CAPITOLO CLXXXVIII.

Belle arti.

Il privilegio di esprimere in creazioni concatenate l’evoluzione del

genio dei popoli fu tolto alle belle arti dalla letteratura, sicchè

esse decaddero ne’ tempi nuovi, ma subirono i medesimi influssi di

questa. Nella rivoluzione, tutta di Bruti e Timoleoni, stettero

classiche affatto; e la scuola di David, imitante il movimento

esterno antico colla pretensione di rappresentare idee gravi in istile

castigato, dominò l’età napoleonica, per ricerca della correzione dando

nel freddo, pel contegno arrivando a una semplicità manierata, e sotto

la pompa di una falsa scienza comprimendo l’originalità, così propria

de’ primi maestri di Grecia e d’Italia. Che il revocare all’arte greca

come temperamento transitorio è opportunissimo, ma non il volerla

costituire principio estetico rigeneratore. Andrea Appiani (tomo XII,

p. 532) nei chiaroscuri pel reale palazzo di Milano ritraendo i fasti

di Buonaparte, s’ingegnò di adattare il panneggiare antico alle truppe

moderne; poi ivi stesso e alla Villa frescò l’apoteosi di Napoleone:

lavori che gli meritarono il titolo di pittore delle Grazie; e come

arte classica, difficilmente sarà superato. Da questa scuola uscirono

Pietro Benvenuti d’Arezzo (1769-1844), che a Firenze, dove fu direttore

dell’Accademia, effigiò nel palazzo Pitti le fatiche d’Ercole, l’opera

più acclamata del tempo[297], e la cupola di San Lorenzo, ad Arezzo il

trionfo di Giuditta, il conte Ugolino ed altri quadri; il parmigiano

Gaspare Landi (1756-1830), di cui fu tanto lodato il Cristo che va al

Calvario: il Camuccini, Giuseppe Colignon, Giuseppe Bezzuoli, Francesco

Nenci fiorentini, l’Errante siciliano, il Boldrini vicentino, altri

grandiosi ed esanimi dipintori, i quali, fioriti in età retorica,

ebbero magnifici encomj, mentre ai successivi toccò comprarsi qualche

povero articolo di giornali. In gara col gloriato Benvenuti lavorò

Luigi Sabatelli (1772-1850), professore dell’Accademia di Milano,

che meglio pratico dell’affresco, parve scarso di stile, e non bene

intelligente del chiaroscuro e delle distanze prospettiche: nella

tribuna di Galileo riuscì meglio che a Pitti e a Pistoja e nella peste

di Firenze, nella benedizione dei fanciulli unì ricca fantasia e stile

grande. Più che Rafaello raccomandava a’ giovani di studiare i Caracci

nella sala Farnese in Roma. I due suoi figli Francesco e Giuseppe

prometteano largamente se non fossero morti così giovani.

Molti costruivano in quel modo, strettamente imitatore, con

distribuzioni grandiose, ed absidi ed esedre frequenti, escludendo

le lesene dagli intercolunnj, attenendosi quasi solo al dorico, e

riuscendo a un liscio freddo e monotono. Camporesi a Roma dirigeva

le feste imperiali, e disegnò piazza Popolo coll’attiguo giardino. Il

marchese Luigi Cagnola (1762-1830) alzò in Milano l’arco del Sempione,

ch’è de’ più grandi e il più bello di tal genere; e chiese, palazzi,

torri disegnò con gusto correttissimo, dai classici non si scostando

neppure in edifizj di cui quelli non poteano aver idea.

Della qual maniera sarebbe stato il capolavoro il Foro Buonaparte,

vasta spianata attorno allo smantellato castello di Milano, che si

pensò circondare di tutti gli edifizj occorrenti a gran città; tempio

(non dovea dirsi chiesa), ginnasj, palestra, teatro, odeon, terme, e

insieme uffizj, cantieri con canali, caserme. Fu ideato dall’Antolini,

che negli _Elementi di architettura_ aveva fatto una rapsodia di

Palladio e Vignola: alla stampa de’ disegni accompagnò una descrizione

il Giordani: tutto nel classico più pretto, senza commettere una sola

originalità, se non fosse quella di Gaetano Cattaneo, che nel mezzo

collocava una gran torre, rappresentante l’erma di Napoleone, su cui

la corona ferrea serviva di terrazzo accessibile. Non si edificò che

l’anfiteatro veramente bello, pure non credemmo vano addurre questo

testimonio delle fantasie d’allora.

Nella città stessa si appose fretta e furia una facciata al duomo,

rimpastando disegni anteriori, e conservando quello che di barocco o di

romano aveanvi intruso i secoli precedenti; nel che all’Amati servono

di scusa gli ordini imperiali, che non soffrivano nè riflessioni nè

dilazione. Ma egli stesso quando, più tardi e liberissimo, ebbe ad

erigere di pianta una chiesa a San Carlo, non seppe che copiare il

panteon, alterandone le proporzioni, e sepellendolo fra due edifizj

giganteggianti.

Maggior lavoro diede allora il convertire in teatri, in caserme, in

prigioni i monasteri e le chiese; e il farnetico dell’abbellire, del

rinfrescare, dell’allineare, non è a dire quanto guastasse in un tempo

che niun rispetto usava all’antichità, se non fosse romana o greca.

Il Canova, nel ritrarre i Napoleonidi e nel supplire alle statue

trasportate a Parigi, riuscì minore di sè; pure lungo tempo rimase

indisputato re della scultura. A Milano Pacetti, Comolli, Acquisiti,

Grazioso Rusca, Gaetano Monti, Pompeo Marchesi teneansi al sajo di

quel maestro, e quest’ultimo ebbe poi le più segnalate commissioni

che ad artista toccassero, in monumenti regj e nel gruppo del Venerdì

santo, il più grandioso che modernamente si eseguisse e uno dei più

infelici. Solo a fianco di Canova reggeasi Thorwaldsen (1844); e mentre

quello aspirava alla grazia, modificando e la natura e i classici, il

danese voleva la grandezza e la forza, per le quali però talora dava

nell’enfasi e mancava di finezza, e sebbene studiasse il concetto,

abbandonavasi poi nell’esecuzione. I ticinesi Albertolli a Milano

rendeano corretto e sobrio il gusto fino al secco; poi, dopo Gerli e

Vacani, il Moglia introduceva uno stile castigato eppure di effetto;

nelle superbe modanature dell’arco della Pace, e nella _Collezione

d’oggetti ornamentali e architettonici_ congiungeva l’assiduo studio

dell’antico coll’abilità di applicarlo al moderno.

Teoriche superiori al bello sensibile e all’eclettismo non si

conosceano; e coloro che, al principio del secolo, ci rubavano i Guidi

e i Caracci, non c’invidiavano i Gioito, i Masaccio, i Signorelli:

tanto una spigolistra illibatezza era insensibile a quanto non fosse

artisticamente acconciato. Giuseppe Bossi milanese (1777-1815),

uomo dei più colti ed amabili, appassionato de’ libri, disegnava

correttissimo, ma non avea l’organo del colorito; all’Accademia di

Milano formò una scuola, propensa a sentenziare più che abile ad

eseguire, e incaricato di copiare il Cenacolo di Leonardo, scrisse

su di esso un’opera dove mai non sorge dall’analisi delle forme

alla sintesi del concetto. La principessa di Galles (pag. 308) che

lungamente divertì e scandalezzò l’Italia, volle essere ritratta dal

Bossi seminuda; sicchè dovendo tenersi in ambiente caldissimo, egli ne

contrasse una malattia che precipitò la sua fine.

Leopoldo Cicognara ferrarese (1767-1831) nella _Storia della scultura_

non osa negare ogni senso di bellezza al medioevo, ma non vede

risorgimento che col rifarsi all’antico; tutto è più bello e grande

quanto meglio all’antico si accosta. L’idea poi, la convenienza non

sono quistioni da lui; Napoleone e Canova devono segnare l’apogeo

dell’arte possibile: divaga in quistioni biografiche di lieve conto,

eppure incoglie in molte inesattezze; descrive a lungo monumenti di

secondario interesse, nè ha estesa comprensiva dell’arte; per l’Italia

dimentica Francia e Germania, e vuol persuadere che le guerre dieno

impulso alle arti. Così ispiravano o imponevano i tempi.

Ma già alla vita napoleonica tutta esterna, rappresentata da Monti,

Gianni, Canova, Camuccini, Rossini, Viganò, era sottentrato il genio

tranquillo e pensieroso della storica verità, dell’ingenua natura.

Appreso allora a rispettare il medioevo, a cercare sotto alla forma

il pensiero, e vedere l’arte come un linguaggio dell’umanità, una

manifestazione dell’incivilimento, si applicarono le teoriche, maggiore

indipendenza di giudizj, più profondità nelle ricerche d’un piacere

estetico, il quale spesso va in ragione inversa del diletto sensuale.

Già può vedersene lampo in G. B. Niccolini, che talvolta elevò

l’arte al patriotismo; in Serradifalco, che riprodusse i monumenti

siculi con riverenza; fino nel Canina e nel Nardini-Nespolti, che

devotissimi all’arte classica, pur cercano intenderla alla moderna;

ma più in Tommaseo e in Selvatico, rivolti a discoprire nelle opere il

pensiero, che doveva essere creato nella mente dell’artista prima che

egli lo esternasse sulla tela o col marmo. Quest’ultimo, applicando

a noi l’estetica tedesca, della scuola veneta principalmente offre

un concetto differente dal vulgato; richiama in onore i Trecentisti

e Quattrocentisti, ed altri vanti prima dei Bellini, del Giorgione,

dello Squarcione; deplora il naturalismo introdotto dal Mantegna e dal

Cima, che pure loda assai; come loda Tiziano ma non l’adora, credendo

suo dovere l’additarne ai giovani i traviamenti. Ne crollano il capo

quei che pretendono che il sentimento e la pratica devano prevalere

alle ingegnose combinazioni teoriche, e che i concetti estetici sieno

baje in un’arte, diretta principalmente a toccare i sensi, e che il

bello non sia scienza metafisica, ma raccolta empirica. E come si

fischiò ai Romantici che dagli Arcadici voleano richiamare a Dante e al

Trecento, così scandolezzarono coloro che dissero Guido e i Caracci non

essere modelli, e meglio valere Giotto e frate Angelico; e il titolo

di Puristi fu una taccia in opposizione degli Accademici. Ma essi a

Roma posero fuori una specie di professione di fede, sottoscritta da

Federico Owerbeck tedesco, e da Tenerani, Tommaso Minardi, Antonio

Bianchini: gente che dall’arte pretendeano qualcosa più che le forme

e il luccicante e il prestigio; più che la semplice imitazione della

natura, per la quale non differirebbero di merito il pittore storico e

quello di fiori e d’animali.

Già la scoperta dei marmi d’Egina e del Partenone aveva alzato a

riconoscere un bello robusto, superiore a quello della seconda età,

che unica s’era fin là ammirata; e Tenerani, chiesto con Thorwaldsen

a restaurarli, comprese lo stile grande di Fidia, che pareva duro agli

idolatri della correttezza. Ma nemico dell’esclusivo, ed accettando il

bello semplice e d’ogni tempo, il Tenerani riuscì grande, vuoi nelle

grazie della Psiche o nella grandiosità del Giovanni evangelista e

dell’Angelo del giudizio, e principalmente nei monumenti sepolcrali,

siano eroici come quello di Bolivar, o domestici come quelli di Merser

o della Sapia.

Allora Finelli concepiva robustamente ed eseguiva squisitamente opere

originali, fra cui il Lucifero; e dietro a que’ maestri spingeansi

a Roma il Galli, l’Amici, il Bienaimé, il Revelli, l’Obici, il

Tadolini.... Lorenzo Bartolini (1777-1850), nato a Savignano da un

ferrajo, si ostina alla scultura, e, lottando coll’indigenza, pur si

trafora a Parigi nello studio di David: ma non che copiarlo, si volge

alla natura; quanto gli antichi, stima i Quattrocentisti nostri; nelle

opere sue mira ad una verità, che pareva sregolatezza e gli attirava le

beffe. Concorso al premio, non l’ottiene, eppure fissa l’attenzione,

e gli si affida la battaglia d’Austerlitz per la colonna di piazza

Vendôme: poi la granduchessa Elisa lo chiama professore a Carrara. Si

arricciavano gli idealisti adoratori di Canova, chi compassionandolo,

chi non parlandone; inoltre era odiato come napoleonista, e al cadere

dei Buonaparte gli fu invaso lo studio e spezzati i modelli. Egli,

per guadagnare, lavora a Firenze vasi d’alabastro e statuine: ma i

forestieri gli moltiplicano commissioni, una Baccante per Londra,

il Pigiator d’uva per Parigi, ritratti per molti; intanto che gli

artisti compatrioti non rifinivano d’osteggiarlo per quest’audacia

di cercar il vero, risalire ai Quattrocentisti, non compassare le sue

statue sulle antiche; e diceano materializzasse invece d’idealizzare,

come i Classicisti diceano che i Romantici repudiavano la correzione,

intendendo una correzione tutta esterna, la sintassi non l’ispirazione,

l’applicare l’antico a tutti i soggetti per quanto differenti.

Ma Bartolini variava e concetti e stile nel Machiavelli agli Uffizj,

nella Carità ai Pitti, nell’Astianatte precipitato dalle mura di

Troja, ne’ monumenti funerarj, sebbene, troppo lavorando, negligentasse

l’esecuzione e il pensiero, e abbandonando la squisita scelta greca,

non giungesse all’idealità cristiana, per puntiglio cadendo nel

naturalismo. Nel 1839 fatto finalmente professore all’Accademia, offre

per modello anche dei gobbi: il _Diario_ di Roma prorompe contro il

nuovo Erostrato, adoratore del brutto; il Bartolini risponde[298] che

il suo Esopo meditando le favole doveva avvezzare a sottrarsi dalle

solite generalità, e cogliere forme caratteristiche, poichè ogni cosa

in natura ha una bellezza propria, relativamente al soggetto che si

tratta; e perciò erano grandi Fidia, Murillo, Donatello, Michelangelo

e Leonardo; doversi cercar quel _bello naturale_ che è la verità

profondamente risentita, compiuta da un’intenzione morale, che non

può essere annichilita nè degradata dalle condizioni fisiche più

apparentemente sgradevoli.

Stizzito delle violenze, adottò per sigillo un gobbo che strozza una

serpe; nel suo giardino collocò un monumento colle parole criticategli

dal _Diario_: rispondendo all’insistente critica, spiegava meglio a

se stesso il suo concetto, modificandone l’assolutezza, ma insieme

esagerava: e protestando del suo rispetto per l’arte antica, veniva a

tradirla.

Il romanticismo insomma penetrava anche nelle arti: ma qui pure,

anzichè impararne la necessità del vero, l’espressione d’un pensiere

studiato, d’una fede profonda, il parlare alla ragione e al sentimento

più che ai sensi, la turba, massimamente fra i pittori, limitavasi a

cambiar soggetti, preferendo i moderni e del medioevo o della Grecia,

con pittoresca novità e con attrattiva storica e scene passionate;

ancora contentandosi del primo concetto che rampolla, comechè meramente

esteriore e materiale; sopperendo allo scarso sentimento colla maggior

verità di costumi e d’espressione, con linee più pure, miglior ordine,

più gustosa distribuzione, ma lasciando mancare quell’alito interno,

che palesi avere l’artista studiata l’idea, prima di disporre le forme,

essersi accorto che il bello dev’essere splendore del vero e divenir

educatore, eccitando la commozione, combattendo l’istinto o il calcolo

egoistico.

In tal campo grandeggiarono i pittori Politi, Lipparini, Grigoletti,

Bezzuoli, e principalmente Francesco Hayez veneziano (n. 1791). Creato

alla scuola statuaria, vi sovrappose un magico colorito, che vela gli

atteggiamenti convenzionali e l’aggraziata eleganza, viepiù spiccando

di mezzo allo smunto di Agricola e di Camuccini, sicchè anche gli

stilisti lo pregiarono, e Andrea Appiani fece premiare il Laocoonte,

esposto a concorso a petto d’un lavoro a cui egli medesimo avea messo

mano; e quando il gazzettiere ostinavasi a vilipenderlo, l’incisore

Longhi uscì protestando che se il tempo e l’età glielo permettessero,

tornerebbe a incidere una di quelle opere. Questo indefesso artista,

più immaginoso che filosofico, sollecito della linea più che

dell’espressione morale, preferisce soggetti simpatici, quali l’addio

del Carmagnola alla famiglia, il bacio di Giulietta e Romeo, i Vespri

siciliani, Maria Stuarda, Pietro Eremita ed altri lodatissimi, di cui

si chiesero ripetizioni. Appostogli che ogni cura desse al vestito

e facesse solo fantoccini, e composizioni di genere piuttosto che

storiche, eseguì dei nudi come la Bersabea, l’Ajace Oileo, le figlie

di Lot, la Maddalena; oltre il gran quadro accademico della sete di

Gerusalemme. I ritratti suoi non cedono a qualunque sommo, e quando

volle esprimere un affetto, seppe ritrarre le più difficili gradazioni,

e fino la dissimulazione; con infinita varietà di fisionomie, se

anche non sempre decorose e talora peccanti di naturalismo. Quanta

distanza da lui ai tanti che lo imitarono, rappresentanti e coloristi,

alcuni dei quali degenerano nel lezioso, alcuni s’affidano con superba

negligenza al tocco, mancando e di verità e d’ideale!

Il bolognese Pelagio Palagi, coloritore splendido e compositore

grandioso fece ottimi scolari nell’Accademia di Milano prima che a

Torino si buttasse all’architettura. Giovanni Demin bellunese gettò

grandiosi affreschi a Ceneda, a San Cassiano del Meschio, a Caneva, a

Belluno, e in molte villeggiature. Nel quale artifizio primeggiò anche

il milanese Comerio. Chi pareggia la femminea venustà degli Schiavoni

veneziani? E Gazzotto, De Andrea, Peterlin, Busato, Zona, Gatteri,

Molmenti... sostengono l’onore della scuola veneta, alla quale Paoletti

(-1847) si conservò fedele anche tra le commissioni estemporanee di

Roma, e sarebbe salito ad alto punto se non periva giovane: sorte

toccata pure a Vitale Sala brianzuolo, al Nappi, ai figli di Sabatelli,

al Bellosio comasco, di cui ammirano a Torino la scena del diluvio.

A Roma il bergamasco Coghetti contrasse del manierato nell’eseguire

dipinti che tengono piuttosto del decorativo; nè se ne schermì il

Podesti, tutto festoso di colorito e d’azione, e vario ne’ caratteri.

Questi, con Gagliardi, Mariani, Cisari, Calamaj, Oberici, Consoli...

tengono il campo della pittura in quella città, dove Minardi richiama

sempre a pensamenti severi e dignitosi. Il milanese Arienti con forza

e sentimento commove ed eleva in soggetti bene scelti e sobriamente

trattati. Il modenese Malatesta raggiunge il carattere storico e la

splendida espressione. Il toscano Pollastrelli levò rumore coll’esiglio

volontario de’ Sienesi, composizione tutta vita e sentimento. Giuseppe

Diotti, tutto accademico, nella scuola di Bergamo formò lodati scolari,

fra cui primeggiano Scuri e Trecourt. E a ciascuno di questi s’affiglia

uno stuolo di valenti: ma se anche gli onori della storia non fossero

riservati ai caposcuola, tant’è l’abbondanza de’ pittori in ogni paese,

dall’Oliva, dal Morelli, dal Rapisardi di Napoli sino al Gonin, al

Gamba, al Beccaria, al Ferri piemontesi, che una lunga commemorazione

non farebbe se non offendere i molti che inevitabilmente resterebbero

dimentichi, o giudicati a detta.

Tante chiese disacrate offersero quadri e statue da formar gallerie, le

quali spostandole ne tolsero metà della significazione, ma sembrarono

ornamento necessario delle città quando il dar favore alle arti fu

creduto un dovere o un orpello dai Governi che istituirono dappertutto

accademie, premj, esposizioni. Ma che? gli artisti non pensarono tanto

a far bene secondo il sentimento, quanto a carezzare il pubblico, e

meritarsi lode dai giornalisti e commissioni. Se ne immiserì l’arte,

fatta servile alla moda, ai piccoli appartamenti, alla decorazione,

al teatrale; nelle accademie s’insegnò nel modo e dalle persone che

piacevano al Governo; colla regolarità impedendo gli ardimenti, i

quali traverso alla scorrezione possono riuscire all’originalità. Ne

derivò estensione di buon gusto, scarsezza di genio; moltiplicazione di

artisti, penuria di sommi.

E la diffusione fu favorita anche dalla litografia, per la quale si

divulgarono i capolavori d’altri paesi: ma i nostri v’ebbero poca lode,

se eccettuiamo il Fanolli di Cittadella che nelle Willis raggiunse

forse il supremo di quella maestria. Ne restò trafitta l’incisione;

e se Giuseppe Longhi, il quale aveva anche pretensioni letterarie e

scrisse della calcografia[299], se Toschi, Jesi, Anderloni, Garavaglia,

Raimondi, Aloisio e poc’altri attesero ancora al gran genere, i più

dovettero ridurla a mestiere, eseguendo di fretta piccoli intagli

per ornare libri. Mauro Gandolfi bolognese (-1834), uomo bizzarro

ed eccellente acquarellista, seppe variare a norma dei soggetti; e

la sua gloria rivisse nel figlio scultore. Vuole un ricordo a parte

Battista Pinelli (-1835), figlio d’un fabbricatore di figurine di

majolica, che ajutato dal principe Lambertini di Bologna, a Roma,

oltre moltiplicare disegni di quadri classici per vendere a curiosi

e forestieri, studiò su Michelangelo e Rafaello l’arte d’aggruppare

figure, e si applicò a schizzare alcuni fatti storici, lodatigli dagli

amatori del fare spiritoso, quanto disapprovati dagli accademici; e

acquistò tal facilità, che quale si fosse soggetto schizzava lì lì con

vigore e nettezza singolare; vero improvvisatore in disegno. Cominciò

una raccolta di costumi, verissimi e pieni di carattere, e paesaggi

dei contorni di Roma, poi i Buffi, e via via innumerevoli collezioni

di disegni, e illustrazioni di Virgilio e Dante, ma principalmente

le scene di Trasteverini, di Ciuciari, di Minenti, dell’altre così

caratteristiche figure della plebe romana. Il più lavorava all’acqua

forte, al qual modo eseguì cinquantadue tavole d’illustrazioni al Meo

Patacca[300]. Dipingeva pure all’olio o all’acquarello, facea statue e

gruppi di popolani della campagna romana; obbligato sempre per vivere a

vendersi a mercanti, e confuso col popolo che copiava.

Dalla scuola di San Michele a Roma vennero incisori, che levarono

fama in tutt’Europa, quali Mercuri, Lelli, Martini, Calamatta, che

dal ministero francese fu incaricato d’incidere tutta la galleria

di Versailles o dirigere, e nel voto di Luigi XIII di Ingres, nella

Francesca da Rimini di Ary Scheffer, seppe dare a quelle belle opere

ciò che loro mancava pel colorito. Lodano pure la sua maschera di

Napoleone, il ritratto di molti insigni; attorno alla Gioconda di

Leonardo faticò vent’anni; e sarà forse l’ultimo gran maestro di

bulino, dacchè la fotografia riproduce i quadri con un’irraggiungibile

finezza, e ogni giorno acquista un nuovo perfezionamento.

Quella tradizione di metodi e di idee, che ricevuta dagli antecedenti,

si trasmette ai successivi come eredità vitale, e che costituisce

le scuole, più non trovasi oggi, qualora escludiamo coloro che

s’acchiocciolarono nell’imitazione: nessuno pensa ad aggiungere un

nuovo raffinamento a un’intenzione comune, conservata con coerenza;

si vorrebbe ogni cosa a fantasia, ma neppure questa è inventrice,

attesochè si piglia per modello da chi frate Angelico, da chi Van

Dick, da chi Tiziano, da chi il Tiepolo, e questa si pretende novità.

Nella stessa imitazione del vero, l’esclusione dell’ideale restringe a

riprodurre copie esatte della natura; il che dispensa dall’addentrarsi

nelle tradizioni, elaborate dai secoli; e l’attività intellettuale,

ch’è tanto cresciuta, si esercita sopra accessorj con sottigliezze

superflue, poi con nocevoli.

E in fatto viepiù si attese ai generi inferiori, il ritratto, i quadri

di genere, il paesaggio. Le nevicate di Fidanza, i paesi del Gozzi

destavano applausi nel regno d’Italia: Migliara parve prodigioso

nel diffondere e raccogliere la luce, ma ben presto gli fu tolto il

campo da Canella, da Bisi, da Ricardi, da Renica, da Moja, da cento.

Le scene di genere, se troppo spesso cadono nella vulgarità, sono

talvolta affettuose, ed anche educatrici sotto il pennello di Induno,

di Stella, di Mazza, di Scatola, di Zuccóli. Nè vuolsi dimenticare

un lavoro speciale, le scene da teatro, sfoggi di ricchezza e

prospettiva, talvolta veramente stupendi, e che durano soltanto una

rappresentazione. La scuola fondata a Milano dal Perego, s’illustrò del

Sanquirico e de’ migliori suoi discepoli.

L’esempio di Bartolini e la maggior coltura introdottasi negli artisti,

operò in questi ultimi anni un felice ritorno verso il naturale,

massime nelle sculture. E già il Zandomeneghi e il Fracaroli, allievi

del vecchio Ferrari, s’erano posti in alto, donde con Sangiorgio,

Cacciatori, Fedi, Fantachiotti, Somaini allevarono una generazione di

epigoni, quali il Minisini, il Galli, il Miglioretti, il Cambi, il

Rinaldi, il Costoli, l’Obici, il Seleroni, il Pierotti, il Motelli,

il Benzoni, lo Strazza... mentre il Pandiani s’affina nelle grazie

voluttuose. Ma quando fra gli accademici tipi del Marchesi, del

Monti, del Baruzzi arrivò la Fiducia in Dio, quella naturalezza parve

inaspettatissima originalità, e gl’imitatori si rivolsero al Trecento,

oppure colsero la natura sul vero, e la copiarono con sincerità. Da qui

uscirono il Fanciullo pregante di Pampaloni, l’Abele morente di Duprè,

le Madonne dell’affettuoso Santarelli, le ascetiche figure del Mussini

a Firenze; a Milano nel Masaniello di Putinatti, nel Socrate e nella

Leggente del Magni (-1877), nella Sposa de’ Cantici... apparvero felici

tentativi di trasfondere nel marmo il pensiero; e generosi prodotti

ne furono l’Angelo della risurrezione e i Pitocchi del Ferrari e lo

Spartaco del Vela, nomi che col Duprè rimarranno fra i sommi.

All’architettura si offersero molteplici occasioni, ma piuttosto

nel genio civile, dove poi si tende a improvvisare e colpire

istantaneamente, più che ad acconciar l’arte ai nuovi bisogni. Al

più manca, ed è tristissimo sintomo, il carattere; nè, scrutati gli

elementi dell’arte antica, sanno concatenarli con ordine diverso

e a diversa destinazione. Quelle facciate con cornici e lesene non

lasciano spazio alle gelosie, perchè sconosciute agli antichi; le

sporgenze rimbalzano la pioggia; elmi ed archi repugnano alla vita

pacifica odierna; le case dovrebbero conformarsi al viver isolato

d’adesso, quando cessò ogni numerosa clientela, ed ornarsi col meglio

de’ diversi paesi, bellezza cosmopolitica, opportuna se sappiasi

regolare la scelta. Dogane, bazar, stazioni di strade ferrate, sta bene

il modellarli ancora sugli edifizj di Pesto e di Pompej? divulgato

il ferro e il legno, sarà necessario stringersi alle proporzioni, a

cui obbligava la pietra? Moltissime chiese ebbero a rifabbricarsi,

molte ad erigersi di pianta, e le più segnalate furono imitazione

sconveniente d’antichi, come il San Francesco di Paola a Napoli e il

San Carlo a Milano. Il luganese Canonica eseguì con grande intelligenza

molti teatri e l’arena di Milano; dove poi belle case e buone chiese

produssero il Moraglia, il Tatti, il Peverelli..., e dove la scuola

ornamentale fu sostenuta dal Sidoli e dal Durelli, che copiò e incise

i lavori della Certosa di Pavia, lavoro squisito, eppur infedele al

carattere; sentimento nel quale i nostri rimangono al dissotto. Il

Miglioranza abbella Vicenza, e fa arguti studj sul teatro di Berga che

vi si dissepellisce. Il feltrino Segusini, oltre i teatri di Belluno

e di Innspruk, di Conegliano, rimodernò chiese e palazzi e preparò

un ammirato progetto pel duomo di Rovereto. Al Vantini di Brescia

(-1856) porse insigne occasione quel camposanto, che lo loda ben più

della porta Orientale a Milano. Giuseppe Bonomi romano (1739-1808)

molto e bene architettò in Inghilterra, e insignemente nel palazzo

del duca d’Argyle nel Dumbartonshire. Pasquale Poccianti (-1858)

mantenne lo stile classico in Toscana. Il Digny di Firenze (-1844)

fece il lazzaretto di Odessa e molte opere in Toscana, ove promosse

quanto volgeasi al progresso, e dove i posteri gli vorranno tener conto

degl’infiniti studj fatti per terminare la facciata del duomo. Spaziare

in piccola area, spinger l’occhio ove non arriva il piede, e illudere

sulle dimensioni per mezzo degli oggetti interposti, e sussidiarsi

con storia, mitologia, pittura, epigrafia, furono le arti per cui il

padovano Jappelli (1783-1852) fu salutato l’Ariosto dei giardini. Le

costruzioni in ferro e cristallo furono un campo nuovo, non ancora

pienamente esplorato.

Dalle fonderie del Manfredini di Milano uscì lo stupendo soprornato

dell’arco del Sempione: nè minori eleganze produssero quelle del

Pandiani. Silvestro Mariotti di Pontedera (1794-1837) meravigliò con

stupendi ceselli Pistoja e Livorno, come Milano Desiderio Cesari.

Per incidere medaglie si segnalarono i romani Giovanni Calandrili

a Berlino, Benedetto Pistrucci a Londra, Giuseppe Girometti; e

nell’incavo delle pietre dure il milanese Berini, il cremonese

Beltrami, i romani Giovanni e Luigi Pichler. L’arte dei vetri dipinti

fu ridesta dai Bertini milanesi e dal fiorentino Botti. Si possono

ricordare e Gioachino Barberi romano valente mosaicista, e lo smaltista

Bagatti, e il Barbetti sienese e Sante Monelli fermano, intagliatori di

cofanetti e altre opere di legno.

Continuarono artisti nostri a ornar i paesi forestieri. Un figlio di

Ennio Quirino Visconti invidiato e lodato durò tutta la vita a Parigi,

architetto di quei re: il Bosio ornò quella capitale di buone opere,

come il Marochetti d’origine italiana. Mosca fu riedificata dai nostri,

massime dal luganese Gilardi: il bergamasco Quarenghi, poi il luganese

Fossati furono architetti della Corte russa; e quest’ultimo lavorò

assai a Costantinopoli, e vi restaurò Santa Sofia, della quale moschea

diede una suntuosa descrizione. Principalmente dai laghi lombardi e dal

canton Ticino vanno architetti e scultori dovunque la civiltà faccia

nuovo passo, o la potenza voglia ornarsi di bellezza. Pure l’Italia

non è più la sovrana di queste arti; ci sembra dire un gran che de’

migliori nostri quando li pareggiamo ai forestieri; nell’architettura

manca la grandezza e l’originalità, manca più spesso l’opportunità;

nella scultura facilmente si oscilla fra il meschino e l’enfatico,

con certe grandiosità tutte d’apparato, qual vediamo nei mausolei del

Tiziano e di Canova a Venezia, e dei Demidoff del Bartolini a Firenze.

E in generale ne’ sepolcri, esercizio il più consueto degli scultori,

nuoce la disacconcia imitazione degli antichi, mentre gli artisti di

quel medioevo, che domandiamo nuovamente perdono di non voler credere

tutto barbarie e ignoranza, erano stati condotti a rappresentare un

sistema nuovo, con simbolismo differente, con altre decorazioni; dove

poi quelli del Cinquecento levandosi dal simmetrico e dal limitato,

impressero una poetica nobiltà e un’eleganza che li rendeva imitabili;

mentre rimarrà sempre imitatore chi non abbia educato l’intelligenza

e il sentimento, s’appaghi d’improvvisare e di farsi lodare, anzichè

ostinarsi a comprendere come dalla meditazione sui maestri e sulle

arcane armonie del creato si possa elevarsi a collegare l’esecuzione

classica collo sviluppo vario degli stili, appropriati al tempo e alla

nazione.

Della rappresentazione teatrale non si mostra conoscere la civile

importanza, benchè occupi tanta parte dell’odierna civiltà, e l’attore

sia coadjutore supremo del poeta drammatico, del quale attua le idee,

esterna l’ispirazione, anzi crea veramente i caratteri. Mal retribuita,

non onorata, abbandonasi come mestiero a chi altro non ha: anche i

buoni lasciansi esposti alle eventualità delle imprese, e ai capricci

di quel Belial inesorabile ch’è il pubblico. Non passino irricordati il

De Marini milanese (-1829) e il Vestri fiorentino (-1841) che valeva

altrettanto ad eccitare il pianto e il riso, e che lasciò eccellenti

scolari nel Taddei e nel Gattinelli; la Marchionni, il cui nome

sopravvivrà negli scritti degli autori che ispirò, ed è accompagnata

dalla Pellandi, dalla Bettini, dalla Robotti, dalla Shadowski, dalla

Marini...; il Bon, che alla naturalezza univa l’intelligenza di

compositore; il Ventura, destro anch’esso nel comporre. Gustavo Modena,

che vale in tutte le parti mercè della squisita intelligenza, e che

dal sentimento della verità storica ed umana trae correzione, decoro,

eleganza, aprì una scuola nuova, dove or grandeggiano per espressione

temperata eppur profonda il Morelli, il Boccomini, il Salvini, il

Rossi... e quella Ristori che potè emulare i trionfi e i compensi

delle cantatrici. In qualche teatro sopravvive l’improvvisazione delle

maschere, e specialmente nel San Carlino di Napoli.

Fra le belle arti la prediletta fu la musica, così opportuna a

distrarre, a spensierire, a dar l’aspetto di occupazione all’ozio, a

porgere incentivo di partiti garrosi, di discussioni inconcludenti,

dell’altre amabili futilità di cui si nutrica l’odierna società

gaudente. Haydn, Mozart, Beethoven «il navigatore più ardito

nell’oceano dell’armonia» aveano condotto a perfezione la sinfonia

e la ricchezza dell’orchestra, e da secondaria resa principale

l’istromentazione, talchè la parola restò schiava della nota,

bastarono assurdi libretti a musiche divine, e fin le belle voci furono

sagrificate all’accompagnamento. Mentre dapprima gli stromenti, come

dicea Buratti, faceano col canto una conversazione rispettosa, allor

divennero un baccano; se poc’anzi era parso ardimento l’introdurre il

clarinetto, ben presto irruppero e gli oricalchi e i timballi e le

casse e le campane e il cannone; il violino soccombette; il vezzoso

e tenero della voce umana s’inabissò tra difficoltà, non riservate

solo per poche obbligazioni, ma fatte continue; e il concetto andò

sagrificato all’artifizio.

L’Italia, al principio del secolo, possedeva ancora insigni maestri,

quali Paisiello, Cimarosa, Cherubini, che fino al 1843 continuò

a scrivere, e con Spontini fu il maestro dell’êra napoleonica in

Francia, mentre qui piaceano maggiormente Generali tutto brio e

melodie all’italiana; Meyer che avendo a Vienna imparato la piena

stromentazione, era accuratissimo dell’orchestra, e usava melodie

non ingenue, pur non prive d’affetto; il parmigiano Paer, che pure a

Vienna aveva attinto da Mozart l’energico istromentare, e compreso

le combinazioni che trar se ne poteano. Di tutti il meglio seppe

cogliere il pesarese Gioachino Rossini (1792-1868), e coll’_Inganno

felice_, poi colla _Pietra del paragone_ prodotti a Milano, ch’è come

il Campidoglio degli artisti, trasse applausi dai più schifiltosi, e

fece dimenticare i disastri di Russia. Il _Tancredi_, prima sua opera

eroica, poi l’_Italiana in Algeri_ lo posero tra i primi compositori;

poi l’_Otello_ e il _Barbiere_ tolsero la speranza di superarlo: e

quella pompa nuova, que’ canti deliziosi con accompagnamenti singolari

e impreveduti, rapirono gli animi in modo, che più non si sonava e

cantava che arie sue; divenuto l’uomo più rinomato in Europa dopo

Napoleone, egli fra plausi, pranzi, amori incantava la vita. Non

italiano più che francese o tedesco, scelse il buono da tutti, unì il

progresso dell’armonia moderna colla frase melodica ch’è un bisogno

per l’Italia, e ne formò una musica ornatissima e fioreggiata, pur

non destituita di semplicità nel primitivo concetto, meno elaborata

e maestosa, e perciò compresa da tutti, con simmetria ritmica, senza

irregolarità e sproporzioni. Non inesperto del delicato, più valente

nel festoso e burlesco, tutto gajezza e spirito, tutto fragore e moto

siccome l’età napoleonica in cui fu educato, quando gli si dicea perchè

non seguisse lo stile di Mozart e Haydn, rispondeva, — Temo il pubblico

italiano».

Gli antichi maestri non sapeano darsi pace di questo corruttore

dell’armonia e della melodia, e Zingarelli, disperato che gli scolari

tutti s’avviassero su quell’orme, ripeteva: — Imitar Rossini è facile,

non così l’imitar me». Lo tacciarono d’uniformità di stile e povertà

di maniere per quel ritornar sempre ai crescendo, alle terzine, alle

appoggiature; d’appropriarsi a fidanza pensieri altrui, e ripetere i

proprj; d’aver pregiudicato all’arte del canto collo scrivere tutto,

e far la battuta sì piena, da non concedere campo all’abilità ed al

gusto del cantante; lo che mascherò la mediocrità degli esecutori, come

lo strepito delle orchestre soffogava la parola. Quell’idealità, che

Cimarosa mette perfino nelle più baldanzose buffonerie, non cerchisi in

Rossini, al quale, come in generale ai nostri maestri, mancano studj

serj e penetrazione de’ caratteri; contento all’orpello e abusando

de’ processi tecnici, scivola anzichè insistere sulle impressioni,

non istima un libretto più che un altro, tutto facendo dipendere dal

talento del maestro; laonde alle sue note si cangiano spesso le parole

senza che perdano d’opportunità, nè ben si discerne ove ben parli il

re o il villano, ove la gioja si esprima o la tristezza; confonde i

generi; più che alla natura applicasi a un convenzionale di crescendo,

di pieni, che per tenere desta l’attenzione dell’uditore finiscono

in monotonia. E forse è vero che, se in alcuni pezzi egli è veramente

insuperabile, nessun’opera sua regge all’esame e all’analisi del tutto.

Ma egli ebbe per sè il successo d’una tale popolarità, che ogni

altra musica ammutolì, fin quando il _Freyschüts_ di Weber (-1825)

ridestò le ispirazioni dell’antica scuola germanica, una freschezza

montanina opponendo a quel turbinìo dei sensi. Era il tempo che

Rossini, per le solite intermittenze della gloria, veniva deriso

e insultato dai liberali come il maestro della Santa Alleanza, da’

cui re aveva ottenuto onori; da altri come l’epicureo commensale del

banchetto Aguado; sicchè stupì il mondo quand’egli, modificandosi alla

nuova scuola, buttò fuori il _Guglielmo Tell_, poema riboccante del

sentimento della natura e della libertà.

Era intanto ammutolito il fragore delle battaglie e vi sottentrava il

patetico, eccitato da Byron e dagli altri scrittori gemebondi; e il

romanticismo domandava che le arti fossero l’espressione di sentimenti

veri ed intimi. Allora comparve il siciliano Vincenzo Bellini (1804-35)

col _Pirata_ esposto a Milano nel 1826, seguíto dalla _Straniera_,

dalla _Sonnambula_, dalla _Norma_ ecc. Al tempo di Zeno e Metastasio la

musica tenevasi ancora subordinata alla poesia, negletto il cantabile

lirico pel recitativo, canto lento e declamato come nelle tragedie

greche, poca parte all’orchestra. Ora invece la poesia più non conta,

abbandonata a gente di mestiere, che si rassegna alle esigenze d’un

maestro. Bellini, volendo por argine agli eccessi, nè soffrendo che le

note affogassero le parole, non preferiva, come Rossini, i libretti

mediocri, ma li chiedeva al poeta Romani o al Solera, d’interesse

drammatico intenso al possibile, con esaltamenti o cupe concentrazioni,

impeti passionati e drammatici, anche a scapito dell’effetto musicale.

Elegiaco sempre è il suo fare, e direbbesi intento solo a correggere le

trascendenze di Rossini; epperò, se alcuni lo sbertavano di novatore,

altri non vi riconosceano che sterilità d’immaginativa, come anche nel

frequente interrompere dei motivi invece della ripetizione insistente,

e nella breve durata della melodia. E la melodia è la parte spirituale

della musica; ma Bellini per attendere a questo fascino lasciò debole

la stromentazione e senza originalità. Però, sostenuto dalla Pasta,

da Rubini, da Tamburini, dalla Grisi, da Lablache, e dall’impresario

Barbaja e dalle crescenti idee rivoluzionarie, tenne il campo, tanto

più da che espose i _Puritani_, l’opera sua di miglior dettatura,

e dove meglio s’allargò ed elevò, per immaturamente soccombere

alla morte, lasciando immenso desiderio di sè, e persuasione de’

perfezionamenti cui sarebbe arrivato.

I compositori contemporanei bilanciaronsi fra questi due e l’influsso

della scuola tedesca. Imitatore or di Rossini or di Bellini, il

bergamasco Gaetano Donizetti (1798-1848) che improvvisava con feconda

varietà, nella _Lucia di Lammermoor_ esultò di vivezze, massime

quando era sostenuta da Rubini, dalla Pasta, da Galli; coll’_Elisir

d’amore_ meritò bel posto anche nel buffo: istromenta bene, ma nè

studia abbastanza la composizione, nè sa elevarsi dall’eclettismo

all’originalità, come nol seppero l’ingegnoso e studiato Mercadante,

Pacini, Nini, Coccia, Vaccaj, Petrella, molti altri che camminarono

dietro ai sommi. Morlacchi di Perugia (-1841) le melodie unì

all’ampiezza della scuola tedesca. Sempre meno sono quelli che

s’appigliano al genere buffo, ma v’ottennero lode i Ricci, il Rossi, il

Fioravanti, il Cagnone...

Giuseppe Verdi da Busseto (n. 1814), dopo stentati i primi passi, col

_Nabucco_ cominciò una carriera luminosa, ove continua ad empiere il

mondo d’una gloria, che gli è vivamente disputata. Sentimento degli

effetti drammatici, alquante idee potenti, certe melodie sue proprie

e passaggi arditi, una foga passionata nell’istinto del ritmo, per lui

divenuto più preciso e sicuro, lo resero popolare: ma i teorici trovano

che nella splendida sua sonorità sia sempre sagrificata la grazia,

povere le armonie in una stromentazione poco variata, uniforme la

combinazione degli effetti, sicchè cade in formole e cavatine vulgari,

stile sempre violento, che mena all’esagerazione e alla monotonia. La

folla accorrente alle sue opere confuta i censori, e assolutamente

grande fu riconosciuto dopo che affrontò le difficoltà della scuola

tedesca, che prelude una _musica dell’avvenire_.

Le teorie musicali furono coltivate nelle scuole che dappertutto

s’istituirono. Giuseppe Carpani milanese, fuggito nel 96 cogli

Austriaci, a’ cui interessi adoprò sempre la penna, nelle _Lettere

Haydine_ pel primo, dopo l’Arteaga, trasse la critica musicale dai

formularj scolastici, e fu copiato sfacciatamente dallo Stendhal.

Dappoi alcuni giornali introdussero criterj sensati e larghe

applicazioni, quando non gli acciechi o spirito di parte, o la

venalità, che qui più che altrove fa prova sfacciata. Delle scuole

venete non rimase traccia; conservano lode la napoletana, la milanese,

la bergamasca, donde uscirono Donizetti, David, Donzelli, Bordogni che

lasciò i trionfi del teatro per farsi professore.

Agli stromenti si recò perfezione, e divenne universale il pianforte;

dove non vogliamo preterire il violacembalo, inventato o piuttosto

pensato da Haydn, poi nel 1821 dal nostro Gregorio Trentin, e

perfezionato nel 1855 dal padre Tapparelli. Il violinista Nicola

Paganini genovese (1781-1840) diresse a Lucca l’orchestra della

regina Elisa, più spesso sonò a Milano, poi nel 1828 cominciò il suo

«gran giro d’Europa», cogliendo applausi e denari, e distraendosi al

giuoco e ai piaceri, ma sapendo crescersi fama colle singolarità,

e coll’avvolgersi di mistero. Stupivano le affollatissime adunanze

allorchè eseguiva pezzi sopra una corda sola, ed ora imitava i

gorgheggi d’un usignuolo, or somigliava ad un’intera orchestra; e la

stessa Parigi denominava le sue mode alla Paganini. Oggi il bresciano

Bazzini collo stromento stesso eccita ammirazione in ogni paese; e così

le Milanolo e le Ferni.

La parola fu talmente subordinata alla musica, che si vide poterne

far senza, e presero gigantesco incremento i balli. Nè solo bizzarre

fantasticherie o mitologia, ma ritrassero fatti storici, fin

contemporanei, per quanto risulti assurda quella mimica sprovvista di

parola. I balli di Salvatore Viganò furono un’altra efflorescenza del

fasto napoleonico, tutti mitologia, macchinismo, quadri di scene or

magnifiche, or incantevoli: riprodotti in diverso tempo, non piacquero

altrettanto.

Ormai la musica è ristretta al teatro; composizioni teatrali ripete

la banda militare; le sacre volte non echeggiano che stromentazione

od arie da drammi. Che bel campo per chi gli bastasse il genio

d’erigersi riformatore d’un’arte, la quale occupa la società a troppo

scapito delle altre, e di qualche cosa che più dell’arti importa!

Chè sentimento d’artisti, nè abilità di maestri, e tanto meno virtù

civili o pubbliche non possono sperare i trionfi, che ripetonsi a

cantanti[301] e ballerine. Spargerli d’applausi, di fiori, d’oro, sta

bene, perchè il secolo serio paga chi lo diverte, gli scaltri pagano

chi il secolo distrae: ma quando a un teatro si destina dotazione

maggiore che a tutta l’istruzione pubblica d’un paese; quando a una

capriola e ad un gorgheggio si tributano anche monumenti perenni,

si può riderne in paesi che ad altri entusiasmi si animano, e che

alla pienezza d’affari interpongono ore di dissipamento; non si può

che gemerne dove quelle distrazioni inabilitano le menti alle serie

verità, e stornano dal sentire i virili dolori, da cui s’aspetta la

rigenerazione.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 20 / 28 题