[139] La difesa di Genova e della Riviera furono affidate al barone

Maurizio Fresia di Saluzzo, che combattè tutte le guerre del secolo, fu

anche governatore di Venezia, e morì il 1827.

[140] Beauharnais, il 29 novembre 1813, scriveva a Ortensia in

lettera evidentemente destinata ad esser mostrata: _Ma bonne sœur...

Un parlementaire autrichien a demandé avec instance à me parler...

Il était chargé de la part du roi de Bavière de me faire les plus

belles propositions pour moi et pour ma famille, et assurait d’avance

que les souverains coalisés approuvaient que je m’entendisse avec

le roi pour m’assurer la couronne d’Italie. Il y avait aussi un

grand assaisonnement de protestations d’estime... Tout cela était

bien séduisant pour tout autre que pour moi. J’ai répondu à toutes

ces propositions comme je le devais, et le jeune envoyé est parti

rempli d’admiration pour mon caractère, ma constante fermeté et mon

désintéressement: j’ai cru devoire rendre compte de tout à l’empereur,

en omettant toutefois les compliments qui ne s’adressaient qu’à

moi... Ce qui pour moi est la plus belle des récompenses, c’est de

voir que, si ceux que je sers ne peuvent me refuser leur confiance

et leur estime, ma conduite a pu gagner celle des ennemis. Adieu,

ma bonne sœur, je ne saurais assez te dire combien je suis heureux

des sentiments de ma femme en cette circonstance. Elle a tout-à-fait

suspendu ses relations directes avec sa famille depuis la déclaration

de la Bavière contre la France, et elle s’est réellement conduite

divinement pour l’empereur._

Nei patti che proposero a Napoleone gli Alleati da Chatillon, v’era che

l’Italia restasse indipendente, data ad Eugenio colle isole Jonie.

Su questi atti di Beauharnais sparsero luce le sue Memorie, stampate

nel 1858, per quanto parziali.

[141] La reggenza del Governo provvisorio.

Le armate delle alte Potenze coalizzate entrano nel territorio

italiano; vogliono l’ordine e la felicità della nazione. Italiani, voi

avete sviluppato il nobile carattere vostro; ed il generale sentimento

dell’amore per la patria ha escluso la possibilità di opposti partiti.

L’interesse privato è intieramente dimenticato da ciascuno di voi;

il riposo, la tranquillità, la brama d’un saggio Governo indipendente

stanno fissi nel cuore di tutti; nè vi è Italiano, il quale non senta

il bisogno d’un nuovo ordine di cose.

Le alte Potenze coalizzate non ad altro fine hanno impugnate le armi se

non per il bene de’ popoli, nè giammai si è combattuto con principj più

virtuosi...

Secondate, o Italiani, queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete

come veri liberatori i militari che hanno esposti se stessi per il

vostro bene, accoglieteli coll’affettuosa ospitalità a loro dovuta.

Il trasporto della pubblica esultanza sia vivace, ma tranquillo e

dignitoso...

La reggenza conscia delle intenzioni dei nostri liberatori, è persuasa

che la dovuta riconoscente accoglienza della capitale sarà di nobile

esempio a tutto il regno. Milano, 27 aprile 1814.

_Verri_ presidente-_-Giulini Giorgio — Borromeo Giberto — Mellerio

Giacomo — General Pino — Mazzetta Giovanni — Strigelli_ segretario.

La reggenza del Governo provvisorio.

La rappresentanza nazionale ha esternato il suo voto per l’indipendenza

del regno d’Italia, e per una costituzione, le cui basi liberali

saggiamente contrabbilancino i rispettivi poteri.

I desiderj del popolo italiano non potevano non esser conformi al

principio, che l’indipendenza è il primo bene e la principale sorgente

della felicità di uno Stato. La deputazione, al cui patrio zelo la

reggenza ha confidato il sacro deposito dei voti della nazione, gli

avrà già manifestati alle alte Potenze alleate.

Spagna, Francia, Olanda attestano nei trasporti della loro riconoscenza

che la magnanimità delle alte Potenze alleate ha sostituito, con nuovo

genere di trionfo, alla sanguinosa gloria delle conquiste quella ben

più reale e durevole di ristabilire la felicità de’ popoli col mezzo

d’istituzioni sagge e liberali. Italiani, vorreste voi obliare questi

numerosi esempj di generosità a segno di temere che per voi soli le

alte Potenze alleate ricusino di essere magnanime, di far risorgere la

vostra nazionale indipendenza?

Le negoziazioni che saranno già intraprese, sono dirette da

concittadini che, circondati dalla pubblica confidenza, hanno e lumi e

zelo pari all’eminente oggetto della loro delegazione. Il loro unanime

interesse è identico col vostro, che è pur quello della reggenza.

Mentre le alte Potenze stanno compiendo la grande opera, rimanetevi

dunque in quel dignitoso contegno di calma che si conviene ad un

popolo, il quale attende i suoi destini da nazioni che l’Europa tutta

venera ed ammira come suoi liberatori. Milano, 4 maggio 1814.

_Verri_ presidente, ecc. ecc.

[142] Erano Marcantonio Fe, Federico Confalonieri, Alberto Litta,

Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani, Somaglia, Sommi, Ballabio:

segretario Giacomo Beccaria. Le loro domande portavano: I. Indipendenza

assoluta del paese, il quale abbia la maggior estensione possibile; II.

Costituzione liberale, fondata sulla divisione del potere esecutivo,

legislativo, giudiziario, e sull’intiera indipendenza di quest’ultimo;

una rappresentanza nazionale faccia le leggi, regoli le imposte; sieno

assicurate la libertà individuale, la libertà di commercio, la libertà

della stampa; i pubblici impiegati sieno sottoposti a sindacato; III.

Tale Costituzione sia fatta dai collegi elettorali, eretti in assemblea

costituente; IV. Si preferisca un Governo monarchico ereditario. Quanto

alle maggiori guarentigie, non si era creduto «conveniente di legar le

mani alle Potenze alleate».

[143] Vedi l’allocuzione 21 marzo 1813.

[144] Al congresso di Vienna erano rappresentanti del pontefice il

cardinale Consalvi; del re di Sardegna il marchese di Sanmarzano e

il conte Rossi; di Gioachino il duca di Campochiaro e il principe

di Cariati; di Ferdinando di Sicilia il conte Ruffo, il duca Serra

Capriola, il cavaliere Medici; della Toscana Neri Corsini; di Modena il

principe Albani; di Luigia di Parma lo spagnuolo Labrador; di Genova

il marchese Brignole Sale; del principe di Piombino il giureconsulto

Verra; di Lucca il conte Mansi.

[145] Furono il generale Teodoro Lechi, il tenente colonnello

Gasparinetti, l’ispettor generale Demester, Ragani caposquadra,

Lattuada, Brunetti, Cavedoni, Pagani, Gerosa, Caprotti, Marchal,

Varesi, tutti uffiziali; i professori Rasori, Gioja ed altri. Dopo

tre anni di processi furono condannati a morte, commutata in carcere

temporario.

[146] Carolina coi figli abitò Trieste, poi morì a Firenze il 1839.

Luciano che era accorso da Roma ad offrire i proprj servigi al reduce

fratello, al cadere di questo tornò a Roma, e nel suo principato di

Canino scoprì le necropoli e i vasi che innovarono la storia delle

belle arti etrusche, e raccolse un insigne museo, che poi vendette

al britannico: morì nel 1840, e suo figlio Carlo meritò nome fra i

naturalisti, poi fra i rivoluzionarj (-1857), e Luigi fra i chimici.

Re Giuseppe, dopo i disastri di Waterloo ricoverò a Nuova York, poi a

Firenze col nome di conte di Survilliers, e vi morì nel 1844. Ivi pure

morì re Luigi il 25 luglio 1846; e suo figlio Luigi, dopo vicende da

romanzo, rinnovò l’impero francese. Girolamo, già re di Westfalia, morì

capo dell’Ospizio degli Invalidi a Parigi; suo figlio rimane famoso col

nome di principe Napoleone. Madama Letizia, madre di cinque regnanti,

visse in Roma fino al 2 febbrajo 1836. Felice Baciocchi, principe di

Lucca, morì a Bologna il 1841. Beauharnais ebbe rendita di sei milioni,

e dal re di Baviera il principato di Eichstädt, ove fece moltissimi

miglioramenti: visse fin al 1824, e di Amalia sua moglie restò cara

ricordanza fra gli Italiani, che sempre ben accolse anche a Monaco.

Una loro figlia sposò il principe reale di Svezia, e si assise su quel

trono (-1876); l’altra il duca di Braganza; un figlio sposò la regina

di Portogallo; l’altro la primogenita dell’imperatore Nicolò di Russia.

[147] Gli alleati aveano imposto a Ferdinando di dare al principe

Eugenio un distretto di cinquantamila abitanti! che fu cambiato

in cinque milioni di lire. Anche a carico del papa si mantenne il

ricco appanaggio d’Eugenio nelle Marche, mascherandolo col titolo

d’enfiteusi, redimibile per 3,170,000 scudi. Ferdinando regalò

splendidamente i cooperatori della sua restaurazione: al generale

Bianchi il titolo di duca di Casa Lanza con novemila ducati annui; a

Metternich il titolo di duca di Portella con sessantamila; altrettanti

a Talleyrand col ducato di Dino; seimila ducati annui al cavaliere

Medici; altrettanti al plenipotenziario Alvaro Ruffo; duemila all’altro

plenipotenziario Serra Capriola; le quali rendite furono capitalizzate

con 1,010,722 ducati. Vedi il rapporto del ministero delle finanze al

Parlamento in ottobre e dicembre 1820.

[148] Secondo un articolo addizionale e separato del 20 maggio 1815,

nel caso che il ducato di Parma ricada all’Austria, la città e fortezza

di Piacenza con un circondario determinato spetta al re di Sardegna.

Il 28 novembre 1844 a Firenze fra i duchi di Lucca e Modena, il

granduca di Toscana, il re di Sardegna e l’imperatore d’Austria fu

conchiuso cambio di varie porzioni di Stati, per meglio arrotondarsi

quando avvenisse il passaggio del ducato di Lucca alla Toscana, e

di Parma e Piacenza all’infante di Spagna. La Toscana conserverà i

vicariati di Barga e Pietrasanta, e al futuro duca di Parma cederà

Pontremoli, Bagnone e le terre annesse di Lunigiana. Il duca di Parma

cederà a quello di Modena il ducato di Guastalla e la lingua di terra

parmigiana sulla destra dell’Enza. L’imperatore riconosce la cessione

del ducato di Guastalla; e il diritto di riversibilità che gli competea

su quello, e sul territorio oltr’Enza, lo trasferisce sul distretto di

Pontremoli e sulla restante Lunigiana, ceduti al duca di Parma. Se mai

il ducato di Parma ricada all’Austria, l’imperatore cederà al re di

Sardegna la suddetta porzione di Lunigiana e i distretti ora estensi

di Treschietto, Villafranca, Castevoli, Mulazzo; e ciò invece della

convenuta città e fortezza di Piacenza.

[149] I Genovesi mostrarono i danni che verrebbero «dall’aggregamento

di genti così tra loro avverse e discordanti, come furono sempre la

ligure e le subalpine» (_Lettere di Pareto a lord Castlereagh_, 11

maggio 1814); e invocavano piuttosto «un sovrano, parente delle auguste

famiglie che governano l’Europa, purchè indipendente, troppo recenti

ed altamente fitti negli animi essendo i mali che tiene congiunti la

dominazione straniera» (_Nota del Serra al congresso di Vienna_). La

discussione fattasi allora al Parlamento inglese, dove l’opposizione

stava pei diritti, il Governo pei fatti e per le convenienze, e delle

più importanti sulla politica e sul gius delle genti. Può vedersene

un estratto in SCLOPIS, _Delle relazioni politiche tra la dinastia

di Savoja e il Governo britannico_, Torino 1853, che reca pure una

Memoria del conte d’Agliè a Castlereagh per mostrargli quanto importi

render forte il Piemonte unendovi tutta l’alta Italia. Su questi fatti

son a vedere _Correspondence, despatches and other papers of Viscount

Castlereagh_, Londra 1853.

Il cardinale Pacca, in un opuscolo sui _Grandi meriti verso la Chiesa

cattolica del clero di Colonia_, Modena 1840, moveva lamento che nel

congresso di Vienna «non si restituì a varie repubbliche cattoliche

quella libertà e indipendenza che avevano perduta per la sfrenata

ambizione di Napoleone, mentre la si restituì alla repubblica di

Ginevra, irreconciliabile al nome cattolico, e le si volle anche

accrescere il territorio, staccando alcune terre e paesi dal paterno

Governo de’ principi di Savoja, per sottometterli a Ginevra che si

gloriava di esser chiamata la Roma protestante».

[150] La Farina, nel _Proemio_, pag. 79, dice che «fuvvi chi propose

una confederazione italiana a somiglianza dell’alemanna; ma l’Austria

che ben sentiva ogni confederazione italiana non poter essere che

a sè nemica, si oppose, ecc.». Il Farini tutto all’opposto (_Storia

d’Italia_, lib. VII) insiste sulla smania dell’Austria a volere una

lega italica, e sul pericolo che ne sarebbe venuto alla libertà; e

ingloria i re sardi d’esservisi opposti, e così salvato l’Italia.

[151] Adunanza del 20 marzo 1815. Al conte di Brusasco, ambasciadore

di Vittorio Emanuele, che si lagnava de’ mali fatti all’Italia dal

congresso di Vienna, Capodistria diceva: — Verissimo, ma le circostanze

non permetteano di meglio. Era necessario dar la pace all’Europa,

darla subito; il riposo era il primo bisogno; e l’esperienza passata e

presente mi fanno tenere di sommo momento la forza delle circostanze,

che tutto trascina. Quali sono le cause che condussero Buonaparte alla

perdizione? non certamente i disegni politici de’ suoi nemici. La

medesima forza delle circostanze ha generato il sistema europeo che

esiste oggi: non il genio nè la volontà dell’uomo. Il riposo era il

bisogno universale, e non potea conseguirsi che per mezzo dell’unione.

Se mi domandate quanto durerà l’odierno sistema europeo, vi risponderò,

durerà finchè la forza delle circostanze lo rende necessario. Ma

sin d’ora si può affermare, che allorquando il riposo non sarà o

non parrà il primo de’ bisogni, quando saranno distrutte tutte le

parti che erano legate a quel colosso che si rovesciò da sè, e quando

nuove leghe, nuove relazioni, opinioni nuove, nuovi interessi avranno

dato un indirizzo differente agli spiriti umani, allora il sistema

presente cadrà, ogni cosa prenderà un assetto stabile e durevole,

perchè sarà secondo natura e secondo giustizia. Intanto a me son noti

come all’imperatore i portamenti dell’Austria in Italia: ma non ci

pare devano dispiacervi troppo, perchè, se occasioni imprevedibili

portassero la guerra in Italia, esse potrebbero riuscirvi di grande

vantaggio; e l’idea dell’indipendenza italiana, accortamente svegliata,

potrebbe procacciarvi molti partigiani, e fare gran male all’Austria».

[152] I commissarj pontifizj lasciarono a Parigi moltissime

pergamene di monasteri antichi; alcuni quadri e sculture, regalati in

riconoscenza, o ceduti per istanze, fra cui il colosso del Tevere,

la Pallade di Velletri, la Melpomene. I deputati dell’Università

di Eidelberga reclamarono i codici palatini, che Gregorio XV avea

comprati nel 1622 da Massimiliano di Baviera; e le furono resi in

fatto trentanove codici greci e latini già trasportati a Parigi, e

ottocenquarantasette tedeschi ancora esistenti a Roma, col famoso

Gladiatore, il vaso, l’educazione di Bacco. Il museo Borghese restò

a Parigi, come formalmente comprato, e benchè una parte ne reclamasse

il re di Piemonte, perchè era stato pagato co’ suoi beni. Gl’Inglesi

diedero duecentomila lire pel trasporto dei capi d’arte. Il Martirio di

santo Stefano di Giulio Romano, che la città di Genova avea regalato

alla Francia nel 1807, ed era stato restaurato da Girodet, fu chiesto

dal re di Piemonte e messo a Torino.

[153] Anche il famigerato principe di Canosa rimproverava ai

principi, per idee diverse, questo accentramento, quest’abolizione

dell’individuo; e nella _Esperienza ai re della terra_ scriveva: —

Principi miei, che cosa fate? Il mondo va tutto in precipizio, il

fuoco arde sotto i vostri troni, la cancrena corrompe la società;

e voi vi battete le mani sull’anca, applicate qualche cerottello

inconcludente su piaghe sterminate, e non adottate provvedimenti

vigorosi e validi?... Voi per zelo male inteso della sovranità avete

levato ai Comuni tutti i loro privilegi, tutti i loro diritti, tutte

le loro franchigie e libertà, e avete concentrato nel potere ogni moto

e ogni spirito di vita. Con questo avete reso gli uomini stranieri

nella propria terra, abitatori e non più cittadini delle loro città;

e dall’abolizione dello spirito patrio è sorto lo spirito nazionale.

Distrutti gl’interessi privati di tutti i municipj, avete formato

di tutte le volontà una massa sola; ed ora vi trovate insufficienti

a reprimere il moto di quella mole terribile e smisurata. _Divide

et impera_. Voi vi siete dimenticati di questa massima scolpita nel

fondamento dei troni: avete preteso reggere il mondo con una redine

sola, e questa vi si è spezzata nelle mani. _Divide et impera_.

Dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città,

lasciando ad ognuna i suoi interessi, i suoi statuti, i privilegi suoi,

i suoi dritti e le sue franchigie. Fate che i cittadini si persuadano

d’essere qualche cosa in casa loro; permettete che il popolo si diverta

coi trastulli innocenti de’ maneggi, delle ambizioni e delle gare

municipali; fate risorgere lo spirito patrio colla emancipazione dei

Comuni; e il fantasma dello spirito nazionale non sarà più il demonio

imbriacatore di tutte le menti...»

[154] Eppure Napoleone nel 1814 a re Giuseppe scriveva: _J’ai toujours

reconnu que la police fait un mal affreux: elle alarme sans éclairer_.

[155] Quando la Rivoluzione credeva togliere tanti poteri al re,

Mirabeau, nella sua corrispondenza secreta, mostrava a Luigi XVI che

anzi li consolidava: — È dunque nulla il non esservi più nè Parlamento,

nè paesi di stato, nè corpo di clero, di privilegiati, di nobili?...

Molti regni di Governo assoluto non avrebbero fatto altrettanto quanto

questo sol anno per l’autorità reale».

[156] Il suddetto Canosa esclamava: — Un’altra causa principale dello

sconquassamento del mondo è la troppa diffusione delle lettere, e

quel pizzicare di letteratura che è entrato anche nelle ossa de’

pescivendoli e degli stallieri. Al mondo ci vogliono i dottori e i

letterati, ma ci vogliono anche i calzolari, i sartori, i fabbri, gli

agricoltori e gli artieri di tutte le sorti; ci vuole una gran massa

di gente buona e tranquilla, la quale si contenti di vivere sulla

fede altrui, e lasci che il mondo sia guidato coi lumi degli altri,

senza pretendere di guidarlo coi lumi proprj. Per tutta questa gente

la letteratura è dannosa, perchè solletica quegl’intelletti che la

natura ha destinati ad esercitarsi dentro una sfera ristretta, promove

dubbj che la mediocrità delle sue cognizioni non è poi sufficiente

a risolvere, accostuma ai diletti dello spirito, i quali rendono

insopportabile il lavoro monotono e nojoso del corpo, risveglia

desiderj sproporzionati alla umiltà della condizione, e con rendere

il popolo scontento della sua sorte, lo dispone a tentativi di

conseguire una sorte diversa. Perciò, invece di favorire smisuratamente

l’istruzione e la civiltà, dovete con prudenza imporle qualche confine,

e considerare che, se si trovasse un maestro, il quale con una sola

lezione potesse rendere tutti gli uomini dotti come Aristotele,

e civili come il maggiordomo del re di Francia, questo maestro

bisognerebbe ammazzarlo subito per non vedere distrutta la società.

Lasciate i libri e gli studj alle classi distinte, e a qualche ingegno

straordinario, che si fa strada a traverso l’oscurità del suo grado;

ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico

del badile, senza andarsi a guastar il cuore e la mente alla scuola

dell’alfabeto».

[157] Fra gli illustri ospiti è a contare la duchessa di Devonshire

figlia del conte Spenser, che più volte avea scorsa l’Italia e il resto

d’Europa col proposito di riconciliar le due Chiese. Qui fece stampare

la quinta _Satira_ di Orazio con grandissimo lusso di caratteri

e d’incisioni, e in molte edizioni sempre di pochissimi esemplari

per migliorare or il sesto or la traduzione; l’ultima, eseguita nel

1818 dal successore di Bodoni, riuscì un capolavoro con incisioni

di Ripenhausen e Caracciolo, riproducendo i luoghi e valendosi delle

antichità pompejane. Fece anche stampare l’_Eneide_ del Caro (Roma, De

Romanis, 1819) in censessantaquattro esemplari mandati a soli principi,

con ventidue incisioni nel primo volume e trentotto nel secondo, oltre

i ritratti della duchessa, di Virgilio, del Caro; ed è peccato non

abbia potuto far altrettanto della _Divina Commedia_, come divisava.

Grande amica della Stael e della Récamier, accogliendo attorno a sè la

più splendida società, potè anche far servigi a Roma, sia col chiedere

al Governo inglese i gessi dei marmi d’Elgin, sia qualche mitigazione

pe’ Cattolici d’Irlanda.

[158] I fautori del libero scambio asseriscono che nel regno d’Italia

erasi posta una tassa sull’esportazione dei grani, onde si coltivarono

a preferenza altri generi, e da ciò o venne o peggiorò la carestia

del 1817: soggiungono che in questa i grani costavano carissimo nella

Sicilia dov’erano le tratte, mentre in Toscana si continuò la libertà,

e non mancava fromento indigeno, e Livorno guadagnava all’affluirne di

straniero. Son fatti tutt’altro che accertati.

[159] La baronessa di Stael fin nel 1805 diceva: _Il y aura des

révolutions en France jusqu’à ce que chaque Français ait obtenu une

place du gouvernement_.

[160] Se è vero quel che riferisce lo Zobi, vol. V, p. 57, don Neri

Corsini soleva ripetere confidenzialmente agli amici: — I venti vescovi

del granducato, se non sono continuamente sorvegliati dal Governo, da

un momento all’altro, secondo il piacere di Roma, possono rivoltare

il paese. E la sorveglianza conviene che sia continua, circospetta e

preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i devoti

che credono e non ragionano, e non sono pochi».

Pejretti, primo presidente in Piemonte, a Barbaroux ambasciadore a Roma

scriveva: — Tutto quanto è oggetto di speranza in Roma, dev’esserlo a

noi di timore, e dobbiamo astenerci dall’accordarlo».

[161] ARTAUD, _Vita di Leone XII. — Contra hæc repugnabant acerrime

recens impietas et ipsa meticulosa sæculi deciminoni politica_. NODARI,

_Vita Pii VII_.

[162] Savojardi furono il purista Vaugelas, Claudio di Seyssel istorico

di Luigi XII, Ducis, Michaud, ecc.

[163] Vedi la sua _Correspondance inédite_.

[164] Un trasunto dei processi del 1821, che io possiedo e che

porta la storia di ventotto società segrete, toccando di quella

de’ Sanfedisti o Concistoriali dice: — Di questa parlano continuo

i Carbonari pontifizj, e pretendono sia diretta a espellere gli

Austriaci, e ristabilire la preponderanza della Corte di Roma. Però

di queste intenzioni non seppero mai esibire più accertate notizie;

e siccome si trattava di svelare le mosse d’una società segreta che

avrebbe mirato principalmente a combattere il moderno liberalismo,

pare che essi cercassero piuttosto deviare l’attenzione del Governo

dalle loro combriccole, dirigendola sulle traccie d’una setta, la

quale, quand’anche esistesse, non potea meritare seria considerazione.

Non favoreggiata dallo spirito del tempo, essa non potea fare giammai

progressi pericolosi: e non ci è mai avvenuto d’avvertirne l’esistenza

fra noi».

[165] Il principe di Castelnuovo, che grandemente si adoprò per

ritrarre il re da questo partito, quando morì lasciò un grosso legato a

chi potesse ottenere dal re il ripristino della costituzione siciliana.

[166] Il Colletta, dopo raccontato a disteso gli errori e delitti

del Governo napoletano, conchiude che «i governanti erano benigni, la

finanza ricca; felice il presente, felicissimo si mostrava l’avvenire;

Napoli era tra’ regni d’Europa meglio governati, e che più larga parte

serbasse delle idee nuove». Lib. VIII. n. 51.

* Ecco il saviissimo decreto de’ 10 giugno dell’anno 1817, sulla

fondiaria.

.... Essendo nostra intenzione di tener come costante il valore

imponibile delle proprietà fondiarie, e così incoraggiare l’agricoltura

dando a’ proprietarj la nostra sovrana garentìa, che pel miglioramento

de’ loro fondi per lungo corso di anni non ne sarà annullato il valore

imponibile, decretiamo:

Art. 1. La contribuzione fondiaria ha per base la rendita netta de’

fondi. Questa rendita, che consiste nel prezzo del prodotto depurato

dalle spese di cultura, di conservazione e di mantenimento, può essere

rappresentata dagli affitti fatti in un decennio, o dall’interesse

del prezzo de’ fondi, quando la compra ne sia stata fatta, durante lo

stesso tempo.

Art. 2. Ogni terra colta o incolta, ogni suolo urbano con edifizj

o senza, è soggetto a contribuzione per l’intera sua estensione.

Un errore in più o in meno di valutazione, che non oltrepassi il

ventesimo, non darà luogo ad aumento, o riduzione di contribuzione,

salvo il riportare ne’ catasti la estensione vera.

Le terre addette a delizia debbono essere valutate come i migliori

terreni coltivati del Comune.

Le case di abitazione entrano in tassa, al pari delle terre, per la

loro rendita netta calcolata in ragione degli affitti del decennio,

colla deduzione del quarto per la riparazione e pel progressivo

deperimento.

Gli edifizj o parti di edifizj appartenenti allo Stato, ed addetti per

disposizione del Governo ad un uso pubblico non produttivo di rendita

alcuna, sono esenti dalla contribuzione fondiaria, e rimanere debbono

registrati ne’ catasti per semplice numeraria.

La rendita dei molini e degli edifizj addetti a manifatture debbe

essere valutata similmente sugli affitti del decennio, colla deduzione

del terzo.

Le fabbriche rustiche, costrutte nell’interno delle terre per servire

ai soli usi dell’agricoltura o della pastorizia, debbono essere

valutate in ragione del suolo, assimilato pel valore imponibile alle

migliori terre del Comune.

[167] Tanto asserì il conte Orlof nelle Memorie del regno di Napoli.

Ma il Canosa nei _Piffari di montagna_ (Dublino 1820) lo smentisce

risolutamente. Crede egli che, quando si sciolsero le maestranze

durante l’occupazione inglese, si levasse tumulto principalmente

fra’ calderaj, che protestarono della loro devozione alla regina, e

le si profersero: onde furono accarezzati dai fuorusciti napoletani.

Quando questi rimpatriarono, si addissero alle società segrete avverse

a Murat, e ad un’antica setta dei _Trinitarj_ posero il nome di

Calderari. V’apparteneva gente di basso stato, e forse in realtà era un

avanzo delle bande del 1799.

[168] Saccheggiandosi il palazzo di Palermo dov’è la specola,

l’astronomo Nicolò Cacciatore si oppose alla ciurma che voleva

manomettere l’osservatorio; onde «fu trascinato per la città quasi

ignudo, rinchiuso in fondo d’oscura e fredda prigione in compagnia

d’una ventina d’uomini della massima depravazione. Per miracolo ne uscì

il giorno seguente». _Autobiografia_.

[169] Queste in Sicilia diedero un terzo di nobili, un quarto di preti:

a Napoli invece il Parlamento riuscì di sei nobili, diciannove preti,

tredici possidenti, dodici magistrati, altrettanti legisti, otto

militari, sei medici; quattro impiegati attivi e due in ritiro, due

negozianti e un cardinale.

[170] Molti furono i perseguitati dalla setta: Giampietro, direttore

della Polizia, fu tratto di mezzo a nove figliuoli e trucidato; lo

che spaventò moltissimi che s’ascosero, mentre correvano liste di

proscrizione.

[171] A’ Court, inviato d’Inghilterra, non avea parole bastanti

per disapprovarli: — Neppur un’ombra di biasimo s’avventurarono a

gittare sul Governo esistente; non altro promisero al popolo che la

riduzione del prezzo del sale. Mai non erasi avuto Governo più paterno

e liberale: maggiore severità e meno confidenza sarebbero riusciti

ad altro... Spirito di setta, e l’inudita diserzione di un esercito

ben pagato, ben vestito e di nulla mancante, causarono la ruina d’un

Governo veramente popolare. Temo non si riesca a scene di carnificina

e confusione universale. La costituzione è la parola d’ordine, ma in

fatto è il trionfo del giacobinismo, la guerra dei poveri contro la

proprietà».

[172] Nota del ministero degli affari esterni delle Due Sicilie alle

Corti d’Europa, 1º dicembre 1820.

[173] Vedi le sue _Memorie_ scritte dal Galvani.

[174] Metternich scriveva al duca di Modena, invitandolo al Congresso,

e divisandogli il fatto e da farsi. «Ogni rivoluzione passa per periodi

distinti. Il carattere della _rivolta_ è stampato chiaramente ne’ suoi

primi eccessi, ma presto si cancella, e agli occhi vulgari prende

l’aspetto di _riforma_. La debolezza dei principi e de’ Governi, le

paure degli onest’uomini, i clamori dei faziosi, l’ipocrisia e furberia

loro, tutto insomma vi contribuisce. Coloro che vogliono combattere il

flagello bisogna che badino bene di non ingannarsi sulla differenza di

tali periodi, e accomodare a ciascuno mezzi differenti, se non vogliono

fallire. Se avessimo avuto ventimila uomini disponibili sul Po, si

correva su Napoli: avremmo spenta la rivoluzione, e il mondo avrebbe

applaudito, come fa sempre ad ogni buon successo. Non avendoli, dovemmo

attendere a combattere la rivoluzione nel suo secondo periodo. Il re

avea giurato la costituzione, un Parlamento dovea servire di guida

all’opinione che si diceva nazionale (_Notino la parola i rivoluzionarj

del_ 1859): i liberali e radicali di tutta Europa non poteano a meno

d’unirsi in fascio per cantare in verso e in prosa gl’ineffabili

benefizj delle restaurate libertà napoletane.... Gl’indugj non

ci spaventarono; anzi. Il Governo rivoluzionario di Napoli ebbe a

combattere un male che non perdona, la penuria di denaro. Chi quattro

mesi fa avesse creduto che le operazioni dell’esercito austriaco

opprimessero la libertà nascente, col ricco corteo de’ benefici

frutti, avrà avuto il tempo di persuadersi che questa così detta

libertà è morta in brevissimo per l’opere sue proprie. Le stesse cose

cattive, contrarie alle nostre intenzioni, che succedeano a Napoli, si

volgeranno a pro della giustizia e della ragione. Il liberalismo vi è

stato fulminato dal radicalismo: i Carbonari e il Parlamento rovinarono

i Muratiani; i mezzi termini furono ridotti al giusto loro valore

da una fazione che, per ora, è forte perchè vuole o tutto o niente.

Fondandoci dunque sull’essere il napoletano un affare europeo, e dovere

comune la repressione della rivolta, abbiamo terminato il primo atto di

questo grave dramma».

[175] _Memorandum_ di don Neri Corsini, 20 gennajo 1821.

[176] Capodistria, ambasciadore di Russia, avendo domandato a

Metternich se l’Austria approverebbe un sistema che si avvicinasse

al rappresentativo, quegli aveva risposto che si farebbe piuttosto la

guerra. Capodistria soggiunse: — Ma se lo stesso re stabilisse un tale

sistema?» E Metternich: — L’imperatore farebbe guerra al re di Napoli».

Lo racconta Sanmarzano ambasciadore del Piemonte in dispaccio alla sua

Corte.

[177] In lettera del 5 gennajo 1821 egli diceva: — Dopo tutte le

dichiarazioni e ritrattazioni del re di Napoli, se io fossi al posto di

Metternich non vorrei mescolare la mia causa col tessuto di duplicità e

menzogne ond’è composta la vita di S. M.».

[178]

E su tante migliaja di spade

Una stilla di sangue non v’è.

ROSSETTI.

[179] Nei cinque anni d’occupazione in Sicilia perirono da seimila

Austriaci per clima, per vino, per vizj. Secondo il Bianchini (_Finanze

del regno_, III, 794), dal 1801 al 27 il Regno avea speso in truppe

forestiere cencinquantasette milioni di ducati. Per le gravi spese nel

1826 si ritenne un decimo sopra tutti i soldi e le uscite. Frimont era

comandante generale dell’esercito austriaco in Italia; e morto il 28

dicembre 1831, ebbe a successore il maresciallo Radetzky.

[180] Carlo Emanuele IV, abdicato nel 1802, erasi fatto gesuita con

voti semplici, continuando a vivere come prima in sempre maggiore

pietà, fino al 6 ottobre 1819. Eragli succeduto il fratello Vittorio

Emanuele.

[181] SANTAROSA, _Histoire de la révolution piémontaise_ 1821.

[182] Così uno de’ più smaccati adulatori del Governo piemontese,

GUALTERIO, tom. I. p. 509. Vedi meglio SANTAROSA in generale, e

BROFFERIO con minute particolarità, parte I. c. 7.

[183] Ruffini dice dell’Università di Genova: — La lettera era tutto,

nulla lo spirito. Erasi proposto di formare delle macchine, non degli

uomini. L’Università parea destinata a estirpare dalla generazione

presente ogni indipendenza di spirito, ogni dignità, ogni rispetto

di se stesso; e quando passo in rassegna tanti nobili caratteri che

sfuggirono _a questo di Procuste orrido letto_, non so trattenermi dal

pensare con orgoglio quanto devono essere forti gli elementi morali

della natura italiana tanto calunniata, per uscir puri e vigorosi da

un’atmosfera così deleterica». _Memorie d’un proscritto_.

[184] Il Gualterio dice che quei che chiedevano la costituzione erano

assoldati dal conte di Binder ministro d’Austria (I. 570); e dipinge

come minacciata la vita, non solo del re, ma della sua famiglia «che

in quei frangenti non furono tutelate fuorchè da Carlalberto» (_i_.

564). È calunnia al mite popolo piemontese, e ad una rivoluzione

quasi incruenta. Il realismo di quei rivoluzionarj scoppia fin con

entusiasmo in queste parole del Santarosa: — O notte fatale!... la

patria coi re non cadeva, ma questa patria era per noi nel re, anzi in

Vittorio Emanuele incarnata; gloria, successi, trionfi e tutto per noi

compendiavasi in quel nome, in quella persona».

[185] Luigi Giuseppe Arborio Gattinara di Breme, da famiglia vercellese

ricca di prelati e diplomatici, si pose alla diplomazia, fu consigliere

di Stato del regno d’Italia e commissario generale delle sussistenze

dell’esercito, poi ministro dell’interno e presidente del senato

(1754-1828). Luigi, suo secondogenito, scolaro dell’abate Caluso,

cappellano del vicerè e governatore dei paggi nel regno, pizzicava di

letterato, e scrisse _Sull’ingiustizia d’alcuni giudizj letterarj in

Italia_, ed altre cosuccie (1781-1820).

[186] Fu ministro dell’interno il conte Ferdinando Del Pozzo, valente

giureconsulto, che già in uno scritto pseudonimo avea dimostrato che

le ragioni acquisite sotto il Governo francese non potevano abrogarsi;

poi profugo, stampò nel 1833 _Della felicità che gl’Italiani possono

e devono dal Governo austriaco procacciarsi_, dove a Carlalberto,

divenuto re, dava esortazione d’imitar l’Austria in molte cose, fra cui

nel dotare di centomila lire il teatro dell’Opera a Milano.

[187] Il marchese La Maisonfort, ministro di Francia a Firenze,

s’adoprò a scusare Carlalberto, e tenerlo raccomandato a Pasquier

ministro degli affari esteri: _Les torts qu’on reproche au prince

de Carignan, sont presque tous dans ses liaisons en précédence de la

révolution. Il ne les nie pas, mais il assure que l’on exagère... Chef

d’une espèce d’opposition qui, selon lui, était purement militaire,

le prince eut le malheur de se brouiller ouvertement avec le duc de

Génevois. Le jeune prince était donc dans une situation, dont ses

entourages abusaient quand la révolution a éclaté. Trop jeune pour

s’apercevoir que cette rébellion était sans base, il la jugea trop

puissante pour ne pas croire de son devoir de se jeter à travers, afin

d’obtenir_ la confiance et le pouvoir, qui seuls pouvaient l’étouffer

(_Correspondance du 19 juin 1821_). E più basso: _Arrivé à Novare, où

il reçut l’ordre d’abdiquer tout pouvoir et de se rendre en Toscane,

quel fut, m’a-t-il dit, son étonnement et son désespoir de ne pouvoir

être reçu à Modène, où le roi Charles Félix jeta à la figure du comte

Costa, son écuyer, la lettre de soumission qu’ il lui portait!_ E al 22

dicembre: _On continue de calomnier et décarter le prince de Carignan

de Turin. On irait bien plus loin si la France n’avait semblé le

couvrir de cette égide, qu’ elle offrira toujours à la légitimité._ Il

m’a promis patience et conduite irréprochable.

Quando noi scrivevamo la _Storia Universale_, Cesare Saluzzo,

granmastro d’artiglieria ed ajo de’ figli del re, ci promise documenti

importanti sulla rivoluzione del 21: ma quando li reclamammo, non

seppe darci che questi carteggi, i quali a noi parvero tutt’altro che

nobilitare il re, anzi dire peggio che molte declamazioni de’ suoi

avversarj. Pure furono più tardi pubblicati da suoi apologisti. Rimane

una relazione di que’ fatti, stesa dal principe stesso a suo disgravio.

[188] A Venezia Pellico, Solera, Romagnosi, Rossi di Cervia che vi

morì: a Milano Castiglia, Arrivabene, Pallavicini, Confalonieri,

Adryane, Trechi, Mompiani, Visconti... Vedasi un mio discorso, su _Il

Conciliatore, episodio del liberalismo in Lombardia_.

[189] Finita la rivoluzione piemontese, egli scriveva ad Ugo Foscolo:

— Siam condotti a tale, da chiamare felici gli esuli, e molto più

felici quelli che, se divideranno il danno generale che la perversità

di quest’epoca ha serbato a tutti gli sforzi cauti e generosi, sono ben

lontani dal dividere la vergogna di quelli che non seppero volere il

bene se non imbecillemente e fanciullescamente». Avvertito d’in alto a

fuggire, il Confalonieri non volle: côlto in casa, trovò arrugginiti

i congegni della bottola per cui s’era preparata una fuga. Singolare

venerazione professarono per lui quei che gli furono compagni di

sventura. Uscito dallo Spielberg nel 1837 per l’amnistia, morì il

1847, e i suoi funerali a Milano furono un dei preludj della nuova

rivoluzione.

[190] Maroncelli, Frignani, Adryane, Parravicini, Arrivabene ed

altri pubblicarono la storia de’ loro patimenti. La _Semplice verità

opposta alle menzogne di E. Misley nel suo libello «L’Italie sous la

domination autrichienne»_, opera scritta dal tirolese Zajotti, che fu

poi nostro processante di Stato nel 1833, asserisce che gli arrestati

non furono ottomila, ma settantaquattro. Il Giordani (lettera 25 giugno

1825) chiama Zajotti «il solo vero ingegno italiano che siasi venduto

all’Austria».

[191] Laderchi, come romagnuolo, fu consegnato al papa, che gli destinò

per carcere la fortezza di Ferrara. Vi era legato il cardinale Tommaso

Arezzo, che fe dichiarare fortezza tutta la città. Laderchi, potè

finire i suoi studj, poi esercitare la professione d’avvocato; finchè

liberato, divenne uno de’ migliori giureconsulti, fedele all’ordine

e al giusto anche quando la rivoluzione del 59 riducea le vittime

dell’Austria in vittime di nuovi sacrificatori.

[192] Fra questi Ansaldi, il medico Ratazzi, Dossena, Bianco, Radice,

Ferrero, Marochetti, Avezzana, Ravina, che la più parte ricomparvero

dopo venzett’anni d’esiglio con miglior esito.

[193] Vedi i Documenti del Governo di Modena, stampati nel 1860, p. 34.

[194] Dichiarazione a nome delle Corti d’Austria, Prussia e Russia alla

chiusa del congresso di Lubiana; Circolare accompagnatoria ai ministri

delle tre Corti. — In Capefigue (_Diplomates européens_. Milano 1844,

pp. 41 e 42) appare che la Francia non acconsentì all’occupazione

del Piemonte se non per brevissimo tempo, _car la France ne pourrait

souffrir les Autrichiens sur les Alpes. Tous ces actes de cabinet,

toutes les proclamations qui suivent la tenue d’un congrès, étaient

spécialement l’œuvre de M. de Metternich. Le chancelier d’Autriche

possède... un goût pur.... etc_. Châteaubriand, nel _Congresso di

Verona_, dà lode al cardinale Spina, capo della legazione pontifizia,

dell’essersi opposto all’invasione austriaca nella bassa Italia.

[195] È una rarità la medaglia allora coniata, di 0,041 di diametro,

portante il ritratto di Carlalberto e la leggenda «Presa del Trocadero

31 agosto 1833». I reggimenti della guardia reale gli offersero le

spalline di granatiere.

[196] Le _Memorie storiche intorno alla vita di Francesco IV di

Modena_ (Modena 1848-55) di Cesare Galvani (morto nel 1860) sono

piuttosto un panegirico; ma per la cordialità con cui son dettate, e

per la ricchezza di fatti devono consultarsi anche da chi non voglia

ricredersi intorno a quello che apparve come il duca d’Alba dell’età

nostra.

[197] Tornate delle Camere al 1 e 6 dicembre 1830.

[198] Risposta dell’ambasciatore Lützow al signor Seymour, 12 settembre

1832.

[199] Vedasi il Galvani suddetto.

[200] Nel bilancio del 1830 stampato, sono stanziate lire seicentomila

per interessi del debito pubblico.

[201] Presidente Vicini; ministri Armaroli, Mamiani, Sturani,

Bianchetti, Armandi, Sarti, Orioli.

[202] GUALTERIO, _Docum_. 87.

[203] Il Galvani racconta che il duca partendo levò dalle casse

un milione per pagare i soldati, oltre le gioje; e che Zucchi levò

centomila lire: centoseimila i membri del Governo provvisorio. Levarono

appena quello che occorreva per mantenersi.

[204] Notificazione del segretario di Stato, 23 febbrajo.

[205] Vedi il _Moniteur_ dell’agosto 1831, e massime il discorso del

signor Cabet.

[206] Dalle relazioni ministeriali consta che, al fine di settembre del

1831, la Francia dava sussidj a 2867 Spagnuoli, 962 Portoghesi, 1524

Italiani.

[207] Con atto insolito fra’ principi italiani d’allora, ridusse

l’arciduchessa a una lista civile, e potè rifiorire l’erario, levando

le corruzioni dell’amministrazione e gli scialacqui.

[208] Chi disse averlo ucciso il duca perchè non ne potesse rivelare

all’Austria le trame, dimenticò che questi avealo lasciato a lungo

nelle carceri di Mantova.

[209] Sue lettere al marchese D’Azeglio, nella _Rivista contemporanea_

1854. Egli morì improvviso a Pesaro nel 1838.

[210] «L’amministrazione della giustizia era abominevole», lo assicura

il Brofferio, _Storia del Piemonte_, tom. II. p. 87.

[211] Da Carlo Emanuele I di Savoja nacque Tommaso Francesco (-1656),

che sposò Maria di Borbone, erede del contado di Soissons, e generò

Emanuele Filiberto Amedeo sordomuto (1709), capostipite dei principi di

Carignano. Da Eugenio Maurizio suo cadetto e da Olimpia Mancini nipote

del cardinale Mazarino, ceppi d’una nuova casa di Soissons, nacque

il celebre principe Eugenio. Dal primogenito Vittorio Amedeo (-1741)

discendono Luigi Vittorio Amedeo (-1778); Vittorio Amedeo (-1780);

Carlo (-1800); Carlalberto (1798-1849); Vittorio Emanuele nato 1821.

[212] Fa raccapriccio il leggere que’ supplizj nel Brofferio. Il

ministro L’Escarène scriveva al Galateri: _J’ai rendu comte à sa

majesté de la manière dont votre excellence a fait exécuter la sentence

proférée par le conseil de guerre. Dans les moindres choses V. E.

prouve son zèle pour le bon service du roi... Le roi m’a entendu avec

intérêt, et m’a plusieurs fois interrompu pour exprimer toute l’estime

et toute la confiance que V. E. mérite, et que sa majesté lui accorde_.

Carlalberto, in un manoscritto citato dal Cibrario, nel 1839 scriveva

a proposito de’ suoi nemici: _Je n’ai persécuté personne; je n’ai pas

adressé un seul reproche_. Il Gualterio (tom. I, p. 71). sostiene che

capo de’ Carbonari era Luigi Filippo, e ch’egli denunziò i cospiratori

italiani all’Appony ambasciatore austriaco a Parigi!

[213] Tra cui Vincenzo Gioberti, Anfossi medico, Durando avvocato,

Giuseppe Garibaldi, divenuti poi famosi nel 1848. Furono per alquanto

imprigionati Cambiaso, Balbi-Piovera, Durazzo, De Mari, Pareto, Spinola

e altri patrizj genovesi.

[214] È quasi comune il credere che il duca di Modena tentasse

spossessare Carlalberto; ma il Galvani, nel vol. III, sventa questo

concetto, adducendo anche lettere del re che al duca professava

gratitudine e consenso. Nel 1832, avendogli il duca chiesto fucili

e cannoni, Carlalberto gli scriveva: _Je prie V. A. R. de croire que

toutes les fois qu’elle me mettra à même de lui prouver mon profond

attachement et la vénération que m’inspirent son beau caractère et ses

principes, elle me fera resentir un vrai bonheur_.

E nel 1834: _La grande crise ne peut être que plus ou moins retardée,

mais elle arrivera indubitablement. Elle sera terrible, car un des deux

partis doit y succomber entièrement. V. A. R. pourra alors rendre de

grands services à l’Italie. Quant à moi, elle peut être assurée que je

suis résolu à y périr si nous ne pouvons triompher; mais que jamais je

ne pactiserai en la moindre des choses avec la révolution._

E altrove: _Quant à nous deux, j’en ai l’intime conviction, nous

marcherons toujours invariablement avec fermeté et assurance dans

la même et constante voie... Il est impossible de vous porter un

attachement plus vif que le mien, de vous être plus entièrement dévoué,

et de partager plus complètement sur tous les points votre manière de

penser_.

E ancora nel 1834: _Je suis bien touché, mon cher cousin, de ce que

vous me dites, que l’empereur vous a dit d’obligeant et de flatteur

à mon égard. Son approbation et son estime forment le but de tous mes

souhaits_.

E nel marzo 1835: _J’ai bien partagé l’affliction que V. A. R.

a ressenti de la cruelle perte que nous venons de faire de S. M.

l’empereur d’Autriche, car je lui étais profondément attaché et dévoué,

et je lui portais une très-vive reconnaissance pour toutes les bontés

qu’il avait eu pour moi. Il ne pouvait, dans les tems malheureux où

nous sommes, nous arriver un plus grand malheur._

E il 25 novembre 1835: _Les libéraux de tous les pays sont furieux

contre moi, n’étant pas accoutumés à être ainsi pris de front._

In altre moltissime lettere l’informa di tutte le mene della Giovane

Italia, d’attentati contro la vita di lui ecc., com’è a vedere nel tom.

III, c. 3 del Galvani.

[215] Essa è sorella del re di Napoli. Perdute le speranze, sposò il

siciliano Lucchesi Pali dei principi di Campofranco, visse assai a

Venezia, e vide sua figlia duchessa di Parma.

[216] _Memorandum_ del 31 maggio 1831. L’imperatore d’Austria «non

cessò d’inculcare nel modo più incalzante al sovrano pontefice, non

solamente di dar piena esecuzione alle disposizioni legislative già

pubblicate, ma ancora di dare loro un carattere di stabilità, che

le mettesse fuori d’ogni rischio di futuri cambiamenti, eppure non

impedisse utili miglioramenti». Nota del principe Metternich a sir F.

Lamb, 28 luglio 1832.

[217] «Il gabinetto austriaco fu costretto cedere su questo punto così

alla legittima resistenza del papa, come alle unanimi proteste degli

altri Governi d’Italia, che in simili concessioni vedeano un imminente

pericolo alla tranquillità dei loro Stati, alle cui istituzioni il

principio dell’elezione popolare è affatto estraneo». Nota suddetta.

[218] Tale opinione sentii ripetere generalmente, e massime nel

mostrarmi il cimitero di Santo Spirito, ove allora furono accumulati

quarantamila morti. Ciò che è notevole, nella rivoluzione del 1848

un valente economista siciliano scrisse che «si era dato il cholera

alla Sicilia perchè l’avea Napoli»; e nella Memoria sporta dai signori

Bonaccorsi e Lumía al congresso di Bruxelles del 1849, è detto che _on

s’écria, non sans quelque raison, que le Gouvernement de Naples avait à

dessein introduit la maladie_. Storici passionati accolsero quest’idea

per farne oltraggio a Napoli e al re.

[219]

Quest’è Vincenzo Monti cavaliero

Gran traduttor dei traduttor d’Omero.

Quest’è il rosso di pel Foscolo detto,

Sì falso che falsò fino se stesso

Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto:

Guarda la borsa se ti vien appresso.

Nicola era il nome di battesimo di Foscolo.

[220] _Epistolario_, tom. III. p. 15.

[221] — Che non ha ella corrotto in Italia sì fatta peste della

calunnia, e più che altrove in Milano? città accannita di sêtte, le

quali intendendo sempre a guadagni di vili preminenze e di lucro,

hanno per arte imparato ad esagerare le colpe e dissimulare le doti

degli avversarj. O monarchi, se ambite avere più servi che cittadini,

lasciate patente l’arena de’ reciproci vituperj». E a chi (solita

celia) lo disapprovava del difendersi, — Dovremo dunque sentirci

onesti e vederci infami, o per sinistra modestia tacere? e mentre altri

s’apparecchia ad affliggere l’ignominia anche ai nostri sepolcri, ci

aspetteremo che la posterità ci giustifichi?»

[222] — La prego, e le raccomando strettamente di fare quello che fan

tutti quelli che mi amano ed ai quali scrivo di cuore, di bruciare

subito senza eccezione ogni mia lettera. S’ella non vuole promettermi

e mantenermi religiosamente questa cosa, ella non avrà da me se non

lettere vanissime, brevissime, freddissime... La mia fantasia è in

questo, che, per quanto io posso, non duri una linea di mia mano». Al

Grillenzoni, 19 gennajo 1821.

[223] — Sei malignosamente spiritosa offrendoti di volere parlare male

di tutti e di tutto per intenderla bene con me. Sappi dunque che io

starò ad ascoltarti molto volentieri; ma io disprezzo tanto gli uomini

e le cose e le opinioni, che non mi curo di biasimarle». 28 febbrajo

1818.

[224] — Foscolo, al quale rimane anche oggi chi, per pochi versi

facendolo poeta, e per non buoni versi gran poeta, ammiri il famoso

enigma de’ suoi _Sepolcri_». _Opere_, tom. I. p. 148.

[225] — Quell’articolo (della _Biblioteca italiana_) sugli

improvvisatori, l’ho fatto contro voglia più che mai altra cosa al

mondo. Ma fu ordine espresso, ripetuto, inculcato dalla propria persona

del governatore di farlo, e farlo così». 5 febbrajo 1817.

[226] A De Sinner, lettera 24 maggio 1832.

[227]

Libertade è frutto

Che per virtù si coglie; è infausto dono

Se dalla man dello straniero è pôrto.

I depredati campi, i vuoti scrigni

Piange il popol deluso: ira di parte

I petti infiamma: ad una stessa mensa

Seggon nemici il padre e ’l figlio: insulta

Il fratello al fratel: ascende in alto

Il già mendico e vile, e della ruota

In fondo è posto chi n’avea la cima.

_Carme al Roverella._

[228] Quando la Staël fu a Milano, il Monti le portò la traduzione

del suo _Perseo_; ed essa il contraccambiò con un volume di Necker

suo padre. Il Monti passò dalla signora Cicognara, e vi depose il suo

libro, dicendo lo prenderebbe un’altra volta. Ed ecco poco poi giungere

la Staël che avea leggicchiato il _Perseo_ in carrozza, ed essa pure

glielo lasciò, per prenderlo un’altra volta; e dopo molti mesi la

Cigognara li mostrava, un sovrapposto all’altro, qual segno della stima

che si hanno fra loro i letterati.

[229] _Considerazioni sopra il teatro tragico italiano_. Firenze

1825. Una recente storia della letteratura dell’Emiliani Giudici fa i

Romantici complici del Governo austriaco, perchè accettavano dottrine

predicate da grandi tedeschi.

Quelle ironie ed accuse sono riprodotte da Carlo Cattaneo nella

prefazione alla raccolta degli scritti suoi, e in un giornale, dove,

com’egli dice, «lasciò trapelare fra cosa e cosa qualche _spiraglio_

d’altri pensieri». Eppure aveva scritto altrove: «Quando si devono

abbattere gli steccati che serrano il nobile campo dell’arte, non monta

con che povero mezzo lo si consegua. L’effetto della disputa si fu che

ora siamo liberi signori del luogo e del tempo, e che ci sta solo a

fronte il senso comune e il cuore umano». Tom. I. p. 48. Peggio fece il

Settembrini.

[230] _De varia latinæ linguæ fortuna_.

[231] Il francese Courier, uno de’ più vivaci e tersi libercolisti,

trovò nella Laurenziana un frammento inedito del _Dafni e Cloe_

romanzo di Longo Sofista. Lo copiò; poi, acciocchè nessun altro potesse

averne copia, vi versò sopra il calamajo. Naturalmente asserì ch’era

mero caso, ma si trovò che l’inchiostro era differente da quello

somministrato nella Laurenziana; e ne sorse un pro e contro, come d’un

affare di Stato. E di fatto ci andava di mezzo l’onoratezza.

[232] Per le nozze della figlia di Monti col conte Perticari, dodici

poeti si erano accordati per comporre ciascuno un inno ad uno degli Dei

Consenti, e nessuno mancò d’incenso a Napoleone.

[233] Vedi la _Narcisa_ di Tedaldi-Fores cremonese, 1818.

[234] Le ingiurie che in questa lanciò contro Venezia, furono ribattute

nell’_Esame_ fattone da Giambattista Gaspari.

[235] Cesarotti disse del _Jacopo Ortis_: — È fatto per attaccare

un’atrabile sentimentale da terminare nel tragico. Io lo ammiro e lo

compiango». Foscolo nel _Gazzettino del Bel Mondo_, pag. 17, scrive

del suo romanzo: — E temo non sia luce tristissima, da funestare a’

giovanetti anzitempo le vie della vita, e disanimarli dall’avviarsi

con allegra spensieretezza. I molti lettori ch’io non mi sperava, non

mi sono compenso del pentimento ch’io pure non temeva; ed oggi n’ho, e

n’avrò anche quando quel libro e questo saranno dimenticati».

[236] _La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti per commento ai

«Promessi Sposi»._ Milano 1834; più volte ristampati, e con molte

aggiunte nel 1854 e 1874.

[237] _Usi e pregi della lingua italiana._ — Il difetto del buon

vecchio si era una parzialità cieca contro tutte le novità buone o

cattive, recate da Francesi, a segno tale che non vi avea in Torino

memoria francese che a lui non sembrasse una bruttura, ed avrebbe

infino anteposto il ponte di legno sopra cui per lo innanzi valicavasi

il Po, al magnifico ponte di pietra che vi avea sostituito Napoleone».

Mario Pieri.

[238] Vedi persino la prefazione d’uno de’ libri meglio tradotti,

l’_Imitazione di Cristo_.

[239] I socj naturalmente erano tutti toscani, ma fra’ corrispondenti

contava Monti, Morcelli, Cesari, Colombo, Pindemonti, Mengotti,

Napione, Carlo Rosmini.

[240] Tentativo di genere distintissimo fece il famoso giurista

Nicola Nicolini (-1857) nel libro _Dell’analisi e della sintesi,

saggio di studj etimologici_, Napoli 1842; dove vuol anche provare

che la Divina Commedia è la forma sensibile della grande operazione

analitico-sintetica, per la quale in una città corrotta può, nel

ricorso delle nazioni, restaurarsi l’ordine civile.

[241] Il primo e migliore di costoro è Carlo Cattaneo, in cui troviamo

«il tubere della giovialità, l’eruzione critica, alleggerire il

piombo delle astrazioni, il termometro della satira, gli spelati panni

dell’arte bisantina, lingue cementatrici, spiegare tutto il ventaglio

delle umane idee, l’ideologia sociale è il prisma che decompone

in distinti e fulgidi colori l’incerta albedine dell’interiore

psicologia....».

[242] Venuti i tempi nuovi, l’uso universale de’ giornali che uccisero

i libri, cioè le opere pensate; e i discorsi al Parlamento e ne’ tanti

ritrovi, diedero alla prosa un andamento diverso dallo scolastico,

accostandola al naturale, a costo di rendersi plebea.

[243] La _Margherita Pusterla_ di Cesare Cantù.

[244] L’età nuova portò un’altra farragine di romanzi, che non frenati

dalla censura, sempre inetta anche prima, nè dal pudore d’una società

scarmigliata, si buttarono a servire gli istinti bassi e il bisogno

di quotidiane soddisfazioni a un’ineducata curiosità. Nella poesia si

tentò il nuovo coll’imitare fantasie sfrenate di stranieri, e insultare

al buon senso e alle credenze più venerate.

[245] Per la letteratura napoletana non potrebbero aversi indicazioni

migliori che dai _Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine

du royaume de Naples_, par PIERRE C. ULLOA. Ginevra 1860. due vol.

in-8º.

[246] Vogliamo aggiungere il padre Ricci francescano, che rifece

la teologia morale di Reiffensteul, e fu chiamato da Giuseppe II

a insegnarla ad Innspruck, poi a Pavia, dove non piegossi alle

esagerazioni del Tamburini. Giampietro d’Anterivo, che lasciò una

relazione sui costumi de’ Turchi e sulla perdita della Grecia fatta

dalla Repubblica di Venezia, sotto la quale egli era confessore

delle truppe dal 1757 al 1771. Il teologo Knoll morto il 1863. Il

padre Prucker di Castelnuovo, missionario fra i Montenegrini, mandò

alla Propaganda un dizionario epiroto-italo con catechismo bilingue.

Il padre Montebello stampò nel 1793 una storia della Valsugana con

documenti. Il padre Bonelli pubblicò le opere di san Bonaventura, e

_Monumenta ecclesiæ tridentinæ_, 4 vol., e _Notizie storiche della

chiesa di Trento_. Il padre Tovazzi, studiosissimo delle cose patrie,

campò molte carte dallo sperpero fatto degli archivj principeschi

e religiosi nel 1802, lasciò assai cose inedite, fra cui un Diario

minuto fino al 1806 in cui morì. Furono tutti francescani. Del canonico

Santoni si hanno manoscritte notizie della città di Arco: del canonico

Leopoldo Pilati le fonti del diritto canonico.

Del Vanetti è famoso in paese un sonetto, che mostra come sia antica

ne’ Trentini la voglia di dirsi italiani. Comincia

Del Governo alemanno, o Marocchesi,

Fûr queste valli sol per accidente

Fatte suddite un dì: del rimanente

Italiani siam noi, non tirolesi.

[247] In questa parte che richiede profonda conoscenza del cuor umano

e viva rappresentazione de’ caratteri, sorsero di poi Paolo Ferrari,

il Torelli, il Cossa, il Marenco, il Giacosa..., avventurandosi anche

a qualche novità, e cercando i concetti e le parole più naturali. Fu

un tentativo de’ più felici quel del teatro piemontese, ove il Toselli,

il Bersezio ed alcun altro accoppiavano alla festività e all’intreccio

l’esemplarità.

[248] Già indicammo (Cap. CXXXIV, nota 42 e t. X, pag. 124) come la

letteratura ebraica dell’Occidente nacque in Italia. Carlo Magno chiamò

da Roma Rabbi Mosè di Calonimos lucchese, perchè insegnasse aritmetica

a Magonza. Nel XII secolo correva il proverbio, — Da Bari uscirà la

luce, e da Otranto la parola del Signore»: e le stamperie cremonesi non

furono ancora eclissate.

[249] _Proemio alla storia dei luoghi una volta abitati dell’Agro

romano_. Roma 1817 e seguenti. L’opera fu proseguita dall’abate Coppi.

[250] Argomento trattato contemporaneamente e con altre viste dal

milanese Carlo Londonio.

[251] Il Botta scriveva della prima sua opera: «La metà della prima

edizione se n’andò al pepe; ed io stesso ve la mandai, chè dovendo

partire pel Piemonte la mia povera e santissima moglie, io non aveva un

soldo da farle fare questo viaggio. Allora dissi fra me medesimo: Che

ho io a fare di questo monte di cartacei che m’ingombra la casa e che

nissuno vuole? chè non la vend’io a qualche droghiere o ad un treccone?

Così dissi, e mi presi la cartaccia e la vendei al droghiere, e ne

cavai seicento franchi che diedi alla mia santa moglie». Lettera del 28

agosto 1816 nell’_Epistolario_ del Giordani, tom. V. p. 364.

[252] Si guardi la sua descrizione del passaggio del San Bernardo.

_S’extasier devant le passage des Alpes, et pour faire partager son

enthousiasme aux autres, accumuler les mots, prodiguer ici les rochers

et là les neiges, n’est à mes yeux qu’un jeu puéril, et même fastidieux

pour le lecteur. Il n’y a de sérieux, d’intéressant, de propre à

exciter une véritable admiration que l’exposé exact et complet des

choses comme elles sont passées._ THIERS, _Avertissement au tome XII

de l’Histoire du Consulat et de l’Empire_. Eppure lo Zobi (tom. III. p.

171) qualifica il Botta «il più profondo fra i moderni storici».

[253] Nella corrispondenza di Camillo Ugoni, stampata nel 1858 a

Milano colla sua vita, troviamo una lettera di A. Pezzana del 1814 ove

dice del Botta: — Se manterrassi in reputazione di forbito scrittore,

certo non potrà mai avere quella di storico imparziale e fede degno».

E una di Giuseppe Pecchio del 1833 che, dopo avere letto il Botta

continuazione al Guicciardini, scrive: — Non so se sia effetto della

storia o dello storico, questa lettura mi dava ogni giorno malumore

e malinconia. Ma credo che la colpa sia dello storico, perchè nè la

storia degli Ebrei, nè quella de’ Messenj o de’ Polacchi a’ nostri

giorni, zeppe anch’esse d’ingiustizie, d’orrori, di sciagure, pure non

mi contristarono mai l’animo tanto, come la storia del signor Botta:

quella del Sismondi mi fa fremere, anche corrucciare, ma non oscura ed

abbatte l’anima mia, anzi la riempie di fuoco. Mi disgusta all’estremo

quell’insolente accanimento del Botta contro Daru in palese, ed in

secreto contro Sismondi e Manzoni, che per talento, buon cuore e buone

azioni valgono dieci volte più del Botta. Mi fa poi perdere un tempo

infinito con quelle sue minute descrizioni di battaglie e d’assedj che

non fanno alcun profitto. Non cita mai, o rarissime volte, un’autorità.

È egli nuovo Mosè che scrive la storia per ispirazione di Dio? Non v’è

mai una vista filosofica spaziosa, ma soltanto della morale e delle

sentenze appiccicate ad ogni caso particolare. In politica poi dice

e si disdice le cento volte, e fra le altre non vuole le repubbliche

del medioevo, e poi, alla fine della storia, dopo avere scomunicate

quelle repubbliche le tanto volte, finisce col dire che la repubblica

di Firenze aveva sopravanzato Atene; ed è ingiusto anche nell’elogio,

perchè è esagerato. Sono però contento che una tale storia esista,

perchè vi regna molta imparzialità (Pezzana e noi diciamo l’opposto) e

franchezza: in alcune parti è eloquentissima: in altre le descrizioni

sono capolavoro: spira sempre l’amore del giusto, dell’onesto,

dell’umano: la lingua poi è aurea, vigorosa, e se ne togli alcuni

proverbj troppo plebei, direi quasi impareggiabile per la sua ricchezza

e varietà».

[254] Dico diffusa soltanto perchè già il duca di Lévis, nel libro

_De l’Angleterre au commencement du XIX siècle_, 1814, cap. XVI, p.

401, scriveva: _Partout ailleurs qu’en Angleterre, en dépit de la

philosophie et même des révolutions, la distinction du noble et du

roturier, c’est-à-dire du fils du vainqueur et du vaincu, subsiste dans

l’opinion, si ce n’est dans la loi._ E Guizot disse: _Depuis plus que

treize siècles la France contenait deux peuples: un peuple vainqueur

et un peuple vaincu. Depuis plus que treize siècles, le peuple vaincu

luttait pour secouer le joug du peuple vainqueur. Notre histoire est

l’histoire de cette lutte. De nos jours, une bataille décisive a été

livrée: elle s’appelle la révolution_.

[255] Una dissertazione di Fossati e De Vesme _Sulle vicende

della proprietà in Italia_ applicava a noi i concetti maturati dai

forestieri. Vedi il nostro tom. VI, cap. LXXXI.

[256] Nota al cap. IV delle _Speranze d’Italia_.

[257] «Non vadano gli eruditi cercando in questi libri peregrine

scritture, rivelazioni d’ignoti fatti, lucubrati veri; qui è un ingenuo

racconto che io ho fatto ai miei fratelli, assiso al focolare domestico

della patria, alla vigilia di un grande viaggio». Pare ignori l’opera

del Carlini sulla pace di Costanza, e quella del Dall’Olmo sul convegno

di Venezia.

[258] È dovere il ricordare l’_Illustrazione del Lombardo-Veneto_,

raccolta di storie municipali che s’intendeva ampliare a tutta Italia,

e che si pubblicò a Milano sotto la direzione e colla cooperazione

del Cantù. Noi ce ne siamo valsi nella presente edizione per estrarne

alcune giunte. _Gli Editori_.

[259] Del Colletta scrivea Giordani l’aprile del 1826: — Ha compito un

libro doppio di mole e molti doppj di merito, dove descrive tutto il

regno di Gioachino. Libro veramente stupendo, stupendissimo. Figurati

che i due che sentisti sono appena un’ombra di questo: la ricchezza,

la varietà, lo splendore della materia è indicibile; lo stile

miglioratissimo. Ora corregge Giuseppe: correggerà il quinquennio.

Bisognerà rifare di pianta il nono libro, che è veramente debole e

sparuto, come il primo che fu scritto, ma che per la materia è tanto

importante». Il Colletta confessava che «ancora due o forse tre anni

sarebbero bisognati a rendere la sua opera un po’ meglio».

[260] «Veramente Gaspare Garattoni fa un valentuomo e degno che di lui

si faccia onorata memoria; perocchè, quanto ad erudizione, io tengo

ch’ei non fosse secondo a niuno della sua età (l’età di Ennio Quirino

Visconti e di Heyne): ma vuolsi cominciare da capo. Suo padre ecc...».

Altro cominciamento: «La pittura da cui viene un bel diletto al vivere

civile, fu cara a Luca di Francesco Longhi, come ne fanno fede i molti

dipinti di lui, che adornano la sua terra natale».

Di molti storici odierni diemmo notizia e giudizio nel corso di

quest’opera, toccando de’ soggetti da loro trattati.

[261] Ci si perdoni di citare gli _Italiani Illustri, ritratti_ da C.

Cantù. Tre vol. in 8º. Milano 1870.

[262] «Quando osservavamo con insultante dispregio que’ secoli che ci

trovarono servi e ci lasciarono uomini, non somigliavamo a persona che

siasi dimenticata della famiglia e de’ primi suoi anni? Or ne troviamo

la ricordanza; e senza ribramarlo, perchè il passato compì la sua

destinazione, e l’avvenire deve crescere per esso non già con esso, non

possiamo che ammirare secoli di tanta vita, ecc.» Epoca XII, p. 334.

[263] Pur dianzi un giornale grave contrapponeva a giudizj da noi

dati nella presente opera, i giudizj portati da Lamartine nel _Cours

familier de littérature_; e un giornale leggero riproduceva questo

parallelo, applaudendovi.

[264] Non discompagniamone suo fratello Saverio, combattente anch’esso

pel re di Sardegna, e avverso alla rivoluzione francese. Rinchiuso per

un duello, scrisse il _Viaggio attorno alla mia camera_, opericciuola

non indegna di Sterne; come il suo _Lebbroso della val d’Aosta_. A

servizio della Russia fece la campagna del Caucaso.

[265] _Se traînent à la suite de la France... leur présent est le passé

de la France_.

[266] _Essai sur le principe et les limites de la philosophie de

l’histoire_. 1843.

[267] Secondo lui, i sintomi d’una buona amministrazione sono: 1.

Desiderio di conoscere lo stato della nazione; 2. Pubblicità dello

stato della nazione; 3. Buone qualità degl’impiegati; 4. 5. 6.

Semplicità, Rapidità, Poco costo nelle operazioni; 7. Esattezza nei

pagamenti; 8. Solido impiego del denaro pubblico; 9. Rispetto pratico

alle leggi; 10. Moderazione nei partiti; 11. Sicurezza e felicità

pubblica; 12. Mancanza d’uomini oziosi e di terre incolte.

[268] _Nuovo prospetto_, p. 194-218.

[269] Teme che la Russia ci mandi per Odessa i grani, sicchè i paesi

d’Italia si cambierebbero in deserti. _Nuovo prospetto_, tom. V. p. 127

e _Filosofia della statistica_, tom. II. p. 159.

[270] «Il dazio sulle importazioni delle manifatture estere è ottimo

finchè le fabbriche nazionali bambine devono lottare colle estere

adulte». _Filosofia della statistica, Arti e mestieri_.

[271] _Teoria del divorzio_, part. V.

[272] _Nuovo prospetto_, part. I. c. 3.

[273] _Merito e ricompense_, tom. I. p. 231.

[274] _Nuovo Galateo_, p. 355.

[275] _Nuovo prospetto_, part. I. c. 3.

[276] _Elementi di filosofia_, lib. II. c. 1.

[277] _Assunto primo_, § IX.

[278] _Introduzione alla genesi del diritto penale_.

[279] Nella logica del Genovesi; _Veduta sull’incivilimento_.

[280] Sono fra queste eccezioni i teologi dell’Università torinese

Marchini, Regis, Bardi, Ghiringhello ed altri, che vi cercano meglio

che gloria letteraria. Il gesuita Patuzzi dell’ermeneutica fece un

trattato e la applicò a molti punti; il padre Ungarelli ebbe a scolaro

il padre Vercellone, che con gran franchezza pubblicò la Bibbia greca

del manoscritto vaticano in cinque volumi (1857) e le varianti della

vulgata.

[281] Nel 1874 si pronunziò una divisione fra gli economisti italiani:

gli uni volendo l’assoluta astensione dello Stato nelle ragioni

economiche, gli altri ammettendone, anzi credendone necessaria una

moderata ingerenza.

[282] _Pensieri sulla moneta cartacea_.

[283] Messedaglia, Levi, Mora, Zanini, Boccardo, Leone Carpi, Luzzato,

ecc.

[284] Una Società Geografica qui formatasi contribuì alle esplorazioni

massime dell’Africa, oltre raccogliere i fasti patrj dei tempi andati.

I viaggi de’ semaj e delle corvette militari diedero a conoscere la

Cina e il Giappone.

[285] Ora si sta eseguendo una nuova triangolazione di tutta la

penisola, sotto la presidenza del padre Secchi.

[286] Il Governo italiano gli commise nel 1811 il più gran telescopio

che ancora si fosse veduto in Italia. Il fisico Gualtieri di Modena ne

pretese il merito, e ne fabbricò uno più grande, cioè di undici piedi

di fuoco e nove e mezzo d’apertura, che darà luce doppia di quello

d’Herschel.

[287] Bisogna aggiungere l’analisi spettrale, che ci portò a conoscere

la natura del sole e delle altre stelle: e gli studj dello Schiaparelli

sulle stelle cadenti.

[288] L’asciugamento di questo fu compito nel 1876 per munificenza del

principe Torlonia di Roma.

[289] Grimelli (_Storia della elettro-metallurgia italiana_. Modena

1844) annovera quanto i nostri operarono in tale materia fino a

quell’anno.

[290] Vanno rammentati in proposito i fisici napoletani Miranda e Paci,

e gli studj anatomici del Pacini sugli organi elettrici del gimnoto e

del siluro elettrico.

[291] Accenniamo fra le sue scoperte quella del piccolo verme entro le

perle degli _unio_ e degli anodonti, dalla cui molestia crede originata

la preziosa concrezione.

[292] È curioso a notare che erano preti anche i più di quelli che,

nel secolo passato, ridestavano l’agricoltura in Toscana: il pievano

Paoletti, il parroco Landeschi, il preposto Lastri, gli abati Lupi,

Lami, Manetti, Giovan Gualberto Franceschi, l’arcidiacono Giuseppe

Albizzi, il canonico Zucchini, il monaco Soldani, e a tacer altri,

il canonico Ubaldo Montelatici che nel 1753 fondava l’accademia de’

Georgofili. Così canonico era il Guasco agronomo piemontese, abati il

Genovesi e lo Scrofani e molti della Società patriotica a Milano.

[293] L’uso dell’acqua come rimedio esterno è raccomandato anche dal

Nessi medico comasco (1741-1820), che diede un buon corso d’ostetricia.

[294] Al 20 gennajo 1774, Ferdinando III di Napoli mandava un

rescritto, qualmente la Facoltà medica gli aveva esposto la repugnanza

delle comunità religiose a ricevere figli, sorelle, nipoti di medici,

mentre ammettono quelli di avvocati, dottori, negozianti. Per ciò

espone il merito e la dignità di questa condizione.

[295] Il bellunese Zanon pretende ora di saper dare solidità lapidea

alle sostanze animali, mentre Gorini crede poterne mantenere la

morbidezza e le altre qualità fisiche.

[296] Alla confutazione che fino dal principio del secolo ne faceva

il Moreschi, professore d’anatomia a Bologna, è messa quest’epigrafe

tolta dal Menkenio, che proverebbe già da un pezzo conosciuta quella

teoria: _Quis nescit nostris temporibus extitisse plures, qui novam

quamdam artem exploratoriam commenti, intimos mentis humanæ recessus

perreptarunt, et iræ, avaritiæ, cupiditatis nunc semiuncium, nunc assem

deprehendisse sibi visi sunt?_

[297] Erangli assegnati quindicimila scudi: il duca ne aggiunse

tremila, e il titolo di commendatore, e fu sepolto in quella cappella

medesima.

[298] Nel _Commercio_ di Firenze, 12 gennajo 1842.

[299] _Materiali per la storia dell’incisione in rame e in legno_

furono pubblicati dall’abate Zani di Borgosandonnimo (1801), autore

anche dell’_Enciclopedia delle belle arti_ (1819-24).

[300] Vedi la nota 15 del Cap. CLVII.

[301] Non saranno dimenticati Marchesi, Marini, Lablache, Pacchiarotti,

Moriani, Gaillard..., e la Grassini, la Catalani, la Pasta, l’Alboni,

la Frezzolini, la Galletti, la Stolz... Il Barili (-1824) buffo

cantante, pareva inimitabile nelle _Cantatrici villane_; ma i continui

trionfi gli furono amareggiati dalle disgraziate amministrazioni di

teatri. Sua moglie sassone, rinomatissima, empì il mondo delle sue gare

colla Festa-Mattei, siccome da poi quelle fra la Taglioni e la Cerrito

poterono far all’Italia dimenticare le supreme quistioni sociali.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 27 / 28 题