pedestri e infranciosate, assunse il tono di bonarietà anche ad
esprimere cose meditatissime; e (malgrado la parola talvolta troppo
guardinga di sè) alcuni v’incontrarono il tipo della vera prosa. Ma
altri gridarono allo scandalo, quasi avesse imbrattato il suo libro
di modi lombardi, che autorizzando gl’idiotismi d’altri dialetti,
introdurrebbero la confusione babelica. Non era vero, nè egli avrebbe
voluto retrospingere la quistione fino a togliere l’unità della lingua;
esibiva anzi di provare che tutti i pretesi lombardismi trovavansi in
autori toscani: ma poi affinandosi nella ricerca, e in questo quanto in
ogni altro punto abbisognando d’un’autorità competente e infallibile,
venne a stabilire che, come negli altri paesi, così nel nostro si
recidano le dubbiezze e le pedanterie coll’adottare per comune il
dialetto che a confessione di tutti, è il migliore; che, come vivo, è
compiuto, indefettibile, e seconda il progredimento delle idee. Sopra
tali convinzioni ebbe pazienza di «lavare in Arno i suoi cenci», i
cenci che erano tanto piaciuti; e vestire ai concetti suoi una lingua
colla quale non erano nati, una ch’egli stesso dovea conglomerare di
reminiscenze e di consigli, come altri già solea colle frasi racimolate
dai libri; e mentre il Lombardo non vi riscontrava più la primitiva
ingenuità, il Toscano lo riconosceva ancora per forestiero.
Pure quell’opera e quelle discussioni valsero potentemente a revocare
dal ridondante, dal sentimentale, dal declamatorio, dall’eccesso
del colorito e dell’immagine, al semplice, al vero, al popolare;
convincendo che la forza non sta nella figura ambiziosa, bensì ne’
pensieri solidi enunciati in termini proprj, precisi, evidenti[242].
Tale fu l’opera del Manzoni. Quel pudore poetico, quella costante
dignità quasi di profeta, derivatagli da un’ispirazione che ascolta se
stessa, da studj silenziosi ed intimi, da vita modesta, da abnegazioni
spontanee, dall’armonia soave e feconda della famiglia; quello
scrupoleggiare ogni parola come chi è persuaso che sonerà oracolo
per l’avvenire, e si sente responsale de’ sinistri giudizj o delle
false azioni che potessero derivarne, fecero che il gran poeta fosse
ancor più venerato che onorato. La sua luce divenne il nostro calore,
e con tali esempj la causa era vinta; i campioni di essa crebbero
fra la contraddizione uffiziale, e però men traviati, invigorendosi
nella lotta, consolando altre anime coll’espansione della propria, ed
esprimendo i bisogni e le speranze della generazione crescente. Così
restituita alla verità, alla sincerità, al buon senso, una dignità
insolita acquistava la letteratura, considerata come sacerdozio e
missione; la poesia ritorceasi verso le origini, quando Dante la facea
maestra di civiltà e rappresentante dei sentimenti ch’egli reputava
migliori; e mentre sotto l’impero, unicamente stimandosi la forza e lo
spadaccino, erano derisi il credente, il pensatore, l’ideologo; i nuovi
scrittori elevarono i cuori; il secolo, già vergognoso di credere,
prese vergogna del non credere quando il faceano storici, filosofi,
poeti insigni.
Allorchè in una parte alcuno riuscì sommo, chi sentasi la potenza
del creare più non ritenesse una via dove non potrebbe che rimanere
secondo; i mediocri invece s’affollano dietro a quel primo, quasi
per involgere nella sua gloria la loro pochezza. Così avvenne de’
Romantici. Alcuni cercarono applauso di novatori col riprodurre metri
e formole del maestro, e colle credenze vaghe di un cristianesimo
rincivilito surrogarono alla mitologia personificazioni parassite,
l’ipocondria al dolore, la fantasticaggine alla meditazione,
allo studio del cuore passioni di cervello; della tragedia fecero
un’accozzaglia di scene, ove pagane passioni nutricano accadimenti
nuovi; tesserono idillj che sentono di giardino non di campagna; e le
amplificazioni e le arcadicherie, gittate per la finestra, accolsero
con altra livrea dalla porta. Quella ingenua e fresca ispirazione
della natura, primo fiore della poesia, e che sia riflesso delle cose
attuali, non di un’altr’epoca, così di rado si presenta, da mostrare
come pochi si accorsero che l’essenza della verità non riscontrasi
negli oggetti isolati, ma nella loro connessione.
I sobrj colori che ritraggono la vera società non la fittizia,
quell’alito di pacata religione, quel sommettersi alla volontà divina,
quell’amore della regola che rende facile la vita e ne disacerba
le amarezze, sgradirono a molti, che li credono pregiudicevoli a
quel che più ci manca, la gagliardia del volere. Eppure un libro di
pacata rassegnazione a martirj atroci, e di quella calma solenne che
non lasciasi sommuovere nè dalla persecuzione dei forti, nè tampoco
dall’ingratitudine de’ fratelli, servì la causa de’ popoli ben meglio
che non le liriche iracondie e i luoghi comuni d’un patriotismo
stizzoso e arrogante. Per ciò Pellico fu vilipeso in patria, mentre
Europa lo ammirava; e piuttosto con Foscolo adoperatasi l’inesorabile
necessità, e con Alfieri il tirannicidio alla romana, il quale
non migliorò mai gli ordini, mai non assicurò una libertà; ovvero
coi retori affocavansi gli entusiasmi che forzano la simpatia, le
esorbitanze nel dir bene o male degli uomini e del paese.
Nel genere più coltivato, il romanzo, chi, non dico raggiungesse, ma
imitasse il Manzoni non vediamo, giacchè i più ne conobbero la forma
non l’essenza, ed anzichè nella dipintura del pensiero, del sentimento,
della morale, aggiraronsi in viluppi di venture e pateticume di
sentimento, e lungagne di dialoghi e distraenti particolarità; non
facendo sentire le grandi gioje e i grandi patimenti dell’umanità,
ma solo a volta qualche emozione i lirici ruggiti del _Jacopo Ortis_;
non volendo il vero costante ma l’accidentale, non i dogmi perenni ma
opinioni personali. Le ricche diversità della curiosa intelligenza
di Massimo d’Azeglio toccarono fibre generose, a cui rispondono i
cuori italiani. Grossi pizzicò le patetiche in quadretti di finezza
fiamminga, sicchè nessun altro offrirà alle antologie tanti pezzi
scelti; ma fallendo alle convenienze di tempo e di luogo, mettendo al
XIV secolo un duello giudiziario quale usava nell’VIII, ad un buffone
grossolano la soave cantilena della rondinella, sparpagliando l’azione,
invece di concentrarla; assolto di tutto perchè nella prosa come nel
verso potè far piangere. Giulio Carcano lo emula per armonie patetiche.
Un romanzo diffuso quant’altri[243], e lodato di fedeltà storica
forse in grazia d’altri studj dell’autore, fu composto in prigione,
senza verun sussidio di libri, e l’autore, come altri, prendeva nomi
storici per velo e allegoria; modo infelice di far conoscere un tempo,
se questo ne fosse stato lo scopo, o se fosse lodevole il togliere
dalla storia caratteri e situazioni che ivi eternamente vivi, mentre
copiati riduconsi a inanimi fotografie. Questi accoppiatori del vero
col falso, ogni merito riponendo nella decorazione e nel vestiario,
cercarono il color locale di paesi che non aveano veduti, d’un
medioevo che non aveano studiato sopra gli scrittori primitivi, e che
atteggiavano senza la fede ond’era animato; cristiani di soggetto e
liberi di testura, posero per fondo lo stoicismo o la fatalità, non
quel cozzo tra il bene e il male, non quel conflitto de’ principj
aspiranti al predominio, non quella energia che pure s’innesta colla
tenerezza, quel peccato che si redime colla bontà o colla penitenza.
Altri sull’orme del Grossi avviarono una scuola plastica priva di
coscienza, facendone esercizio di lingua, dov’è sacrificato il pensiero
al proposito di sfoggiare una frase, d’intarsiare una parola: nel che
riuscì poi sommo e non inimitabile il gesuita Bresciani, i cui scritti
sono anche atti di politica e di morale. I più non vedono nel romanzo
se non la facilità di raccontare un’avventura, dipingere una passione,
senza l’inceppamento di canoni precettorj; cercano l’emozione fuori
della verità, piuttosto la gajezza comica e l’arguta osservazione;
di rado mostrano l’intenzione d’esser veri, e non domandare a facili
esagerazioni effetti ambiziosi insieme e vulgari.
Non mancarono tentativi di sceneggiare l’orrido e lo schifoso,
di presentare l’uomo in faccia alla sua miseria e al suo nulla, e
indebolirlo sviluppandogli una falsa sensibilità, e dove arte, storia,
lingua, ragione, natura erano oltraggiate quasi per scommessa: ma
fortunatamente i nostri romanzi eccitano lo sbadiglio anzichè il
fremito dei romanzi traboccanti in Francia, reati sociali diretti a
sovrapporre l’immaginazione alla coscienza, il capriccio alla regola,
l’interesse al dovere. Pure non ne appare colà un così ribaldo o
dappoco, che non venga qui subito tradotto, e buttato a deplorabile
pascolo dei giovani e delle donne, par disarmarli contro le lotte della
vita, ed aizzarli contro le inevitabili necessità di quella.
De’ nostri i più tendono a morale pratica, ad insinuare certe
virtù, certi affetti, specialmente l’amor di patria; ma difettano
di fantasia. Invece di moderare le passioni volle aizzarle, invece
di cogliere qualche fiore della vita, volle acuirne tutte le spine
Domenico Guerrazzi, su ogni bruciatura versando corrosivo; loda sempre
la passione, per quanto brutale, accrescendo il lievito dei peccati
capitali; storia e personaggi travisò, affinchè fossero la «protesta
d’anima disonestamente straziata, scritta come si combatte, quando
lo spirito fremente non volgea tra sè che fieri proponimenti»; cogli
indeclinabili apoftegmi contro i papi, i principi, i Governi, la razza
umana, attacca ai giovani il parossismo della disperazione. Non basta
alle sue vendette uccidere un nemico, ma bisogna tagliargli le mani e
porle al posto de’ piedi e viceversa; non basta che l’ingiustizia mandi
al patibolo una vecchia matrona, ma bisogna che nell’ultimo movimento
le si svolgano dalla veste le vizze mamme. E inebriò la gioventù, alla
quale altri credea fosse piuttosto da insinuare la ragionevolezza,
la spassionata indagine del vero, l’obbligo di formarsi sopra ciascun
oggetto idee chiare e giudizj retti[244].
Mentre si ripete che la poesia è morta, forse mai tanto si verseggiò
quanto ai dì nostri, anche non tenendo conto di quei petulanti, che
infestano il pubblico coi _primi fiori_, colle _speranze_, cogli
_esperimenti_, insomma cogli imparaticci loro. Chi si rassegna ad
essere secondo o terzo, senza il bisogno di tendere a nuova meta o
per nuova via, potrà mai, per compre lodi e per ricambiati incensi,
togliersi da quella mediocrità che è intollerabile, per antica
sentenza, e agli uomini e agli Dei?
Nella lirica tentarono novità di forme e di cose il Tommaseo e il
Biava: ma a quello parve riservata la gloria della prosa, l’altro
perì sotto la noncuranza di un’età ch’e’ non voleva accarezzare.
Eppure quell’età lodò e ristampò gl’inni del Borghi, dell’Arici, del
Muzzarelli, e i _fiori_ del Montani, e altre fatture che non voglio
qualificare. Pellico si direbbe che verseggiava perchè ignaro della
potenza e dell’arte della prosa, e languisce fra bei lampi d’un’anima
più buona che forte, e che persiste a proclamare «Il vincitore è
Abele». Giulio Uberti nelle _Stagioni_ imitò felicemente il Parini.
Montanelli accoppiò soavità di forme a vigoria di concetti. Mamiani
avvolge pensamenti filosofici in veste classica. Revere fece rivivere
qualche forme antiche, mentre Dall’Ongaro canterellava la ballata
moderna. Del novarese improvvisatore Regaldi qualche poesia forbita è
degna di vivere.
Ogni città poi vanta qualche poeta, e Carrer, Betteloni, Cabianca,
Occioni, Aleardi... sono gloriati ad una estremità d’Italia, mentre
gl’ignora l’altra che esalta Poerio e Baldacchini[245]; e la connivenza
de’ giornalisti impone per un mese o due al pubblico d’ammirare
certuni, che appena meriterebbero il compatimento. Tanto più ciò
s’avvera colle donne, alla cui valutazione s’innesta sempre qualche
bricciolo di simpatia: ma la Ferrucci mostrò nella canzone petrarchesca
forza virile; i sermoni della Vordoni veronese cedono appena a quei
del Gozzi, la satira temperando colla grazia femminile; la Diodata
Saluzzo unì la severità della vecchia scuola agli impeti della nuova;
la Guacci, la Mancini, la Terracina, la Ricciardi, la Torisi, e la
Milli nelle Sicilie, la Palli, la Rosellini in Toscana, la Bon Brenzon
a Verona, cantatrice de’ Cieli e di Dante, e Beatrice, la Fuà, la
Poggiolini a Milano, e poc’altre non hanno bisogno dell’indulgente
patronato maschile.
Le romanze di Giovanni Berchet, se non altro appresero ai giovani che
la poesia non vuol cetre ma trombe. Anche un’ode di Gabriele Rossetti
per la rivoluzione napoletana del 1820 diventò popolare; il che non
può dirsi delle tante che accompagnarono le posteriori. Eppure merita
s’indaghi perchè sieno vissute sul cembalo signorile e sulla ghitarra
popolare le canzonette, povere in grazie di stile, monotone di forme
del Vittorelli bassanese, e che vecchissimo continuò fin al 1835
ad essere poeta di Clori e d’Irene. Alcuni al desiderio di rendersi
popolari sagrificarono sin la forma, come il Berti, il Pezzi, il Buffa,
il Bertoldi; altri credettero arrivarvi coll’usare il dialetto, lo che
ne restringeva più sempre la diffusione.
V’è un paese di lingua e cielo e postura italiano, benchè da un pezzo
annesso a un altro germanico; vogliamo dire il Tirolo di qua dal
Brenner. Ne’ suoi studiosi durò sempre l’amor dell’Italia, e della
lingua di essa mostraronsi zelanti nel secolo passato il Vannetti,
il Pederzani, il Tartarotti, nel nostro lo Zajotti e il Bresciani;
e un’eletta di begl’ingegni vi mantiene le tradizioni studiose,
come l’educatore Tecini autore delle _Serate d’inverno_, gli storici
Rosmini, Garzetti, Canestrini, Gar, Perini, Sizzo, e specialmente il
Giovanelli, lo Stoffella, il Moschini, il Frapporti che scrissero di
storia patria e disputarono sulle retiche antichità; Andrea Maffei,
elegantissimo traduttore, Gazzoletti, Giovanni Prati. Gli ammiratori
di questo potranno citare la divulgazione che ottenne tra la gioventù;
l’esser divenuto capo scuola; l’accannimento stesso degli avversarj,
i quali gli appongono di sagrificar le forme al colorito, alla frase
armoniosa la profondità e giustezza del pensiero: forse gl’imparziali
lo reputano ingegno troppo bello per dirne male, troppo prodigatosi per
poterne dir bene[246].
Che la negazione e la critica aduggino la poesia, è ben certo; pure la
sublime ispirazione e il dubbio dissolvente hanno suscitato fra altri
popoli qualche cosa di grande, o almeno d’interessante. Da noi corre
una lirica di dolci armonie ma scarsa efficacia di immagini belle
ma appena adombrate, d’un sentimentalismo morboso, d’una devozione
claustrale, d’una teatrica generosità; ove bestemmiano o piagnucolano;
palesano di comporre per arte, non per un pensiero ch’è tormento o
passione; e perciò non aver fede in qualcosa di grande, non saper
sorgere a quella verità che, anche non vedendola, tutti credono che
esista; a quell’altezza ove gli interessi della patria si sposano con
quelli dell’umanità.
Di poemi epici, che attestano non si credette irrugginita la forma
virgiliana, alcuni furono lodatissimi nell’aspettazione o al primo
comparire; alcuni veramente splendono di qualche bella parte, smarrita
in un tutto a cui non sanno acconciarsi l’impazienza e la positività
del secolo. Quanti ne improvvisò Bernardo Bellini! Angelo Maria
Ricci se non altro tentò argomenti nuovi col _Carlo Magno_ o col
_San Benedetto_, pei quali assalito villanamente dalla _Biblioteca
italiana_, nella ristampa «cambiò (dic’egli) tutto quello che anche
a torto dispiacque all’acerbo censore»: condiscendenza che mostra
un fiacco bisogno di assenso, non la coscienza del genio. Di lunga
mano erasi preconizzato il _Colombo_ di Lorenzo Costa: eccellente
dipintore della natura esterna, non penetra nell’intima ragion delle
cose, non afferra quell’unica idea che poteva dare verità poetica e
storica al suo eroe e all’impresa di lui, quel sentimento religioso cui
pareva preludiare la lunga sua invocazione alla Trinità. Il Giannoni
nell’_Esule_ verseggiò i dolori di quei tanti che dai disastri italiani
furono spinti raminghi o imprigionati; uno de’ quali il Rossetti,
stillò nel polimetro il _Veggente in solitudine_ tutta l’ira contro
i pontefici e la fede, mentre egli stesso nell’_Arpa evangelica_, e
Bertolotti e Mezzanotte cantavano la Redenzione e i riti cristiani.
Come il quadro di genere al quadro storico, alle epopee stan le
novelle, e alla _Nella_ del Barzoni, all’_Ildegonda_ del Grossi, alla
_Pia_ dell’improvvisatore Sestini, all’_Algiso_ del Cantù non poche
seguirono, lodate e dimentiche.
Non mancò chi solleticasse al riso; alcuni per seminare qualche fiore
fra tante spine, altri per beffare il dolore, impacciare l’operosità,
satireggiare la virtù o la bontà, fomentare l’egoismo, impicciolire
qualcosa di grande. Il _Poeta di teatro_ del Pananti diletta per la
nativa festività toscana, sebbene s’arrabatti nella vita artifiziale
de’ teatranti. Fra i troppi che ad oscenità si valsero dei dialetti
municipali, il Porta, usò il milanese con inesauribile giocondità, allo
stile ricco, variato, colorito unendo fina osservazione; e sebbene
nè coraggio nè nobiltà si richieda per far ridere delle gofferie del
vulgo o della sua sofferenza minacciosa, e per ripetere accuse plateali
contro all’aristocrazia, ai preti, alla beneficenza, e sebbene cantasse
un brindisi a Napoleone, un altro al suo vincitore, mostra voler
dirigere la poesia a scopo sociale; disapprova gl’incensieri rivolti a
un nordico conquistatore scismatico, cui sant’Ambrogio avrebbe escluso
di chiesa; ritrae le prepotenze de’ soldati francesi: poi si lagnò
quando, in premio d’aver fatto ridere, veniva supposto autore d’una
memorabile satira, di cui confessossi autore il Grossi.
Quanto il veneziano è più colto e diffuso, tanto fu più letto il
Buratti, che in settantaseimila versi con dissoluta audacia rivelava
i vizj, e gareggiò del primato con Antonio Lamberti, vissuto come
lui fin al 1832, e del quale le più ghiotte poesie rimangono inedite
a vantaggio della morale. Il Guadagnoli d’Arezzo, disposto a far
ridere anche di se stesso, e diletticando più che straziando,
coll’amena garrulità toscana si rese divulgatissimo. Di quella scuola
vengono Norberto Rosa e il Fusinato, che ha prontezza a cogliere le
impressioni, fantasia a colorirle, facilità ad esprimerle: ma non
affinarono la forma quanto vuolsi ad eternar le opere; entrambi poi
seppero elevarsi all’inno della gloria ed alla patriotica elegia.
Raccorre in un complesso breve e sfavillante le interminabili
mormorazioni della società, le distillate interpretazioni, le
ripetizioni insulse, è uffizio della satira. In questa facilmente si dà
nella personalità, come avvenne al D’Elci, al Lattanzi, allo Zanoja;
e il libello muore colla persona contro cui era diretto. Giuseppe
Giusti toscano (1809-50), più arcigno, più profondo, più sociale,
ridendo per non piangere, rimeggiò melanconie ed ire «sbrigliando
il suo vernacolo senza tanto rispetto al tabernacolo». Quanto
studiasse quelle sue sì facili composizioni, lo sa chi il conobbe;
eppure professava di scrivere in giacchetta o in falda, «pigliando
arditamente in mano il dizionario che gli sonava in bocca», ed esorta
a mostrare la propria figura nella giubba propria, anzichè svisare i
pensieri nel prisma dell’arte, nè affogar le idee nel calamajo. Nella
città cinguettiera non altro impara che a riarmare di dardi il verso
amaro; ma sant’uffizio assume finchè s’irrita contro il secolo che
«malinconicamente sbadiglia in elegia gli affanni che non sente»; che
«del pari ostenta bestemmie e miserere»; che predica le virtù cristiane
ma non la tolleranza; e gli scrittori che scrivacchian affetti che
non sentono; e i giornalisti che usano una lingua mescolata di frasi
aeree; e il furore per le cantatrici; e i giovani che a ventun anno
hanno le grinze nel cuore, anime leggere sfiorite in primavera, martiri
in guanti gialli che atteggiano al malumore il labbro che pippa
eternamente, e per inedia frignano elegiaco vagito, annebbiando il
cipiglio fra l’inno e lo sbadiglio. Del secolo vano e banchiere, che
conta il sembrare più dell’essere, pajongli carattere la voltafaccia,
la meschinità, l’imbroglio, la viltà, l’avidità, la grettezza, la
trappoleria, appartenenti a una mitologia che a conto del Governo
educa e doma i figli di famiglia. Ma per lui son ridicoli del pari
e i poeti che si mascherano di salmista tuffando la penna nell’acqua
benedetta, e gli umanitarj che vogliono valersi delle moderne scoperte
per fondere le razze, sicchè il mondo (dic’egli) sarà di mulatti
vestiti d’arlecchino; beffa chi colla storia pesca nel passato e nel
futuro; beffa i congressi scientifici e la frenologia e gli studj
geologici; beffa l’amor pacifico del pari che il convulsionario; chi
si racchiude in sè come la chiocciola, del pari che il ferito nelle
battaglie rivoluzionarie, e che del patibolo si fa bottega; beffa il
re travicello e i Croati in Sant’Ambrogio; beffa il frate maestro che
ci facea muggi, grulli ed innocenti come tanti pecori, e l’educatore
moderno che vuol tutto appoggiare al calcolo e ridurre al positivo, e
crescer teste ritondate colle seste; beffa gli eroi che ponzano il poi;
beffa chi canta l’Italia, i lumi, il popolo, il progresso.
Inoculato così l’umor negro, lo cuculiava poi d’essere diventato
«legge di galateo», e sghignava questi Geremia che si sdrajano nel
dolore. Poi quando cadde Sejano e sorsero i Bruti cinguettando, e i
Gracchi pullularono d’ozio nell’ozio nati, egli fischiò i tresconi alla
festa de’ pagliacci, mercanti e birri in barba liberale; e libero e
feroce infliggeva ancora protesta e bollo: pure, col «circoscriversi
nel cerchio ristretto del no» professò non avrebbe «la caponeria
d’ostinarsi a sonare a morto in un tempo che tutti sonavano a
battesimo». Sulle prime «non vide il vacuo di facile jattanza, e prese
gioja al subito gridare di tutti a festa», s’infervorò alle nuove sorti
d’Italia; e al vedere il popolo svolgere la sua meravigliosa epopea
a petto de’ miseri accozzatori di strofe, sentì «l’inno della vita
nuova accogliersi nel petto animoso de’ giovani, accorrenti nei campi
lombardi a dare il sangue per questa terra diletta; e — Toccò a noi
(esclamava) il misero ufficio di sterpare la via; tocca a voi quello di
piantarvi i lauri e le querce, all’ombra delle quali proseguiranno le
generazioni che sorgono». Ma presto gli sottentrò lo scoraggiamento,
non volendo farsi sgabello all’adulato popolo, nè bere nell’orgia
ove schiamazza la frenetica licenza; e alla cara Italia domandava gli
perdonasse le amare dubbiezze e il labbro attonito nelle fraterne gare.
È notevole come le sue satire sieno più ripetute, più applicate quando
tempi nuovi successero a quelli, a cui vitupero e’ le avea composte.
Chi possiede quest’infelice abilità della satira, invece di fomentare
gl’istinti malevoli e codardi, far caricature bugiarde, cospirare
coi violenti nell’esporre qualche nobile idea o qualche bel nome alle
risate degli sciocchi, e usurpare l’uffizio del delatore disponendo
colla celia alla spudorata calunnia o alla cupa denunzia, potrebbe
esercitarsi nell’ispirare benevolenza ed azione, al livido spregio
surrogare la riflessione riformatrice, battendo le ambizioni materiali,
la faccendiera insolenza, gli sbagli della vanità, la grettezza
positiva, le anguste convenzioni sociali, l’inerzia camuffata d’eroismo
e la paura coperta di ditirambiche vanterie, la credulità surrogata
alla fede, l’elegante fatuità eretta giudice della pensosa sapienza, la
leggerezza cittadina fatta negatrice di virtù che la mortificherebbero,
denunziatrice di atti che non è capace di comprendere, e la legge, or
imposta a chi vale e vuole, d’inchinarsi sotto alla sferza di chi nè
sa nè fa, e alla petulanza di chi decide di tutto, eppur non crede a
nulla.
Poco fu compresa la radicale riforma della tragedia, nella quale si
avventurarono Tedaldi-Fores, De Cristoforis e molti altri, e meglio
Carlo Marenco da Ceva, che si propose innestare i due generi classico
e storico: ma restò lontano come dallo stile del Niccolini, così
dalla sapienza storica di Manzoni, deducendo la sua quasi unicamente
dal Sismondi, e all’intima intelligenza cercando supplire colle
particolarità esteriori. Ciò vuolsi inteso pure dei molti drammi in
prosa, più vicini alla commedia, come quei del Battaglia, del Sonzogno,
del Sabbatini, del Revere, ove talvolta con felicità vediam posti in
azione personaggi o momenti capitali della storia nostra: ma più spesso
non si fa che chiedere alla storia un nome siccome tipo d’un carattere
o d’una passione; o procurasi coll’intrigo eccitare nella frivola e
logora folla emozioni fittizie, incessantemente rinnovandole.
E in questi, e più nella commedia, anzichè le festive ispirazioni
della critica morale e urbana che si propone abusi veri da
correggere, attuali ridicolaggini da colpire, troppo comune si sente
l’imitazione; colpa del recitarsi quasi sole composizioni francesi, e
dell’accontentarci alla pittura triviale della vita, senza i grandiosi
prospetti di chi guarda da ben alto. Dalla lepida vivacità del Goldoni
quanto non distano i compassati dialoghi del Nota! Dallo spiritoso
Avelloni, dall’ingegnoso Gherardo de Rossi, dal Giraudi, dal barone di
Cosenza, dal Brofferio, dal Bon, dal Fambri, dal Gherardi del Testa,
dal Ferrari, dal Servadio, dal Gualtieri, dal Giacometti, dal Fortis...
si potrebbe cernire un repertorio da reggere a petto de’ forestieri,
se l’accattar da questi non ci avesse svogliato dei nostri, se non si
scrivessero o nel francese italianizzato che parlano le botteghe, o
in quel gergo freddo e povero che si chiama lingua letteraria. Io non
so che alcun dramma nostro sia passato nella lingua e ancor meno sulla
scena di stranieri.
Entrata la febbre politica, anche il teatro ne venne invaso,
adulterando perciò la storia, e all’azione supplendo colla
declamazione, e aprendolo all’ira, alla beffa, alla denigrazione: ma
stiamo tuttora osservando se, coi misfatti d’Aristofane, ci si presenti
qualcuna delle immortali sue bellezze[247].
L’avvocatura non avea mai taciuto in Italia, e principalmente rinomata
era l’eloquenza de’ Veneziani. Il regno d’Italia, indi i paesi dove
sopravvisse o rivisse la pubblicità de’ giudizj, continuarono ad
offrire esempj di quello stile prodigo che designa per avvocatesco,
e che trovò poi a sfoggiare nei Parlamenti, ancora contaminati dalla
retorica.
L’eloquenza evangelica, usata nelle missioni e nelle istruzioni
improvvisate, non si scrive; e la fama del Quadrupani, del Devecchi,
del Valdani, del Branca appartiene alla pietà più che all’arte: la
scritta eccitò ad ora ad ora applausi e rinomanze, che poi il tempo
e la lettura cancellarono, Giuseppe Barbieri da Bassano, che più di
tutti ebbe encomiasti e detrattori, cominciò con tono filosofico, non
opposto ma scevro di teologia; si mise poi ai dogmi, ma l’unzione gli
mancò sempre: quand’è eloquente, l’è in maniera ingegnosa, non mai
ingenuamente e di slancio; sempre l’arte lascia sentire anzichè la
santità; e la frase lambita, ridondante, il periodo pretensivo non
possono che nuocere all’effetto di quella parola santa, che vuol essere
ornata sol di se stessa.
Della letteratura nostra molti scrissero le vicende; e trasandando le
compilazioni del Maffei, del Cardella, del Salfi, del Levati, vuote
d’ogni concetto, pinze di nomi e date, e rassegnantisi ad oracoli
altrui ed ai pregiudizj, Antonio Lombardi modenese continuò quella
del Tiraboschi per tempi la cui vicinanza risparmiava la fatica
d’indagini; eppure, invece di pronunziare in testa propria come chi
lesse, si adagia fino alle peggiori autorità, quelle de’ giornali e
delle necrologie. Giambattista Spotorno non compì la storia letteraria
della Liguria, e mostrò scienza ed ira nell’asserire a Genova sua
la cuna di Colombo. Pezzana illustrò la parmense, laboriosamente
supplendo all’Affò; Vermiglioli la perugina, Fantuzzi la bolognese,
Cesare Lucchesini la lucchese, Vallauri la piemontese, Boccanegra,
Sorio, Barbieri la napoletana, Carbone la sicula, Marini e Audifredi
la romana, Nannucci quella de’ primi secoli. Camillo Ugoni continuò
i _Secoli della letteratura_ del Corniani con maggior franchezza di
stile e di sentenze. Emiliani Giudici si propose di «dedurre le vicende
della letteratura dai grandi avvenimenti della mente umana»; pur rimase
dispettoso alle novità e ai maggiori moderni; sebbene venisse dopo
tanti emendatori dell’opinione vulgare, dopo sì copiosa eruzione di
documenti, scrive di Manfredi, di Corradino, del Vespro siciliano, di
Federico II, di Bonifazio VIII colle favole del secolo passato; accampa
orribilità di vizj politici, non temperate da virtù private, onde suona
ragionevole quel suo desiderare che la stirpe umana venga sterminata.
Diede anche una storia de’ Comuni: ma arrivato a Enrico VII, la cui
fine egli considera come la maggior disgrazia d’Italia perchè diroccava
le speranze de’ Ghibellini, fu costretto accorciare il resto, levando
le annotazioni e intere parti, «affrettandosi come pellegrino traverso
un orrido deserto».
E come dagli stranieri si accettarono le storie de’ fatti nostri che
vennero più divulgate, dal Laugier e dal Daru quella di Venezia,
dall’Hurter, dall’Hock, dal Ranke, dal Rohrbacher, dall’Henrion,
dall’Artaud quelle dei papi, dal Roscoe quella de’ Medici, dal Leo
la generale d’Italia, perfino dal duca di Dino, dal Ballaydier,
dal Monier, dal Brunner, dal Goureau, dal D’Arlincourt quelle delle
ultime vicende, così fu applaudita la storia letteraria del Ginguené
(1748-1815) (tom. VII, pag. 358), il quale non avea veduto il nostro
paese oltre Milano, e la tesseva accademicamente senza idee ferme
nè proporzione, talchè compito il terzo volume, vide la necessità di
restringersi, e presto la morte gli troncò il lavoro.
L’erudizione troverebbe natural campo in Italia, dove è parte del
patriotismo, e dove ad ogni mutare di passo urtiamo in monumenti e
cimelj. Quella di gergo ciarlatanesco che accumula testi anche su
punti già consentiti, ed appoggiasi all’autorità invece di indagare
la verità, resta abbandonata a qualche prete e a qualche segretario.
Quando il Monti volle sfoggiarne intorno ai cavalli di Arsinoe, buscò
le beffe: e si dubita sia uno scherzo lo studio di Foscolo intorno
alla chioma di Berenice: nessuno ignorando quanto dai lessici e
repertorj sia facile accatastare erudizione. Il Forlanetto di Padova
mostrossi molto addentro nel latino con particolari illustrazioni
e colle aggiunte al _Vocabolario_ del Forcellini; opera compita col
Dizionario epigrafico di Michele Ferrucci, e con quel delle lingue
anteromane del Fabretti. Il Marchi côrso diede l’etimologia de’ termini
scientifici, abbandonando ai curiosi quella dei termini vulgari, che il
Borelli pretese ridurre a teoria nel Dizionario del Tramater, abusando
della cognizione di qualche lingua parziale e non distinguendo la
maternità dalla fraternità. Il Morcelli, prevosto di Chiari, salutato
principe nell’epigrafia latina, ne porse anche le teorie (_De stilo
inscriptionum_), colle quali non pochi sputarono a formarne, e forse
meglio di tutti lo Schiassi. A Torino ebbero bel nome Costanzo Gazzera,
il Boucheron latinista di prima forza, il Vallauri, il De Vesme che
potè dare un’edizione più compita del _Codice Teodosiano_. Tutti han
compreso che l’erudizione non deve essere fiaccola piantata alla poppa,
la quale non illumini se non gli spazj già trascorsi.
Nessuno fu fortunato di trovamenti più che Angelo Maj bergamasco
(1782-1854). Già nella biblioteca Ambrosiana avea da palimsesti
raccolto brani di sei orazioni di Cicerone e otto di Simmaco, la
corrispondenza tra Frontone e Marcaurelio, molti scrittori greci
e scoliasti, la versione di Ulfila delle epistole di san Paolo in
mesogotico, e alcune parti della _Repubblica_ di Cicerone; altre ne
trovò dopo chiamato bibliotecario della Vaticana, e opere greche e
latine, e frammenti legali e cronache, e libri sibillini, onde formò lo
_Spicilegium romanum_, la _Nova bibliotheca Patrum_, ed altri numerosi
volumi d’aneddoti. Fatto cardinale e segretario della Propaganda,
pubblicò il _Diritto canonico caldaico_ di Ebendiesu, il _siro_ di
Abulfaragio, l’_armeno_ d’un anonimo.
Moltiplicaronsi traduzioni dal greco, come l’_Erodoto_ dal Mustoxidi,
italiano d’adozione, in maniera arcaica; e gli altri che formano la
_Collana_ del Sonzogno. Più vantate sono le poetiche, l’_Iliade_ dal
Monti, l’_Odissea_ dal Pindemonti, ed entrambe dal Mancini; i _Tragici_
dal Bellotti, il _Pindaro_ dal Borghi e dal Mezzanotte, l’_Aristofane_
dal Cappellina, il _Callimaco_ dallo Strocchi, l’_Apollonio Rodio_ dal
Rota; ai quali vanno aggiunti l’_Orazio_ da Gargallo e Colonnetti, il
_Virgilio_ da moltissimi, facilmente superiori al Caro in fedeltà,
non in impasto e candore. Da noi lo studio delle forme è ancora
sì riputato, che alcuni salsero in fama con null’altro che col ben
tradurre.
Lo studio filosofico sulle lingue chiarì che non sono risultanza
del caso, ma prodotto normale e necessario dell’intelligenza e
dell’organismo umano; le variazioni da popolo a popolo, i cambiamenti
d’età in età hanno cause intime, che coll’attenzione possono ridursi
a leggi generali. È questo il proposito della filologia comparata,
sorta può dirsi colla grammatica tedesca di Jacobo Grimm nel 1819, e
che gl’idiomi aggruppa sotto varj capi, e ne coglie le somiglianze e le
differenze. In tal genere, a tacere le compilazioni, quali l’_Atlante
etnografico_ del Balbi e le promesse del Biondelli, a vasti intenti
si elevarono Janelli nelle _Lingue criptiche_ e nell’_Ermeneutica
jeroglyphica_, il Vegezzi, il Marzolo ne’ _Monumenti storici rivelati
dall’analisi della parola_: ma ci resta troppo ad imparare dagli
stranieri. Da Samuele Luzzato professore a Padova, che nel _Giudaismo
illustrato_ (1838) portò gran luce sulle dottrine e le credenze
ebraiche, nacque Filosseno (1829-54), che indagò l’elemento sanscrito
nelle lingue assira ed egizia, studiando le iscrizioni di Persepoli e
Korsabad, e illustrò varj punti della letteratura giudaica; ma morì
giovanissimo. Ne ereditò i meriti l’Ascoli, il quale nella piccola
Gorizia maturò studj linguistici, ove poi divenne maestro, e quasi
fondatore della nuova filologia che studia il linguaggio nelle sue
relazioni col pensiero e le lingue nell’interna loro struttura e nelle
analogie e dissomiglianze loro. Le ardite interpretazioni bibliche
proposte dal romano Lanci, caddero con esso. Su quelle esposte dal
Tiboni nel _Misticismo biblico_ pendono i giudizj, che da noi sogliono
venire tardi, e per lo più di riporto[248]. Il milanese Ottavio
Castiglioni (1785-1849) s’approfondò sulle medaglie cufiche e sul
gotico antico. I Lazzaristi faticano intorno agli autori armeni,
letteratura che da Venezia fu rivelata all’Europa. Rosellini ebbe gare
col Chiarini professore a Varsavia intorno ai punti vocali del testo
ebraico, ch’egli crede antichi ed autentici. La festa delle lingue che
si fa ogni epifania alla Propaganda di Roma, cresce sempre il numero
di quelle, in cui si porge sperimento agli attoniti e non competenti
spettatori.
Portentoso poliglotto fu il Mezzanotte, ed ancora più il bolognese
Mezzofanti (1774-1849), che la meravigliosa facilità a imparare le
lingue sviluppò versando negli ospedali pieni di soldati d’ogni nazione
nel 1799, poi cogliendo ogni occasione di parlare con missionarj
stranieri e d’avere dizionarj, e così acquistò moltissime lingue, e i
loro dialetti. Però in lui la potenza di generalizzare fu piuttosto
d’istinto che di ragione, nè indagò per qual meccanismo arrivasse a
tanta cognizione, nè studiò quel ch’egli potea meglio d’ogni altro,
la parentela fra gl’idiomi, e ingenuamente diceva: — Il Signore mi
concesse grazia di capire; è Domenedio che mi ha data tanta memoria».
Più proprio del nostro paese fu l’illustrare le antichità, che qui
abbondano e che sempre nuove si scoprono, seguitando le traccie
di Ennio Quirino Visconti (t. XII, p. 525). Sulla storia romana si
moltiplicarono indagini parziali, massime dacchè il Niebuhr aperse
orizzonti così arditi alla congettura. Contro di lui l’Orioli sostenne
la genuinità dei re di Roma, e pretese trovare nella loro successione
un ordine speciale cognatico. Bartolomeo Borghesi da Savignano,
assiso nella piccola repubblica di San Marino, acquistò fama di primo
archeologo, principalmente nell’illustrare i fasti consolari. Labus
descrisse i musei di Mantova e di Brescia sua patria, singolarmente
perito nel supplire le lapidi mutilate e in un metodo di asseverare le
parentele fra gli antichi.
Luigi Canina di Casal Monferrato (-1856), che diede la storia
dell’architettura greca e romana, delle basiliche primitive, della
via Appia, tolse a «dimostrare la Campagna romana nello stato antico,
cominciando dal tempo in cui si ebbero memorie storiche dei popoli
primitivi, sino a tanto che la sede imperiale venne trasferita in
Oriente», e conservossi devotissimo agli antichi, a costo d’essere
tacciato di credulità. M. Nicolai molto si occupò dell’Agro romano, non
solo chiarendone la geografia antica, ma cercandone i miglioramenti,
e soprattutto discorrendo delle paludi Pontine[249]. Gaetano Pinali,
oltre le fabbriche del Sanmicheli, illustrò le molte anticaglie di
Verona, Aldini le epigrafi comasche, Kandler le triestine. Il romano
Guatani proseguì i _Monumenti_ del Winckelmann, e pubblicò i sabini;
come quelli della Sardegna ebbero luce da La Marmora, da Martini, da
Spano. Ogni paese ebbe qualche studioso che dalle ruine dedusse più
ampia cognizione del passato.
Sulle antichità ecclesiastiche è a dolere sia rimasta in tronco l’opera
del padre Marchi intorno alle catacombe, animata da ben più eccelso
sentimento e da scienza più profonda che non la divulgata di Raoul
Rochette: superato anch’egli dal De Rossi.
L’erudizione ebbe a rinnovarsi totalmente mercè le grandiose scoperte
di monumenti, siano artistici, siano scritti. Intorno ad Ercolano
e Pompej proseguironsi dotte elucubrazioni, massime dall’accademia
Ercolanense: ma l’attenzione de’ nostri e de’ forestieri si portò
più arguta sulle mura ciclopiche, le necropoli, le città etrusche.
Una società di corrispondenza archeologica, da Prussiani istituita
a Roma, divenne centro di studj, e pubblicò anche una descrizione
di Roma, con novità qualche volta paradossali, ma spesso correggendo
errori canonizzati dai ciceroni e da quelli che su di essi farciscono
le guide. Francesco Inghirami, ritiratosi nella badia fiesolana, vi
allevò giovani nella tipografia e calcografia e nel disegno, e con
questi sussidj compì l’opera de’ _Monumenti etruschi_ in dieci volumi,
e le _Pitture de’ vasi fittili per servire allo studio della mitologia
ed alla storia degli antichi popoli_, oltre la descrizione del museo
Chiusino e la storia della Toscana in sette epoche distribuita.
Giambattista Vermiglioli (1799-1855), uomo tutto degli studj severi e
principalmente degli archeologici, trovò ampio pascolo nelle antichità
che continuamente rivela la sua Perugia, sempre e unicamente fedele
al sistema greco-latino. Secondo questo, interpretò le iscrizioni
perugine, e quella scoperta nel 1822, ch’è il maggior documento di
essa lingua; come il più importante cimelio di quella civiltà è il
sepolcro dei Volunnj, aperto a Perugia il 1840, pure illustrato dal
Vermiglioli. Lasciò lezioni elementari d’archeologia, dissertazioni
sulla topografia perugina nel secolo XV, sugli storici perugini, su
altre materie storiche talvolta offuscate da vanità di patria. Il
Coltellini contraddisse a lui ed al Lanzi quanto alla lingua etrusca,
che il gesuita Garucci vorrebbe spiegare coll’ebraica, e che, malgrado
tante fatiche, e gli studj del Corsen, rimane arcana.
Bisognerebbe che i nostri dessero col fatto la mentita a quell’asserto
del Niebuhr, che da noi si dissotterrano medaglie, si dicifrano lapidi,
ma è la dotta Germania che di tempo in tempo ne fa la rivista, e le
anima colle idee. E per verità nessuno ancora è comparso a trarre
una sintesi dai lavori dell’Avellino, del Fabretti, del Momssen, dei
gesuiti Secchi e Marchi, di Pietro Visconti, del Garucci, del San
Quintino, del Guarini, dello Zanoni, del De Rossi, del Minervini, del
Conestabile, del Promis..., e a darci una storia de’ primitivi tempi
italici, ove la congettura sia appoggiata da quanto l’erudizione offre
di positivo. Giuseppe Micali (-1844) la tentò nella _Storia degli
Italiani avanti i Romani_ (1810), ma nella _Storia degli antichi popoli
italiani_ (1833), era mero divulgatore; cresciuta la messe, dopo molti
anni dovette rifonderla: l’entusiamo patriotico non lasciogli ponderar
bene le divergenti opinioni; e qui pure noi generalmente camminiamo
sulle orme altrui, echeggiando le novità che ci vengono di fuori, e
che spesso non consistono che in una più compita monografia, in una
definizione più precisa, in una denominazione calzante.
L’Egitto, aperto dalla spedizione di Buonaparte agli scienziati
europei, dopo la pace destò interminabili ricerche, sino a credersi
d’avere alfine trovato il modo di leggere quelle enormi pagine
di granito, esposte da quaranta secoli agli occhi di tutti, quasi
ad insultare l’umano orgoglio, che non riuscì ancora ad accertare
la lezione d’una sola. Belzoni (1778-1825), figlio d’un barbiere
padovano, perlustrò quel paese aprendo alcune piramidi, e descrisse con
verità, sebbene insufficiente di erudizione e di quella penetrativa
che somiglia a divinazione. Mentre cercava la misteriosa Tomboctu,
egli morì al Benin. Il piemontese Amedeo Peyron, inesauribile
nell’erudizione classica, indovinò che il copto era la lingua antica
degli Egizj, e che ad esso bisognava ricorrere per interpretare i
geroglifici, il cui studio di molto egli fece progredire; e dicifrò i
papiri del museo torinese, impreziosito dai monumenti vendutigli dal
piemontese Drovetti. Quando il Governo francese mandava Champollion ad
esplorare l’Egitto, la Toscana gli associò Ippolito Rosellini di Pisa,
col naturalista Raddi e dieci disegnatori; il frutto di loro indagini
si espose nei _Monumenti dell’Egitto e della Nubia_. Il Valeriani,
il Segato ed altri divulgarono su tal conto le nozioni esposte dai
Francesi. Salvolini di Faenza, allievo del Mezzofanti, nell’_Analisi
grammaticale de’ varj testi antichi egizj_ (Parigi 1836) tentò
spiegazioni diverse dal Champollion.
Più in là sta l’India, terra di misteri, e che sotto una maestosissima
lingua involge le origini e i primordj della civiltà di tutto
l’Occidente. Ad essa ed a quei libri sacri e poetici si rivolsero
alcuni nostri, come il Flecchia, il Maggi e principalmente il Gorresio,
che, secondato dal Governo sardo, fece un’edizione e traduzione del
_Ramayana_.
L’erudizione è lavoro preparatorio indispensabile, e lo sprezzarlo è
come sprezzare la chimica e l’anatomia: ma deve condurre al frutto
suo più elevato, la storia. Sì strepitosi eventi e tanto cumulo
d’esperienza doveano elevar a considerare gli avvenimenti umani
non più come una successione fortuita, ma come la manifestazione di
leggi costanti, ove le perturbazioni, vale a dire gli accidenti e
il capriccio, hanno parte tanto più piccola quanto più grossa è la
moltitudine su cui operano; mentre nella genesi delle istituzioni
sociali si procede da un avvenimento all’altro per forza d’evoluzione.
Eppure in Italia ottengono lode di storia mere esercitazioni
letterarie. Carlo Botta da San Giorgio nel Canavese (1766-1837),
narrando l’indipendenza dell’America[250], della quale gli erano
estranei e gli uomini e le cose, procedette senz’ira e partito; e
diffidente ancora di sè, non trinciava a baldanza, nè giudicava per
epifonemi, rispettando se stesso e i lettori[251]. Mescolatosi nella
invasione francese e presto disgustatone, collocossi a Parigi, dove
campò tanto da vedere suo figliuolo Emilio (-1870) raccomandarsi alla
posterità per le antichità di Korsabad che scoperse sul presunto
posto dell’antica Ninive. Carlo, per ispirazione borbonica avea
scritto la storia d’Italia dal 1790 in poi. Già vecchio, in soli
quattro anni dettò la continuazione del Guicciardini, per due secoli
e mezzo pienissimi di eventi, ciascuno dei quali esigerebbe diuturne
ricerche; ma egli, già sicuro della propria fama, lavorò di seconda
mano, nè tampoco correggendo materiali falsità, nè accordando due
autori qualora di uno non si contenta, «dilatandosi ove trova materiali
già disposti»; eccellente dipintore delle esteriorità, dilungasi in
marcie[252], battaglie, tremuoti, fami; e non istà a vagliare quando
gli capitano avventure straordinarie, orribili, pittoresche; pago di
recamare su altrui orditura frasi galanti, colle quali e colle aggiunte
arbitrarie guasta le particolarità caratteristiche; e nella impreveduta
composizione riesce sproporzionato. Tale compilazione scarsa e
illaudabile pel contenuto, anche per la forma resta inferiore alla
precedente. Avea cominciato cogli arcaismi ripescati nel vocabolario,
finì col neologismo più sbadato, eppure non mondo di affettazione:
la brevità del periodare solo dagl’inesperti può farlo giudicare un
Tacito, mentre è appena uno Svetonio. Quanto alle cose, il medioevo
ritrae come età pazza, scarmigliata, degna delle cronicacce di frati
e di castellani ignoranti; un «misero tempo, in cui le promesse e
le minaccie della vita futura regolavano la macchina sociale». Vi
porta qualche barlume il gran triumvirato italiano, poi la luce
si effonde mercè della insigne famiglia dei Medici. Come a questa
grandezza venisse o compagna o seguace la servitù d’Italia, non ebbe
egli a raccontare, nè mostrò comprendere; ma descrisse i patimenti
indecorosi della nazione dal 1534 fino alla rivoluzione. L’unica
grandezza superstite all’Italia non conosce; anzi i papi ne considera
come la peste; sul sinodo Tridentino celia, come il Sarpi che copia a
man salva; nei frati vede soltanto oziosi mascalzoni, o gabbamondo.
Alla fine i principi, ispirati dai filosofi, dai Giansenisti,
da quegli insigni che caldeggiarono la _libertà del principato_,
avviavano a meravigliosi progressi l’Italia, quando sopraggiunse
un’orda di Giacobini, guidati da un fortunato che, sbagliando sempre,
sempre vinceva. E il lato orrido e lo schifoso unicamente ravvisa
il Botta della rivoluzione; s’adira alla ghiotta prepotenza delle
amministrazioni militari e ai pazzi imitatori delle pazzie francesi:
eppure della descrizione di quegli effimeri delirj empie la sua opera,
ben dieci libri consumando attorno a un anno solo; a qualche festa
d’un giorno, alle mattìe d’un esaltato concedendo lunghissime pagine,
mentre sorvola alla creazione d’un regno, meravigliosa fino ai nemici;
non nomina o appena tanti letterati e scienziati che rabbellirono, e
il prode esercito; se impreca alle prepotenze forestiere, anche nei
nostrali non riconosce che vigliaccheria e ferocia; sol quando vengano
a soccombere li largheggia di compassione, scuse, elogi. Vero è che
diffuse sugli Italiani piuttosto beffa che infamia, come si piacquero
altri dappoi; sentesi ch’egli ama la nazione, quantunque non mostri
stimare che i Piemontesi; benchè il fosse non solo senza pericolo ma
per condiscendenza, tiene del liberale quel parlare del Buonaparte con
un’ira che somiglia disprezzo, e il continuo protestare contro la forza
in quella Francia, dove ben presto una colluvie di storie, di canzoni,
di pitture, di opuscoli popolari ed elementari dovea rinnovare quel
fascino della gloria, che è il dissolvente della libertà.
Ma la libertà il Botta non intendevala alla moderna; professa di «non
amare gl’imperj dimezzati»; si accanisce contro le costituzioni fino ad
esclamare che in Italia «le nazionali assemblee sono pesti»; l’Europa
chiama «feroce, miseranda»; non crede che «paese più matto di essa sia
stato al mondo» (lib. XXXII); sprezza l’umanità, sprezza l’uomo, questo
«verme in cui la formazione ha fallato..., razza gladiatoria ove chi
non accoltella è stimato goffo»; nè crede a perfezionamento, a ragione
o a compassione; «un anelito ferino l’umana razza conserva, e il
diavolo la trae»; e «pazzo chi vuole seminare, tra gli uomini odierni,
semi salutiferi».
Di ciò sarebbe a domandargli severo conto s’egli mostrasse quell’unità
che rivela un autore serio, un intento ponderato. Ma il suo bestemmiare
o deridere è vezzo di scuola; chè del resto il fondamento di soda
politica, il criterio morale, la chiara intelligenza dei tempi gli
mancano, del pensare dispensandosi mediante comodissime frasi, «il
fato, la fortuna, ritirare verso i principj». Amplificazioni dove
prevale l’accessorio e nelle particolarità si perde ogni senso degli
universali, dove non sia nè amor del vero, nè studio di cercarlo,
nè critica di distinguerlo, nè lealtà di esporlo, non costano
sforzo all’autore nè fan profitto al lettore; e nessuno certamente
vorrà imparare dal Botta le vicende patrie: ma poichè quel libro
sarà raccomandato sempre per la pulizia del dettato e la varietà
di modi e il dire italianamente tante cose inusate, e la serenità
dell’esposizione, e la spiccata evidenza di ciascun fatto, quale appena
si trova nel Boccaccio, converrebbe con sobrie note avvertire degli
errori di fatto, e delle opinioni illiberali, acciocchè, ammirandolo
come arte, non se ne assorbano falsità e sconsideratezze. È vero che
bisognerebbe annotare quasi ogni periodo; ma è pur vero che tuttodì
ai giovinetti si porgono autori latini, pieni d’inesattezze di fatto
e d’errori di giudizio, che non potrebbero darsi i peggiori quando si
trattasse non di educarli, ma di pervertirli[253].
Lusingati da quest’esempio, molti ingegni diedero frondi d’elocuzione
ove chiedeansi frutti; niun peggio dell’Angeloni nell’_Italia_, e
del Drago nella _Storia della Grecia antica_, ridicoli per frasi
rugginenti. Della Grecia nuova scrisse con toscana semplicità Luigi
Ciampolini. Lazzaro Papi da Lucca (1763-1834) si perigliò al gran
dramma della rivoluzione francese, ma al modo che si narrerebbe quella
di un popolo antico; inoltre fece lettere sulle Indie orientali, una
traduzione del _Paradiso perduto_ ed altre dal greco. Il duca di Lucca
lo fece bibliotecario e precettore di suo figlio; e quando poco dopo
morì, voleva erigergli una statua.
E per l’origine sua pisana, e per la lunga dimora, e più per l’affetto
onde guardò le cose nostre vuol qui menzione Carlo Sismondi da Ginevra
(1773-1842). Nel _Quadro dell’agricoltura toscana_ (1801), ai vasti
poderi e agli uniformi ricolti che avea visti in Inghilterra paragona
quella suddivisa coltura, dove ogni arboscello è accurato dal padrone,
e dappertutto trovasi luogo a un gelso, a un fico, a un olivo, mentre
la vigna s’arrampica sulle nude pendici, e ad ogni svolta d’angolo una
coltivazione diversa, e piccole cascine modello di pulitezza, dove un
proprietario lo accoglieva ospitalmente, e dall’aja, ch’è il piano più
vasto dell’esigua tenuta, gli mostrava il sorriso di quella natura,
e i sudanti villani che talvolta sospendeano i lavori per ricrearsi
al canto, e le forosette che riposavansi novellando sotto all’arancio
e ai pergolati di gelsomino. Il Sismondi ammirava l’agiatezza così
diffusa; quelle fatiche il cui eccesso non rapiva la bellezza nè
prostrava le forze; quella diuturnità di possesso o di coltivazione,
che faceva fratelli tutti i conterranei; quel culto cattolico, che
ogni tratto raccoglie alle stesse pompose cerimonie il ricco col
povero, l’ignorante col dotto, ed eccita l’immaginazione e moltiplica
i riposi. A Pescia comprò un poderetto, coltivato da un mezzajuolo; e
quest’associazione del capitale col lavoro, del possidente col colono,
il Sismondi continuò tutta sua vita a invocarla per tutti, e ripetere
che la terra è la cassa di risparmio ove il povero deposita a frutto
ogni istante di libertà, e su cui fonda il riposo e la prosperità
fra le vicende politiche. Solo lagnavasi che gl’incrementi economici
degradassero la condizione del contadino, e il monopolio invadesse
non solo la campagna di Roma in poche mani restringendo i latifondi,
ma anche la Toscana col sostituire grandi bigattiere all’individuale
operosità de’ villici.
A queste idee filantropiche si conforma l’amore dei Governi popolari.
Con madama di Staël, che cercava impressioni pel suo romanzo _Corinna_,
egli percorse la nostra penisola, rintracciando documenti e ispirazioni
per la _Storia delle repubbliche italiane_. La pubblicò dal 1808 al
18 in sedici volumi; ed era una protesta contro gl’incensi che alle
idee militari e assolute prodigava la letteratura. Scrivendo del paese
ch’è centro all’unità cattolica, dell’età organata sopra la Chiesa, e
dove la potenza prevalente erano i papi, e manifestazione lo splendore
delle arti e del culto, fu pregiudicato dall’aridità calvinica e dal
razionalismo: e noi, riconoscenti a un amico che confortò i primi
nostri passi come avea ispirato le prime nostre concezioni storiche,
dovemmo spesso contraddirne le asserzioni, più spesso i giudizj (tom.
VII, pag. 355).
Anche per la _Biografia universale_ del Michaud egli dettò articoli
che concernono gl’Italiani; e nella _Letteratura dell’Europa
meridionale_ ragionò dell’italiana con franchezza non ispassionata
e colle intenzioni romantiche. Volentieri egli tornava in Italia e
nella sua Toscana: stabilitosi poi presso Ginevra, che piacevagli come
«ultimo rifugio ove l’amor della città si confonde coll’amore della
patria», passò vent’anni amato, riverito, ospitale ai forestieri,
largo di conforti e di pietà alle vittime delle rivoluzioni italiane
del 1821; esultò a quelle del 30 profetizzando l’_avvenire d’Italia_,
poi compianse ai disinganni; e pure guardando la Francia come «il solo
paese su cui possa farsi conto per mettere barriere al despotismo»,
deplorava il mancarvi stabilità. Sebbene considerato come gran
liberale, e applaudisse i tentativi verso più larghe condizioni
politiche, egli professava che «nelle rivoluzioni i ciechi poteri delle
bajonette e della ghigliottina surrogansi a tutta la forza che l’ordine
desumeva dianzi dal rispetto o dall’abitudine»; crede alla sovranità
del popolo, ma s’eleva contro la tirannia della maggiorità, ch’e’
distingue dalla volontà nazionale. Quando poi vide Ginevra mettersi
in fuoco per proteggere le tresche di Luigi Buonaparte, si oppose, e
n’ebbe scherni e minaccie dal vulgo subornato. Poi venuta su una gente
nuova, ci toccò di vedere il venerabile vecchio escluso dagli affari
pubblici, che sono tanta parte della libertà cittadina, e vilipeso come
aristocratico.
Il Sismondi aveva saltata a piè pari quistioni cardinali della storia
nostra, la condizione de’ natii sotto i Barbari, e l’origine de’
Comuni. Questa era stata piuttosto tocca che discussa fra noi, i più
col Pagnoncelli derivandoli dai Piomani: ma un discorso del Manzoni
intorno ai Longobardi fece conoscere qui la distinzione che Agostino
Thierry diffuse[254] in Francia, tra il popolo vinto e il vincitore,
e così un nuovo modo di valutare la condizione degl’italioti nelle
età barbare. Secondo il qual modo furono meditati quei tempi da Carlo
Troya napoletano, autore d’una _Storia del medioevo d’Italia_ così
ampiamente divisata, che non era a lusingarsi di vederla inoltrata.
Analizzò egli scrupolosamente ogni parola degli scarsissimi documenti
dell’età lombarda, dispensandoli in un ordine cronologico che bastava
a dissipare cento vecchi pregiudizj, invano rimpellati da articoli
e opuscoli che improvvisavano la confutazione d’un lavoro di lunga
fatica e di austera coscienza. Allora tal quistione e quelle che ne
derivano furono agitate da molti, principalmente con idee venuteci dai
Tedeschi[255], i quali, poniamo che esagerassero, convinceano che molto
doveva attribuirsi all’influenza germanica.
A dare cognizione del medioevo contribuì la passione invalsa di
pubblicare documenti. In alcuni paesi un villano sperpero e un
turpe mercato n’era avvenuto allorchè furono aboliti i conventi;
poi s’ammucchiarono in archivj, senza quelle cure che alcune
corporazioni vi avevano applicate nel secolo precedente. Altrove
se ne trasse profitto, e principalmente del ricchissimo archivio di
Lucca si cominciarono a pubblicare gli atti, regnante Elisa e colle
vedute d’allora, sicchè i primi volumi sono lontani dall’elevazione
ora raggiunta dalla storia; nei posteriori il Borsacchini ed altri
mostrarono intendere l’erudizione nuova, sia in fatto di governo, sia
di filologia. Delle scritture riferentisi all’Italia nelle biblioteche
parigine, fece un catalogo il Marsand con iscarsa intelligenza,
e preziose lettere ne ricavò Giuseppe Molini. Eugenio Albéri,
autore d’un’apologia di Caterina de’ Medici, stampò le _Relazioni
d’ambasciadori veneti_, tesoro di cognizioni positive intorno ai varj
Stati nostri e forestieri, continuata da Guglielmo Berchet e Barozzi. A
Firenze l’_Archivio storico_ del Vieusseux raccoglie opere, sconosciute
la più parte, scelte con senno, bene edite, e con que’ sobrj e savj
avvertimenti che ne agevolano l’uso a chi una volta avrà potenza di
ridar vita alle aride ossa.
Il Piemonte, che sentì il bisogno di mostrarsi italiano più che nol
potessero le avite tradizioni, cercò sollecito nel suo passato; il
Cibrario per ordine regio trasse dagli archivj nostrali e forestieri
_I sigilli della monarchia di Savoja_, una storia di questa, una
di Torino, una di Chieri, una dell’economia del medioevo, una delle
finanze del regno: lavori che desidererebbero migliore forma. Gli atti
dell’Accademia torinese ridondano di dissertazioni intorno a monumenti
o a punti speciali della storia dell’alta Italia. Gli archivj di
quel paese rimasero chiusi alle istanze del Muratori e agli studiosi
fin quando Carlalberto non istituì una deputazione che gli indagò,
pubblicandoli con intelletto e con amore. L’istituzione fu poi imitata
in tutte le parti d’Italia. Nè vogliamo dimenticare i lavori del
Muletti sulla città e i marchesi di Saluzzo, del Carruti su Amedeo
II, del Sauli sulla colonia di Gálata, del Bottazzi e del Carnevale
su Tortona, del Promis sulle monete ossidionali e quelle dei principi
di Savoja e Piemonte, di Leone Menabrea sulle Alpi, di Novellis su
Savigliano, di Vallauri sulla letteratura, di Sclopis sulla politica
e la diplomazia, del La Margarita sui trattati pubblici della Casa
di Savoja, del Manno e del Martini sulla Sardegna, dell’Adriani sui
Fieschi di Lavagna e su altre famiglie. Fanno casa a parte quelli di
Genova: Girolamo Serra ne racconta la storia civile fino al 1483,
ove comincia il Casoni; cercatore coscienziato e lucido spositore,
scevro di forestierume e di arcaismi, ma senza genio; e la costante
ribrama della patria libertà, che avea tentato rialzare nel 1814, fa
che giudichi gli avvenimenti con parzialità municipale. Dalla quale
traggono anima i recenti lavori del Canale sull’intera storia, e del
Celesia sull’episodio del 1747, e la storia popolare del Bargellini.
Dagli archivj di Roma, i più ricchi del mondo, principalmente gli
stranieri poterono trarne o i registri interi di alcuni pontefici, o di
che riformare alcuni parziali giudizj. Laonde, se la podestà prevalente
nel medioevo trovò sempre detrattori, massime fra i pedissequi dei
Francesi, da altri fu considerata da più alto punto, come dal Trova
nel _Veltro allegorico_, da Cesare Balbo nella _Vita di Dante_ poi
nel _Sommario della storia d’Italia_, libro di circostanza e perciò
molto diffuso. A chi lo tacciava di avere in esso blandito al papato
perchè tale correva la moda dopo il 1843, rispondeva che «un Manzoni,
un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti di tutti
i quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie,
hanno fatta italiana la moda nostra da vent’anni, cioè prima che fosse
straniera»[256].
Il cassinese Tosti nella _Vita di Bonifazio VIII_ e nella _Storia del
Concilio di Costanza_ e _dello scisma greco_ applicò gl’intendimenti
moderni. Quella della Lega Lombarda risente i tempi, invocando che Pio
IX impugni la bandiera italiana, eccitando i fratelli a osare perchè
«la storia degli uomini è compita, e beato chi scriverà la prima pagina
della storia dell’umanità». Guelfo di fondo, caldo nell’esposizione,
non evita sempre le pedanterie, nè cerca carte inedite[257]. In
senso diverso Antonio Raineri napoletano, amico ed ultimo ospite del
Leopardi, tessè la storia de’ primi nove secoli, nella cui introduzione
annunzia che «l’uomo è un’anima incastrata in questo pianeta detto
terra, la quale i veri filosofi considerano essa stessa come un grande
animale, incastrato esso stesso fra le forze eterne... Come la terra
è soggetta fatalmente alle leggi terrestri e universali. Ma fra la
certezza dell’ordine materiale e intellettuale dell’universo, egli ha
la libertà di operare in un modo piuttosto che nell’altro. E questa
libertà non di sostanza ma di modo, non di azione ma di passione, non
assoluta ma rispettiva, è bastante a salvare le ragioni della virtù».
E quanti non hanno almeno cominciato la storia d’Italia! e quanti
non la interruppero perchè non trovaronvi un concetto unico, un’idea
predominante! Il canonico Luigi Bossi di Milano (1758-1835), nella
rivoluzione avuto incarico di spogliare archivj, formossi una ricca
suppellettile di documenti e monumenti, ed una altrettanto ricca
n’avea nella memoria. Di quella fece traffico, di questa abuso,
giacchè fino lavori d’erudizione che impongono scrupolosa esattezza,
tesseva a memoria, e mentre i vulgari stupivano a quello sterminato
sapere, gli eruditi compassionavano. Certe vite beffarde di santi
dovette sospendere; le molte storie che compilò perirono; ed anche la
voluminosissima d’Italia, transunto di pochi libri, senza proporzioni,
senza vedute, senza sincerità, senza stile.
Giuseppe Borghi, traduttore del Pindaro e autore di poesie
encomiastiche e religiose, cominciò un discorso sulla storia d’Italia,
amplificazione sempre in tono declamatorio e senza critica: e non
trascese il ix secolo. È onorevole ricordare come gli apprestassero
i fondi molti profughi, poi i generosi Siciliani. D’alta levatura è
quella intrapresa per la parte antica da Atto Vannucci, per la moderna
da G. La Farina, con viste politiche.
Sarebbe un non finir più il voler numerare le storie municipali; e
fra quelle che ci passarono sott’occhio, a titolo di lode ricorderemo
i _Carraresi_ del Cittadella, la milanese di Carlo Rosmini per
contraddizione alla filosofica del Verri; quella di Mantova del D’Arco,
di Pavia del Robolini, di Valtellina del Romegialli; del Ciani sul
Cadore, del Bianchi sul Friuli, la toscana dello Zobi, la bergamasca
del Ronchetti, la lucchese del Mazzarosa, la comense di Maurizio Monti,
del Rebuschini, dell’Arrigoni, di Cesare Cantù, la brianzuola del
Redaelli e di Ignazio Cantù, la bresciana dell’Odorici, una di Lodi
del Vignati, una di Todi del Leonj, due veneziane del Capelletti e del
Romanin. L’affetto repubblicano appare nei lavori sul Canton Ticino e
sulla Svizzera di Giuseppe Curti, di Stefano Franscini, lodevole uomo
di Stato. Gaetano Milanesi pubblica documenti sulle arti in Siena, e
annotando il Vasari avanza la storia, così importante e allettativa
delle arti. Ed ogni città può dirsi abbia avuto uno storico; ma pochi
che intendessero l’ufficio delle municipali, qual è di rivelare la
vita del Comune, connessa colla nazione eppure avente glorie, dolori,
turpitudini, interessi suoi proprj[258].
Di Chiese parziali s’occuparono l’Aporti per la cremonese, il Nardi per
l’aquilejese, il Morcelli per l’africana, il Capelletti per le venete e
in generale per le italiane, l’Emanuel per la nizzarda, il Semeria per
quella di Torino oltre i secoli cristiani della Liguria; per quelle del
Piceno il Lanzi, il Compagnoni, il Turchi, il Catalani, il Wogel, il
Lancellotti.
La _Storia del regno di Napoli_ del Vivenzio, il _Progetto della Storia
universale_ del Mazzarella, la _Storia del regno sotto i Borboni_
del De Angelis, il _Regno e la città di Napoli_ del Rosselli, il
_Dizionario storico del regno_ di Oliviero Poli e la _Biografia degli
uomini illustri del regno_ da una società di letterati, non vissero che
il tempo d’essere lodati da giornalisti. Il duca di Ventignano nella
_Scienza della storia_ confutò leggermente la leggera del Delfico.
Nella _Storia della rivoluzione di Napoli_ Vincenzo Coco ha il calore
di chi ne fu parte e il senno di chi profittò degli errori, non
discredendo alla libertà, quantunque lodi i Napoleonidi d’aver rimesso
il freno. Tornato il paese a’ suoi re, egli rimpatriò, ma dopo otto
anni di mentecataggine morì il 1823. Nicola Palmieri, morto del cholera
nel 36, oltre una debole storia lasciava un _Saggio storico e politico
sulla costituzione del regno di Sicilia fino al 1816_. Più divulgossi
quella del generale Colletta, che tolto dall’attività de’ tempi e
sturbato dalla patria, si pose in età matura a imparare a scrivere
da Gino Capponi, dal Niccolini, dal Giordani, il quale ne rivide sei
volte il manoscritto, e alcuni brani rifece[259]: così acquistò, se non
uno stile, una maniera, che da facili amici fu qualificata tacitiana.
Anzichè chiarire le verità e accertare i fatti, cercò piacere col
blandire contemporanee passioni.
La Sicilia ebbe una storia generale dal Ferrara, che attribuì molta
attenzione alle antichità (1814); delle quali si occuparono pure
Leante, Capodieci, Maggiore, Avolio, Politi, Judica, e più il duca di
Serra di Falco. Napoli Signorelli ne fece la storia letteraria, poi
il Narbone con troppe generalità, autorità cumulate e male discusse,
divagazioni interminate, arrogando alla Sicilia glorie straniere,
appoggiandosi al Ragusi, al Mongitore e simili, e sconoscendo i più
moderni acquisti dell’archeologia e filologia. Domenico Scinà di
Palermo (1765-1837) nel 1803 pubblicava un’introduzione alla fisica,
dividendola in tre epoche, di Galileo, di Newton e l’odierna quando
fisica e chimica formerebbero una scienza sola; divinazione notevole;
nella _Topografia di Palermo_ insegnò ad applicare tutte le scienze
naturali allo studio speciale d’un paese; meglio ancora riuscì
studiando Archimede, Maurolico, Empedocle, poi la storia letteraria
della Sicilia nel XVIII secolo. Fautore del Governo costituzionale,
avverso alla unione coll’Italia, onest’uomo ma superbo, intollerante e
litigioso, nulla sperava, ripetendo, — Siamo birbi», e morì del cholera
credendosi avvelenato.
Pompeo Litta milanese (1781-1852) nelle _Famiglie celebri_ avviò
un’opera di pazienza e spesa, la quale comechè inesatta per la
cronologia e la genealogia, si distingue per giudizj non vulgari e
passionati e per epifonemi. Opere fastosissime, come il _Costume di
tutti i tempi e di tutte le nazioni_ del Menin di Padova, e peggio
il _Costume antico e moderno_ che va col nome di Giulio Ferrari
di Milano, sono compilazioni di nessun vantaggio alla storia. V’è
qualcuno che scrisse cinquanta volumi storici senza meritare altro
posto che nella bibliografia. Alcune biografie del Lomonaco piacquero
per calore giovanile e per quelle passioni, alle quali poi indulgendo
egli si uccise: alcune di Carlo Rosmini s’allargano all’importanza di
storia. Gli _Uomini illustri di Ravenna_ di Filippo Mordani tra frasi
compassate e generiche non danno giusto concetto del lodato nè il fanno
amare[260]. Sono più vivi il Fabretti ne’ _Capitani dell’Umbria_,
il Ricotti ne’ _Capitani di ventura_, il Promis negli _Architetti
militari_, e pochi altri che in tali lavori sanno far convergere que’
fatti minuti, privati e pubblici, che danno giusto criterio d’un uomo e
della condizione d’un popolo[261].
Agli _Annali musulmani_ del Rampoldi scema fede il non avere egli
conosciuto le fonti e valersi delle traduzioni francesi, perfino nella
trascrizione dei nomi; cita senza lealtà, e fin dicendo l’opposto;
millanta Amari, dopo avere illustrato i Vespri siciliani, con amore e
cognizione tessè la storia della Sicilia sotto la dominazione araba,
grandemente esaltando quegli estranei signori.
Qualcuno abusò della pietà con leggende indiscrete; qualche altro
si pasce di idee antiquate o servili o irose, sconnesse dal popolo
e senza educare gli avvenire nella scienza del giusto e dell’utile,
nella fratellanza operosa, in cui sta tutta l’italica speranza.
Coloro che ebbero mano nelle vicende, coloro se non altro che patirono
immediatamente, amano rivelarsi ai posteri, giustificare sè, accusare
altrui: donde fra gli stranieri quell’infinità di memorie e di racconti
contemporanei, che riaprono la feconda sorgente delle reminiscenze.
Pochissimi da noi, fra’ quali levarono fama il fiorentino Laugier e
il milanese Vacani descrivendo le battaglie napoleoniche. Appartengono
alla polemica più che alla storia i racconti parziali delle vicende del
1821, del 30, del 48, e le tante della successiva trasformazione.
Adulterare di proposito la storia non è che di pochi sicofanti; ma
l’impressione che sul lettore è prodotta dalla vista delle cose attuali
e la forza delle opinioni correnti, false o vere, generose od abjette,
trasfigurano i fatti all’occhio che più vantasi spassionato: e chi
abbracci abbastanza cose per essere imparziale, nutra virtù sufficiente
per dar merito ai nemici e torto agli amici, e proclamare le virtù
che giovino in ogni luogo e tempo, infondendo benevolenza e tolleranza
colla certezza di non ottenere per sè nè questa nè quella, raro sorge
fra noi. Ecco perchè al giorno della prova ci trovammo tanto minori di
noi, e vagammo nelle astrazioni per difetto d’esperienza, disposti a
gittar via le buone armi per afferrare le cattive.
Sulla filosofia della storia entrò di moda, principalmente fra’
Tedeschi, d’inventare sistemi, deducendone l’andamento dalle leggi
dell’intelletto umano, talvolta sino a negare la libertà morale. Allora
fu resuscitata la gloria del nostro Vico: alcuni vi tentarono qualche
novità, e singolarmente il napoletano Janelli, e bizzarramente Giuseppe
Ferrari.
Dall’indipendenza individuale, vagheggiata nel secolo scorso, il
nostro era passato a proclamare l’importanza della sociale convivenza,
nè fuori di questa potere effettuarsi le condizioni del progresso,
mentre in questa anche i supposti disordini appajono o beni o il
minor male. Quindi venerazione al senso comune; e quindi migliore
intelligenza nelle varie età, tutte connesse colle antecedenti e colle
susseguenti; quindi a fatti che sembrano stranianze ed eccezioni,
trovata ragione nei tempi e nelle concatenazioni; i legislatori e i
filosofi non essere isolati, non onnipotenti formatori d’una civiltà,
ma efflorescenza naturale d’un dato stadio di forme civili e sociali,
che gradatamente promuovono il progresso dell’individuo nel progresso
dell’intera società. Nei fatti particolari non s’ha dunque a voler
rinvenire il bene immediato dell’individuo, ma spiegare le vie per
cui il genere umano anche errando s’avvicina alla migliore attuazione
del vero, del bello, del buono, librandosi tra la violenza logica
dei radicali riformatori, e l’ottimismo indolente de’ fatalisti. La
storia non fermasi ad alcuna parte distinta dello spazio e del tempo,
ma all’intero andamento del genere umano con certe leggi, non intese
eppure intravvedute, per cui le quistioni più particolari si annettono
alle supreme, e a quelle che pajono metafisiche speculazioni.
Pertanto un Italiano, che da un pezzo guardava ai passi dell’umanità
anche fuori di paese, si persuase che tutte le verità importanti alla
vita si racchiudono nella storia, scienza generale e non isolata, e
dapprima storicamente furono e possono essere enunciate; che nè un
individuo nè una nazione si può conoscere appieno se non si studii
in tutta la serie della sua vita; che la moralità de’ fatti privati
e pubblici deriva dalla conoscenza delle circostanze, nè queste
possono abbracciarsi se non nel complesso delle cose che precedettero
e seguirono; mentre restringendosi a un punto solo, si distruggono
la ragione storica e la ragione umana. Ebbe dunque l’ardimento o la
temerità di riassumere in una storia universale quello che sui singoli
punti di essa aveano discusso e pronunziato nostrali e forestieri, e
darvi non solo esterna simmetria, ma intima unità, seguitando il genere
umano che tutto insieme migliora di continuo, sotto la guida della
Provvidenza: e quel progresso additò nelle idee, nelle dottrine, nei
sentimenti, nell’acquisto di libertà e di dignità; perciò studiando in
complesso le scienze, le religioni, le arti, le costumanze; procurando
si apprezzasse il passato senza voglia di rifarlo, non si guardasse il
medioevo come un grande abisso fra due mondi[262], negando conservasse
e producesse germi di civiltà, ma non pretendendo trovarveli appieno
svolti e maturati; insomma si riponesse l’uomo al posto dove i
filosofisti aveano collocato delle astrazioni. In conseguenza notabili
riuscirono i giudizj ch’ei portava sugli uomini, collocandoli in mezzo
alle circostanze e alle idee del loro tempo, eppure in ogni età e luogo
raffrontandoli alla morale indefettibile, e deducendone la ragione
filosofica e il criterio morale. Anche artisti e letterati circondando
di ciò che doveva ispirarli, non li valutava soltanto secondo la
bellezza formale, ma stimando gli antecedenti passi dello spirito,
le tendenze verso il futuro, il nuovo impulso che ciascuno aggiunse
all’impulso continuo provvidenziale.
Chiedeano i grandi dottori: A quale scuola appartiene egli? è novatore
o retrivo? perchè tanto rumore? come si elevò senza il nostro voto,
senza incensare agli idoli che giorno per giorno noi gridiamo immortali
e domani sotterriamo? porta un metodo o una dottrina? è una scoperta?
Era la perseveranza di cercare la verità, la buona fede in
riconoscerla, la franchezza in esporla tutt’intera e complessiva, senza
timore di nemici, e, ciò che più costa, senza connivenza ad amici.
Considerata come evoluzione dello spirito universale nel tempo, e in
particolare come progresso della coscienza della libertà, la storia
diveniva opera di morale e politica più che di letteratura: e in fatto
quelli che si proposero con dottrina e coerenza di mettere quell’opera
nel fango o sul piedistallo, tolsero appunto di mira i suoi giudizj.
Nuovi o no che fossero, giusti o meno, traevano vigore dall’essere per
la prima volta applicati non a fatti e personaggi singoli e speciali,
ma all’intera storia; la quale ordendosi sulla conoscenza della
natura dell’uomo, sull’efficacia delle istituzioni e dei fatti nella
condizione dei popoli, non destava minore interesse al tempo di Cesare
e di Confucio, che a quello di Napoleone e di Saint-Simon.
A noi non pareva che, d’una scuola che ora udiamo compassionare come
sfruttata e «immiseritasi nella religione e nella morale», riuscirebbe
compiuto il quadro se non avessimo accennato a un’opera, la quale
(non essendosi comprata l’impunità con forme elastiche ed espressioni
mitigate a norma del giusto mezzo che si pretende) aperse campo a
rumorosi dissensi, produsse critiche più voluminose di essa, ma i
cui sentimenti e l’esempio non rimasero inefficaci neppure su quelli
che la rinnegavano. Se non che l’autore, mentre conosceva come si
abbia diritto di chiedere ad un libro la trasparenza d’ogni frase, la
precisione d’ogni pensiero, la sicurezza d’ogni giudizio, affinchè,
lucido e ardente, ispirato dalla passione, temperato dalla ragione,
rechi lume all’intelletto, calore al sentimento, rinforzo alla volontà,
sentiva quanto ad adempiere tali doveri lo rendessero impotente il suo
ingegno, il suo isolamento, i suoi contemporanei.
Chi ci trovasse o ingrati agli antecessori o malevoli ai successori,
voglia indicarci perchè, non dirò non li lodino, ma non se ne valgano
gli stranieri; perchè quivi stesso si ricevano così scuratamente i
lavori nazionali, mentre con deplorabile leggerezza si traduce ogni
miseria che sgorghi di Francia[263]; perchè alcuni sfacciati od
ignoranti osino asserire il falso, addurre testi bugiardi, documenti
sfigurati, e ottengano assenso dai giornali e persino reputazione di
eruditi; perchè sì rara s’incontri quella critica che ricostruisce il
passato vagliando le sodezze del vero dalla pula dell’immaginazione
e dell’arbitrio, dai miti e dalle frodi. Italia aspetta ancora lo
storico, il quale la metta sulle vie che solo possono convenirsi
all’avvenire, colle maschie melanconie; con quel coraggio tranquillo
che sa dare torto anche alle persone ed ai partiti che venera; ed
affrontando i pericoli della sincerità, maggiori in paese che non c’è
avvezzo, e dove la tribuna è riservata ai sofisti, non guarda quali
simpatie e quali rancori ecciterà, non teme applausi che gli varranno
calunnie, nè dissensi che gli varranno la persecuzione dei forti o la
denigrazione de’ gaudenti, de’ quali è legge l’esagerazione e vanto
l’astrazione inapplicata.