NOTE:

[1] Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che

le persone della stessa professione possano avere interessi comuni.

[2] Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro

costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau,

o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al

vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie

di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa

de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la

vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie

a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma

sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte

de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare

della sua persona».

[3] _Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia

comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria_. Breve 31

agosto 1793.

[4] Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville,

recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi

Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e

dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena.

[5] Allocuzione 17 giugno 1793.

[6] Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il

quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi

a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa,

che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato

invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi

alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti:

Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle

sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad

assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si

canta il _Tedeum_; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si

uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a

domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi

prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un

Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi

se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria

amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti.

Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i

Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico

quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione,

volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero

dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese,

così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme

e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt

mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la

guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità

nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la

Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava

tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero

il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado

non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata

venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma

pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di

Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa;

perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato

per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile

menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse,

e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran

famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei

ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e i

_bravi briganti dell’armata di Valchiusa_, com’erano intitolati nei

proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario

voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il

popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una

volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo

l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che

invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja.

Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano

«la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale

esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non

della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che

«bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla

che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi

avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del

diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra

gli uomini».

[7] Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita

nell’_Investigateur_ del 1855, le relazioni sopra quella campagna sono

molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia

de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari

esteri, scriveva a Montesquiou: _La retraite subite des troupes du

roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses,

donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les

précautions_.

Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre,

e scrisse un’_Adresse de quelques parents des militaires savoisiens

à la Convention Nationale_, ove, dopo detto che le truppe _dans une

honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur_,

soggiunge: _Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être

inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des

événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur.

Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs

bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté

par tant d’hommes inconsidérés_.

Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard,

che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi i _Mémoires

historiques sur la Maison de Savoie_ (Torino 1816), e altre opere,

fra cui merita attenzione il _Saggio sull’eloquenza militare_. Nella

spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse

quel bellissimo _Discours à madame la marquise de C... sur la vie et la

mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux_.

Sull’_Investigateur_ di Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero

alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di

Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila

migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi;

il sale a due soldi la libbra. COSTA DE BEAUREGARD, _Mém. historiques_

precitate, vol. III.

[8] Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’_ex-marchese_ Gorani scriveva

consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come

quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il

Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando

della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria

Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di

Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e

d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render

navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè

invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano

veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar

l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la

popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in

ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in

un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa

contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le

fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei

quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco

senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate,

sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si

getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia,

potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le

truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli

affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina».

Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo!

[9] Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati

austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli

a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini; _mais vous

savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie

sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez

que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que

toutes les autres troupes de l’Europe_. PINELLI, _Storia militare

del Piemonte_, documento IV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a

giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò

Dumas.

Il libro _Victoires et conquêtes des armées françaises_ esagera

stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per

esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi,

quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in

tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre

le perdite dei nostri.

[10] «Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore

a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza

tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori

diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria;

cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un

esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal

suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina,

l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un

popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi

per timore del castigo». PIETRO VERRI _mss_.

[11] Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che

Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo

Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i

miglioramenti che esso introdusse nel ducato.

[12] Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone

descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati

il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione

gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento

soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il

castigo. _Mémoires de Sainte-Hélène_, tom. IV. p. 280.

[13] Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col

Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni

improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che

quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo

lento declamare.

[14] Notificazione del comitato centrale di polizia, 14 brumale, anno V.

[15] Vedasi _Mémoires et correspondance du roi Joseph_. Parigi

1853. Al 10 dicembre Buonaparte scriveva a questo: — La pace con

Parma è fatta. Torna al più presto; metti sesto ai nostri affari

domestici, principalmente alla nostra casa (in Corsica), che per

tutte le evenienze desidero sia capace e degna d’esser abitata:

bisogna rimetterla nello stato di prima, attaccandovi l’appartamento

d’Ignazio».

[16] _Correspondance de Bonaparte_, tom. II. p. 518.

[17] Il pittore Gros ricusò le offerte de’ Perugini, pur promettendo

levare sol due o tre quadri.

[18] Era console allora Antonio Onofrio, sul cui mausoleo nella pieve

fu poi scritto Patri patriæ.

[19] _Raccolta cronologica dei documenti veneti_, tom. II. part. II.

[20] Forfait, nell’_Extrait d’un Mémoire sur la marine de Venise_,

espose le forze di questa al suo cadere; ma più attendibile ci pare il

quadro esibito dal Tonello nelle _Lezioni intorno alla marina_, Venezia

1829, e ch’è siffatto:

Vascelli da 70 cannoni Nº 10

» da 66 » 11

» da 55 » 1

Fregate da 42 a 44 » 13

» da 32 » 2

Galere » 23

Bombarde » 1

Cutter » 2

Barche cannoniere, armate di un cannone da 4, e

quattro da 6 » 16

Brich da 16 a 18 cannoni » 3

Golette da 16 » 1

Galeotte da 30 a 40 remi » 7

Sciabecchi » 7

Feluche » 5

Barche obusiere armate con due obici da 40 o da

50, e quattro cannoni da 6 » 31

Galleggianti sulle botti, armati con due cannoni

da 30 » 10

Passi, armati d’un cannone da 20 o quattro da 6 » 40

Batteria galleggiante di sette cannoni da 50 sul

perno, detta Idra » 1

Baraguay-d’Hilliers, il 16 maggio 1797, scriveva a Buonaparte: —

Ho visitato l’arsenale, e l’ho esaminato minutamente; è uno de’ più

belli del Mediterraneo, e c’è dentro ogni cosa a proposito per armare

in due mesi e colla spesa di due milioni un’armata da sette ad otto

vascelli da settantaquattro, sei fregate da trenta a quaranta, e cinque

cutter. C’è un’immensa artiglieria sì di ferro che di bronzo, fonderie,

legnami, una corderìa superba, cantieri sommamente belli. I fondachi

sono zeppi di legnami, di canapa, di ferro, di catrame, di sartiame e

di tele. Ci sono circa due mila fucili, seimila pistole d’arcione, e

pezzi per montarne altri assai, e tutti i lavorieri sono nel massimo

buon ordine».

Nell’arsenale aveasi una preziosa raccolta d’armi vecchie; e parchi di

ben 5293 bocche da fuoco, delle quali 1518 di bronzo; inoltre ne’ forti

di Venezia, di terraferma, di Levante e sulle navi, non contando le

piazze dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania, v’erano pezzi 4468,

di cui 1925 di bronzo. Vedasi da ciò quale depredamento fecero gli

avvicendati conquistatori.

Dopo tanto rubare che fecero i Francesi, dopo aver mantenuto diciotto

mesi l’esercito, collo sperpero che si suole, l’erario veneto potè

sussidiare tutte le città di terraferma più devastate dai Giacobini, e

diede per provvedere l’esercito francese a

Verona ducati 2,070,026

Brescia » 200,010

Padova » 800,781

Vicenza » 52,332

Crema » 21,000

Feltre » 7,000

Treviso, Belluno, Ceneda, Cadore,

Pordenone » 91,026

Cividal del Friuli » 4,000

Oderzo » 5,000

Asolo » 10,000

Conegliano » 39,000

Bassano » 70,976

_Quadro economico delle rendite straordinarie, percepite dal

veneto aristocratico Governo dal 1º giugno_ 1796 _fin al cadere

dell’aristocrazia_. Italia 1799.

Sei erano le grandi confraternite di Venezia, dotate di amplissimi

privilegi, e che dai ricchi erano lasciate amministratrici de’ legati

che istituivano pei poveri. L’annuale loro guardian grande avea dignità

pari ai procuratori di San Marco. La più insigne era quella di San

Rocco, che disponeva dell’annua rendita di sessantamila ducati in

beneficenze, massime pei carcerati e gli appestati. In tempo di guerra

mantenea molti soldati ai servigi della repubblica; per questa si fece

garante di un prestito di sei milioni di ducati; avea ottocentomila

ducati a censo nella zecca; e negli ultimi disastri diede diciottomila

oncie d’argento, un dono di cinquantamila ducati, e garantì la

repubblica per un prestito di ducati ducentomila. Tutto perdette nella

rivoluzione.

[21] _Mémoires de Sainte-Hélène_.

[22] Mutinelli ebbe la pazienza di notare che, negli otto giorni che

i quaranta elettori stettero in conclave per eleggere l’ultimo doge,

si spese in pane, vino, olio, aceto lire 129,421; in pesce 24,410; in

carni, polli, selvaggina 23,360; in salami, salciciotti, prosciutti

3980; in confetti e candele di cera 47,660; in vini, caffè, zuccaro

63,845; in frutti, fiori, condimenti 6314; in masserizie da cucina,

legna, carbone 31,851; per guasto di mobili noleggiati 41,624; per

spese minute 108,910; stuzzicadenti 25: tabacco 4931; carte da giuoco

200; altri giuochi 606; berrette di notte 506; calze e borse di seta

nera per la coda 64; tabacchiere 3067; pettini 2150; essenze 182.

[23] Avea promesso salvar Venezia se gli pagassero ducentomila ducati;

Buonaparte sventò il negozio, e Venezia perì. Ma l’ambasciadore Querini

aveva già emesso obbligazioni per quei seicento mila franchi, e caduta

Venezia, non potè pagarle, onde fu messo prigione a Milano, ma riuscì a

fuggire.

[24] Leggendo la _Correspondance inédite_ di Napoleone col Direttorio,

ogni onest’uomo freme al vedere que’ disegni prestabiliti d’iniquità,

che appena sarebbero compatibili nel calore della guerra; e gl’Italiani

sempre vilipesi come la peggior canaglia: _Venise va en décadence

depuis la découverte du cap de Bonne Espérance et la naissance de

Trieste et d’Ancône; elle peut difficilement survivre aux coups que

nous venons de lui porter; population inepte, lâche, et nullement

faite pour la liberté. Sans terre, sans eau, il parait naturel qu’elle

soit laissée à ceux à qui nous donnons le continent. Nous prendrons

les vaisseaux, nous dépouillerons l’arsenal, nous enlèverons tous les

canons, nous détruirons la banque, et nous garderons Corfou et Ancône_.

26 maggio 1797.

[25] Il maresciallo Marmont nel vol. I, p. 36 delle sue Memorie

(Parigi 1857), racconta che i Veneziani mandarono Dandolo ed altri

al Direttorio per lamentarsi del turpe mercato di Buonaparte, e che

questo, prevedendo come un tal passo sarebbe stato la sua ruina,

spedì Duroc dietro alla deputazione, e se la fece condurre a Milano.

_J’étais_ (soggiunse) _dans le cabinet du général en chef quand

celui-ci les y reçut: on peut deviner la violence de sa harangue.

Ils l’ecoutèrent avec calme et dignité, et quand il eut fini, Dandolo

répondit. Dandolo, ordinairement dénué de courage, en trouva ce jour-là

dans la grandeur de sa cause. Il parlait facilement: en ce moment il

eut de l’éloquence. Il s’étendit sur le bien de l’indépendance et de

la liberté, sur les intérêts de son pays et le sort misérable qui lui

était réservé; sur les devoirs d’un bon citoyen envers sa patrie.

La force de ses raisonnements, sa conviction, sa profonde émotion

agirent sur l’esprit et sur le cœur de Buonaparte au point de faire

couler les larmes de ses yeux. Il ne répliqua pas un mot, renvoya les

députés avec douceur et bonté, et, depuis, a conservé pour Dandolo

une bienveillance, une prédilection qui jamais ne s’est démentie: il

a toujours cherché l’occasion de le grandir et de lui faire du bien:

et cependant Dandolo était un homme médiocre: mais cet homme avait

fait vibrer les cordes de son âme par l’élévation des sentiments, et

l’impression ressentie ne s’effaça jamais. Celui qui pouvait éprouver

de pareilles émotions, et garder de semblables souvenirs, n’était pas

assurément tel que tant de gens ont voulu le représenter_.

Questo Dandolo non appartiene all’antica nobiltà: era un chimico, che

salì poi ad alti posti ed ebbe il titolo di conte come senatore del

regno.

[26] Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana;

ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno.

Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose

patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di

lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma

legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin

aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo

stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il

cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un

orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì

nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati

da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura

col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti.

De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nel MUTINELLI, _Ultimi

cinquant’anni_, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario

Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le

suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece

altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi

manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da

Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola.

[27] Berthier scriveva al Direttorio: _Je n’ai pu réussir_, COMME VOUS

M’EN AVIEZ CHARGÉ _par votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des

marguerites_.

[28] Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della

dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως

τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856.

[29] A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi

fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine.

[30] Lettera del 5 messidoro anno IV.

Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i

tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del

Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento

dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben

ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti,

sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli

è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un

Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione

coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni

continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse

odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che,

non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge

che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo

castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità

della sua patria».

Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò

a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua

rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque

appartengano, i grand’uomini devono essere onorati»

Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia,

del 22 piovoso anno VII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio,

del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera

usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la

guardia, e a pagar doppia tassa come _così detti preti_.

[31] Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano,

Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva:

«Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati

del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una

repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini,

coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’

Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria,

di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La

nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle

teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi

loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè

si dissimuli la meta a cui sono incamminati». _Mém. du comte_ MIOT DE

MELITO, tom. I. p. 163.

[32] Di que’ Governi esponemmo i disordini nella _Storia della città e

diocesi di Como_, lib. IX.

[33] Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla

Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava

nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si

tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere,

vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama

annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso

molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà

per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un

istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve

Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più

di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza

repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj

d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore

la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando

esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di

non volersi immischiare in oggetti politici.

«I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere

dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano

pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande,

gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia

il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano

le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte

de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia,

alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano

all’unissono da mille canti.

«L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova

dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni

ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali

dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale

Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne

appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a

formar patere e vasi per la Dea Cloacina.

«Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro

d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di

altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali

in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto

del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in

Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale

esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di

venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura

la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu

accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti,

che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro

d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale

di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte.

«Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane!

«Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero

quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi

nipoti».

[34] _Moniteur_, anno VI, nº 167.

[35] Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il

debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare

da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva,

che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni

sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna

degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi

560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517.

Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici

milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero

pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si

ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato

papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di

settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità,

mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto

V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i

cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano

precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La

succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso.

Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue,

si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni,

spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali

il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo,

quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie

degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento,

e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio

Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente

legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro,

105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un

ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in

oro.

Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e

principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore

la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran

parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti

d’argento giojellati.

Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva

e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza

Navona, e che si valutava da 174,000 scudi.

Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con

255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta

del Governo.

Al fine del III vol. della _Correspondance de Napoleon I_, che si

pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da

Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier.

[36] TAVANTI, _Fasti di Pio VI_.

[37] Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, in DE POTTER, _Vie de Ricci_.

A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale

Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli;

e innocenti ben più che malfattori.

[38] I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari

genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna

dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di

obbedire».

[39] _Correspondance de Napoléon I_, t. IV. p. 14.

[40] Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina

confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di

franchi.

* Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando

IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone

Savarese _Sulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799,

e ritirate nel 1800_. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano

fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista;

comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di

ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le

sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno

se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero

accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre

e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la

guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore

delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa

di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio

fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano,

come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo

ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli

averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti

milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo

del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le

finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto

suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono

cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta

d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle

premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non

voler trarre un utile privato da una pubblica sventura.

[41] Perchè non si vantino d’originalità i nostri contemporanei, ecco

il proclama che allora divulgò:

«Championnet generale in capo dell’armata di Napoli a tutti gli

abitanti del fu regno napolitano.

«Siete liberi finalmente; la vostra libertà è il solo prezzo che la

Francia vuol ritrarre dalla sua conquista, e la clausola del trattato

di pace, che l’armata della Repubblica giura solennemente con voi

fin dentro le mura della vostra capitale, e sopra il trono rovesciato

dell’ultimo re vostro.

«Guaj a chiunque rifiuterà di segnare con noi questo onorevole patto,

in cui tutto il frutto della vittoria è pel vinto, e che altro non

lascia al vincitore, che la sola gloria d’avere consolidata la vostra

felicità! sarà egli trattato come un pubblico nemico, contro del quale

noi restiamo armati. — Se si trovano dunque fra voi persone di cuore

così ingrato da rigettare la libertà, che abbiamo loro conquistata

a prezzo del sangue nostro; se si trovano uomini così insensati da

richiamare un re decaduto dal diritto di comandarli mercè la violazione

del giuramento che aveva di difenderli, fuggano eglino sotto le

bandiere disonorate dello spergiuro, la guerra contro di loro è a morte

ed esterminati saranno.

«Repubblicani, la causa per la quale avete così generosamente sofferto

è finalmente decisa: ciò che non aveano potuto terminare le brillanti

vittorie dell’armata d’Italia, ciò che aveano sì lungo tempo ritardato

gl’interessi pubblici dell’Europa intiera, ciò che aveano sospeso le

speranze d’una pace generale, ciò che avevano impedito fino a questo

giorno la religione dei trattati, ed il timore d’una nuova guerra:

l’acciecamento dell’ultimo re l’ha felicemente operato. — Accusi egli

dunque solamente il proprio orgoglio insensato e l’audacia della sua

oppressione, della felicità dei vostri destini e delle sue disgrazie:

ma sia egli giustamente punito colla perdita di una corona che ha

disonorata, e col rammarico di avervi egli medesimo resi liberi, e aver

attaccato contro la fede dei giuramenti una nazione alleata, e d’aver

voluto rapire la libertà ad un popolo vicino.

«Il sentimento d’una felicità tanto inaspettata non sia in voi per

niun modo avvelenato da alcun timore. L’armata che comando resta fra

voi per difendervi: perderà essa financo l’ultimo de’ suoi soldati,

e spargerà fino l’ultima goccia del suo sangue pria di soffrire che

l’ultimo vostro tiranno conservi nè tampoco la speranza di rinnovare

le proscrizioni delle vostre famiglie, e di riaprire le prigioni oscure

nelle quali vi ha fatto gemere per lungo tempo.

«Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di

Napoli, e ciò che in sequela dell’impegno solenne che essa prende di

morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi

che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri

diritti, che essa ha conquistati per voi. — Si rassicuri dunque il

popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi

sui diritti della sua proprietà: un grande interesse ha stimolato i

tiranni a grandissimi sforzi che hanno fatto per calunniare agli occhi

delle nazioni i sentimenti e la lealtà della nazione francese; ma pochi

giorni sono necessarj ad un popolo tanto generoso per disingannare gli

uomini creduli delle odiose presunzioni di cui si serve la tirannia

per condurli ad eccessi deplorabili. — L’organizzazione della rapina,

e dell’assassinio dall’ultimo re vostro immaginata, e da’ suoi agenti

perversi eseguita, quale un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose

e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagione del

male facile cosa sarà arrestare gli effetti e di riparare a queste

conseguenze.

«Che le autorità repubblicane, che saranno create, ristabiliscano

l’ordine e la tranquillità su le basi d’un’amministrazione paterna,

dissipino gli spaventi dell’ignoranza, e calmino il furore del

fanatismo con un zelo eguale a quello ch’è stato impiegato dalla

perfidia per inasprirli ed irritarli, ben presto la severità della

disciplina, che si ristabilisce con tanta facilità nelle truppe d’un

popolo libero non tarderà di mettere un termine ai disordini provocati

dall’odio, e che il diritto di rappresaglia ha permesso di reprimere.

«Fatto in Napoli il cinque piovoso anno VII (24 gennajo v. st.).

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 25 / 28 题