Scienze matematiche e naturali.
Parve che il turbine politico scotesse le menti, sicchè repudiando la
belante letteratura, l’abitudinaria industria e le barcollanti teorie,
spinsero le scienze a tal volo, quale mai in verun tempo, munendole
coll’osservazione e col calcolo preciso degli spazj e della quantità.
Alla geografia poco ajutammo noi Italiani, giacchè non si può tener
conto di libri compilati su libri, degli atlanti, delle tabelle; lavori
di pazienza, di cui scorgesi l’inutilità quando occorra di valersene,
non concordando tampoco nei dati positivi, quali sarebbero la
popolazione o la qualità dei terreni. Il _Compendio di geografia_ del
Balbi, arrivando primo, fu adottato come manuale anche dai forestieri.
Utili vennero alcuni dizionarj geografici di paesi speciali, come
quello del Bergamasco pel Maironi, del Modenese pel Ricci, del Piemonte
pel Casalis e lo Stefani, e principalmente del Repetti per la Toscana,
dove, valendosi delle ricerche già fatte dal Targioni Tozzetti, non
porse solo la corografia e la statistica, ma tenne conto de’ monumenti,
delle carte, della storia civile come della naturale di ciascun paese.
Ebbero passaggera lode l’_Atlante statistico d’Italia del Serristori_,
la _Geografia d’Italia_ del Marmocchi e dello Zuccagni Orlandini,
l’_Annuario_ cominciato dal Ranalli.
Quanto a viaggiatori, Giuseppe Acerbi mantovano giornalista pubblicò
_Viaggi al capo Nord_, dove si asserì non essere egli mai arrivato.
Antonio Montucci di Siena (1762-1829), ito con Macartney alla Cina,
di quella lingua fece il dizionario più comodo per Europei: insegnò a
Londra, a Berlino, a Dresda, infine a Roma, ove a Leone XII cedette i
libri e manoscritti suoi, e i tipi da stampa cinesi. La storia naturale
del Chilì, stampata in italiano a Bologna il 1810, è dell’americano
Molina. Il milanese conte Fagnani dettava lettere sopra la Russia,
troppo personali. Dal Belzoni e dal Brocchi avemmo notizie sull’Africa,
oltre le aneddotiche del Pananti. A Venezuela e alla Nuova Granada
portò sue ricerche il Codazzi di Lugo (1785-1830), colonnello del genio
nell’esercito muratiano. Carlo Vidua di Casal Monferrato cercò notizie
civili ed erudite per tutta Europa, in Crimea, in Egitto, nel Deserto,
in Terrasanta, alle isole; nelle due Americhe raccolse moltissime
curiosità; altre nella Cina e nell’India; ma a Lachendon accostatosi
troppo a una solfatara, si scottò una gamba, e ne morì in vista di
Amboina. Molti suoi scritti smarrironsi, altri furono pubblicati da
Cesare Balbo, tra cui uno sullo stato delle cognizioni in Italia.
Giovan Raimondo Pacho di Nizza 1749-1829 corse l’Arabia, l’Egitto,
la Cirenaica, raccogliendo fatti importantissimi, e reduce voleva
compilarli; ma trovandosi sprovvisto di denari, si uccise. Costantino
Beltrami bergamasco lungamente percorse l’America, e risalì alle fonti
del Mississippi, investigando i monumenti che chiariscono le origini di
que’ popoli. Omboni perlustrò rapidamente l’Africa e l’America; Moro,
Beltrami, Codazzi crebbero le cognizioni sull’America; sull’Africa il
Della Cella. Altri paesi videro e descrissero il marchese Carlotti,
il duca di Vallombrosa, i lombardi De Vecchi, Dandolo, e più ardito
l’Osculati. Vi si vogliono aggiungere le _Lettere Edificanti_,
dettate dai Missionarj, e le _Memorie sull’Australia_, pubblicate
a Roma il 1854 dal vescovo di Porto Vittoria. I _Viaggi al Polo_ di
Francesco Manescalchi veronese appartengono alla storia, lodati di
esattezza[284].
Giuseppe Piazzi benedettino (1746-1826), natìo di Ponte in Valtellina,
montato l’osservatorio di Palermo, ampliò il catalogo delle
stelle fisse di Flamsteed e Wollaston, e le portò fino a seimila
settecenquarantotto. Valendosi di un pensiero di Galileo, adottato
dall’inglese Herschel, osserva il piccolo angolo formato tra una stella
brillante e una minore che la accompagna, e dal variare dell’apertura
ogni sei mesi argomenta la distanza degli astri. Nell’applicazione non
riuscì così felice; e meglio studiò l’obliquità dell’eclittica, sebbene
l’irregolare refrazione del sole in inverno gl’impedisse di precisare i
due solstizj. Mentre in tutta l’antichità conosciuta non erasi scoperto
alcun pianeta nuovo, primo nel 1789 Herschel trovò il pianeta urano:
poi Piazzi al 1º giorno del 1801 la cerere ferdinandea; scoperta che
destò rumore perchè prima, e perchè parea verificare l’ipotesi di
Keplero che i pianeti fossero disposti intorno al sole nelle distanze
di 4, 7, 10, 16, 23, 52, 100, dove mancava il quarto fra marte e giove,
vuoto che restava empiuto da cerere. Ma dopochè l’Accademia di Berlino,
diviso il cielo in XXIV ore, ne affidò una a ciascuno de’ più valenti
osservatori, in modo da formare esattissime carte, divenne cura più
ch’altro meccanica lo scontrare altri asteroidi fra marte e giove, che
passano già il centinajo.
Oriani (1752-1832), povero fanciullo d’una terra suburbana di Milano,
raccolto dai Certosini e divenuto frate Barnaba, poi messo alla
specola di Milano, la amò passionatamente; quando Napoleone esibivagli
onori, esso gli cercava qualche stromento, e morendo lasciolla erede.
Risolse difficoltà dichiarate irresolubili da Eulero col trovare
tutte le relazioni possibili fra i sei elementi di qualsiasi triangolo
sferoidico; e precisò gli elementi di urano.
Giovanni Inghirami da Volterra 1779-1854 scolopio continuò la gloria
dell’osservatorio Ximeniano di Firenze; con somma lode eseguì una delle
ore per la gran carta uranografica; seguì le giornaliere occultazioni
delle piccole stelle sotto la luna con metodo semplicissimo, sicchè
con mere addizioni e sottrazioni possono effettuarsi difficilissimi
computi astronomici: laonde l’Accademia di Londra lo dichiarò ingegno
meraviglioso, e le principali nazioni marittime vollero che alle loro
effemeridi astronomiche fosse aggiunta la planetaria dell’Inghirami.
Illustrò difficili opere di calcolo sublime, pubblicò un corso di
matematiche e i Principj idromeccanici, e nel 1817 misurò una base di
cinque miglia sopra cui fu eretta la triangolazione della Toscana.
A simile operazione la matematica celeste fu applicata in tutta la
penisola per servire di norma alle operazioni del censo; nel che bella
lode meritarono gli astronomi di Napoli[285].
Giovanni Plana da Voghera colla profonda analisi portò innanzi le
idee di Laplace, trattando della costituzione atmosferica della terra,
delle refrazioni astronomiche e delle perturbazioni planetarie, e del
movimento della luna, dedusse le tre coordinate dall’unico principio
dell’attrazione universale. Tracciò un meridiano attraverso il Piemonte
insieme col milanese Carlini, il quale trovò un nuovo metodo per
costruire le tavole astronomiche; e va posto fra i buoni osservatori
col Colla di Parma, il Calandrelli e lo Scarpellini di Roma, il De
Cuppis, il Cappocci, il Nasili di Napoli, lo Schiaparelli, il Respighi,
il Bianchi di Modena, il Santini d’Arezzo, allievo del celebre Paoli,
poi professore a Padova, diede una teoria degli stromenti ottici. Del
novarese Mossotti sono vanto il lavoro analitico sulla determinazione
delle orbite dei corpi celesti, e il metodo per dedurre gli elementi
d’un pianeta o d’una cometa da quattro osservazioni con equazioni
di primo grado; il Cavezzini anch’esso piemontese, inventò le tavole
geocentrica ed eliocentrica. Il gesuita Francesco De Vico di Macerata,
direttore dell’osservatorio romano, studiò le nebulose e principalmente
quella d’orione e le comete, e pel primo vide in Italia quella d’Halley
nel 1835, e ne calcolò il ritorno; esaminò venere, precisandone la
rotazione, e l’anello e il sesto e settimo satellite di saturno.
Benchè ungherese, dobbiamo nominare il barone di Zach, che diresse la
costruzione degli osservatorj di Napoli e di Marlía presso Lucca, e
dal 1816 al 26 pubblicò a Genova la sua importantissima Corrispondenza
astronomica, geografica, idrostatica e statistica.
Il perfezionamento degli stromenti molto giovò all’astronomia, e
se i migliori telescopj ci vengono di fuori, quelli del modenese
Giambattista Amici non iscapitano da quelli d’Herschel[286]; fece
camere lucide, microscopj a riflessione e catadiottrici; e osservazioni
celesti moltiplicò dopo che, profugo, ricoverò a Firenze. Molto si
esaltarono pure i telescopj e i cannocchiali del piemontese Porro,
inventore del Cleps.
I varj osservatorj pubblicano annuarj e memorie, estendendo le
osservazioni anche a’ fenomeni magnetici pei quali un osservatorio
apposito venne piantato sul Vesuvio. Il gesuita Secchi vorrebbe aver
riconosciuto la legge che regola i bizzarri movimenti di declinazione
e inclinazione dell’ago magnetico, trovando che il sole opera su
di esso come fosse una potente calamita, situata a somma distanza
dalla terra, e avente i poli omonimi dei terrestri, dirizzati alla
medesima parte del cielo. Egli stesso potè pel primo valersi a Roma
delle comunicazioni elettriche per istabilire la contemporaneità
delle osservazioni metereologiche, sperata fonte di molte utilità
pratiche[287] e scrisse sull’unità delle forze.
Nel più potente stromento d’analisi, la matematica, quali nomi
opporremo al nostro Lagrangia e agli stranieri?
Lorenzo Mascheroni (1750-1800) (p. 576) morì profugo e povero in
Francia, ove fu consultato intorno al nuovo sistema di pesi e misure,
a cui collaborarono Lagrangia, Vassalli, Fabroni, Balbo e il lucchese
Pietro Franchini (1768-1837), autore d’un corso d’analisi, della
scienza del calcolo, di risoluzioni delle equazioni algebriche d’ogni
grado; e che fu dell’Istituto di Francia e senatore dell’Impero. Come
il veneto Collalto, così il Brunacci di Firenze sostennero fra noi il
metodo lagrangiano, mentre i Francesi preferivano quello di Liebniz,
o piuttosto li fuse. Il Mossotti suddetto, professore di fisica,
matematica e meccanica celeste a Pisa, i lombardi Mainardi, Frisiani,
Bordoni, Brioschi, Turazza, Cremona, Ruffini di Valentano... continuano
profonde ricerche matematiche, come i veneti Conti e Minich, e il
Bellavitis sul calcolo sublime e sul metodo delle equipollenze, il
vicentino Fusinieri sulla trisezione di qualunque arco di circolo, il
savojardo Luigi Menabrea sulle vibrazioni.
Quando Wronscki pubblicò la _Filosofia della tecnica_, posando pel
primo il teorema generale e il problema finale delle matematiche, delle
quali riponeva il carattere distintivo nella certezza d’un principio
unico trascendente assoluto, volle confutarlo il Romagnosi: ma oltre
mancare il rispetto dovuto a un grand’uomo, si mostrò incerto anche nel
maneggio della geometria.
Pietro Cossali veronese (1748-1815) nella Storia dell’algebra rivendicò
contro Montuela alcune glorie all’Italia, ma stanca col rozzo stile e
colle divagazioni. La Storia delle matematiche in Italia, scritta in
francese dal toscano Guglielmo Libri, erudito che per la bibliografia
concepì una passione divenutagli funesta, lo mostra esperto matematico
più che buono storico, accumulando e divagando, e fino alterando i
fatti per secondare le passioni sue e del momento. Nessuna cosa è
meno nazionale della scienza, e un paese può offrirne un episodio,
non mai quella concatenazione, che unica costituisce le scienze.
Troppo facilmente poi vi si mescolano la passione e la boria fino al
paradosso, s’arrogano alla patria invenzioni certamente forestiere, ed
anche senza volontaria infedeltà si vagheggia come vero ciò che non è
se non faticosamente trovato.
Il reggiano Giambattista Venturi (1746-1822), in Francia prese
pratica coi migliori fisici, dettò articoli e dissertazioni,
lavorò sui manoscritti di quelle biblioteche, e scrisse intorno a
Lionardo, a Galileo, al Castelvetro, ed all’origine e ai progressi
dell’agricoltura; uomo semplice fino all’avarizia, nelle tasche
foderate di latta portava la scarsa prebenda nei viaggi che, per
confrontare manoscritti, faceva alle diverse città.
Il vanto de’ nostri nell’idraulica fu sostenuto piuttosto con
la pratica che con teorie; ma vanno nominati con lode i toscani
Fossombroni e Brunacci suddetto, autore dell’_Ariete idraulico_, e il
bergamasco Tadini, la cui teorica delle onde è invano usurpata dagli
stranieri. Pessuti semplificò e ridusse intelligibile anche ai novizj
la formola complicata di Laplace per l’attrazione capillare.
L’asciugamento delle maremme toscane e venete, le dighe ai fiumi e
al mare, i canali di navigazione ed irrigui diedero grand’esercizio
agl’idraulici. Giuseppe Bruschetti preparò una buona storia de’ canali
di Lombardia; e dotte ricerche e sperienze sui nostri fiumi e laghi
il Parea, il Lombardini, il Paleocapa, il Colombani, il Brighenti, il
Possenti. Pietro Ferrari da Spoleto 1753-1825, architetto della Camera
apostolica, oltre i progetti per prosciugare il lago Trasimeno e il
Fúcino[288], lasciò quello d’un canale navigabile che dall’Adriatico
sboccherebbe in due luoghi del Mediterraneo. Nè di progetti fu od è
scarsezza. Ma gli è tempo che l’idraulica, l’economia e l’agricoltura
si associno seriamente per riparare ad uno de’ peggiori guai della
nostra penisola, l’irruzione de’ torrenti, cagionata dal diveltare e
tagliare a vendetta le selve, onde i monti scollegansi e franano, e le
dirotte pioggie non più rattenute dalle foglie nè dalle radici, colmano
le valli e rovinano i colti.
In fronte alle scoperte moderne sta la pila del Volta (t. XII, p.
589), il quale però visse fino al 1826 senz’ajutare d’un passo i
progressi che nella fisica e più nella chimica produsse quel suo
trovato, divenuto ben presto non solo potentissimo stromento di
decomposizione, ma fonte di luce, di forza, poi d’inesauribili
meraviglie dopo combinatosi col magnetismo. Questi sono meriti degli
stranieri; ma non vuolsi dimenticare il professore Brugnatelli
che fino dal 1801 adoprò la pila a decomporre i sali, ottenne la
doratura col precipitare il rame, l’oro, spiegò il fenomeno delle
pile secondarie: splendidi veri, registrati negli Annali di chimica,
che lo fanno predecessore di Davy, Nicholson, Jacobi, Kemp, sebbene
non conosciuto[289]. Stefano Marianini piemontese sostenne con
perspicaci osservazioni l’origine fisico-meccanica dell’elettricità,
contro coloro che vi vedono un’azione chimica, come il genovese
Botto, che studiò pure l’applicazione dell’elettromagnetismo alla
meccanica. Matteucci forlivese (-1868) studiò il passaggio delle
correnti traverso ai liquidi, e l’elettrofisiologia principalmente
nella torpedine, e costruendo pile d’animali appena morti[290]; ma
non pare intenda connettere que’ fenomeni alle funzioni dei nervi, se
non indirettamente. Isolati i muscoli delle rane, scoprì che questi
assorbono l’ossigeno ed emettono l’acido carbonico a guisa de’ polmoni,
e da essi ottenne fenomeni chimici e correnti elettriche. Zamboni,
repugnante alla teoria elettro-chimica, colle pile a secco fece un
pendolo perpetuo.
Nel 1790 Romagnosi osservava che una bussola, posta sotto l’azione
della corrente elettrica, deviava: annunziò il fatto sui giornali,
ma nè altri vi pose mente, nè egli vi diede sviluppo o esattezza
scientifica; sicchè al danese Oersted rimase intatta la gloria di
questa scoperta, per la quale potemmo a fili metallici, colle correnti
di induzione, comunicare tutte la proprietà d’un magnete, e a tal modo
ottenere le calamite intermittenti, fondamento delle tante combinazioni
elettro-magnetiche, per le quali si fecero e telegrafi e macchine
locomotrici. Ottenere pile di sì lieve costo, che divenga economica
la decomposizione dell’acqua, e così abbiasi a basso prezzo il gas
illuminante e il calefaciente, è lo studio pertinace e la speranza del
genovese Carosio.
La scienza del più bello e del più maraviglioso degli imponderabili, la
luce, ch’è la più avanzata delle fisiche perchè la più indipendente, fu
mutata di punto in bianco col tornare dalle emissioni di Neuton alle
ondulazioni di Huygens, donde gli stupendi fenomeni dell’interferenza
e della polarizzazione. Leopoldo Nobili reggiano (1823) studiò
quest’ultima; e la metallocromia, la doppia calamita elettrica, la
teoria delle induzioni prometteano in esso uno de’ maggiori fisici,
se non moriva immaturo. La sua pila termoelettrica, ove il calore
opera sul galvanometro, più di qualunque termoscopio è sensibile
alle variazioni di calorico, potendosene dimostrare la velocità
della trasmissione e la quantità d’irradiazione traverso ai corpi
trasparenti, colla sensibilità fino di un terzo e di un quarto di
grado.
Macedonio Melloni, costretto coll’Amici a fuggire da Parma dopo
la rivoluzione del 1830, portò seco nell’esiglio un perfezionato
telescopio, e, compiute le sperienze, le offrì all’Istituto di Francia.
Biot ne stese una relazione in tutta lode. Le sue scoperte consisteano
nel ravvisare nel calorico raggi di natura differente, alcuni essendo
trasmessi, altri intercetti da certi corpi; oltre il calore ordinario
che si propaga lentamente e per diverse vie, ve n’ha uno radiante, che
si comunica non per contatto, ma istantaneamente, e va sempre retto a
guisa della luce. Il calore radiante è un agente distinto dalla luce?
Melloni risponde di sì; laonde la triplice proprietà di scaldare,
illuminare, produrre impressioni fotografiche. Morendo a Napoli, lasciò
un elettroscopio (1801-1856) assai migliore de’ precedenti.
Sul calorico sono pure ammirati gli studj del Belli (-1860) di
Vallanzasca. Amedeo Avogadro piemontese (1776-1856) ne stabilì questa
legge, che i calori specifici dei gas composti, ritenuti sotto volume
costante, paragonati a quelli d’un egual volume d’aria o di un gas
semplice sotto eguale temperatura e pressione, sono espressi dalla
radice quadrata della somma dei numeri interi e frazionarj dei volumi
dei gas semplici.
E d’altri fisici illustri ci gloriamo, quali Vincenzo Antinori
fiorentino; monsignor Gilj, che armò la cupola di San Pietro a
Roma, isolandola con un solo parafulmine, opera gigantesca, come
la meridiana tracciata su quella piazza, cui serve di gnomone
l’obelisco; Lorenzo Fazzini napoletano (1787-1837) che sviluppò molti
fenomeni dell’elettricità e introdusse certe eliche molto acclamate;
Zantedeschi, che al domani d’ogni grande scoperta si presenta a
reclamarne la priorità, quasi genio che intraveda le verità, ma senza
quella pienezza scientifica che le rende effettive.
Il botanico Giuseppe Raddi fiorentino, incaricato nel 1817 d’un viaggio
al Brasile, poi in Egitto col Rosellini, stampò sopra alcune nuove
crittogame; sulle quali il De Notaris studia in bella emulazione col
Moris, cui è dovuta la _Flora sarda_, come la _Flora dalmatica_ al
Devisiani. Ciro Pollini la _Flora veronese_, la piemontese il Re, la
comasca il Comolli, la bergomense il Bergamaschi, la valtellinese il
Massara, la tirolese il Perini e l’Ambrosi che senza maestri si meritò
la stima de’ più illustri, la Pisana il Savi, che poi nella _Flora
italiana_ (1818-24) raccolse le piante più belle che si coltivano
nella penisola; al Bertoloni è dovuta la prima _Flora italica_,
cominciata nel 1815. I veneti meneghini (_Algologia euganica_),
Zanini, Massalungo; i lombardi Balsamo-Crivelli, Cornaglia, Cesati,
Garovaglio faticano negli arcani di questa bella scienza, per la quale
si segnalarono nel napoletano il Piccioli, il Tenore, il Gasperini, il
Parlatore. Molti vegetali e insetti conservano il nome di Francesco
Andrea Bonelli da Cuneo 1748-1830 buon naturalista. Giorgio Gallesio
fece la _Pomona italiana_: il milanese Vittadini preparò in cera
tutti i funghi. Mauro Rusconi da Pavia portò luce sulla generazione
delle rane. De Filippi milanese sta fra’ megliori cultori del regno
animale[291], di cui la parte ornitologica trovò un acclamato cultore
in Carlo Buonaparte (-1857), e tutto un felice espositore in Giuseppe
Gené. I molluschi dell’Adriatico furono studiati da Stefano Renier di
Chioggia in opera che dopo trent’anni pubblicò nel 1816. Il bellunese
Doglioni raccolse e pubblicò gli uccelli della sua provincia, come il
Carraro da Lonigo. Il bergamasco Mangili (1767-1829) scoprì il sistema
nerveo delle mignatte e delle conchiglie bivalvi, illustrò i mammiferi
soggetti al letargo, la fecondazione artifiziale de’ girini, la
circolazione del sangue nel mesenterio delle rane e nelle branche de’
pesci, e insegnò a rimediare coll’ammoniaca al veleno della vipera.
La zoologia, non contenta di svelare l’infinitamente piccolo, cercò
in grembo alla terra i frammenti d’un mondo perito, e secondo quelli
determinò l’età dei terreni. Il bassanese G. B. Brocchi (1772-1826)
oltre lo stato fisico del suolo di Roma, descrisse alcune località
d’Italia, e massime le colline conchigliacee subappennine; preparando
a indurre l’identità di formazione dei terreni terziarj non dalla
giacitura, ma da’ corpi organici che contengono. Morì al Sennaar
nel 1826. Scipione Breislak diede un’introduzione alla geologia, e
descrisse la provincia di Milano e la Campania, e mostrò che i sette
colli di Roma sono crateri di vulcani estinti. Da Gaetano Rosina avemmo
ricerche mineralogico-chimiche sulle valli dell’Ossola, e osservazioni
sul moto intestino dei solidi.
Marzari Pencati vicentino (1769-1830) descrisse i terreni veneti
e una corsa pel bacino del Rodano e per la Liguria occidentale; e
s’accorse che i graniti erano emersi dopo la deposizione de’ calcari
conchigliferi. Da poi la geologia trovò nel Napoletano passionati
cultori Nicola Covelli, il Monticelli, il Sacchi, il Pilla; in Romagna
lo Scarabelli, l’Orsini, lo Spada; in Toscana Cocchi, Meneghini, Savi;
in Sardegna Lamarmora; nell’alta Italia Collegno, Pasini, Zigno,
Pareto, Gastaldi, Curioni, Catullo, Stoppani, Sismonda; e cogli
stranieri De Buch, Dolomieu, Beaumont, Agassiz, Lyell esaminarono i
nostri terreni, ed agitarono quistioni animatissime. La emersione,
predicata da Beaumont, e già enunciata da Lazzaro Moro (vol. XII, pag.
585), dovè cedere alla teoria del restringimento della crosta della
terra, prodotto dal raffreddarsi di essa. Nella geologia, perchè troppo
ancora conghietturale, difficilissimo è determinare il merito de’ suoi
cultori, talun de’ quali è appellato sommo, mentre altri lo dichiara
ciarlatano. Ecco in fatti il Gorini di Lodi uscire colla teoria del
plutonismo, che sventerebbe tutte le precedenti, e che in conseguenza
è da tutti i precedenti repudiata. E tanto sono squisite le diligenze,
che oggi si esigono dagli osservatori, che nessuno può avventurarsi,
non soltanto a diversi regni della natura, ma neppure a diverse
provincie del regno stesso; nè la scienza si fa progredire che colla
longanime perseveranza s’un punto solo, finchè verrà qualche poderoso
sintetico che valga a tutto riunire.
Molti scrissero d’agraria; Filippo Re che compilava gli _Annali
d’agricoltura del regno d’Italia_, il Ricci, il Malanotti, il Ridolfi,
l’Onesti, il Lambruschini[292] in Toscana, a Pavia il Moretti che
diè fuori una biblioteca agraria; come il bolognese Berti Pichat che
riunisce una farragine di cognizioni onnigene. Già prima il Dandolo
avea trattato della pastorizia, de’ bachi da seta, dei vini. Nicola
Giampaolo napoletano (1751-1832) scrisse un catechismo d’agricoltura e
sul rimediare all’immoralità derivata dalle ultime vicende politiche.
Jacini, trattando della cognizione de’ villani in Lombardia, cercò
suggerirvi miglioramenti. Agostino Bassi lodigiano (1773-1856) attese
all’educazione dei merini, propagò migliori metodi della vinificazione
e del caseificio; e le malattie contagiose volle dedurre da parassiti
animali o vegetali. Il Gera da Conegliano, il Rizzi da Pordenone,
il Freschi da San Vito, il piemontese Ragazzoni... adoprano lodevole
zelo a queste applicazioni: molti cercano il rimboscamento, molti il
miglioramento degli animali rurali: e gli studj di Giuseppe Gazzeri di
Firenze sugl’ingrassi recherebbero gran vantaggio, se la popolazione
nostra agricola gli applicasse. E società e giornali ampliano queste
discipline, dove ha singolar nome l’Accademia dei Georgofili di
Firenze.
La chimica, magistero d’analisi per eccellenza, che persegue la
materia sin nell’infima attenuazione, venne tra l’ultime scienze, e
di tutte approfitta per far ogni giorno passi tanto giganteschi, da
antiquare prontissimamente ciò che era fresco pur jeri. Le teoriche
del flogisto di Lavoisier furono schiarite e in parte combattute dal
savojardo Berthollet (1748-1822), sperimentatore diligente; il quale
credette le sostanze animali si distinguessero dalle vegetali per
l’azoto, conchiusione affrettata: studiò i clorati, e ottenne l’argento
fulminante, che dovea poi mutar il modo d’inescazione delle armi da
fuoco. Luigi Valentino Brugnatelli suddetto (pag. 541) credette la
teoria di Lavoisier non rendere ragione del calorico e della luce
che si sviluppano in certe emergenze, e ne trasse una teorica sua
propria, denominata termossigene. Trovati suoi son pure l’acido
suberico e l’eritrico; diede _Elementi di chimica_, i primi in Italia
nel senso delle teoriche francesi, e una _Farmacopea_, lodata anche
da forestieri. Porati migliorò la chimica applicata alla farmacia, e
dappertutto s’introdussero per applicarla alle arti.
Impadronitasi della pila, e collocato Davy al posto di Lavoisier, la
chimica potè elidere le maggiori affinità, nè trovò corpo che non le
cedesse il suo principio efficace, la sua essenza; donde le mirabili
teorie degli equivalenti e del dimorfismo, che abbattono quella delle
forme primitive, posta da Haüy. Gioacchino Taddei di Sanminiato
(1792-1860) cercò principalmente le relazioni della chimica colla
medicina e colle industrie, diede un prezioso trattato di farmacologia
(1819), coprì in Firenze la prima cattedra di chimica organica (1840),
migliorò i sistemi della metallurgia e della zecca, e molto occupossi
dei concimi. I begli studj di Giovanni Polli milanese e del Beltrami
sul sangue, le larghe applicazioni del milanese Kramer, del toscano
Gazzeri, di Lorenzo Cantò da Carmagnola, del Grimelli da Modena, del
Sobrero da Torino... non lasciano troppo invidiare gli stranieri,
sotto de’ quali eccellenti riuscirono l’Usiglio, il Canizzari, il De
Luca, il Malaguti, il veneziano Bixio, il napoletano Piria, il modenese
Selmi. I romani Viale e Latini nell’atmosfera scopersero l’ammoniaca
come sottocarbonaio ammoniacale, la credono dovuta alla respirazione,
e che sciolta dall’acqua, ricada colla pioggia sulla superficie della
terra; in opposizione a Boussingault, che crede l’ammoniaca dell’aria
prodotta dai temporali. Questa scienza aspira a divenire scienza prima,
e spiegherà arcani patologici e fisiologici mediante lo studio de’
fermenti.
La medicina si fece migliore col distinguersi dalle affini in modo,
che ciascuna si migliorasse a parte, ed essa raccogliesse il frutto
di tutte per divenir sempre più vantaggiosa all’umanità. La fisiologia
era in fasce, nè i fenomeni della vita si investigavano che sulle orme
di Haller, e se ne curavano le alterazioni secondo gli istituti di
Boerhaave e di Van Swieten: alla scuola dell’irritabilità halleriana
alcuni opponevano la sensibilità; altri variavano nell’attribuirla
a questo o a quell’organo; e la combattuta insensibilità dei
tendini fu sostenuta dal trentino Borsieri e dal milanese Moscati
(1739-1824). Questi ben meritò quando, essendo preposto alla sanità
nel regno d’Italia, si raccolse intorno i giovani d’ogni capacità,
ajutandoli a far prova de’ loro talenti: ma egli distrattosi in
variissime discipline, non potè in alcuna primeggiare; il Borsieri
applicò con maggior esattezza l’irritabilità halleriana alla teorica
dell’infiammazione, sbandendo le antiche ipotesi dell’ostruzione, e
squisite osservazioni esponendo con semplicità.
Il cuore è l’organo più irritabile, eppure non ha nervi; prova che
l’irritabilità non risiede in questi. Così dicevano gli Halleriani:
ma Antonio Scarpa (tom. XII, pag. 596) ve li rinvenne, e mostrò non
esistere divario di struttura fra essi nervi e quelli de’ muscoli
soggetti alla volontà; non poter dunque conchiudersi che il cuore abbia
un’irritabilità indipendente dai nervi cardiaci; e questi tutt’al più
esser inefficaci ai moti di quello.
Intanto Guglielmo Cullen di Edimburgo derivava la febbre e
l’infiammazione da alteramenti dell’irritabilità; e questa teoria
diffondendosi, escluse le malattie umorali, e tutto ridusse al solido
vivo. Il toscano Vaccà Berlinghieri (1732-1812) lo affrontò, sostenendo
che gli umori non possono soggiacere a corruzione se non fuori de’
vasi, ma che le alterazioni salubri o nocive del corpo provengono da
riazione dei solidi sopra i fluidi, suscitata da fisica necessità;
col che avviava al puro dinamismo e all’eccitabilità de’ moderni. Più
lungo rumore levava lo scozzese Brown, che distinguendo la natura morta
dalla vivente, pone la salute in una dose regolata di eccitabilità,
stimolata dagli agenti esterni, sicchè le malattie si riducono a due
diatesi, steniche dove cumulo, asteniche dove esaurimento del principio
irritabile; e la cura nell’osservare quanta capacità abbia il malato a
sopportare il rimedio opposto.
Quest’apparente semplicità allettò molti, che non istettero ad
osservare se, come forse tutte le teorie patologiche, fosse dedotta da
principj a priori; ma sì poco cercavansi le fatiche di forestieri, che
sol dieci anni dopo pubblicata, Giovanni Rasori parmense (1766-1837)
conobbe a Firenze quella teoria, e cominciò sua fama col tradurla
e sostenerla con vivezza di parola, penna arguta, sprezzo del senso
comune, irosa beffa di chi la credea pura moda. Eppure egli stesso la
modificò, o piuttosto la invertì all’occasione della petecchiale di
Genova nel 1800, dove, vedendo morire i malati che curava coll’oppio e
cogli spiritosi, secondo il Brown che gli stimolanti adoprava in tutte
le affezioni morbide e fin nell’apoplessia, tornò alla pratica del
salasso e delle purghe. In allora al lemma di Brown che tutto stimola,
oppose una fondamentale distinzione de’ medicamenti, appoggiandola
sulla sua teoria, detta del controstimolo. Secondo la quale, fondamento
della vita sono l’azione esterna e l’eccitabilità prodotta, modi
della quale sono il senso, la contrazione muscolare, i fenomeni
della mente e della passione; l’eccitamento ha un’unità, talchè non
si deve curare questo o quell’organo ma l’insieme; i farmachi sono
stimolanti o controstimolanti, e come tali si applicano alle malattie,
che provengano da eccesso o difetto di stimolo. La flogosi deriva
da sviluppo di vasi venosi ingorgati, nè distrugge nè genera parti
organiche. Questo dinamismo trovò molti seguaci: e Rasori lo sostenne
colla pratica degli ospedali; sebbene poi sul fine ammettesse l’azione
specifica di qualche rimedio, come della china nelle intermittenti.
La teorica del controstimolo fu elevata e modificata da Giacomo
Tommasini (1769-1846), che studiando la febbre di Livorno del 1804,
la febbre gialla ed altre analoghe, diede chiare idee della diatesi, e
formò una _Nuova dottrina medica italiana_, secondo la quale è negata
la debolezza indiretta di Brown, proveniente da eccesso di stimolo;
l’infiammazione è sempre stenica, cioè un processo vitale consistente
in eccesso di stimolo; e a flogosi vanno attribuite molte malattie e
febbrili e no, e acute e croniche, assegnate in prima a tutt’altre
cagioni. Riduceva dunque le malattie a stimolo, controstimolo e
irritazione; pure ne riconosceva alcune appartenenti ad entrambe le
diatesi: e l’uso della digitale e del tartaro stibiato, e le prodighe
cacciate di sangue resero famosa la scuola di quest’insigne.
La sua dinamica organica segna una transazione fra la dottrina
dell’eccitabilità e quella del particolarismo o mistionismo, fondata
da Maurizio Bufalini di Cesena, il quale, invece d’accontentarsi delle
forze, come Rasori, ripudia tutto ciò che non sia materia e azione
chimica, e deriva le malattie da profonda e molecolare alterazione
dell’umano organismo; e così crea la _patologia analitica_. Più
si generalizzò la dottrina del francese Broussais, derivata ancora
dall’irritabilità halleriana, stimolata da agenti esterni, turbandosi
le funzioni se lo stimolo sia o eccessivo o deficiente: donde la
localizzazione primitiva delle malattie, il carattere stenico quasi
generale, l’infiammazione degli organi digestivi, e in conseguenza
la cura simile a quella delle infiammazioni esterne, cioè sanguigne,
bibite, ghiaccio.
Anche altri contraddittori ebbe il Tommasini, quali Giuseppe
Giannini da Parabiago (-1818), capo della clinica di Milano, che
scrisse sulla natura delle febbri (1805), contro queste raccomandò
l’immersione nell’acqua diaccia[293], gli acidi e il mercurio: lo
Speranza di Cremona, repugnante agli abusi del salasso, non meno
che al misto organico, all’omiopatia ed al mesmerismo, per attenersi
all’osservazione pratica: il Geromini, che attribuisce gli errori della
medicina all’ontologismo, e fonda la patologia sull’irritazione. Il
bresciano Giacomini alle dottrine della diatesi unì scientificamente
quella dell’elettività de’ medicamenti. Francesco Puccinotti urbinate,
clinico nell’Università pisana, proclamò la Scuola ippocratica
italiana o degli etiologi, unendo le dottrine positive dei vitalisti
e dei mistionisti, conservando la validità clinica col decoro
d’un’interpretazione scientifica, e accettando il progresso delle
scienze ausiliari. Ai diatesisti, che fanno passivo il principio della
vita, oppone gli atti spontanei naturali, e dalla natura medicatrice
muove nella _Patologia induttiva_; studia assai le epidemie; divisa
una filosofia medica, e traccia una _Storia filosofica della medicina_,
versatissimo come è nella conoscenza degli antichi.
Questo variare di sistemi fa ridere i lepidi, e fremere gli austeri;
ma in realtà la pratica riesce per lo più alle medesime conchiusioni,
e chi esaminò gli ospedali avverò che generalmente il numero de’ morti
sta a quel de’ malati nelle medesime proporzioni, sia quando si svena,
sia quando si lascia morire di pletora. Il ripetere che la scuola
italiana s’attiene all’osservazione più che alle teorie, crede molto
ai fatti, pochissimo alle opinioni, studia i fenomeni naturali, va
cauta ne’ giudizj, indaga semplicemente il vero, e sfida abbastanza
nelle forze medicatrici della natura, esprime un desiderio più che
non formoli una teoria. I savj s’attengono all’osservazione, ajutata
dai progressi della chimica e dell’anatomia patologica, dall’uso
dello stetoscopio, modificando il trattamento a norma de’ sintomi e
dell’individuo: che se alla diatesi generale prevale la localizzazione,
questa si fissa men tosto sopra un organo che sopra qualche sistema.
Certo è che nei medici si fa sempre più indisputata la dignità[294]
ed estesa la coltura, molti occupandosi oltre la pratica, in ricerche
proprie e in conoscere le altrui; la diagnosi e il trattamento sono
d’assai migliorati; donde una quantità di medici buoni, mentre si
deplora manchino que’ famosi, che un tempo capitanavano od anche
tiranneggiavano la scienza salutare.
Fra i quali Siro Borda da Pavia gran fautore del controstimolo,
moltiplicò sperienze sull’acido idrocianico, sull’acqua coobata di
lauroceraso, sulla digitale e altre sostanze; Locatelli da Canneto,
ricusando le teorie per la pratica, combattè i Browniani; Antonio Testa
(1746-1814) da Ferrara, insigne per l’opera sulle malattie del cuore,
studiate pure dal piemontese Giacinto Sachero (1787-1855) che professò
la dottrina de’ polsi organici, introdotta in Italia dal Gandini.
Giambattista Monteggia di Laveno (1762-1815), autore delle _Istituzioni
chirurgiche_, il Paletta da Montecretese, che nelle _Exercitationes
patologicæ_ moltissimi fatti e vedute nuove bellamente espresse,
onorarono lungamente la clinica di Milano, dove poi il Verga approfondò
le malattie mentali; nelle quali, dopo Chiarugi, Baccinelli, Calvetti,
Ferrarese, si esercitarono Gualandi, Bonacossa, Monti, Bini. Lodasi
il trattato di Brofferio sulla emormesi. Brera migliorò la medicina
jatroleptica, fondata sulla facoltà assorbente della pelle. Fossati,
Pirondi e principalmente Rognetta sostengono in Francia l’onore della
medicina italiana, come in Egitto Ranzi, Raggi, Grassi, Gaetani,
Morandi, in Turchia, Mongeri, in Barberia Castelnuovo e Mugnaini.
Eusebio Valli lucchese (-1886) studiò in Oriente il vajuolo e la peste
bubonica, innestandosela; e al fine soccombette alla febbre gialla, che
si procurò apposta all’Avana.
Rasori pel primo esperì una statistica medica dopo il 1712
nell’ospedale di Milano, per dimostrare la superiorità del proprio
metodo; e subito crebbero annali clinici, rendiconti, prospetti; viepiù
da che Tommasini, nella prolusione del 1821, parlò della necessità
di sottoporre a una statistica i fatti della medicina pratica,
divisando anche le classificazioni. Idea lodevole, ma nell’applicazione
riducendosi spesso a provare soltanto una teorica prestabilita, diviene
qui, come in altre materie, un giuoco di numeri.
La medicina legale ebbe ottime applicazioni; e vi attesero Speranza,
Gianelli, Puccinotti, Barzelotti (1768-1739), di cui si lodarono il
_Parroco istruito nella medicina_ e le _Relazioni della medicina
coll’economia politica_; Omodei, autore del _Sistema di polizia
medico-militare_; Buffini che ragiona sui trovatelli, piaga del secolo.
Nuovi farmachi sono esibiti dalla progredente chimica, e tutti
semplificati, sbandendo le ricerche polifarmache; si voltano a sanità i
veleni più tremendi. Dell’innesto del vajuolo vaccino (t. XII, p. 598),
esteso per quanto contrastato, il ridestarsi delle epidemie vajolose
mise in dubbio la potenza preservatrice. Lunghi e pur troppo inefficaci
studj occasionarono il cholera e le migliari; e la pellagra, di cui
scrissero Cerri, Strambio, Marzari, Frapolli, Ballardini, Carlo Gallo,
Caldarini, Rizzi, Fanzago ed altri lombardi.
Gli stromenti chirurgici furono perfezionati, e molti ne introdussero
l’Assalini di Modena per l’ostetricia, il Signoroni di Adro per
le ernie e per avere primo tentato la demolizione della mascella
inferiore. Il Donegani di Como e lo Schiantarelli di Brescia ebbero
nome per operazioni intorno agli occhi. Paolo Mascagni sienese
(1755-1815) volle passare in rassegna tutte le scoperte astronomiche
d’antichi e moderni, e valutarne il merito; colle injezioni esaminò
le parti tutte della testura umana, principalmente vasi linfatici;
nell’_Anatomia per uso degli artisti_ offrì le più giuste proporzioni
del corpo umano ben conformato e lasciolla postuma, come anche la
_Grande anatomia_, dove con incomparabile esattezza sono rappresentati
gli elementi del corpo. Si pretende volesse usurparsela quel côrso
Antonmarchi, che assistette agli ultimi momenti di Napoleone nell’isola
di Sant’Elena; e i professori Vaccà e Barzelotti si unirono al
professore Rosini stampatore per terminarla e pubblicarla a grave
dispendio.
Fra gli anatomisti il torinese Bianchi intorno al fegato dissentì da
Morgagni; il Rolando pure torinese è arguto esploratore del cervello,
il Bellingeri del sistema nervoso e del midollo spinale, il Lippi
della comunicazione delle vene coi vasi linfatici, il Barbieri delle
vescicole spermatiche, corretti e superati dal vicentino Panizza, che
la gloria del Mascagni sostiene co’ suoi studj sui vasi linfatici,
sul fungo midollare e la depressione della cataratta. Porta mostrasi
indagatore sottile non meno che esperto operatore: il Corti esplora
il magistero dell’udito; De Filippi, Gastaldi, Pacini volgonsi
principalmente all’istiologia; Giuseppe Cantù cresce il museo anatomico
torinese con bei preparati in cera.
Tra i fisiologi, dopo il napoletano Tommasi, non potrebbero
dimenticarsi i veneti Nardo e Berti. Il Vittadini pretendea mutare la
teoria della visione, ad onta degli anatomici e dei fisici; alla quale
ricerca si volsero e Dell’Acqua, e Polli, e Cattaneo, e Trinchinetti.
Il Petropoli, che nel 1808 coll’_Etiologia_ riprovava i sistemi
adottati nelle scienze fisiologiche, qui ricordiamo solo pel suo famoso
paradosso, _Matematica e poesia condannate dalla ragione_. Coi metodi
di Tronchina e Passeri si agevolò l’imbalsamazione; e gran rumore
di prose e versi levossi attorno al bellunese Segato (1793-1836),
allorchè annunziò poter ridurre lapidei i tessuti animali. Non trovando
soscrittori per trentamila lire onde pubblicare la sua scoverta, viveva
a Firenze lavorando da calcografo, esponendo i viaggi che aveva fatto
in Africa, e presto morì. Lo contraddissero il tempo e Giovanni Rossi
sarzanese, valentissimo operatore, che l’Università di Parma arricchì
di preziosi preparati, e primo in Italia eseguì l’esofagotomia: ma sul
modo di conservare i cadaveri e le carni mangereccie volgonsi ora tante
attenzioni, che fanno sperare la riuscita[295].
Francesco Aglietti bresciano, trovando a Venezia già preoccupati
i seggi dell’arte sua dal Paitoni, dal Lotti, dal Pellegrini, dal
Cullodrowitz, dal Pezzi, fondò il _Giornale per servire alla storia
della medicina_ (1783), coadjuvato da Stefano Gallino illustre
fisiologo e da altri; e può dirsi instauratore dell’anatomia
patologica. Pubblicava pure le _Memorie per servire alla storia
letteraria e civile_ (1793), con retti giudizj e buoni estratti di
opere, e promosse la fondazione della società veneta di medicina (1789)
di cui fu segretario e presidente. Luigi Valeriano Brera illustre
clinico cominciò nel 1812 un giornale di medicina pratica. Gli _Annali_
a Milano furono tenuti in lungo credito dall’Omodei, poi dal Caldarini
e dal Griffini, ed emulati dalla _Gazzetta medica_ dello Strambio e
del Bertani. E ne’ giornali moltiplicatisi, meglio che in questi nostri
cenni da ignorante, saranno a cercare i nomi illustri d’una scienza, di
cui, come della politica e con altrettanta presunzione ed ignoranza,
vogliamo parlare tutti, e che fu estesa, quanto al passato, con
copiosa erudizione dal dottore De Renzi napoletano, arricchendola di
particolarità e sui sistemi e sulle persone: e meglio dal Puccinotti,
mentre altre prolissamente sono aggiunte alla traduzione della _Storia
pragmatica_ dello Sprengel; altre ogni giorno compajono in sapienti
monografie, fra cui vogliamo citare quelle del Perini e del Ferrario.
Come Broussais localizzava le malattie, così Gall localizzò le facoltà
colla frenologia, alla quale non mancarono cultori e contraddittori
in Italia[296], benchè i più siansi accontentati alla codarda
futilità di celie ed epigrammi. Altrettanto avvenne dell’idropatia
e dell’omiopatia. Quest’ultima fu coltivata specialmente dal Rucco
napoletano, e che ito in Francia nel 1814, pubblicò i _Nuovi elementi
di materia medica_, e più tardi l’_Esprit de la médecine ancienne et
nouvelle comparée_ (1846), e la _Médecine de la nature protectrice de
la vie humaine_ (1855).
Fino dal primo estendersi delle scoperte elettriche, il veneziano
Pivati avea preteso potersi ottenere l’effetto da farmachi senza
introdurli nel corpo, e solo col metterli in bottiglie vitree
elettrizzate. Il mesmerismo risorse testè con nuove forme e nuovo
corredo di scienza e di fatti tali, da non poter più gettarsi da
un canto come fanciullaggine; e se è troppo lo sperarne portentose
guarigioni nè scoprimento di verità, offrirà ragioni di molti fatti
che nella storia è temerità il negare, sebbene non sia possibile
spiegare. Fa vent’anni noi proclamavamo che «coloro i quali ammettono
solo ciò che comprendono, e ripudiano ciò che non si brancica e taglia,
trovando le teorie fisiologiche inette ad abbracciare e spiegare i
fatti magnetici, li negano risolutamente: ma più che dai nemici, dalle
esagerazioni de’ sostenitori è posta in compromesso questa scienza, che
forse recherà tanta luce sopra l’azione nervosa.»
Davanti a questi avanzamenti delle scienze fisiche, allo smisurato
aumentarsene della potenza dell’uomo e del suo imperio sulla natura,
inorgogliscono alcuni: altri mestamente si domandano se tali incrementi
sieno civiltà, quanto ajutino il progresso morale e civile, e se non
diano viziosa prevalenza al sensibile sovra l’intelligibile.