CAPITOLO CLXXXVI.

Scienze morali e sociali.

E chi ci dirà che la precipua causa del poco bene scriver nostro e del

non farci leggere sia lo scarso studio della filosofia, ci parrà uomo

che nell’arte sa elevarsi dai canoni consueti della scuola.

Dalle meschinità di Francesco Soave uffizialmente adottate, l’Italia

era stata buttata nel sensismo vulgare di Condillac, benchè serj

filosofi il combattessero; come il Gerdil, che sostenne non poter

l’idea dell’ente derivare dai sensi, eppure essere idea formata; il

Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della

ragione sufficiente e la generale idea dell’essere, dedotta dal _me_

pensante; il Draghetti, che divisò una più compiuta dottrina sulle

facoltà dell’anima, fondandola sopra l’istinto morale e sopra la

ragione; il Miceli che, ripulsando l’_Ontologia_ di Wolf, prevenne

Schelling nel divisamento di un nuovo sistema delle scienze. Il padre

Pino (1779-1823), nella _Protologia_, il principio e il fondamento

d’una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della

ragione umana, ch’è distinta dai sensi; è una e identica in tutti gli

atti del pensiero: ma a malgrado di quest’unità, noi siamo il soggetto

e l’oggetto dell’intelligenza, e lo spirito intelligente che in Dio

cerca la causa e il modello. Ogni luce e verità proviene da Dio; e la

natura divina, cioè il dogma della Trinità, si riflette necessariamente

in tutti gli oggetti che noi conosciamo, e diviene la base di tutte le

scienze e della morale. Con ciò opponevasi all’incredulità irruente

e alle inezie condiliachiane, e preveniva De Maistre e Donald nel

professare che la parola non potè che essere rivelata. Al tempo stesso

Palmieri e Carli combattevano le conseguenze del sensismo nella

religione e nel diritto pubblico. Anche Pietro Tamburini bresciano

(1737-1827), ripudiando il sensismo e la morale dell’interesse, traeva

l’obbligazione morale dal bisogno della perfezione, pur confutando il

progresso indefinito di Condorcet. Meno ascoltati, non impedirono che

a braccia aperte si accettasse da noi la gretta ideologia del Tracy,

cui il traduttore Compagnoni aggiunse un catechismo morale, prettamente

empirico.

Così il sensismo si diffuse: e la sensazione essere l’idea fu

sostenuto dal pseudo Lalebasque (Pasquale Borelli) nella _Genealogia

del pensiero_. Pasquale Galuppi di Tropea (1770-1846), pur tenendosi

alla filosofia sperimentale, diverge dai puri sensisti in quanto,

cogli elementi objettivi della cognizione ammette anche lo spirito

umano, che meditando ascende dal condizionale all’assoluto in forza

dell’intuizione mediata del raziocinio stabilito sulle nozioni.

Scrittore scorrettissimo e tutto infranciosato, pure chiaro, senza

formalismo nè pedanterie, senza abbaruffamenti, e con aria di una

persuasione dabbene e il tono d’amichevole maestro, si fece leggere

più d’altri che di gran lunga il superavano; divulgò l’analisi

psicologica della scuola scozzese; diede a conoscere la tedesca, poco

conoscendola egli stesso; alle empiriche formole condiliachiane surrogò

il linguaggio della scienza moderna, impastandola fra Locke e Reid.

Ammette verità primitive di sperienza interna; non procedenti da mero

empirismo o dai principj _a priori_ di Kant, bensì dalla subjettività

stessa dello spirito, come sue leggi originali. L’ontologia confonde

colla psicologia: mal procede nella logica; della filosofia, «scienza

del pensiero umano», non scorge le attinenze colla morale, colla

politica, coll’economia pubblica. Nell’estetica è affatto gretto:

nella dottrina morale ammette giudizj pratici _a priori_, qual sarebbe

l’imperativo _Fa il dovere_; e colloca la legge morale nella retta

ragione che dirige la volontà al nostro ben essere, indicandoci quali

atti possono produrre o impedire la felicità. Nel suo paese Mancini e

Tedeschi vacillarono nell’eclettismo; Winspeare giureconsulto espose

le teoriche di Kant, ma serbando venerazione per Reid, e in lontananza

per Leibniz; De Grazia (_Sulla realtà della scienza umana_) sta fedele

a Locke, pur attento ad ovviare le conseguenze del sensismo, e lasciava

all’intimo senso il giudicare inappellabilmente la verità del metodo

sperimentale, svincolata dal razionalismo.

Le teorie che Giuseppe De Maistre oppose alla filosofia sensista e

alla storia enciclopedistica, parvero eccessive, e si tentò conciliare

l’esperienza colla ragione, quasi soltanto dal loro accordo possa

venire un accettabile sistema[264]. Con questo si scivolò in un

eclettismo, pel quale Cousin non trovava ne’ nostri che un gretto

raccogliere di ciò che i Francesi hanno già repudiato[265]; mentre

Baldassare Poli volle rionorare la scuola italiana, seguendone le

traccie attraverso ai secoli fino a noi, e correggendo l’eclettismo in

modo che non si limiti a scernere ciò che v’ha di vero nei discordanti

sistemi, ma metta in relazione fra loro i due supremi principj

dell’empirismo e del razionalismo.

Per Terenzio Mamiani pesarese, sbrigliatosi dalle tradizioni

religiose e dal formalismo scolastico, Filosofia è storia naturale

dell’intelletto, e suo uffizio lo studio de’ metodi antichi; attesochè

il metodo sia tutto, e ogni riforma nasca dal suo cangiamento; la

scienza non sia che la verità metodica, e ogni discussione filosofica

possa ridursi a quistione di metodo. Il tempo, cioè lo spirito umano,

fa sempre una scelta; e di ciò che v’ha di vero in ciascuno accresce le

proprie ricchezze; il resto porta via. Gli antichi Italiani conobbero

il metodo vero, e chi lo rinnovasse integrerebbe la scienza, da cui si

dedurrebbe che le estreme conclusioni della filosofia razionale devono

coincidere coi dettami del senso comune: e col titolo di _filosofia

italiana_ blandisce la boria patriotica: ma avvi nazionalità nella

filosofia, cioè nella ricerca del vero?

In questo ristauramento del passato il padre Gioachino Ventura

siciliano (-1861), all’opposto resuscita la scolastica per innestare

la filosofia sulla rivelazione; mostra il valore del sillogismo e

i meriti di san Tommaso, al quale s’appoggia per sostenere che la

ragione abbandonata a sè è bensì dimostrativa, ma non inventiva, e

nessuna verità può trovare, neppure l’esistenza di Dio. Nè però nega

all’uomo la ragione, ma ne fa un’esistenza sostanziale, che ogni

verità trae dalla ragione di Dio; sicchè, ammettendo un principio solo

di conoscenza e per ciò una sola sostanza, cadrebbe nel panteismo

se la fede nol rattenesse. Perocchè la filosofia cristiana sempre

ammise due principj di conoscimento, la rivelazione e la ragione,

essendo necessario discernere essenzialmente lo spirito dalla materia,

l’individuo dalla specie, la specie da Dio.

Posto il qual canone, fa stupore come la taccia di panteismo si lancino

a vicenda i due grandi filosofi cattolici. L’abate Antonio Rosmini

di Rovereto (1797-1835) con logica irresistibile abbatte i sistemi

dei precedenti, i quali, nel ricercare l’origine delle nozioni che

sono indispensabili per formare un giudizio, o troppo negano o troppo

suppongono; e dimostra che non è necessario ammettere d’innato se non

l’idea della possibilità dell’ente, la quale, unita alla sensazione,

basta a produrre le altre, e l’intelletto è quel lume della ragione pel

cui mezzo arriva a conoscere. Pensare è sentire, dicevano i sensisti:

pensare è giudicare, dice Rosmini; e comincia a distinguere nella

conoscenza umana il materiale dal formale. Materia della cognizione

sono soltanto gl’individui sussistenti d’una specie: ma la sussistenza

non è conoscibile per sè, non entra nell’intelletto; mentre oggetto di

questo non è che l’idea, la specie. La sussistenza viene percepita con

un atto essenzialmente diverso da quello onde s’intuisce la specie;

con un atto che per sè non è cognizione, attesochè un’azione dei

corpi sopra di noi produce impressione ma non cognizione. Se poi alla

percezione degli oggetti esterni noi applichiamo l’intuizione dell’idea

che è in noi, diciamo che quella è la realizzazione di questa; e per

tal modo la percezione diviene intellettiva. Quest’atto non è una

semplice intuizione dell’idea; bensì un giudizio, un’affermazione che

ci fa persuasi della realtà d’un ente, il quale corrisponde all’oggetto

intellettivo da noi intuito. Tutte le qualità delle cose hanno la loro

idea, e perciò appartengono alla cognizione pura e formale; solo la

sussistenza è estrania alla conoscenza, e ne costituisce la materia.

Così ridotta la cognizione alle pure idee, ai possibili, alle essenze,

egli paragona le idee fra loro, e vede che le più determinate rientrano

sempre nelle meno determinate, sicchè, distribuendo le più particolari

e molteplici prima, poi le meno particolari e meno numerose, via

via si giunge a un’idea prima, che vale per tutte, e che in tutte si

moltiplica mediante differenti determinazioni.

A tal modo coglie l’idea dell’essere possibile indeterminato, come

fonte pura di tutto lo scibile; idea che esiste indipendente dall’uomo

e da ogni realtà. Se l’uomo consideri tutte le cose sussistenti e da

lui conosciute, s’accorge che in esse non trovasi nulla di ciò che

si chiama la conoscenza. Eppure la conoscenza vi è, perocchè egli

conosce. Quest’è segno che sono cose affatto distinte la conoscenza

e la sussistenza; e la prima è una forma di essere, in opposizione

alla sussistenza. Non può dunque formarsi da nessuna delle sussistenze

cognite, nè dal mondo materiale, nè dall’anima, ma procede da qualche

altro principio, la cui essenza mantiene tale opposizione a tutto ciò

che esiste. Tale principio, che non è sostanza reale nè accidente, è

l’ente intelligibile, la possibilità delle cose, l’idea; principio che

si raggiunge ancora più col contemplare che col ragionare.

Questa prima percezione dell’ente, intuíto in universale, non possono

neppure gli scettici dubitarla illusione; onde è fondamento della

certezza, e genera la cognizione dei corpi, di noi, di Dio, della legge

morale, il nesso del mondo ideale col reale, della vita teoretica e

speculativa colla pratica. Sommo teorico del pensiero, sebbene usi

una lingua pulitamente stentata, e più prolissa che non converrebbe a

quell’irrepugnabile argomentare; e sebbene l’insistente dialettica,

specialmente nella confutazione, sappia di cavillo, nuovo movimento

impresse al pensiero filosofico, tolto dalle angustie dell’empirismo,

e diretto ad abbattere il mondo della sofistica e dell’errore, per

elevare il mondo della scienza e della verità. Indipendente di atti e

di pensare, coerente nelle opere come nei principj, il ricco patrimonio

erogava in opere pie e nel sorreggere i Sacerdoti della Carità (-1854),

da lui istituiti per formare buoni ministri dell’altare.

Pure la vita eragli stata amareggiata da contrarietà, non solo per

parte de’ materialisti ch’egli bersagliò in Gioja, Foscolo, Romagnosi,

ma anche de’ religiosi, dai quali fu promosso avanti al pubblico

un attacco d’inverecondi improperj, e avanti alla Congregazione

dell’Indice un’accusa di errori teologici, ma la suprema autorità lo

mandò irreprovato.

Suo antagonista il torinese Gioberti (1801-52) asseriva «che al dì

d’oggi in Europa non v’ha più filosofi», colpa del metodo psicologico,

al quale vuol sostituire l’ontologico di Leibniz, Malebranche, Vico;

ultimi filosofi, la cui via fu guasta da Cartesio, «nuovo Lutero, che

all’autorità cattolica surrogò il libero esame». Poichè questa ricerca

dell’ente mena difilato al panteismo, sia l’ontologico che confonde

il reale infinito col possibile, sia il cosmologico che immedesima

Iddio col creato, Rosmini avea voluto garantirsene coll’asserire che

l’intelletto non intuisce l’ente reale ma il possibile; Gioberti

accetta l’idea dell’ente come primo psicologico, ma crede repugni

il dedurre il concetto di realtà da quello di possibilità, e che

precipita nel panteismo il supporre che questo esista senza di quello.

Li distingue dunque per mezzo dell’atto creativo, mediante la formola

_L’ente crea l’esistente_.

Questa formola è il primo filosofico, che comprende il primo

psicologico e il primo ontologico, vale a dire la prima idea e il primo

ente. Toglie dunque, nell’intuizione dell’assoluto, ogni intermedio

fra lo spirito creato e l’ente in cui stanno objettivamente tutte

le idee, e vuole che l’intuizione dello spirito umano sia nell’ente

divino, ideale, reale, creante; mentre Rosmini fa l’intuizione per sua

natura ideale, e il reale colloca come scopo del sentimento: laonde

lo spirito nostro non intuisce direttamente Dio; l’idea dell’ente,

rappresentandogli l’essere come possibile e universale, non gli

discerne il necessario dal contingente, mentre il sentimento della

realità divina appartiene ad uno stato soprannaturale. Se in Rosmini

l’ente è possibile e indeterminato, in Gioberti è reale e creante;

perocchè, in quella sua proposizione egli avvisa nel primo membro

una realità assoluta e necessaria, nell’ultimo una contingente, e

vincolo tra essi la creazione, atto positivo e reale, ma libero.

Ecco tre realtà indipendenti dallo spirito nostro; ecco affermati

il principio di sostanza, quel di causa, l’origine delle nozioni

trascendenti, e la realtà objettiva del mondo esterno. Da quella

deduce egli l’intera enciclopedia, divisa in tre rami; filosofia o

conoscenza dell’intelligibile, fisica e matematica. La prima appartiene

all’essere, la seconda all’esistenza, la terza alla copula, cioè

al creato. Viene poi la teologia rivelata, dov’è l’ente che redime

l’esistente.

È un tentativo di ricondurre all’ontologia gli spiriti, traviati

dall’analisi psicologica, ripristinando la scienza in opposizione

alle scuole tedesche, vergenti al panteismo. Ma Gioberti, declamando

incessante contro i psicologi, ingombrò la dottrina con metafore

e tono oratorio, con parole artificiosamente inintelligibili e

sinonimi in mancanza d’idea precisa; con neologismi inutili e formole

nuove indossate a idee anche comuni, mentre gli studj speculativi

vogliono elocuzione chiara, precisa. Il razionalismo combattendo in

Lutero che scosse l’autorità della Chiesa, in Cartesio che sconficcò

l’infallibilità della Bibbia, in Kant che annichilò la validità della

metafisica cristiana, ripone l’essenza del cattolicismo nel riconoscere

l’assoluta sovranità della Chiesa nel definire il vero morale e

religioso: sovranità che si annichila col negarne anche una minima

parte. Lo avesse egli ricordato anche tra l’ardore della polemica,

dove, fatto del vero un mezzo, non un fine, si prostrò davanti ai

proprj equivoci, secondando l’opportunità.

Attorno a Rosmini e Gioberti si dibatterono le capitali quistioni

dell’ontologia, della psicologia, dello scetticismo, del panteismo,

dell’origine ed autenticità delle cognizioni, del valor logico della

dialettica nel conciliare i contrarj, della natura dell’assoluto,

dell’ideale, del reale, degli universali, del primo enciclopedico che

spiega l’universo. Conciliava i due sistemi onde raggiungere la sintesi

che meglio giovi alla vita individuale in relazione coll’universale

civiltà. Tentarono Tommaso Mora e Francesco Lavarino nell’_Enciclopedia

scientifica_ (1856), associando l’intuito dell’ente creato e quel

dell’ente possibile non sequestrato dal reale, in modo che l’ontologia

sia reale, ideale, mista, e il filosofo deva contemplarne tutte le

parti, ma non gli sia possibile impossessarsene senza l’autorità della

Chiesa, la quale è l’ontologia stessa fatta sensibile, e la sola che

possa insegnare la realtà oggettiva delle cose; è il vero principio

del mondo scientifico, dove la filosofia non è che il mezzo. I criterj

filosofici usitati sono sempre arbitrarj e gratuiti, destituiti

di valore enciclopedico, il cui supremo valore è quello della

contraddizione: ed essi con logica serrata lo riscontrano attuato in

tutte le cose, da Dio sino all’atomo.

V’ha altri cui viene paura che gli studj dell’ente e quelli dell’idea

non conducano dalle universalità dell’essere alle universalità della

sostanza, dall’unità ideale alla sostanziale, cioè dalla semplice

unità ideale alla negazione delle realtà estrinseche. A tal pericolo si

oppongono gagliardamente i filosofi religiosi, fra’ quali segnaliamo

il gesuita Pianciani (-1876), che dopo avere colla molta sua scienza

fisica commentati i sei giorni della creazione, volle con quella

scienza stessa illustrare la metafisica.

Altri credono che la filosofia abbia fondamento in san Tommaso, giovata

dalle ricerche de’ moderni; e tale è l’opinione del Liberatore, che i

Gesuiti oppongono al Rosmini. Con quest’ultimo accampano Pestalozza,

Curti, Sciolla, Manzoni...; con Gioberti stanno Bertinaria, Vittorio

Mazzini e molti piemontesi. V’ha chi risale a Kant, pur declinandone

gli errori, come Baroli; chi tiensi agli scozzesi, come Ravizza;

Bertini nella _Filosofia della vita_, deriva la morale dall’amore

disinteressato della bellezza morale degli atti virtuosi: il Centofanti

con vigoria ed ardimento fino nell’erudizione tesse la storia de’

sistemi filosofici.

L’ontologia e le aspirazioni alla scienza assoluta sono combattute

da Giuseppe Ferrari, il quale asserisce che con ciò non si fa che

duplicare i misteri, trasportando la verità prima fuor della certezza

descrittiva; e poichè non è data all’uomo che la descrizione, facile

riesce abbattere i sistemi ontologici e, confutati questi, sembrano

distrutti anche i fatti che essi spiegavano. Passaggio matematico non

v’ha dall’ente ai fenomeni, dall’uno al vario, dalla sostanza alla

creazione; sicchè fra tali ricerche la ragione isterilisce nel dubbio,

mentre dovrebbe limitarsi alla descrizione de’ fenomeni, ripudiando

come impossibile ogni dimostrazione di là dai limiti della certezza

vulgare. Neppur alla morale dà fondamento l’ontologia, avvegnachè la

virtù è una poesia, la morale un irresistibile impulso del cuore, la

libertà e la responsabilità un fatto di coscienza, inseparabile dalla

moralità e inesplicabile come questa[266]. Con Ausonio Franchi proclama

i diritti della ragion pura, e che sol dopo ottenuta la libertà del

pensiero potrà conseguirsi la libertà degli atti; sicchè è mestieri

distruggere dogmi se vogliasi arrivare al riscatto politico della

nazione.

Queste divergenze accertano il bisogno di dare un fondamento alla

filosofia, la quale più non s’isfrivolisce coll’acquisto individuale

di idee e di cognizioni, ma ricorre all’universalità, o chiamisi

senso comune, o idea innata, o forme universali, o spontaneità della

ragione, o indaghi nel linguaggio i depositi della comune, la sintesi

dell’umanità; certo però collo spirito negativo non risolverà i grandi

problemi della natura e della civiltà, nè ripristinerà nell’uomo

l’immagine divina.

La filosofia sensista aveva avuto rinfianco da Melchior Gioja prete

piacentino (1767-1829), che buttatosi alla repubblica, parve eccessivo

fino ai demagoghi; poi dal Governo italiano fu destinato a coordinare

le statistiche. «Cercare i fatti, vedere quel che ne risulti, ecco

la filosofia», diceva egli: «le scienze non sono che risultanze di

fatti, concatenati in modo che facile ne sia l’intelligenza, e tenace

la ricordanza»; umile uffizio per una scienza! Conseguente al quale,

raccolse fatti sconnessi e neppur provati, e fenomeni disgiunti dalla

propria causa; e pretendeva dedurne verità generali. Così diede una

filosofia e una scienza sociale affatto vulgare, dove spesso sagrifica

la verità al sistematico spirito di contraddizione, al gusto di celiare

e diffondere il dubbio. Per rendere quasi visibili le teorie, e offrire

simultaneo ciò che nel discorso è successivo, moltiplicava i quadri

sinottici, solo metodo, secondo lui, per «provare qualche cosa in

morale ed in economia, rinvigorire le idee col mezzo della sensazione,

e avere un esatto confronto dei diversi elementi». Ma questo formolare

stanca l’attenzione, e aggrava la memoria di particolari, a scapito

degli universali.

La tirannide amministrativa non ebbe campione più risoluto di lui,

che domanda una direzione dispotica sopra l’esercizio delle arti e

le professioni, e privilegi, tariffe, corporazioni; si scandalizza di

Smith che disse, le passioni private abbandonate a se stesse tendere

al pubblico bene; riduce tutta la grandezza nello Stato, tutte le cure

allo sviluppare la forza amministrativa[267]; all’esperienza, alla

libertà, alla dignità umana surroga decreti che guidino o frenino

questo pazzo imbecille che è l’uomo, non esitando a introdurre

l’occhio della Polizia fin nel sacrario domestico per valutare il

merito e le ricompense, le ingiurie e i danni. Ma nel cercare le

soddisfazioni dell’ingiuria cambia spesso di criterio; spesso lo desume

dagli accidenti della natura umana, anzichè dalle sue leggi costanti

e universali, o dal risentimento che nell’uomo nasce da passioni

disordinate. Non crede la moneta possa servire di misura ai valori, nè

che convenga al solo argento conservare la funzione di moneta[268];

combatte i Fisiocratici dove prendono la terra per unica sorgente

della ricchezza, ma sconobbe l’ampiezza della dottrina di Beccaria e

di Smith che la fanno nascere dal lavoro; delle politiche istituzioni

non si diè briga, nè del nesso fra l’economia e la legislazione, nè

delle finanze. Oltre la produzione e la distribuzione delle ricchezze,

tratta anche della consumazione: ma volge il dorso alle moltitudini,

della poveraglia non tratta, antepone i grossi manifatturieri ai

minuti, i grandi possessi ai frazionati; si sgomentò della libertà di

commercio e dell’aprirsi del porto di Odessa che svilirebbe le mercedi

e porterebbe il pane a buon mercato, e loda l’Inghilterra che proibiva

l’introduzione dei grani, cioè condannava molti a morire di fame[269];

le tariffe considerava come «mezzo di difesa dell’industria nazionale

contro una concorrenza più potente»[270], ed esclama: — La libera

importazione equivale a diminuzione de’ prezzi; diminuzione de’ prezzi

equivale a diminuzione dei capitali della classe agricola; diminuzione

di capitale in quella equivale a scarsezza o mancanza di mercedi;

scarsezza o mancanza di mercedi equivale ad impotenza a comprare il

pane a basso prezzo».

Abbiatelo a saggio del formulario matematico che indossava alle

sue idee, per cui la felicità definiva il numero delle sensazioni

gradevoli, sottrattone quello delle spiacevoli: e nel Merito e

Ricompense e nell’Ingiuria e Danni riduceva a cifre e valore persino

i fatti morali; e con Bentham asseriva che «leggi, diritti, doveri,

contratti, delitti, virtù, non sono che addizioni, sottrazioni,

moltipliche, divisioni di piaceri e dolori, e la legislazione civile e

penale non è che l’aritmetica della sensibilità»[271].

«I mezzi primarj per accrescere la civilizzazione consistono

nell’accrescere l’intensità e il numero de’ bisogni, e la cognizione

degli effetti che li soddisfano[272]. I discorsi al pari delle azioni

sono subordinati alla legge generale del maggior utile e del minor

danno[273]; e una buona digestione val cento anni d’immortalità»[274].

La speranza di procurarsi i piaceri del lusso è pungolo potentissimo

pel basso popolo, senza del quale egli si avvicina allo stato

d’inerzia, e al vizio che l’accompagna[275]: per quello la donna si

vende; ma l’uomo onde comprarla lavora, e così sviluppa l’industria,

talchè il lusso conduce alla morale. E morale per lui è la scienza

della felicità; la società è un mercato generale, in cui ciascuno vende

le cose sue e i suoi servigi per ricevere gli altrui; anche quando si

rendono servigi in apparenza gratuiti, gli è per procurarsi un piacere

vivissimo, come chi spende per procurarsi un fuoco d’artifizio[276].

Vuole il divorzio, giacchè l’uomo non può rispondere de’ suoi affetti

futuri; la prostituta ottenga onore qual ministra di felicità:

impudenze che non han tampoco il merito dell’originalità, essendo

levate di pianta da Bentham, dietro al quale poneva fra i delitti

punibili il digiunare, il celibato, il mortificare la carne; fra le

superstizioni il battesimo de’ bambini, la festa degli ulivi, il sonar

le campane ne’ temporali.

Vanto di lui fu la statistica, scienza de’ fatti primarj e attuali,

che si manifestano nei differenti dominj della vita sociale, e che

servono di lume alla pubblica amministrazione, e di computo dei mezzi

nazionali. Accentrati i Governi, dovette diventare importantissima

questa scienza, che però molti riducono ad arte; mentre il suo creatore

Schlözer voleva fosse l’applicazione del proverbio _La pubblicità è il

polso della libertà_. Il Gioja, col definirla «descrizione economica

delle nazioni», dispensa dal tener calcolo complessivo di tutte le

forze politiche, mediante le quali misurare la vera potenza intima

della società.

Nel Prospetto delle scienze economiche, il quale insomma è raccolta non

di scienza ma di materiali, radunò «sopra ciascun oggetto d’economia

pubblica e privata quanto pensarono gli scrittori, sancirono i Governi,

costumarono i popoli». Poi nella _Filosofia della statistica_ insegnò

a coordinare gli oggetti e i fatti sociali sotto sette categorie: ma

è possibile mai ridurre tutto a numero e misura? è desiderabile una

società, dove si tenga conto d’ogni uovo e d’ogni pensiero che nasce?

Su quel modello molti secondarono la materialità dell’amministrazione,

ove l’uomo non è considerato come un essere intelligente, ma come

macchina da produr denaro.

In fatto ai grandiosi e inquietanti sobbalzi della Rivoluzione

sostituivasi una nuova dottrina, il soddisfacimento degl’interessi, e

a ciò mira l’economia pubblica; ma essa «riveste un’aria di gretta e

tirannica sensualità, nella quale la parte più preziosa della carità

e dignità della specie umana viene dimenticata». Così lamentava Gian

Domenico Romagnosi piacentino (1771-1835), il quale pertanto non

volle considerarla come puro studio della produzione, distribuzione

e consumazione delle ricchezze, ma come l’ordine sociale di queste; e

porla sotto al diritto pubblico, come questo sotto al diritto naturale.

S’accorge egli che «ciò che rende sociale la ricchezza è il commercio»,

e disgrada l’inutile ingerenza de’ Governi; ma a ciò lo conduce

piuttosto il buon senso pratico, che una logica deduzione dalle sue

teorie, giacchè anch’egli inciampa allo scoglio comune, e nel mentre

ripete «Lasciate fare, lasciate passare», all’autorità attribuisce

poteri che assorbono la libertà dell’individuo; quasi fossero necessarj

per dare unità, concordia, efficacia alle azioni e ai voleri singoli:

insomma al posto del naturale surroga l’ordine artifiziale.

Da Wolf, testo filosofico nel collegio Alberoni dov’egli fu educato,

trasse l’unità, la vastità, la concatenazione sistematica, la precisa

distinzione delle idee, la ben determinata terminologia, ma anche un

formalismo faticoso tra il procedimento matematico e l’argomentazione

scolastica. Testa geometrica, faticò tutta la vita ad armonizzare

principj in apparenza repugnanti, l’equità romana e il formalismo

britannico, la virtù di Platone e l’utilità di Bentham, la giustizia

metafisica di Vico e la necessità di Hobbes, l’amministrativa e

l’attività privata, la stabilità e il progresso; coordinamenti troppo

difficili. Romagnosi ripudia francamente il contratto sociale come

base dei diritti e doveri, ma vi surroga una ragione presuntiva, una

volontà generale e sovrana, una legge che tutta la forza deduce da

legge anteriore, qual è il bisogno assoluto del viver sociale; e il

diritto umano e pubblico fonda sulla necessaria tendenza dell’uomo

a cercar il piacere ed evitare il dolore (§ 97) e sulla conseguente

necessità del viver sociale (§ 415); di modo che il diritto deriva dal

complesso degli attributi essenziali dell’uomo e delle relazioni co’

suoi simili, raccolti e tutelati nella convivenza civile, la quale è

lo stato naturale dell’umanità. Ma fuori e prima della società non

v’è nulla; «non esiste una potenza esterna superiore, illuminante

l’uomo sull’ordine dei beni e dei mali, sui beni e i diritti. Dunque

ha dovuto precedere un lungo periodo, nel quale, a forza di milioni di

sperimenti, d’errori, di vicende, l’uomo grezzo e ignorante è passato

bel bello allo stato di ragionevolezza e di lumi. Questo corso si può

considerare come una legge di fatto della di lui natura»[277].

L’uomo dunque senza la società non sarebbe che un bruto, lo che

riconduce alla primitiva bestialità di Rousseau, e a sagrificare

l’individuo alla società, l’uomo non avendo che un valor sociale;

e l’attribuirlo al maggior numero dei conviventi è lo scopo della

scienza e dell’arte. Male non è che il nuocere alla società, «tanto

che un uomo il quale per tutta la sua vita pensasse ed amasse il male,

e operasse giusta l’ordine, non potrebbe essere chiamato ingiusto;

anzi giusto sarebbe ad ogni modo»[278]: esclusione del concetto morale

che genererebbe l’ipocrisia. Il suo confondere sempre il desiderio

di sentire aggradevolmente coll’amor del bene, cioè il piacere

coll’ordine, esclude ogni concetto morale superiore; nè vi rimedia col

porre fine ultimo della società la pace, l’equità, la sicurezza, poichè

ciascuna di queste importa una moralità, cioè pace nell’ordine, equità

ma con giusta proporzione, sicurezza ma per la sola virtù. Costituito

il diritto di proprietà sopra il diritto di sussistere, dovette dar in

fallo discorrendo dell’eredità.

Fra i diritti della società è quello di punire; la necessità, come

ne è la fonte, così ne è il limite. Sebbene nella pena introduca un

elemento morale, facendo che colla colpa l’uomo decada dal diritto

che aveva alla vita e sicurezza propria; non per questo si eleva sino

all’espiazione, portata da tutt’altro ordine di idee, e si arresta

alla difesa indiretta. Questa non è più necessaria quando il delitto

è consumato; ma poichè alla società sovrasta la minaccia di rinnovata

offesa, ella ha diritto di prevenirla punendo. Qui manca il nesso,

giacchè pel nome medesimo, una punizione non può concernere che il

passato; il padre punisce il figlio che percosse un altro, sebben nulla

abbia a temere per sè; e Dio punisce anche quando l’essere misto cessò

di poter delinquere. Scolaro degli Enciclopedisti, il Romagnosi trae da

quelli molti pregiudizj, sebbene non ne accetti il gretto materialismo;

da gran legista ripudia molte conseguenze, pure distingue le leggi

come sono dalle leggi come devono essere; se ne’ particolari è spesso

utilitario, nel complesso investiga il principio razionale: insomma ha

il merito di mostrare gli sbagli del sistema vecchio, ma non ne erige

un nuovo; e se anche se ne rifiutano i canoni, la mente è giovata dal

suo metodo.

Nell’Introduzione allo studio del diritto pubblico universale vuol

congiungere l’ordine dottrinale coll’operativo, la scienza della

ragione con quella della volontà, troppo dimentica dai pubblicisti;

la quale scienza si collega nel tempo col diritto d’opportunità,

ch’è spiegazione della storia. Cercando dunque ajutare il triplice

perfezionamento economico, morale, politico, formò una filosofia

ch’egli intitolava civile, media fra la razionale e la scienza della

legislazione. E come suo carattere udiamo attribuirgli l’insistere

sulla fusione della giurisprudenza coll’economia, la quale altrimenti

è scienza sbranata e disastrosa; sebbene non precisano la natura di

questa relazione fra l’economia, la morale, la giurisprudenza, la

politica. Anche quel suo ampliare l’oggetto dell’economia politica,

nelle ricchezze comprendendo e il giusto e l’onesto, l’utile

dell’individuo e della società, è un eccesso che, se impiacevolisce la

scienza e corregge l’egoismo, scema però la precisione.

Nella giurisprudenza adoprò a sottrarre le materie legali dal

grossolano e pigro senso comune, soggiogato dall’autorità. Tardi,

quando rinasceva l’amor della storia e qualche scolaro oppose i

fatti alle sue idealità, egli entrò in questo campo, ma con teorie

preconcette. Allora ripudiò il passaggio spontaneo dell’uomo dalla

barbarie alla civiltà, e «quei mal informati tessitori di civili

società, i quali mediante fantastiche speculazioni pretendono far

sorgere ove lor piace le città. La storia non ci fornisce verun esempio

d’incivilimento nativo, e ricorda solamente il dativo... Le notizie

rimaste dei primordj delle nazioni tutte, segnano uno stato anteriore

di nativa barbarie, e la derivazione dell’incivilimento da gente

straniera». E per conciliare questa contraddizione colle sue prische

dottrine, ammetteva che «pel concorso di felici circostanze, in un

paese unico spuntò, crebbe e si diffuse l’incivilimento; donde colla

maniera sperimentata efficace fu trapiantata di fuori»[279]. È questo

il sistema di Bailly; ma non fa se non allontanare la difficoltà.

Dal Rosmini la filosofia del diritto fu trattata in modo originale,

siccome pur dal gesuita Tapparelli, entrambi il diritto subordinando

alla morale, anzi il Tapparelli lo ridurrebbe alla rettitudine, in

opposizione alla scuola filosofica tedesca che lo deduce dalla libertà,

separandolo dalla morale, e guardandolo come un ragguaglio meramente

esterno, il cui formale principio è riposto nell’autonomia morale.

Non però confondono il giusto che è principio del diritto, coll’onesto

che è principio della morale; esterno quello, questo interno; quello

obbligatorio, questo spontaneo.

Il diritto naturale fu sospetto a molti Governi, quasi conduca al

razionalismo e a sciogliere l’uomo da ogni vincolo di religione

rivelata e fin di morale naturale. Antonio Bartoli Avveduti (1854)

sbuffa contro quanti ne trattarono e fin contro la parola diritto,

credendola manto de’ razionalisti utilitarj, atei, comunisti; non darsi

diritto ma solo dovere, nè altro averne l’uomo che quello di compire

il proprio dovere; Dio ha dovere di creare, felicitare, perdonare,

punire (pag. 55); le bestie hanno «il diritto di essere governate,

accarezzate, bastonate, ammazzate ed anche straziate, come si fa negli

studj anatomici; Mirabeau, Robespierre, il diavolo hanno il diritto ad

essere esecrati e maledetti (pag. 52-59); nè si danno opere lecite e

non doverose (pag. 46)».

La giurisprudenza come arte trovò nobile campo dove era chiamata

alla pubblicità; ma i più s’applicavano alla pratica, nella quale il

diritto è il codice. La filosofica ebbe per altro qualche cultore,

e qualcuno la storica, o sulle orme nazionali come fecero Romagnosi

e Nicola Niccolini che applica la filosofia alla legislazione, o

sulle tedesche come Capei, ma più sulle francesi. I napoletani Mario

Pagano, Liberatore, Delfico, Giovine, Durini, De Thomasis, De Martire,

Martinengo, Winspeare, Capone, Starace, Vecchioni, Lauria, Canofori,

Raffaelli, Agresti, Mancini; i toscani Biondi, Poggi, Paoletti,

Marzucchi, Galeotti, Giuliano Ricci; i romani Capitelli, Contoli; i

lombardi Nani, De Simoni, Giuliani; i piemontesi Sclopis, Albini, son

nomi che possiamo intonare ai forestieri quando troppo generalmente

asseriscono che l’Italia non ha fatto nulla per la giurisprudenza.

Carmignani diede la teoria delle leggi della sociale sicurezza; Forti

le istituzioni civili; Luigi Cappelli pistoiese insegnò legislazione

civile, penale e canonica all’Università di Wilna, dove professò anche

il filologo Sebastiano Ciampi. Emidio Cesarini (-1876) offrì i principi

del diritto commerciale secondo lo spirito delle leggi pontifizie

(1836). Come il Romagnosi, così il napoletano Manna adoprò a ridurre a

forma scientifica il diritto amministrativo. Pellegrino Rossi (-1849)

conobbe la necessità di legittimare il diritto di punire, contro le

opinioni divulgantisi; confutò la scuola storica che alla ragione

filosofica contende il diritto di far leggi, appropriandolo unicamente

alla consuetudine, alla spontaneità popolare; cercò porre in sodo il

fondamento razionale, già indicato da Kant, da Cousin, da De Broglie,

e fabbricarvi sopra il diritto penale, e trovare l’arcano attacco

della giustizia penale coll’assoluta. Unico trattato completo dopo il

Beccaria, concepito con unità, dedotto con metodo, spinto con potente

dialettica: ma non osando ribellarsi ai giudizj correnti, si tiene al

giusto mezzo dei dottrinarj; sciogliesi dall’ideologia sensista, ma

senza abbracciare francamente lo spiritualismo; non accorgendosi che il

razionalismo non può produrre che la variazione.

Nel diritto canonico van citate principalmente le opere del novarese

Scavini e del chierese Perrone, e in senso contrario quello del

torinese Nuytz. La teologia da cinquant’anni discute se «nel conflitto

tra due opinioni egualmente probabili, si deva stare a quella ch’è più

sicura, perchè conforme alla legge, o possa pigliarsi la meno sicura

e più favorevole alla umana libertà». Gli uni tengono doversi nel

dubbio eleggere la parte più sicura (Probabilioristi o Tuzioristi). I

Probabilisti assoluti, pei quali è lecito seguire l’opinione probabile

anche quando sia in conflitto con altra più probabile appoggiata

alla legge, oggimai son fuori di quistione; e Probabilisti moderati

convengono non possa operarsi con dubbio pratico, bensì nel contrasto

di due opinioni di equiprobabili potersi tener quella ch’è più conforme

alla libertà umana, qualvolta nel dubbio speculativo l’operante si

renda praticamente certo mediante alcun principio riflesso. Tali

sarebbero, che la legge dubbia non sia sufficientemente promulgata,

e perciò non obbliga; che la legge incerta non produce obbligazione

certa; che nel dubbio si può attenersi al partito più benigno; che nel

dubbio è migliore la condizione del possidente, sicchè nel conflitto

tra legge e libertà può preferirsi quest’ultima, posseduta dall’uomo

prima della legge. Quanto sieno solidi e quanto devansi estendere

questi principj è controverso tra Probabilisti e Tuzioristi in genere;

e nominatamente tra i Rosminiani e i teologi di cui fu sapiente

compilatore lo Scavini.

Favorevoli alla legge apparvero tra noi, oltre l’antico Bellarmino,

nel secolo passato i fratelli Ballerini, il Cóncina, il Fagnani, il

Franzoja, il cardinal Gatti, il Patuzzi, lo Scarpazza, e modernamente

il comasco Luraschi e il milanese Speroni. Quelli che nel dubbio

propendono alla libertà, citano fra gli antichi sant’Antonino e

Alberto Magno, poi i cardinali De Lugo e Pallavicino, Cristiano Lupo,

il Possevino, il Segneri, lo Sfondrati, e recentemente il Tamburini.

In capo a tutti procede sant’Alfonso de’ Liguori (tom. XII, pag. 182)

che, seguendo le norme di Busembaum, e copiandolo tanto vigore vi pose,

tanta copia di prove, tanta costanza di principj, da parer l’autore di

questa dottrina, che fu adottata quasi universalmente, a segno che i

trattati di morale posteriori riduconsi quasi ad un ricalco de’ suoi.

Ai progressi della teologia ermeneutica, che furono così segnalati

di fuori, non abbastanza contribuirono i nostri, fra cui pochi

sono provveduti di quell’alta filologia che eleva la critica ed

invenzione[280]. Più larghi campi e battaglie più severe offre

l’alleanza dello spirito di Dio colla ragione umana. Nè la filosofia

potrà forse procedere se non ammettendo a titolo di postulato la

coesione del finito coll’infinito, della libertà colla necessità, della

creatura col creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza

del me, e dare al vero una sanzione superiore alla filosofica. Col

coraggio della fede e la saviezza della speranza, ben meglio che

colla presunzione individuale si compisce la saviezza de’ padri e si

trasmette migliorata ai figliuoli, e si abbatte il nemico comune, lo

scetticismo, separando le verità sperimentali da que’ disegni che Dio

realizza nel mondo, e di cui vuole nasconderci il mistero.

Nelle leggi non men che nell’economia bel nome godrebbe Luigi

Valeriani d’Imola (1758-1828), professore all’Università di Bologna,

se la barbara esposizione nol rendesse a pochi accessibile, e se

non avesse tirato che pochi esemplari delle opere sue. Scrisse del

prezzo delle cose tutte mercantili (1815); e affatto geometrico, da

pochi principj generali discende a spiegare i fenomeni e dimostrare

i problemi e teoremi tutti. Dalla proprietà individuale sui mobili,

poi sui semoventi, poi sugli stabili deduce l’origine della società

civile e dei suoi tre grandi ordini, la divisione del lavoro, la

maggior riproduzione, le permute estimatorie, le misure del valor

delle cose, i loro baratti, l’amministrazione pubblica, la giustizia

distributiva e la commutativa, i giudizj, la difesa, il tributo.

Ricchissimo d’erudizione, forte di logica, volendo associare l’economia

colla morale e la religione, saviamente discorse de’ cambj e della

moneta reale e di conto: ma preoccupato dall’autorità de’ filosofi e

dei Governi, col maggior numero antepone la pubblica alla sicurezza e

comodità privata.

Il Mengotti di Feltre dissertava sul colbertismo; la sua memoria

sul commercio de’ Romani; premiata dall’Accademia di Francia l’anno

che scoppiò la rivoluzione, ebbe un successo di circostanza, perchè

nei ladri proconsoli romani si volle vedere adombrati i provveditori

veneti.

Il comasco De Welz diede qualche aspetto di novità alla sistemazione

del credito proponendo una banca per la Sicilia, poi nell’operetta

della _Magia del credito svelata_ (Napoli 1834). Aggiungiamo Carlo

Bosellini di Modena (_Nuovo esame delle sorgenti della privata

e pubblica ricchezza_, Modena 1816), il Fabroni, il Costanzo, lo

Scuderi, il Longo, il Morreno, l’Intriglia, il Deluca, il De Augustini,

il Rossi, il Meneghini, il Parisi, il Trinchera, il Poli (_Studj

d’economia politica_); il Ferrara, che sovraintese a Torino a una

raccolta d’economisti, tutti forestieri eccetto un volume; lo Scialoja,

che più degli anzidetti inclina alla libertà, però legale e protetta.

Di tali studj e delle loro applicazioni l’organo più longevo e perciò

meglio opportuno alla storia furono gli _Annali di statistica di

Milano_ compilati da Giuseppe Sacchi, che sopravvissero alla crisi

del 1848, a cui soccombettero quelli di Napoli. Lodovico Bianchini,

nella _Scienza del ben vivere sociale_, allargò a teorie quel che avea

raccolto negli studj particolari sopra il reame delle Due Sicilie;

conosce le imperfezioni di questa scienza, pure s’affigge anch’esso

allo Stato, qual albero maestro della macchina sociale, e alle leggi

arbitrarie e alle sociali contingenze.

In generale fra noi furono discusse e svolte le dottrine economiche

di Malthus, di Say, di Smith, anzichè surrogarne di originali. Ben

vollero intitolare italiana una scuola, della quale Blanqui darebbe per

contrassegno il riguardar le questioni in maniera larga e complessa,

e la ricchezza non in modo stretto ed assoluto, ma in relazione col

ben essere universale: e il napoletano De Luca il dedurre le verità

economiche dai principj del diritto e della morale, richiamandole

a sintesi giuridica e di pubblica moralità, non precipitarsi agli

estremi, ma tenersi a un giusto mezzo, e mirare al miglioramento della

classe più numerosa[281]. Non troviamo che questi caratteri siano nè

comuni ai nostri, nè speciali ad essi; i quali in generale propendono

ad una libertà di commercio moderata, si occupano molto della

popolazione, poco del credito pubblico, delle grandi industrie, delle

macchine, e spesso mancano del senso pratico di chi vide e provò.

Il Gianni avea già proposto[282] una moneta di carta che nessuno

potesse ricusare, e di quantità equivalente all’imposizione; l’erario

non pagherebbe e non riceverebbe che in questa specie; sicchè non

estenderebbe nè il commercio nè la circolazione de’ metalli, dando

fuori solo quanto ripiglia; e con ciò si cesserebbe d’avere e

imposizioni e spese pubbliche. Quel pensiero sviluppò il siciliano

barone Corvaja, stabilendo un banco-governo che stampasse tanta carta

quanta ne domandano i cittadini a contanti; non sarà una banconota

che rappresenti un atto di fede, sibbene un certificato di rendita;

l’interesse del denaro frutterà per tutti i cittadini indistintamente,

variando a norma del cumulo di tutti gli utili. Da principio il denaro

affluirebbe verso gli Stati ove più alti i fondi pubblici; quando fosse

livellato in tutti gli Stati, si conoscerebbe che trascende i bisogni

giornalieri, e quest’eccedente diverrebbe oggetto di lusso. In questa

banca universale, dove tutti i proventi diventerebbero accomandatizj,

si raccoglierebbero tutti i fondi pubblici, tutto il metallo: laonde

se mai fosse stata possibile, avrebbe recato un tale accentramento

governativo, da assorbire ogni attività individuale, e spegnere la

libertà a nome dell’eguaglianza come nel comunismo. Anche Rusconi (_La

rendita e il credito_) si vale delle idee di Proudhon per suggerire un

banco-governo, i cui frutti paghino il prestito. Vi arieggia la banca

nazionale di Gabriele Rossi, poco diversa da quella di Law. Anche altri

si piacquero ai concetti socialisti, che alla debolezza degli individui

vorrebbero rimediare col ridurre la società ed una massa unica, nella

quale l’individuo andrebbe affatto perduto. E massime in questi ultimi

tempi, dopo cresciuta la libertà e pubblicità, molti studiarono i

modi di crescere la rappresentazione de’ valori e la circolazione dei

capitali mobili ed immobili[283].

Nel campo pratico è a ricordare il genovese Luigi Corvetto (1756-1822),

che fu nel Consiglio di Stato di Napoleone, e contribuì a formare

il codice di commercio e il penale, sotto Luigi XVIII fu ministro

delle finanze, e uno dei fondatori della società per migliorare le

prigioni. Anche il côrso Antonio Bertolacci, fuoruscito nel 1793,

in Inghilterra s’applicò agli studj economici, fu adoprato al Seilan

come amministratore; scrisse varj trattati, e specialmente il progetto

d’un’assicurazione generale sulla vita, che dovrebbe amministrarsi dal

Governo in modo di avvincere i popoli allo Stato e viceversa.

Pellegrino Rossi pretende l’economia politica abbia teoriche certe

quanto le matematiche; e le assegna per oggetto la ricchezza, e per

termine gl’interessi materiali; il che la discerne dalla politica.

Teorie proprie egli non posa, ma prepondera pel metodo; ben sceglie fra

i predecessori, concatena e deduce con un rigor logico che non irriti

il buon senso. Attentamente distingue la scienza pura, indipendente

nei canoni e nelle dimostrazioni, dall’applicata che deve lottare

coi fatti esterni, ed egli attese piuttosto a questa; sempre ebbe

in vista l’uomo, e più nell’ultima parte, pubblicata postuma, e che

concerne la distribuzione delle ricchezze. Ma neppure qui elevandosi

dall’eclettismo, produce una scienza troppo liberale per essere di

Stato, troppo razionale per piacere ai socialisti. Scrisse sempre in

francese, come pure Giovanni Arrivabene di Mantova, posto nel Belgio

fra i migliori cultori di queste discipline.

De’ vecchi economisti italiani una raccolta stampò il barone Custodi

a Milano, erudizione poco concludente alla scienza, per quanto esso

li magnifichi colla passione d’un editore. Un succoso estratto ne

fece Giuseppe Pecchio (_Storia dell’economia politica in Italia_),

col solito andazzo di arrogare ai nostri ogni merito perchè abbiano

enunciato qui e qua alcuni veri, che traggono vigoría unicamente

dall’essere provati, e connessi in un sistema efficiente; eppure asserì

che, ne’ primi trent’anni del secolo, l’Italia non avea nulla prodotto

in tale scienza.

Con altro ingegno il Marescotti esaminò gli economisti italiani del

secolo nostro, pretendendo cambiare il centro dell’economia politica,

come Galileo e Newton fecero della planetaria, e coll’esposizione

scientifica di tutte le scuole economiche non solo, ma delle morali,

religiose, sociali, risolvere i problemi più dibattuti, mostrare che

quel centro non è lo Stato, bensì l’uomo, e intorno a questo deve

acconciarsi e moversi il Governo. Fedele pertanto alla tradizione

religiosa degli alti intelletti italiani che attesero a dar vigore

alle leggi naturali e divine, mira a ristabilire il diritto della

creatura autonoma, oppressa dalla violenza artifiziale, al contrario

de’ consueti nostri economisti che l’individuo avviluppano nella

sovranità legale. L’uomo ha un’esistenza subjettiva e indipendente,

e di lui bisogna fare la pietra angolare dell’economia e del diritto

universale se vogliano ridursi a scienza. La libertà sia intera, come

dritto non come concessione, per ottenerla abbiasi una tassa unica,

semplice, proporzionata, in ragione aritmetica diretta sopra ogni unità

che rappresenta un valore netto pel contribuente, vale a dire una tassa

unica sopra la rendita netta. La giustizia artifiziale emanata dal

Governo, cioè dalla forza, non deve preponderare alla naturale, dettata

dalla ragione dell’uomo; chè al vertice della società non siede un

Governo umano, bensì la coscienza e la ragione per dirigere le morali e

le fisiche inclinazioni.

Insomma egli incolpa la scienza economica d’essersi fatta servile

all’onnipotenza governativa, e di tendere ad annichilare le

individualità, abolendo le corporazioni dei piccoli artieri, mentre si

applicavano quelle de’ grandi capitalisti. Dopo di che non resta che un

passo per arrivare ai teoremi de’ Socialisti, che, vedendo l’adulterio

introdotto all’ombra del matrimonio, la corruzione all’ombra della

politica, la mediocrità all’ombra dello intrigo, l’ozio e la miseria

all’ombra della ricchezza ereditaria, scalzano e rimpastano l’ordine

sociale odierno; premettendo rendere felice l’uomo, ma di felicità

passiva, indipendente da’ proprj sforzi, quasi condannato alla

beatitudine terrestre, e a virtù che sono fuori dei nostri istinti.

E a deplorare che, mentre una volta l’economia sociale studiavasi per

elevare le anime, ora non badi che a soddisfare gl’interessi materiali,

e a farsi mezzo all’indipendenza dello Stato, favorendo la sete

dell’oro e la febbre di speculazioni che arrestano lo slancio delle

intelligenze e la moralità.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 18 / 28 题