussi

che, per incarico della polizia, avea scritto finte lettere, sopra le

quali furono condannati alla forca il marchese Palmieri, il figlio del

duca Filomarino ed altri. Capo della commissione straordinaria era lo

storico Colletta.

[108] Vedi la preziosa _Correspondance du roi Joseph_, Parigi 1853, e

specialmente al vol. II, pag. 422-433; e le lettere di Napoleone del

6 marzo, 22 aprile, 31 maggio, 9 agosto, 2 settembre 1806, citate da

Thiers, _Histoire du Consolat_, lib. XXV.

[109] _Correspondance_, tom. II, pag. 131, 810.

[110] _Correspondance_, tom. II. p. 121.

[111] Pag. 127, 230, 417, 418.

[112] È pubblicata nel bullettino delle leggi delle Due Sicilie

del 1808, pag. 146. Confermando i provvedimenti già presi, rendeva

costituzionali il ministero, il consiglio di Stato, e introduceva un

Parlamento di cento membri, divisi in cinque sedili, del clero, de’

nobili, de’ possidenti, de’ dotti, dei negozianti; gli altri a vita;

possidenti e negozianti eleggibili ad ogni sessione; il Parlamento non

propone, ma tratta le materie sottopostegli dagli oratori del Governo;

secrete le tornate; punita la pubblicazione dei dibattimenti e dei

voti.

[113] Nella costituzione siciliana del 1812 leggiamo: «Le angarie e

parangarie, introdotte soltanto dalla prerogativa signorile, restano

abolite senza indennizzo. Quindi cesseranno le corrispondenze di

gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni di

trasportare in preferenza i generi del barone, di venderne con

prelazione i prodotti, e tutte le opere personali e prestazioni

servili, provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono

egualmente aboliti senza indennizzo i diritti privativi e proibitivi

per non molire (_macinare_) i cittadini in altri trappeti e molini

fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che ne’ di

lui alberghi, fondachi ed osterie: i diritti di zagato per non vendere

comestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e

simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile

e forza baronale».

Da qui appaja quante antiche servitù esistessero ancora. David

Winspeare annoverava che nel Napoletano sussistessero 1395 diritti su

cose e persone, quando vi giunsero i Napoleonidi.

[114] Tra il resto, imponeva ai vescovi un giuramento di fedeltà al

re, sino ad obbligarsi di denunziare chi sapessero far trame contro di

esso. È il giuramento che si usa ancora.

[115] «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma,

tutto lo Stato Pontifizio sono in preda alle loro calunnie; il palazzo

apostolico n’è assediato, come fosse un castello munito». Nota del

Consalvi a Talleyrand, 1805.

[116] Lettera da Monaco, 7 gennajo 1806.

[117] Nella vita del cardinale Fesch, scritta dall’abate Lyonnet,

viene raccontato che un Marseria côrso, emissario del ministro inglese

Pitt, venne ad esortar Napoleone primo console a riconciliarsi

con Inghilterra, e insieme dare a questa la pace interna col far

abbracciare il protestantismo alla Francia. Napoleone avrebbegli

risposto che, quanto alle cose del mondo, fidava nella propria spada;

delle cose del cielo toccava a Roma sola il decidere: che del resto una

religione non può crearsi se non montando al Calvario, e ch’egli non

avea di tali voglie.

[118] Napoleone scriveva al vicerè: _J’ai lu votre lettre au pape.

Elle m’a paru fort bien; mais je doute qu’elle produise quelque chose,

car ces gens-là sont ineptes au delà de ce qu’on peut imaginer. Toute

réflexion faite, je n’écrirai pas au pape. Je ne veux pas me jeter dans

les tracasseries avec ces nigauds. Le plus court c’est de s’en passer_.

[119] Di Venezia fu nominato patriarca nel 1811 Stefano Bonsignori,

già vescovo di Faenza, ma fu considerato come intruso; e quando nel

1814 cessò di essere amministratore capitolare, vennero sottoposti a

penitenza quanti da lui aveano avuto il presbiterato; a otto giorni di

esercizj spirituali quelli da lui promossi agli ordini maggiori, a tre

giorni quelli ai minori.

[120] Lettera di Talleyrand al legato Caprara, 28 aprile 1806.

[121] Il Borghese, benchè cognato dell’imperatore, negava cederla,

perchè fedecommessagli; alfine acconsentì, comprendendovi pure i

Monumenti Gabinj: e malgrado la protesta del Governo romano, furono

spediti a Parigi ducencinquantacinque capi d’arte; pagati quattordici

milioni inscritti sul gran libro, o piuttosto ciuquecentomila lire di

rendita, a quanto si disse. Caduto Napoleone, il principe li reclamò;

ma Luigi XVIII non volle rescinder il contratto, e rimasero in Francia.

Dicono che Paolina Borghese posasse avanti il Canova; e avendo una

sua damigella esclamato, — Come! gli steste davanti così nuda?» essa

rispose: — Oh, ma la stanza era calda». I nostri padri la vedeano

talora comparire ad un ballo con un gran manicotto di famosissimo

pelo, ed ivi gettarlo a terra per posarvi i piedi. Delle satire de’

Romani contro di lei alcune sono sanguinose come quella: _Dos ficta,

facies picta, v.... refricta_, e in occasione dei restauri alle ville

Borghesi: _Paulus struxit, Paulina destruxit_.

[122] Napoleone ad Eugenio il 16 agosto 1807: _Le pape est résolu de

m’envoyer le cardinal Litta. Nous verrons ce que ces gens-là veulent

faire. Le cardinal Litta est un des plus mauvais hommes du sacre

Collège. Il passera par Milan. Il faut que le vieux Litta le tance

fortement comme chef de la famille, lui disant qu’ils sont des....;

qu’ils veulent perdre leur temporel: que ce n’est pas le pape qu’on

accusera, mais que le blâmes des hommes sensés en tombera sur les

cardinaux qui le conseillent si mal._

E al 17: _Après les renseignements que j’ai pris sur le cardinal Litta,

je me suis résolus à ne pas l’accepter. Si jamais il avait quittè

Rome, mon intention est que vous lui donniez l’ordre de se rendre dans

les terres de son frère, sans qu’ils puisse retourner à Rome, ni se

rendre en France. Faites-lui écrire par son frère qu’il ferait mieux

de rester tranquille, et de ne pas se mettre avec la tourbe des gens

qui seulement me contrarient: que mon intention, s’ils ne se tiennent

pas tranquilles, est d’envoyer dix-milles hommes à Rome, d’en exiler

à soixante lieues tous le cardinaux turbulents, dont lui, Antonelli et

Pietri sont du nombre_.

[123] Istruzioni segrete di Champagny a M. Alquier, 23 gennajo 1808.

Fino Léfèbvre, _Histoire des cabinets de l’Europe_, cap. 27, che nel

tono consueto de’ Francesi giustifica sempre il forte, qui esclama: —

Fa pena a vedere il padrone della Francia, uomo di tanta forza e tanto

genio, adoprare la bella sua intelligenza a ingannare e abbattere un

vecchio, le cui resistenze provenivano da convinzioni ardenti e da

scrupoli di coscienza, al postutto rispettabili».

[124] Il cardinale Pacca professa che sarebbe stato «lecito di

permettere al popolo di liberarsi da quegl’ingiusti aggressori. Tutte

le leggi naturali, divine ed umane danno il diritto agli oppressi

ingiustamente di respingere la forza colla forza, e di scuotere un

giogo che senz’alcuna ragione fu loro imposto»; _Memorie storiche_,

parte I, cap. 4. E adduce il passo di Wattel: _Qu’un avide et

injuste conquérant subjugue une nation, qu’il a forcée à accepter des

conditions dures, honteuses, insupportables, la nécessité la contraint

à se soumettre: mais ce repos apparent n’est pas une paix; c’est

une oppression que l’on souffre tandis qu’on manque de moyens pour

s’en délivrer, et contre laquelle des gens de cœur se soulèvent à la

première occasion favorable._ Egli reca il viglietto di M. Alquier

al papa quando le truppe occuparono Roma. _Cet événement n’a rien

d’allarmant; je prend sur moi de le garantir. Si les troupes de sa

majesté devaient rester pendant quelques jours à Rome, cette mesure ne

serait que passagère: elle n’offrirait aucune apparence de danger ni

pour le présent, ni pour l’avenir_.

[125] «Ciò permise la Provvidenza per confermare sempre più la divina

lezione data ai papi, ed ai ministri della Chiesa, spesso ripetuta

dalla sacra Scrittura, di non riporre la loro fiducia ne’ principi

della terra». PACCA, _Memorie storiche_, introduzione alla parte II.

[126] Thiers, raccontato l’affare dei cardinali che non comparvero al

matrimonio, e come Napoleone ordinò fossero sporporati, dispersi per

le provincie, sequestrate le rendite loro e fin i beni patrimoniali,

soggiunge: «Non poteasi rispondere con più violenza a un’opposizione

più _imprudente e condannabile_. Fra i tredici cardinali trovavasi

Opizzoni arcivescovo di Bologna. Lo fece chiamare dal vicerè d’Italia,

e minacciare dei più severi castighi se non si dimetteva immediatamente

di tutte le dignità ecclesiastiche. Quest’_ingrato_, colpito di

terrore, diede la dimissione richiesta versando torrenti di lagrime,

e subito lasciò Parigi pel ritiro fra d’esiglio e di prigionia

assegnatogli». _Histoire du Consolat et de l’Empire_, lib. XXXVIII.

(Su ciò vedasi la lettera di Napoleone ad Eugenio 3 aprile 1810, ove

qualifica d’_infame conduite_ quella dell’Opizzoni).

Thiers istesso poco prima, giudicando il blocco, scrive: «Per quanto

violenti fossero i mezzi a cui Napoleone era costretto, l’importanza

dello scopo era sì grande, ch’è forza scusar ciò che e’ fece per

raggiungerlo; anzi il principal suo torto fu di non essere stato

abbastanza perseverante».

[127] Gl’indirizzi furono messi all’indice de’ libri proibiti, con

decreto 30 settembre 1817, avvertendo che erano parte finti, parte

alterati; e tutti, appena i tempi lo permisero, furono riprovati da

quelli di cui portavano i nomi, con lettere ossequiose, spontaneamente

dirette al papa. Vuolsi che i più fossero scritti da un Ferloni, prete

cremonese, autore d’un libro «Dell’autorità della Chiesa secondo la

vera idea che ne ha data l’antichità, libro da cui si dimostra l’abuso

che se n’è fatto e la necessità di circoscriverlo», e che aveva messo

la penna e il talento a servigio del Governo, il quale scarsamente lo

compensò. Spiridione Beroli, vescovo d’Urbino, professò altamente che

la Chiesa universale non può separarsi dal papa. Napoleone contro del

papa era sostenuto dall’ex-vescovo Gregoire, il quale poi tramò la

caduta dell’imperatore, e di questo scriveva che «l’unione delle parole

_machiavellismo, despotismo, tirannia_, non presentano che gl’informi

elementi della scienza infernale, di cui egli perfezionò la teoria e la

pratica».

[128] Il manoscritto di Sant’Elena dice che «per le differenze con

Roma stavano arrestati cinquecento preti». Altre memorie dettate da

Napoleone negano l’autenticità di quello, e li riducono a cinquantatre,

e soggiungono: _Ils l’ont été légitimement_ (Note sul libro dei Quattro

Concordati).

Il ragguaglio più importante di questi avvenimenti sta nelle _Memorie

storiche del ministero, dei due viaggi in Francia, e della prigionia

nel forte di San Carlo a Fenestrelle_, del cardinale Bartolomeo Pacca;

Roma 1828. Egli si dice «indotto a raccontarle perchè gli onest’uomini

esposti a dure e difficili circostanze, apprendano che gli esiglj, i

sequestri dei beni, le prigionie ed altri mali, che tanto ci spaventano

quando ci sono minacciati, allorchè s’incontrano nell’adempimento de’

proprj doveri perdono gran parte della loro amarezza, e sono da altre

consolazioni e dolcezze largamente compensati». Riflette giustamente

che Napoleone all’isola di Sant’Elena continuava lamenti perchè non

potea scrivere o ricevere lettere se non vedute dai ministri inglesi;

e Montholon a nome di lui esclamava: — Questo non si tollererebbe

nemmanco ad Algeri». Eppure Napoleone stesso n’aveva dato l’esempio coi

cardinali deportati e fin col papa.

* Napoleone, nel gennajo 1811, nelle lettere ad Eugenio molto si occupa

delle cose del papa e dei preti. Il 5: «Jeri in Consiglio di Stato

domandai al conte Portalis se conosceva un libello del papa, tendente

a provocare la disobbedienza e il disprezzo dell’autorità. Esitato

alquanto, rispose di sì, ed io lo cacciai dal Consiglio, gli tolsi

tutti gl’impieghi, e l’ho relegato a quaranta leghe da Parigi. Ve lo

scrivo perchè vediate la mia intenzione assoluta di far cessare questa

lotta scandalosa del pretume contro la mia autorità».

Il 6: «A Venezia c’è de’ movimenti: vi si fanno delle scene religiose

inutili. Date ordini e esempj che mettano freno a queste turbolenze».

[129] Del novembre 1809 si ha lettera di Murat all’imperatore, che

lo informa della situazione di Roma: «Non devo dissimularvi ch’essa

soffre. L’assenza del Governo produsse molti infelici: mi accertano che

la sua popolazione scemò di 40,000».

[130] Rapporto di A. De Pastoret _sulla situazione degli Stati romani

nel giugno_ 1809.

[131] Per la storia nostra militare vedansi VACANI, _Gl’Italiani in

Ispagna_; LAUGIER, _Guerre degli Italiani_; ZANOLI, _Della milizia

cisalpina_; e le biografie del Fontanelli, del Pino, di altri.

Fra i prodi distinguono Bernardo Rossi, proletario bergamasco, che

combattendo in Italia e in Germania, salì grado grado, e divenne

capitano e cavaliere in Ispagna, ebbe gran parte all’assedio di

Tarragona e alla presa del forte Olivo, dove la divisione italiana

si segnalò con Palombini, Bertoletti, Banco, Severoli, Mazzuchelli,

Vacani, Bianchetti, Santandrea, Ceroni, Peyri, poi in Russia e nelle

ultime fazioni in Italia. Giovanni Ettore Martinengo Coleoni, versato

nell’architettura militare, servì la Prussia, poi la rivoluzione

francese nelle armi e nella diplomazia; presentò a Melzi una memoria

sul rendere indipendente l’Italia; poi corteggiò Napoleone e fu

capitano della guardia d’onore, senatore, ciambellano.

I coscritti dei quattordici dipartimenti franco-italiani salirono a

censessantaquattromila; altrettanti in circa quelli dei ventiquattro

dipartimenti italiani: trentamila furono dati dal regno di Napoli: onde

sarebbero trecensessantamila i soldati che la Penisola nostra diede

alla grand’armata dal 96 al 14.

[132] Eugenio scriveva a Napoleone il 20 ottobre 1810: _Sire, j’ai

l’honnenr d’adresser à V. M. deux tableaux; l’un indiquant le nombre

des conscrits réfractaires de ces quatre dernières années, se montant à

22,227 hommes; l’autre indiquant les déserteurs, dans le même temps, et

porté à 17,750: total 39,977 hommes. Ce résultat est affligeant. L’on

emploie tous les moyens pour l’empêcher ou y remédier.... On arrête

journellement de ces déserteurs. La totalité se monte à plusieurs

milliers par an. On est peiné d’être obligè de porter une condamnation

aux fers envers une quarantaine de mille individus_.

[133] ZANOLI, op. cit., tom. II, p. 205. Egli computa che, per numero

medio, durante il regno d’Italia perissero 7337 uomini all’anno, cioè

in tutto 124,729, sopra la popolazione media d’un dieci milioni e

mezzo; e vi si spendessero 723 milioni, oltre le esazioni forzose e

i 30 milioni annui tributati alla Francia. I dipartimenti aggregati

alla Francia diedero 164,000 coscritti. Secondo lui, le truppe che

mossero dal regno d’Italia furono 27,397, cavalli 9040, e tutto il

corpo franco-italiano 52,000 uomini. Egli calcola i soldati del regno

d’Italia periti in quella guerra 26,597, tutti i 9040 cavalli, 58

cannoni, 391 cassoni di munizione, 702 carriaggi di trasporti: ma altri

elevano molto di più queste cifre. La gazzetta di Pietroburgo stampò il

prospetto di uffiziali prigionieri 6000, soldati prigionieri 130,000,

cadaveri bruciati da Mosca a Wilna 308,000, cannoni avuti in mano 900,

fucili 100,000, carri, cassoni, vetture 25,000. È probabile v’abbia

esagerazione,

Napoleone diceva a Metternich che, nella guerra di Russia, perirono

200,000 uomini, però (soggiungeva) molti erano tedeschi.

[134] Realmente i battaglioni nostri non contavano meglio di venti

uomini d’ogni grado. _Mémoires du prince Eugène_, IX. 104. Le relazioni

d’allora, e massime quelle del Vaudencourt, come pure il Du Casse nelle

Memorie del principe Eugenio, sprezzano assai le truppe italiane, fino

a dire che unico loro incoraggiamento era la speranza di arricchirsi,

come nella Spagna. Del generale Lechi fanno unico vanto la bella

presenza, e gli attribuiscono i disastri del 1813. Pino è qualificato

come negligente e pusillanime a segno, che il vicerè, per risparmiargli

l’affronto di torgli il comando, lo indusse a domandare un congedo a

titolo di salute.

Nelle istruzioni che mandava al vicerè nel novembre 1813, Napoleone

scriveva: «Il vicerè può avere grande confidenza in Zucchi. Io ne fui

contentissimo. Non bisogna dar credito a Pino, bensì elevare Palombini

e Zucchi, e sostenere Fontanelli. Il nemico cerca guadagnare i generali

stranieri che noi abbiamo innanzi. I tre che indico bisogna avanzarli,

e annichilar Pino».

[135] La fortezza di Mantova era comandata da Julien di Tolosa,

generale di brigata al servizio italiano, che credesi autore del

libretto _Dernière campagne de l’armée franco-italienne en Italie_.

[136] Che i bullettini mentiscano è convenuto. Ma Napoleone, in lettera

privata a Eugenio, da Dresda il 30 agosto scriveva: «Ho battuto il

grand’esercito degli alleati, ch’era di ducento mila uomini, di cui

ottantamila russi: gli ho preso trentamila uomini, trenta bandiere,

cinquanta bocche di cannone, e ottocento cassoni di munizioni e vetture

di bagagli. Fuggì spaventato in Boemia, e lo fo inseguire vivamente».

E il 17 novembre: «Figlio mio, voi avete ancora un bell’esercito, e se

vi unite cento cannoni, il nemico è incapace di forzarvi. Non si tratta

che di guadagnare tempo. Io qui (a Parigi) ho seicentomila uomini in

movimento: ne riunirò seicentomila in Italia. Vo a provvedere acciocchè

i vostri quadri siano completi di novecento uomini ogni battaglione».

Informato il giorno stesso delle strettezze dell’esercito italiano,

scriveva ad Eugenio: «Non bisogna abbandonar l’Adige senza una gran

battaglia. Le grandi battaglie si guadagnano coll’artiglieria». Ciò

parrebbe smentire l’ordine dato a Eugenio d’abbandonare l’Italia e

recarsi sull’Alpi, l’avere disobbedito al quale viene gravemente

imputato al vicerè. È però vero che al 24 gennajo Napoleone gli

ordinava, caso che i Napoletani si dichiarassero nemici, di portarsi

alle Alpi con tutto l’esercito. Il 18 febbrajo informava Eugenio

d’aver distrutto l’armata di Slesia composta di Russi e Prussiani,

cominciato jeri a battere Schwarzenberg: in quattro giorni fatto trenta

o quarantamila prigionieri, una ventina di generali, cinque a seicento

uffiziali, cencinquanta a ducento cannoni, e immensi bagagli, _senza

quasi perder uomo_.

[137] Una brigata di giovani componea sibilloni, che furono poi

stampati nel 1815.

[138] Eugenio scriveva alla moglie il 26 novembre 1813 che ad Aldini

aveva l’imperatore detto: «Finalmente farò la pace: devo rinunziare

al sistema continentale, cederò anche all’Austria il Veneto; ma in

ricambio l’Italia avrà il Piemonte, e la Francia resterà ne’ suoi

confini naturali. Il regno d’Italia sarà dichiarato indipendente».

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 26 / 28 题