CAPITOLO CLXXXV.

Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo.

A questi movimenti politici accompagnavansi altri non meno notevoli

nella letteratura. Sulla quale noi ci badammo sempre più che sulle

scienze, perchè queste son d’ogni paese e al loro progresso tutte le

nazioni contribuiscono, quella porge il carattere de’ popoli. Essa avea

poco contribuito in Italia a preparare la prima rivoluzione, poco a

impedirla, poco a propagarla, attesochè i giornali repubblicani erano

polve quando non fossero sterco, e il Monti (1733-1828), unico che

sopravviva, fece discredere alle bestemmie colle lodi e viceversa.

In Roma abate ed arcade, primeggiando fra poetonzoli, simili a

uccelli in muda che ogni rumore eccita al canto, egli preconizzava

gli Odescalchi e i Braschi, i matrimonj e le feste, abituandosi a

veder le cose da un solo aspetto e ad ispirarsi delle cose presenti,

dal che doveano derivare tanta leggiadria alle sue produzioni, tante

macchie al suo carattere. Nella _Visione d’Ezechiello_ e nei sonetti

su Giuda parea smarrito nel mal gusto fra il Marini e l’Ossian,

ma Ennio Quirino Visconti lo invogliò de’ classici; ed egli, che

sempre s’informò sopra gli autori che ammirava, ne colse frasi

d’irreprensibile eleganza, splendide immagini, artifiziose perifrasi,

larga onda armonica, accoppiando la maestà de’ Latini, la limpidezza

del Cinquecento, la pompa del Seicento, le immagini de’ coloristi, la

fluidità de’ frugoniani. V’aggiungeremo l’arte di addobbare all’antica

le cose nuove, alla poetica le positive, come fece nella _Bellezza

dell’Universo_ e nell’ode per Montgolfier. Ma chi questa paragoni con

quella del Parini a Silvia s’accorge quanto egli arretrasse dal punto

ove la poesia era stata portata dall’austero Milanese. Nè in verità

può dirsi che il Monti creasse e lasciasse alcuna maniera sua propria.

Colla _Bassvilliana_ parve raggiungere il senso mistico de’ Trecentisti

nel fare il mondo dei vivi stromento d’espiazione e riconciliamento ai

morti; ma collo sviluppo di quella macchina e col riprodurla in cento

occasioni senza amore nè fede, palesò che dal mondo postumo non sapea

trar fuori che ombre.

Suo vanto lo splendore delle immagini; suo debole la scarsezza di

senso morale, avendo ambito la lode di gran poeta più che quella di

cittadino coscienzioso. Corso nella Cisalpina a farsi perdonare gli

encomj dati ai re col bestemmiarli, di nuovo dovette farsi perdonare il

repubblicanismo da Napoleone col cantarne tutti gli atti (pag. 172):

poi quando Napoleone cadde, celebrò il _Ritorno d’Astrea_ in paese

grondante sangue e fiele; ma «il sapiente, il giusto, il migliore dei

re Francesco Augusto», ch’egli chiamava «turbine in guerra e zefiro in

pace», gli sospese il titolo di storiografo e gli assegnamenti. Eppur

egli «per secondare le generose intenzioni della illuminala superiore

sapienza», scrisse la _Proposta_, e col Giordani e col mantovano

Acerbi piantò la _Biblioteca italiana_, giornale governativo; mentre

mancatigli i re, cantava gli Archinti, i Trivulzj, altri mecenati

e un Aureggi che lo teneva a villeggiare. Giovane avea cominciato

un poemetto _La Feroniade_, tutto diamanti mitologici per celebrare

l’asciugamento delle paludi Pontine. Lo indirigeva al principe Braschi:

ma nol compì, e sotto il regno d’Italia dedicollo ad Amalia viceregina;

spodestata questa, pensò intitolarlo a Pio VII; infine si risolse per

la marchesa Trivulzio, e così il pubblicò, e saranno forse i più bei

versi di fattura mitologica, e probabilmente gli ultimi.

I tempi, strascinando a cambiare fra tanti cambiamenti, non lasciano

se non da esaminare se l’uomo fosse di buona fede: ma a chi si pente,

non rimane che ritirarsi in silenzio; conosciuto falso il sistema

sostenuto, non può farsi apostolo del contrario; salvo in verità

evidenti come le religiose. Il Monti metteva ingenuità nelle sue

affezioni, forte sentendo comechè illuso, colorando con entusiasmo le

immagini che gli attraversassero la fantasia; ma al termine di ciascuna

composizione chiudea le partite: aveva empito le orecchie con torrenti

d’armonia; domani verrebbero altre impressioni, e su quelle ordirebbe

un altro componimento, cangerebbe la sonata sul suo istromento senza

brigarsi di quella di jeri mentre ancora rimbomba nelle orecchie

degli ammiratori. Difetto della scuola, la quale attendeva alla forma

non all’essenza, a presentare una sola faccia; insegnava a cantare,

non qual cosa si dovesse cantare; vagheggiava unicamente il bello,

non la connessione dell’arte colla vita, del poeta coll’uomo e col

cittadino. Allevato a lodare, il Monti lodò sempre, o bestemmiò per

lodare; tutto occupato della forma, col fare largo e sicuro, colla

sprezzatura maestrevole, colle reminiscenze così assimilate da parere

spontaneità, conquistò il titolo di principe de’ poeti. Ma la primazia

non fu indisputata; e durante la repubblica bestemmiavasi il cantore

di Bassville da tutti quelli che aspiravano alla gloria col porsi

ostili a un glorioso: Berardi celebre improvvisatore avventogli uno

sconcio sonetto; con un sonetto infame, il Monti marchiò tutti i suoi

avversarj, poi colle splendide contumelie della _Mascheroniana_. Le

ostilità prolungaronsi durante il regno d’Italia; e massimamente il

Gianni alleatosi col giornalista Urbano Lampredi, col Latanzio, col

Leoni, attossicarono le lodi e le dignità conferite all’illustre: ma

neppur l’ira li elevò a quella critica generosa, davanti alla quale

affiocavasi la fama del Monti; ed esso ripagò ad usura nel _Poligrafo_,

pur troppo col suo nome togliendo vergogna a’ manigoldi della

letteratura, i quali ne appresero gli scherni, non quello spirito che

fa parer meno acerbo il morso d’un’ape che d’una vespa. Eppure il Monti

era onestissimo uomo, subitaneo all’ira ma pronto alla riconciliazione,

volenteroso di giovare, capace di calde amicizie, prodigo di lodi anche

a mediocri, che vivran solo perchè da lui mentovati, non disprezzatore

de’ principianti, nè astioso a’ preveduti suoi successori.

Pari inconsistenza nelle opinioni letterarie. Egli ingrandito col

celebrare gli avvenimenti giornalieri; egli che avea ridotto lirico il

poema e fin la tragedia, redimendola dall’aridità alfieriana; egli che

erasi agevolate le invenzioni con tante ombre e fantasmi, e ricalcato

un poema intero sopra il falso Ossian, vecchio uscì a rimpiangere la

mitologia bersagliata.

Fra i letterati interamente retori, e quelli per cui la letteratura

era un’azione e un sacramento, stava Ugo Foscolo (1776-1827). Jonio,

ma italiano di origine, di educazione, di studj, prese viva parte

alle commozioni rivoluzionarie, poi allo sfavillante regno italico,

fin dall’origine diviso tra generosi impeti e materiali istinti, tra

elevatezza di parole e bassezza di fatti, tra forme rigorosamente

classiche e pensieri nuovi. Dal _Werter_ di Göthe prese il concetto

del suo _Jacopo Ortis_: ma mentre l’autor tedesco conserva rigorosa

semplicità di passione, cioè un amore di fantasia più che di cuore,

nudrito d’orgoglio e d’egoismo, Foscolo vi mescolò l’elemento politico,

dividendo il suicida fra l’amore per Teresa e il disgusto della mal

donata libertà italiana. Così svanisce l’interesse che uom prende a un

carattere che spiega tutto l’accordo delle qualità molteplici, eppure

conserva l’individualità propria; mentre la passione non è nobilitata

dallo sforzo del resistervi. Il mondo non solo, ma egli pure identificò

se stesso col suo eroe; e la vita di lui vi si prestò, nella quale

ostentando eccellenza morale nell’atto di abbandonarsi a passioni

procellose insieme ed effimere, piaceasi di affrontare lo scandalo e

vantare le proprie debolezze; come que’ sensuali esaltati che godono

filosofando, tradiscono moralizzando, mendicano bassamente con frasi

pompose. Col titolo di soldato e coll’affettarsi spadaccino, tentava

soverchiare chi se ne sgomentasse, pronto a recedere davanti alla

risolutezza: caro alle donne, che facilmente sono attratte da ciò ch’è

alto, affascinate da ciò che soffre, rinterzava intrighi sui quali

non stendeva un velo prudente, anche prima che indiscrezioni postume

li traessero al pieno giorno: bisognoso di catastrofi e di fuggir la

noja mediante l’azione, la cercò col far della letteratura un campo

di assalti e difese, della polemica una professione di dottrine. Fra

gente dedita alla più comoda eresia, la noncuranza di principj, esso

vuol averne; e poichè il cristianesimo era affatto fuor d’uso, egli

si ricovera nello stoicismo, che quanto facilmente coincidesse colla

pratica epicurea l’abbiamo potuto vedere nel tramonto dell’impero

romano. Sentendo molto, poco ragionando, ha concetti sempre dedotti

da altri, senza precisione e avvolti in nebbia; per paura del senso

comune avventasi nel paradosso, mirando a un bersaglio, ma sempre

travalicandolo; pure vede nella letteratura meglio che un trastullo,

e la necessità di darle un fondamento più largo e più solido, sebbene

non l’abbia egli fatto, e di non separare il letterato dal cittadino;

coi _Sepolcri_ e colla prolusione costringeva a pensare, lo che non

faceano i letterati di moda; sicchè gli scritti suoi sono tanta parte

della storia contemporanea. In quell’anima sua «che domandava sempre

d’agitare e d’agitarsi perchè sentiva che nel moto sta la vita, nella

tranquillità la morte», fece specchio di tutti gli avvenimenti, e

poichè non erano comuni, partecipò della loro grandezza. Dalle passioni

e dalla moda tratto a sollecitare i favori de’ ministri, rifuggiva

dal prostituirvi la dignità delle lettere: e qualche cenno, qualche

illusione, fin la parsimonia della lode vogliono essergli contate a

merito, perchè allora glien’era fatta colpa dalle sale dei grandi,

dispensatori de’ pranzi e della gloria; dalla gioventù che scoteva

colla potente parola, ottenne culto; la ciurma dei retori lo temette; i

principi reazionarj ne perseguitarono la memoria: sicchè amici e nemici

cooperarono a ringrandirlo, e la elevatezza di alcuni suoi concetti

trasse sciaguratamente a imitarne cert’altri che più s’opporrebbero

all’effettuazione di quelli.

«Anzichè un italiano moderno (dice Byron) egli è un greco antico»: e

in fatto nell’Ortis, non che discolpare, santifica il suicidio; dalla

mitologia vi deduce pensieri e affetti; all’amica legge l’odicina

di Saffo; si volge per consolarsi all’astro di Venere; pagano nelle

immagini e nei sentimenti, rinnega fino le speranze postume nel

Carme ove alle tombe chiedeva rispetto e ispirazione. Ma all’Italia

offriva uno sciolto, che non era quel del Parini nè di verun

predecessore; grandeggiante di cose, variato di suoni, con oscurità

affettata, e apparenza di voli lirici ottenuta col sopprimere le

idee intermedie e col surrogare alla prova le immagini, l’amor delle

quali e l’osservazione materiale aveva egli sviluppati nella vita

avventurosa. Il proposito d’uscir dal comune imprime al suo verso una

selvaggia grandezza; ma la prosa gliene riesce contorta, anelante,

impropria, cadendo nella gonfiezza per cercare l’eloquenza, sebbene

di conoscere il pregio della naturalezza siasi mostrato capace nella

traduzione del _Viaggio sentimentale di Yorik_. Lamberti, Lampredi,

il ministro Paradisi lo bersagliavano, scuola meramente retorica,

ed egli ripicchiava, — Odio il verso che suona e che non crea»: non

dissimulava il disprezzo pel_ Bardo della selva nera_; e lanciò al

Monti un epigramma invidioso più che arguto; Monti ne rispose uno nè

da poeta nè da uom civile[219], e minacciava di «sperdere fin la polve

de’ suoi _Sepolcri_»; il Governo «s’era fatto incettatore universale

delle gazzette, per notare sommariamente d’infamia gli uomini che non

ardiva opprimere sotto la scure», e Foscolo avventò l’_Ypercalipsis_

contro quella consorteria, donde trapela un orgoglio che par dignità e

non salva da bassezze, che, non domanda i favori del Governo ma invidia

quei che gli ottenevano. Avendo arrischiata qualche allusione alle

stragi napoleoniche, dovette uscire dal regno: ma più che de’ Governi

si lamenta de’ nostri «sciagurati concittadini, che gli uni sospettano,

gli altri si fanno merito a provocare sospetti; nè la prudenza giova

quando v’è chi, o per rimorso o per mestiere, interpreta le parole e

i cenni e il silenzio»[220]. Ricoverato in Toscana, e meglio accetto

quanto men grata v’era l’amministrazione francese, vi godeva pace

e nuovi amori, quando udì che crollava il colosso; e non parendogli

conveniente che i casi italiani si risolvessero senza di lui, tornò

esibendo la sua spada, e procurò imporre coll’urlo suo agli urli plebei

nella sordida giornata del 20 aprile. I nuovi padroni esibirono di

assoldar lui come militare o la sua penna come giornalista; ed egli,

esitato alquanto, preferì andar ramingo in Isvizzera, e la calunnia ve

lo inseguì fin a dirlo spia tra i profughi, e incaricato dall’Austria

d’indurre i Cantoni a estradire gli uffiziali rifuggiti. Ond’egli potè

applicare a sè quello che già nel 1798 scriveva in difesa del Monti:

«Coloro che hanno perduto l’onore, tentano d’illudere la propria

coscienza e la pubblica opinione dipingendo tutti gli altri uomini

infami. Quindi oppresso l’uom probo, sprezzato l’uomo d’ingegno, si

noma coraggio la petulanza, verità la calunnia, amore del giusto

la libidine della vendetta, nobile emulazione l’invidia profonda

dell’altrui gloria. Taluno, cercando invano delitto nell’uomo sul

quale pure vorrebbe trovarne, apre un’inquisizione sulla di lui vita

passata, trasforma l’errore in misfatto, e lo cita a scontare un

delitto di cui non è reo perchè niuna legge il vietava. Lo sciocco

plaude al calunniatore, il potente n’approfitta per opprimere il

buono, il vile aggrava il perseguitato per palpare il potente. Vecchia

italiana consuetudine di mietere e ricoltivare a sole splendido le

calunnie politiche che certi vostri uomini di Stato, offerentisi ad

ogni straniero, vanno seminando di notte; e a chi poi se ne lagna e gli

accusa e gl’interroga, lo consolano o lo confondono con l’abominare i

calunniatori, e col dire Nol so... Forse col restringervi ad arrossire

del livore, dei vituperj scambievoli, de’ sospetti inconsiderati, del

malignare le generose intenzioni, del presupporre impossibile ogni

virtù, del cooperare delirando fra i traditori, i quali col tizzone

della calunnia rinfiammano nelle città vostre le sêtte che sole

smembrarono le vostre forze, per lasciarle a beneplacito di qualunque

straniero, ed oggi pure vi trascinano a straziarvi l’onore, onde siate,

non che incatenati, ma prosternati, perchè essendovi schiavi infami

sarete più utili... adempierò all’assunto mio principale; ed è il

persuadervi che non vi resta partito, o Italiani di qualunque setta

voi siate, se non quest’uno, _di rispettarvi da voi, affinchè s’altri

v’opprime, non vi disprezzi_»[221].

Caratterizzando gl’Italiani, soggiungeva che «mentre quasi

tutti aspiriamo all’indipendenza, cospiriamo pur tutti alla

schiavitù... Questa setta è contenta dell’onore di bramare a viso

aperto l’indipendenza, e lascia ad altri il pensiero e i pericoli

d’affrettarla, e, per giunta, si lusinga d’impetrarla quando che

sia dalla commiserazione delle altre nazioni... Voi siete accanniti

in battaglia, accorti a discernere l’arti della tirannide, concordi

a dolervene, e inerti ogni sempre, e odiosamente diffidenti a

sottrarvene: e presumete di non vivere servi?»

Queste voci di petto quando non se n’udíano che di testa, spieghino ai

retori la costui grandezza, e l’influenza che ebbe sulla generazione

seguente, e il rincrescimento che si prova di non poterne altrettanto

ammirare il carattere. Fermatosi in Inghilterra, adoperò la penna per

vivere e per domandare, com’era costretto da un improvvido lusso e da

costosi vizj, i quali lo trassero a curvarsi alla fortuna in guisa,

che di gran lunga appajono a lui superiori le donne che amò, e che lo

ammansarono e nutrirono. Scrisse a difesa della Grecia sua; dell’Italia

compassionò più che non ammirasse le libertà infelicemente tentate; e

dopo i moti del 1821, i profughi giudicava o fanatici senza ardire,

o metafisici senza scienza, e deliranti dietro a cose impossibili;

«diffidenti calunniatori, avventati contro chiunque per carità della

loro e dell’altrui quiete, si prova a persuaderli di non assordare i

paesi forestieri con vanti, querele, minacce, le quali alla miseria

dell’esiglio aggiungono il ridicolo». E schivava costoro «i quali, e

come oziosi e come Italiani, sono indiavolati anche qui dalla discordia

calunniatrice, loro fatale divinità avita, paterna e materna, che li

segue e li seguirà perpetuamente in tutti i paesi e che temo rimarrà

eterna eredità a tutti i nostri nipoti». E a coloro che imputano gli

stranieri dell’infamarci con calunnie, delle quali in realtà siamo noi

gli artefici, intonava: «Quando il tempo e la violenza dei fatti vi

desta, voi vi guardate d’attorno colla sonnolenza dell’ubriachezza,

ad esecrare Francesi e Tedeschi, e missionarj di sante alleanze,

e ambasciadori che hanno versato sospetti e scandali a disunire e

infamare l’Italia ed ogni Italiano. Pur da che vi soggiogano senza

spandere sangue, hanno merito di prudenti. Ma se voi non voleste

ascoltare, nè credere, nè ridire sospetti e scandali; e se aveste fede

gli uni negli altri; e se non vi accusaste fra voi d’essere nati,

allattati ed allevati figliuoli di patria lacerata da dissensioni;

e se non vi doleste che ciascheduno di voi sta apparecchiato a

prostituirla per oro o per rame alle libidini di tutti gli adulteri;

e se non nominaste oggi l’uno, domani l’altro, a fare Tersiti de’

vostri Achilli, credo che la prudenza de’ vostri oppressori tornerebbe

in ridicola furberia, e l’avrebbero oggimai pagata del loro sangue;

sareste servi, ma non infami nè stolti. Se non che voi sciagurati

non lasciate nè lascierete mai che neppure i fatti, i quali fanno

ravvedere anche gli stolti, assennino voi, che pur siete scaltrissimi

ed animosi».

Cerniamo queste parole dalle lettere sue, raccolte a pericolo della sua

reputazione morale, ma a grande acquisto della letteratura, giacchè

saranno la più letta, forse la sola letta delle prose di lui dopo il

_Jacopo Ortis_; e dove, ritraendo in sè le malattie del secolo, pare

sottrarsi anche al definitivo giudizio della posterità, incerta se fu

un angelo o un demonio, un franco pensatore o un servile mascherato.

Terzo a rappresentare quella fase della letteratura viene Pietro

Giordani di Piacenza (1774-1848), che animato «da furiosa passione e

da violenta necessità di vivere studiando», ostinandosi sui classici

nostri e sui latini, faticosamente raggiunse uno stile lindo ma non

vivo, una frase naturale ma scarsa di concetti. Innamorato dell’arte,

l’applica accuratissimamente a tenui argomenti, ove le idee accessorie

soverchiano le principali; qualche grandioso soggetto gli balenò,

come la storia della lingua nostra, ma ricascava a descrizioncelle,

ad elogi, ad articolucci di circostanza, ove appena fra la retorica

dà qualche baleno dell’erudizione portentosa e del sicuro giudicare

per cui faceasi ammirare nella conversazione. In questa appariva

abbondante di parole, arguto di concetti, a volta fin eloquente,

largo di consigli, riboccante di benevolenza: eppure nelle epistole,

invece di abbandonarsi al sentimento, le stillava a segno, che tre

o quattro se ne trovano rigirantisi attorno a un pensiero stesso, o

affinchè vi ricorra una stessa frase; il pensiero e la frase di quel

giorno. Egli avrebbe voluto che tutte fossero distrutte[222]; invece

se ne pubblicò un’improvvida congerie, dove preziose sono le poche,

le quali trattano dell’arte, cercando sempre condurre i giovani «a

studiare ne’ sommi autori con qual sottile artifizio si lavori e

si pulisca lo specchio de’ pensieri», ad ottenere la semplicità, la

facilità, la chiarezza, la collocazione naturale. E certo merito suo

è l’avere, dall’infranciosamento o dalla pedanteria, rialzata la prosa

italiana verso quel ch’essa dovrebbe essere veramente per esprimere con

sembianza propria le idee e i sentimenti moderni, e d’avere proclamata

l’italianità. «Finchè scrivemmo italiano, le altre nazioni traducevano

i nostri libri; finchè dipingemmo italiano, venivano di là dai monti

e dal mare a imparar a casa nostra la pittura. Chi ci legge ora? chi

ci studia? chi ci prezza? E _questo è pure dappoichè_ non siamo per

nulla Italiani. Mi si dica che colpa è delle guerre? che insolenza

di vincitore? Quale spada ci minaccia, quale editto ci sforza a tanta

servitù?»

Secondo il diapason in uso, egli _adora_ il Canova e Michele Colombo,

Gino Capponi e il Dodici; gli è _divino_ Napoleone come il Cicognara,

come il Leopardi e molte signore; e del pari secondo lo stile corrente

affetta disprezzare tutto e tutti[223]; ne’ giudizj seconda la passione

più che il vero[224]; non rifugge dallo scrivere contro animo per

ordine del governatore austriaco[225].

Fra i molti che gli dirigeano espressioni di venerazione e domande di

consigli, fu Giacomo Leopardi di Recanati (1798-1837). Il conte Monaldo

suo padre, autore di scritture contro i progressi del secolo e la falsa

carità, avea copiosa biblioteca, di cui profittò Giacomo a segno, che a

quindici anni sapeva già tanto di greco e latino da comporre un inno,

che gli eruditi credettero antico; come fu creduta del Trecento una

da lui finta relazione di santi padri. Struggendosi del desiderio di

fama, scrisse al Giordani; e questo ne indovinò il valore, e scarco

delle invidie troppo solite nei già celebri, lo confortò, lo ammirò,

lo diede a conoscere ai famosi d’allora. Sventuratamente il Giordani

poteva invaghirlo della forma, non istillargli idee; e tutto fu

in persuadergli lo studio de’ classici, mai in elevarlo a pensieri

nazionali e religiosi, e al bisogno dell’originalità.

Era un altro vezzo di quella scuola il dir ogni male del loro paese

e del loro tempo: Foscolo lo bestemmia continuo; fino il buon Cesari

chiamò _miterino_ il secolo; e il Monti che gliene fece severo

ripicchio, disse tanto male del suo tempo quanto niun mai; il Giordani

si proponea di far un libro onde mostrare «per che gradi si siano

le lettere italiane condotte a questa barbara confusione, che ha

sommesse tutte le buone parti dell’arte di scrivere»: all’inesperto

Leopardi parlava sempre di mondaccio, di tempacci, di armento umano,

dove un buono e bravo è un’eccezione casuale e mostruosa, dove «non

resta che sopportare tacendo, e andare dal doloroso silenzio breve

all’insensibile riposo eterno».

Il Leopardi, predisposto all’ipocondria da una corporatura disgraziata

e da tale salute che diceva non fare movimento, non passar istante

senza dolore, sorbiva così la scontentezza di sè, degli altri, d’un

mondo che non conoscea, ma credeva tutto ribaldo. Impetrato dal

padre di vedere Roma, vi era consultato da grandi eruditi, i quali

sapeano applicare vitali faville ai materiali ch’egli non facea se non

raccorre; cercava qualche impiego, e mai non l’ebbe; venne a Milano

a lavorare pel librajo Stella; e intanto diede fuori poesie, che

ringiovanivano le forme di Dante e Petrarca, piene d’immagini, eppure

nutrite di sentimento. Il Monti, il Perticari, il Maj, stimolati dal

Giordani, gli sorrideano: ma deh! avesse trovato chi gli mostrasse la

sublime destinazione dell’uomo; gli eccelsi fini della letteratura,

la santificazione per mezzo del dolore, quell’affetto delle alte cose

ch’è principio della poesia! Pagano d’idee come quel Foscolo «che

pur faticando sull’orma del pensiero moderno, s’ostinò nelle forme

greche» (Mazzini), il Leopardi soffriva in sè e desolavasi, mentre

Ugo bestemmiava e godeva: questo sapeva la Bibbia non men che Omero;

inorgoglivasi della grossa voce, delle membra torose, vanto dei tempi

napoleonici; mentre nella pace meditabonda che succedette, il Leopardi,

logoro dagli studj e tossicoloso, stillava la quintessenza delle

angosce senza rassegnazione, mandando talvolta fin all’anima un gemito,

simile ai gridi idrencefalici. Per stile fermo, spontaneità di prosa

pensatissima, verso pieno di cose, Italia lo colloca fra i migliori

antichi, mentre era degno di sedere fra i primi scrittori moderni;

ma il Gioberti, suo grande ammiratore, riflette argutamente com’egli

fosse antico soltanto a metà, perchè al genio antico toglieva la fede

per surrogarvi la miscredenza moderna. In fatto, abbandonavasi alla

desolante filosofia che ci avvilisce sotto pretesto d’analizzarci, e

che esprime il rantolo d’una società agonizzante, non i potenti aneliti

della risorgente (dei risorgimenti egli si beffava); e col pensiero

scettico avvelenando un cuore che riboccava di affetto, Leopardi si

sgomenta «alla vista impura dell’infausta verità», nella vita trova

«arcano tutto fuorchè il nostro dolore», piange sull’infinita vanità

del lutto, e dispera. A Leonardo Trissino scrive che «la facoltà

dell’immaginare e del ritrovare è spenta in Italia... è secca ogni

vena di affetto e di vera eloquenza»: nella _Ginestra_, che danno per

la miglior sua poesia, insulta quelli che credono al progresso: e nel

guardare la «mortal prole infelice», non sa se ridere o compatire,

giacchè natura «non ha al seme dell’uomo più stima o cura che alla

formica», conchiudendo che la ginestra è «più saggia dell’uomo, perchè

non si crede immortale».

Così uno de’ più nobili ingegni che Italia abbia partorito, passò

rapidamente gemendo sui mali, proverbiando le follie e i vizj degli

uomini, senza conoscere le virtù nè credere alle generosità; in lotta

coi sofferimenti proprj e colla pubblica trascuranza, e negligendo «le

frivole speranze d’una pretesa felicità futura e sconosciuta»[226].

In coda a questi veniva la solita turba, devota a quell’antica

maniera stereotipa, composta d’un poco di immaginazione e un poco

di forme, con idee vaghe, espressioni esagerate, i fronzoli d’un

genere verboso e sterile, da cui fummo impediti d’avere fin ad oggi

una prosa nazionale; vagheggiavano gli stili mollicichi, prodighi di

epiteti generici e di classiche intarsiature, e privi di fisionomia

come donne imbellettate: pure discosti oh quanto dalla maestà e dalla

squisitezza del Monti! A Luigi Lamberti, al Paradisi, al Cerretti,

agli altri imperialisti mancarono l’elevazione di anima, la nobiltà

e costanza di pensiero, senza cui non si merita nome di poeta.

Abbondarono applausi al Biondi, al Betti, al Cassi che tradusse Lucano

più prolissamente dell’originale; al Mordani, al Perticari, ad altri

inzuccherati, che per darsi aria austera, rimbrottavano il secolo con

grosse ingiurie in classico stile, abbastanza indeterminate per non

irritare nè correggere. Paolo Costa ravennate (1771-1836), che non si

lasciò abbagliare dalla luccicante libertà[227], cercò trarre le regole

dell’elocuzione non dai precettori ma dall’indole dell’intelletto e

del cuore umano. Salvator Betti (1768-1830), buono perchè provveduto di

scienza, rivendicò molti vanti patrj nell’_Italia Dotta_. Il Biagioli

da Vezzano, buttatosi nella rivoluzione, nel 1799 si accasò a Parigi,

e vi aprì un corso di letteratura, a cui attirava gente col dare due

concerti musicali il mese; devoto alla scuola retorica, prendeva

entusiasmo per tutto, e fece non commenti, ma giaculatorie sopra

Dante e Petrarca. Anche Giovanni Ferri da San Costante di Fano prese

parte alla rivoluzione di Francia, poi vedendola eccedere rifuggì in

Inghilterra; reduce, è mandato a Roma a impiantare le scuole; al 1814

si ritira, e scrive _Ritratti e Caratteri_ e _Lo Spettatore italiano_,

ove profitta della cognizione dell’inglese per darci novelle, cui

la forma stentata scema l’allettamento. Anche molti traduttori, per

l’importanza che in Italia si attribuisce allo stile, acquistaron nome

a paro cogli originali; eppure non un solo ve n’ha forse che abbia

tolto la speranza di fare meglio.

Ippolito Pindemonti veronese (1753-1828), anima pura e inattivamente

gemebonda in estri «melanconici e cari», declama ora contro il

viaggiare, or contro la caccia, or contro i rivoluzionarj; esalta

la campagna, gli amici, le pie ricordanze de’ morti; a Foscolo fece

rimprovero di non saper «trarre poetiche faville» da oggetti men

lontani che Troja; lottò con Omero nel tradurre la difficile _Odissea_;

e palpitò di libertà nella tragedia dell’_Arminio_, nobile carattere

d’un difensore della patria indipendenza. Cesare Arici (1782-1836),

secretario all’ateneo di Brescia, ottenne fama estesa per molte

liriche mediocri, per una povera epopea sulla caduta di Gerusalemme,

per migliori didascaliche sulla pastorizia e sulla coltivazione degli

ulivi. E la didascalica, che un pensiero prosastico orna poeticamente,

apriva bell’arringo alle immagini, la ginnastica più consueta di quella

poesia; la quale fermava l’attenzione sulla frase, e colla forbitezza

delle parole, col cumulo delle metafore, col vezzo della perifrasi, la

sottigliezza de’ concetti, la peregrinità delle figure, la lambiccatura

de’ sentimenti, il rimbombo de’ suoni palliava la vulgarità del fondo.

Vi ottennero lode molti, nessuno raggiunse l’efficace parsimonia di

Mascheroni e di Foscolo, alla descrizione della natura mescolando

sempre i pensieri dell’uomo.

Mentre nei più l’allettativo delle fantasie sceveravasi dalla

convinzione delle anime, altri aveano esteso lo sguardo e veduto un

intero mondo di là dal serraglio accademico, e leggiadrie e sublimità

di poesia, ed elevatezza di sentimenti, e profondità di ragione,

convincendosi che la ricerca del bello non vuol essere limitata ad un

tempo, ad un paese, ad una forma. La Spagna si presentava coll’immensa

ricchezza drammatica, e colla cristiana e incondita originalità de’

comici e de’ romanzieri: l’Inghilterra col sentimento profondo e

la penetrazione della natura umana nel gigantesco Shakspeare e ne’

moralisti: la Germania con una folla di cantori ironici o passionati,

religiosi o scettici, tutti vibranti all’unissono delle idee umane,

alla cui testa Schiller, Göthe, Tieck, Schlegel, emancipavano l’arte

affinchè rappresentasse l’uomo, i tempi, la natura, cercavano il

ritorno estetico verso l’antica bellezza, meglio valutata e sotto forme

nuove e potenti, non isgomentandosi della trivialità purchè naturale;

dappertutto poi una poesia popolare, qual frutto spontaneo di ciascun

paese, di ciascuna età, che ha la verità non della storia, ma della

passione, che evoca le potenze della vita, dolore, piacere, onore,

virtù, voluttà; e in tutta la società moderna un movimento lirico

coll’ardore della libertà, col disgusto del presente, coll’inquietudine

intima e la speranza tormentosa, col tumulto delle idee nuove e il

presentimento delle loro metamorfosi.

Con ciò alla critica negativa, che stitica i difetti dei grandi, o le

bellezze ne misura a tipi prestabiliti, sottentrava l’iniziatrice,

laboriosamente profonda nell’esercizio del pensiero, paziente nella

pratica, colla potenza idealista che discerne il fondo della forma,

che coglie l’unità dello spirito sotto la varietà della lettera, che

indovina bellezze originali, che getta la congettura sul mare del

possibile, e da quel che fecero i genj più diversi impara ove potrebbe

arrivare un genio nuovo, mediante l’intima cognizione d’ogni bello; che

infine colle dottrine eccita sentimenti ed azioni.

La civiltà nostra non deriva soltanto dalla greca e romana, ma anche

dalla germanica; gloriose e più dirette antecedenze abbiamo nell’età

romantica, cioè nel medioevo, e il viver nostro è conformato al

sentimento e alle dottrine cristiane. Perchè dunque rifarci sempre ad

Ilio e a Tebe, e tessellare frasi di classici, e invocare un Olimpo di

cui deridiamo le divinità, aborriamo i costumi?

Più che i Tedeschi, maestri di tali novità, qui si divulgavano i

libri francesi della baronessa di Staël, che obbligata da Napoleone ad

esulare da Parigi, avea concepito ammirazione per gli autori tedeschi;

e dai loro critici, principalmente dallo Schlegel, aveva dedotto il

sottilizzare la critica non tanto ad appuntare gli errori, come a

presentire le bellezze, non tanto a censurare un autore di ciò che

fece, come a scorgere cosa e come avrebbe dovuto fare; e considerando

l’arte per la più alta manifestazione dello spirito, non fermarsi

alle diverse forme delle varie letterature, ma penetrare la ragione

della vita e della durata[228]. La _Corinna_ di lei, il _Genio del

cristianesimo_ di Châteaubriand, l’entusiasmo de’ tanti che visitavano

la riaperta Italia (p. 308), venivano a modificare i criterj poetici

antichi: Stendhal, la Morgan ed altri ripudiavano il senso comune

per affettare spirito e novità: lord Byron, elegante inglese, che

volontario esule e volontaria vittima, atti e sentimenti epicurei

traeva in pompa per l’Europa, e principalmente in Italia, e dopo

cominciato coll’elegia, finì con satira amarissima, faceva stupire di

tanta realtà unita a tanta fantasia ne’ suoi poemi, dove, anatomizzando

ironicamente la società, dipingendo le attrattive del vizio e l’eroismo

degli scellerati, sostituendo l’eccezione alla regola, esistenze

tempestose, situazioni violente, paesi diversi dai poetici, uomini

audacemente ribellati al dovere, staccavasi ricisamente dall’arcadico

concetto che s’avea della poesia, per cogliere la natura sul vero,

insegnando a non permettere nessuno degli spedienti dell’arte, ad

erudirsi ed ispirarsi in quanto fu fatto, per far poi diversamente.

Ed esso e i suddetti e i loro imitatori erano epicurei; eppure

quell’ampia concezione dell’arte, il rispetto del passato,

il sentimento dell’infinito che imparavansi alle loro scuole,

disponevano i cuori alla fede. E già tra noi menti più serie aveano

tolto a considerare i misteri della vita, e capito ch’essa non trae

spiegazione se non da un primitivo mistero e da un postumo snodamento;

e rinnegarono i miserabili trionfi dell’empietà, che dichiarate

ipotesi l’ordine provvidenziale e l’immoralità, vi avea sostituito

altre ipotesi, la fatalità e il nulla, e non lasciava all’uomo se non

l’orgoglio d’un bugiardo sapere, le irrequietudini d’un’ambizione

impotente. Che se la vita è un’espiazione e un preparamento, non

le converranno la bacchica esultanza d’Anacreonte e la sibaritica

spensieratezza di Flacco, ma una melanconia rassegnata, un ravvisare

dappertutto l’ordinamento provvidenziale, un valutare le azioni dal

loro fine o particolare o complessivo.

L’ampliarsi della democrazia facea fissare gli occhi sul popolo;

esaminarne senza superbia i costumi; senza disprezzo gli errori;

ascoltarne le leggende e le canzoni; nè tutto riferire ad un tempo,

ad un luogo, ma le consuetudini e le opinioni considerare siccome

un’efflorescenza di date circostanze, gli errori siccome viste false

o imperfette della verità, sicchè al fondo la umana specie progredisce

sempre verso un perfezionamento, che non si raggiungerà mai in questa

bassa gleba.

Da tutto ciò nuovi criterj del bello: sgradite non meno le contorsioni

dell’Alfieri, che la rosea prodigalità del Monti, e quello sfumare

ogni tinta risentita, soffogare le fantasie sotto al convenzionale, la

franchezza sotto pallide circonlocuzioni e lambiccature cortigianesche

ed accademiche; rivendicavasi la semplicità adottata dai primi nostri

scrittori; affrontavasi la parola propria, la maniera più schietta,

raccolta di mezzo ai parlanti; voleasi interrogare i sentimenti e

il linguaggio del popolo; scegliere sì la natura ma non cangiarla,

portandole quell’amore rispettoso che nasce da profonda intelligenza

delle cose; proporsi conformità fra le opere e la vita; tornar

la poesia quale era in Dante, fantasia subordinata alla ragione

geometrica. Che se la letteratura degli accademici erasi guardata come

incentivo o sfogo di passione, un modo d’accattar piaceri e denaro

con opere concepite a freddo, computate con pedantesche convenienze,

e quindi astiosa, superba, gaudente; ora studiavasi surrogarne una

d’ispirazione e meditazione, che prendesse per iscopo il buono, per

soggetto il vero, per mezzo il bello. La storia non sarebbe più

raccozzo di aneddoti, o galleria dove campeggiano solo gli eroi,

i re, i fortunati, negligendo o celiando sull’umanità preda de’

forti o balocco degli scaltri; ma dovea contemplarsi come attuazione

contingente di provvidenziali concetti, guardando il genere umano

come un uomo solo che errando procede, e gli atti e i concetti dei

personaggi conguagliando col loro tempo e colle idee correnti. Romanzi

e novelle, anzichè frastornare con avvenimenti implicati, descrizioni

sceniche, sfarzo della vita esteriore, esaminassero l’uomo interno e

l’andare delle passioni in ciò che hanno di comune in tutti i tempi e

luoghi, e di speciale a persone, a paesi, a età. L’eloquenza valersi

della spettacolosa efficacia del momento per condurre a conoscere il

vero, volere il giusto, accettare il sagrifizio. Divenuto riflessione

attiva dell’uomo sopra se stesso, il dramma cambiavasi essenzialmente,

e doveva empirsi d’azione, ritemprarsi a passioni meno strofinate, usar

fatti, costumi, caratteri, linguaggio consoni colla storia; a tal uopo

svincolarsi dalle unità precettorie, sconosciute ai Greci, consacrate

dai Francesi per amor d’ordine, dall’Alfieri per amor del difficile.

Ciò che più cale, il teatro non doveva traviare i giudizj e ubriacare

le passioni, ma consolidare il buon senso e dirigere gli affetti,

rappresentare la società e l’individuo quali sono, misti di bene e

male, e divenire istruttiva intuizione di quella vita che non riceve

spiegazione se non dalla morte.

Il pedante faccia in letteratura come il fazioso in politica, che

giudica dietro a parole, non soffre opinioni contrarie, sentenzia

non dando i motivi, arbitrario e intollerante: per noi le regole

saranno una storia di ciò che fecero i migliori, non un ceppo per chi

s’arrischia al nuovo; vera poesia non sarà se non quella che abbia

alito e ispirazione propria, e l’ideale suo non tolga a prestanza, ma

lo deduca da costumi, cognizioni, istituzioni, convenienze nazionali:

s’immedesimi con tutti gli affetti, con tutte le solenni contingenze

della vita; metta sott’occhio l’esistenza reale, ed ecciti l’esistenza

più sublime del sentimento: sia mezzo di fede, di consolazione, di

benevolenza.

Insomma verità del fondo, infinita varietà delle forme, bontà di

scopo pretendeansi dal genere che fu detto romantico in opposizione a

quello che s’intitolava classico; e che è caratterizzato interiormente

da senso più profondo del presente in relazione al passato e col

presentimento dell’avvenire; esteriormente da maggior lirica in ogni

concepimento.

Io dico quel che pensavano i migliori: ma da una parte v’aveva i

trascendenti e i vulgari, zavorra di qualunque innovamento, che voleano

mostrarsi liberi col saltabellare da pazzi: dall’altra libri, articoli,

improperj erano lanciati da quei tanti che esultano per ogni occasione

di sfogare le passioni malevole all’ombra di un partito: la polemica,

secondo è consueta, approfondiva l’abisso complesso delle cose,

rinfacciavansi ai Romantici i fantasmi, le stregherie, l’anteporre alle

decorose bellezze di Virgilio le rabbuffate di Shakspeare; e i nomi di

classico e romantico fecero dimenticare quelli di buono e cattivo, come

più tardi i nomi accidentali di repubblica e costituzione eclissarono

il fondamentale d’Italia libera.

Osteggiava la novità _La Biblioteca Italiana_ giornale milanese, che,

prodigo d’encomj alle mediocrità striscianti, non lasciava impunito

verun lampo d’ingegno, ardimento di scrittura, integrità di carattere,

elevazione di sentimento, originalità di concetto, speranza di giovane.

Ai pochi rassegnanti a vendere la penna, il Gironi, direttore, diceva:

— Eccovi questo libro da incensare, e questo da scompisciare»; ed essi

vi metteano l’impegno della viltà; oltre quelli che per proprio zelo

s’incaricavano di denunziare opinioni e pensieri che poi sarebbero

essi chiamati a processare. Vi fu chi disse: — Mostrerò il Biava

come un Ilota ubriaco, finchè gli sia tolta la cattedra»; vi fu chi

disse a proposito dell’Ugoni: — Aprirò quei sacchi per far vedere

che contengono carbone»; vi fu chi, per impedire che l’imperatore

gli mandasse un anello destinatogli, tolse a provare che la storia di

Milano di Carlo Rosmini «era pericolosa alla religione, alla politica,

al principato». Da quest’afa di sentina tolsero esempj e scusa

que’ diffamatori, la cui bassezza si ajuta di perfidia, e che sono

operosissimi dove la libertà della parola e la franchezza de’ pensanti

non la condannino al giusto vilipendio.

A tali vergogne animosi giovani opposero il Conciliatore, con cui

Pellico, De Breme, Berchet, Borsieri, Ermes Visconti, Giambattista De

Cristoforis cercavano introdurre anche qui la critica iniziatrice, che

ispirandosi al sentimento e alla verità, le teoriche di gusto traduce

in consigli di dignità e coraggio. Queste novità portavano franchezza

d’esame, onde non è meraviglia se la rivoluzione letteraria parve

rivoluzione politica, e il ribellarsi alle regole fu denunziato per

ribellione alla legge; il giornale fu proibito, e i redattori o in

carcere o in esiglio, ma la controversia continuò con armi buone o

con cattive. Milano pareva il vivajo de’ novatori, mentre nel resto

d’Italia i Classicisti, intitolavano romantico tutto ciò che fosse

brutto, disordinato, pazzo, e asserendo che i novatori proscrivessero

lo studio e l’imitazione degli ottimi. Il Pagani Cesa[229] definiva i

Romantici persone intese a sovversioni e letterarie e politiche; folla

d’avventurieri fortunati, di briganti politici, di gente d’arme, di

giovinastri, non pratici che del disordine in cui sono nati. L’Anelli

da Desenzano (-1820), in certe Cronache di Pindo grossolanamente

lepide, denticchiava quella scuola, senza giungere al vivo. Gugliuffi

(-1834) diceva ch’essi _emicant fortasse aliquando, sed more nocturni

fulguris_; egli che sosteneva le scienze farebbero grandi progressi

qualora adoperassero la lingua latina[230].

Più s’accannì Mario Pieri corcirese, che vagò assai per Italia, bene

accolto dappertutto e come forestiero e come letterato; in gioventù

godette la domestichezza del Cesarotti e del Pindemonti, e per loro

mezzo conobbe nel Veneto il Lorenzi, il Mazza, il Barbieri, poeta

allora e futuro oratore, l’abate Tália autore di una estetica, il padre

Ilario Casarotti arguto autore di poesie bibliche e di molti opuscoli

polemici, Francesco Negri traduttore di Alcifrone, l’abate Zamboni e

Benedetto del Bene educatissimi ingegni, il Morelli, il Filiasi, lo

Zendrini, il Cesari, e quelle coltissime adunatrici della migliore

società che furono Isabella Albrizzi e Giustina Michiel in Venezia,

Silvia Curioni Verza ed Elisabetta Mosconi in Verona, e così il fiore

delle persone di Vicenza, Belluno, Padova e Treviso dove fu professore.

Altri a Milano incontrava alla conversazione del ministro Paradisi,

altri ne’ ripetuti viaggi, poi nella lunga dimora a Firenze, dove,

oltre i suoi connazionali Mustoxidi e Foscolo, usò famigliaramente

col Capponi, col Niccolini, col Pananti, coll’eruditissimo Zanoni,

col Becchi succedutogli segretario della Crusca, col Rosini filologo

di amenissima conversazione, quanto era nojosa quella del Micali,

col Del Furia bibliotecario, rinomato per l’abbaruffata sua contro

l’argutissimo Gian Paolo Courier[231], coll’incisore Morghen, col

pittore Benvenuti, col matematico Ferroni, col numismatico Sestini, col

dottor Cioni, col Benci, col Puccini direttore della galleria, e colle

amabilmente dotte Teresa Fabbroni, Rosellini, Lenzoni. Qual piacere

non darebbe a’ curiosi, quale istruzione agli studiosi il vedersi

ricondotti a conversare con questi, che solo in parte vivranno ne’

libri! E il Pieri, oltre prose e versi, dettò la propria vita senza

elevazione nè larghi aspetti, bensì osservazione triviale, lineamenti

vacillanti, passioni piccole, idolatria di se stesso.

Questi e tutta la consorteria del Monti poneano in canzone i Romantici,

quasi gente che insorgesse pel solo piacere d’insorgere; e sarebbero

tutt’altro che condannabili se avessero avuto la mira d’opporsi al

forestierume, e non dimenticato che, isolandoci, noi resteremmo sempre

nel falso e nel meschino. Intanto l’averlo avvertito bastava per

rendere ridicolo e vergognoso quell’inneggiare Venere ed Imeneo[232], e

imprecare Atropo e il Fato, applaudire ai Giovi e alle Cintie, pregare

salute da Igia, senno da Minerva, giustizia da Temi: il verso di mera

sensualità, gli eterni ricalchi d’Orazio o del Petrarca, insomma le

forme convenzionali perivano, più l’idea non volendo incarnarsi in

esse, nè il sentimento contenersi entro ai vincoli antichi, o la

lingua limitarsi alle parole autenticate: l’ambiziosa fraseologia

abbandonavasi ai vecchi incorreggibili o ai novizj rassegnati a

non maturare più: e se il Monti chiedea, com’è mai possibile senza

mitologia lodare un principe, celebrare un imeneo? gli si rispondeva: —

È egli necessario belare le nozze e i natalizj de’ re e dei mecenati?»

Vero è che anche nella scuola romantica affluirono astrazioni

sentimentali e mistiche, la moralità si angustiò in picciolezze di

sacristia, all’eleganza sparuta surrogaronsi fantasie dissennate;

avemmo novelle con spettri, e leggende con magie[233] e gnomi e

silfidi e ondine, ingredienti non meno convenzionali che le ninfe e le

stelle e le cetre e le tede e l’altre fracide espressioni di concetti

indeterminati; riponendo l’innovazione nella forma delle idee anzichè

nelle idee, nella verità storica anzichè nella verità morale, si

credette fare libero il dramma collo scapestrarlo; si pindareggiarono

i medesimi affetti sebbene con parole nuove. Ma nelle campali battaglie

non si contano le migliaja di gregarj, e chi decide sono i capitani: e

di eccellenti ne ebbe la scuola nuova.

Tommaso Grossi (1791-1853), anima affettuosa, mente ordinata, vivrà

come il primo o de’ primi che le idee romantiche qui applicasse non

colla polemica ma colle due novelle della Fuggitiva in vernacolo,

e dell’_Ildegonda_ in ottave italiane di ariostesco impasto, con

semplicità colta e affettuose particolarità. Un’altra novella tesseva

intorno alla prima crociata, quando il disprezzo che i suoi amici gli

istillarono pel Tasso lo indusse a trattare come quadro di genere un

soggetto che Torquato avea trattato alla grande. Sgraziato pensamento,

che affogò nelle generalità il bell’insieme della sua favola

domestica, convertì il flauto e la mandóla in tromba di battaglia, e

l’ispirazione affettuosa in istudj d’erudizione, dove riuscì non meno

infedele che il Tasso, benchè in maniera differente. Gl’invidiosi, che

avrebbero perseguitato il Tasso, del Tasso si valsero per opprimere

il Grossi come sacrilego, istituirono assurdi confronti, e ne derivò

una capiglia villanissima, la quale in fondo riduceasi a dispetto

ch’egli avesse trovato tremila soscrittori, cioè un guadagno insolito

ai nostri letterati. Non si taccia che altrettanti difensori ebbe;

ma egli stomacato lasciò la carriera letteraria per mettersi notaro.

Cessata allora la paura di vederlo fare qualche altra cosa grande,

cessò la malevolenza; lo ascrissero fra i grandi poeti; accettarono

con indulgente simpatia altre produzioni sue di studio non di lena,

ma rialzate da qualche pagina tutta affetto; e i censori poterono

consolarsi che non diede a metà i frutti, aspettabili dal suo limpido e

coltissimo ingegno.

Altrettanta pacatezza d’armonia e maggiore intelligenza critica ebbe

Giovanni Torti 1773-1851, che togliendo ad esame i _Sepolcri_ di

Foscolo e la debole risposta del Pindemonti, si pose a fianco loro; poi

versificò la nuova poetica mostrando come, da qualunque siasi tempo si

desuma un tema, vogliasi dargli la verità di colorito e di affetto.

Avea cominciato del medesimo passo Giovanni Berchet; poi invelenito

dall’esiglio, contro i tiranni avventò romanze, che per forme e per

modi erano nuove all’Italia, e tutti i giovani le appresero, e molto

valsero sui sentimenti non solo, ma e sui fatti successivi.

In mezzo a questi e ad alcuni minori lombardi giganteggiava Alessandro

Manzoni. I primi suoi componimenti furono di dipinture, d’affezioni

e d’ire profane, sopra un sentiero dove il Monti avea raggiunta tal

perfezione, che, chi si accontentasse alla poesia di impasto classico,

al verso armonioso, alle grazie mitologiche non potea che rassegnarsi

a rimanergli inferiore. Il genio, che ha bisogno di vie intentate,

domandava, — Non c’è un’altra poesia oltre quella delle forme? non c’è

diamanti, oltre quelli già faccettati da’ gioiellieri precedenti? non

ha l’arte un uffizio più sublime che quello di dilettare?»

Tali pensieri furono eccitati o svolti nel Manzoni da amici di

Francia, ai quali l’opposizione al Governo napoleonico serviva di

libertà; quando poi, dalle coloro idee volteriane ricoveratosi con

piena sincerità alle credenze e alle pratiche cattoliche, sentì il

dovere di coordinare ogni atto della vita e del pensiero all’acquisto

della verità, all’attuazione del bene, al consolidamento della

religione, potè dare saggi d’una poesia sobria, che subordina la

frase al concetto, che gli abbellimenti deduce soltanto dall’essenza

del soggetto, che sovrattutto si nutre di pensieri elevati e santi,

e si crede un magistero, un apostolato. La semplice originalità degli

_Inni_, quella sublimità di concetti espressa colla parola più ingenua,

li fece passare inosservatissimi: il _Carmagnola_ e l’_Adelchi_

soffersero i vilipendi de’ giornali e l’indifferenza del pubblico, che

solo al comparire del _Cinque maggio_, ode inferiore alle altre, parve

accorgersi di possedere un sommo.

Lontano dalla felicissima agevolezza del Monti, egli stenta

ciascuna strofa, incontentabilissimo; ma l’uno ha la fluidità de’

Cinquecentisti, l’altro la concisione tanto necessaria nella lirica, e

quel contesto virile che non s’occupa de’ fioretti; l’uno dipinge più

che non pensi, l’altro pensa più che non dipinga; nell’uno predominando

il dono della fantasia, nell’altro la facoltà del riflettere, che è

la coscienza dell’ispirazione; onde quello guarda le idee sotto un

aspetto solo, questo vuol presentarle nella loro interezza di vero

e di falso, l’uno lascia meravigliati, l’altro soddisfatti, e più

soddisfatti i forti, che vedendo quelle maniere sì vive e profonde,

avvertono meno al ben detto, che al ben pensato. Monti, il più insigne

fra gl’improvvisatori, cerca il bello dovunque creda trovarlo, da

Omero come da Ossian, ma senza connessione col buono e col vero; le

ipotiposi, le apostrofi, le circonlocuzioni, le intervenzioni d’ombre

o di numi ripete continuo, perchè non costa fatica l’aleggiare colla

fantasia mettendo da banda il giudizio; la sonorità del verso e l’onda

della frase surroga al sentimento e al concetto, le reminiscenze

classiche all’emozione personale; crede che la poesia non abbia

mestieri d’essere giusta, purchè ardente e passionata, donde l’enfasi

e l’alta persuasione di sè, e la continua esagerazione, e il secondare

l’impressione istantanea, e perciò frequente mutarsi. Manzoni vuol

richiamare ogni asserto al cimento del giudizio, escludendo il

declamatorio, deponendo nel lettore il germe di idee che sviluppano

l’intelligenza e la volontà: onde l’uno è puramente poeta, e in

ciò stanno la sua vocazione, la sua gloria, la sua scusa; l’altro è

considerato piuttosto come argomentatore da quelli, che non avvertono

quanto movimento lirico esondi nella _Pentecoste_ o nella _Morte

d’Ermengarda_, e come la squisita verità gli detti di quegli accenti

che risvegliano un’eco in tutti i cuori. Adunque del Monti è carattere

il trascendere, sia che lodi, sia che imprechi; del Manzoni la

mansuetudine, fin quando intima allo straniero di «strappare le tende

da una terra che patria non gli è», e che Iddio non gli disse: «Va,

raccogli ove arato non hai; spiega l’ugne, l’Italia ti do». Il Monti si

erige signore dell’opinione, consigliero di re e di nazioni; l’altro

dubita sempre di se stesso: quello non ha proposito più elevato che

d’insegnare e praticare l’arte, laonde i fortunati che se ne divisero

il mantello, fecero di belle cose; i seguaci di Manzoni cercarono

piuttosto le buone: quelli l’ideale, questi il reale. Ambidue tentarono

il teatro; e Monti cogli artifizj antichi riscosse applausi; all’altro

venne meno l’abilità, che è tanto diversa dal raziocinio. Anche Manzoni

sostenne polemiche; ma invece della critica provocatrice, più simile a

schermaglia di partito che a discussione di sistema, offerse esempio

di quella che, calma nella certezza dell’esito, richiede cuor retto,

criterio sicuro e buona coscienza. Nè egli lottò per propria difesa o

per un angusto patriotismo, ma tutte le volte ebbe l’arte di elevare

il punto di vista, e trasformare sin la disputa letteraria in lezione

morale.

La servilità alla legge rigorosa quanto capricciosa delle unità

di tempo e luogo, i soliloquj, i confidenti, i lunghi racconti, la

dignità inalterabile che ripudia le famigliarità così allettanti nel

dramma greco, le espressioni altrettanto forbite nel principe come nel

servo, erano difetti della tragedia alla francese; che se i grandi li

redimevano con bellezze insigni, è natura de’ pedissequi l’esagerare i

difetti; donde una nojosa eleganza, perifrasi per aborrimento al nome

proprio, esilità di idee mal rimpolpata con fronzoli retorici, e frasi

raggiranti entro un circolo di sensazioni fittizie e prevedute, in

dialoghi tanto poetici, da non ritrarre la natura, tanto vaghi da non

rappresentare un tempo e un luogo determinato; fatte insomma unicamente

in riguardo de’ lettori o degli spettatori. A ciò richiedevasi studio

anzi che genio, chi non vi si rassegnò risalse ai Greci, inimitabili

per la naturalezza come inimitabile per la fatica era l’Alfieri: ma in

generale la tragedia perseverò ad essere un’alternativa di parole non

di azione, declamatoria non veritiera.

Ugo Foscolo accostò più di tutti il grande Astigiano per dignità e

altezza di sentenze; ma la realtà della storia nè della passione non

raggiunse mai, benchè nella _Riciarda_ esprimesse il concetto italico

e il gemito sulle nostre divisioni. L’_Arminio_ d’Ippolito Pindemonti

elevasi per sentimento e stile: eppure le incolte tragedie di Giovanni

suo fratello sovrastano per abilità scenica; per la quale ebbe applausi

anche il duca di Ventignano. Belle speranze destò Silvio Pellico colla

_Francesca da Rimini_, per quanto debole. G. B. Niccolini di Firenze,

erede dell’ira ghibellina di Dante, entrò sull’orme dei Greci fino

a ritentare i loro soggetti; dappoi ne assunse di moderni, quali la

_Rosmunda_, l’_Antonio Foscarini_[234], il _Giovanni da Procida_, o

allusivi a moderni, come il _Nabucco_ e l’_Arnaldo_. Era un frutto

della inclinazione morale introdottasi nella letteratura; e ne

ottenne ovazioni da quella pubblica opinione, che egli mostrò sempre

disprezzare; ma quando la vide ubriacarsi nel 48, quell’austero giudice

apparve abbagliato dai vorticosi movimenti.

Per riuscire nella tragedia storica non basta la sceneggiatura e il

vestire secondo le nazioni e le età fantocci di nome eroico, non basta

conoscere qualche accidente, ma vuolsi abbracciare intera l’età ove si

collocano gli attori; nè ciò si ottiene che con pazientissimo studio.

Così fece Manzoni. I moralisti rigorosi riprovarono sempre il teatro,

giacchè lo spettacolo delle passioni lottanti o lo svolgimento di una,

incitano quelle dello spettatore; se non ne ispirano di criminose,

vi predispongono; se non danno amore ed odio, vi aprono il cuore. Ma

poichè il teatro sempre più invade la società, alcuni studiarono se

fosse possibile ridurlo tale che non ecciti gli scrupoli d’un padre,

d’un marito; che accheti e diriga, anzichè sopreccitare e spingere

le passioni. Tale scopo si prefisse Manzoni come nel romanzo così

nei drammi; presentando nel _Carmagnola_ l’uomo perseguitato ma non

da feroci invidie, sdegnato ma non con violenza, e consolando colle

domestiche affezioni l’ora fatale; nell’_Adelchi_ lo spettacolo d’un

popolo dominatore vinto da un altro che alla sua volta si fa dominatore

d’un vulgo innominato; prepotenze contro prepotenze, fra cui trovano

luogo l’affanno di patimenti personali e la generosa proclamazione

della giustizia, e dove la lotta umana finisce nella conciliazione

religiosa, quando nell’anima sottentra il sentimento d’una felicità

superna e inalterabile, rassicurata che sia contro la distruzione

della sua terrestre individualità. Il secolo, avvezzo agli stimolanti e

bisognoso di cacciare la noja, domanda emozioni, e trova più poetica la

procella che non i murazzi da cui è frenata: ed è questa la sola parte

dove il nostro o non fu inteso o non seguìto.

Genere coevo delle lingue nuove, il romanzo aveva anche fra noi

trasformato le imprese di Carlo Magno e de’ suoi paladini o della

Tavola rotonda, e di Amadigi e di Guerrino Meschino e de’ Reali di

Francia, ben tosto dimentico per la carnevalesca esultanza dei poemi

romanzeschi: altri nel Seicento, sempre ad imitazione di Francia,

confezionarono romanzi scipiti: nel secolo passato furono tradotti

i tanti francesi e imitati con isguajato abbandono, e nè tampoco

scintillarono di quella luce momentanea che sembra privilegio d’un

genere, il cui principale intento è piacere, e perciò accarezzare

passioni e abitudini che passano presto, e con esse il libro. Ma il

_Don Chisciotte_, il _Robinson_, il _Gil Blas_, la _Pamela_, il _Tom

Jones_, il _Paolo e Virginia_, la _Nuova Eloisa_ attestano che possono

farsi opere durevoli ed efficaci sulla società anche in questo genere,

atto a tutte le passioni del cuore, ai capricci dello spirito, alle

ispirazioni serie e beffarde.

Tale fu ripigliato il romanzo nell’età nostra; e del _Werter_ di

Göthe, che ebbe la trista gloria di spingere molti al suicidio,

l’imitazione fatta da Foscolo acquistò voga quasi opera originale,

e piacque il sentimento di nazione e di libertà ch’egli intarsiò al

concetto tedesco[235]. Sulle traccie del Barthélemy, Luigi Lamberti

descrisse i viaggi d’Elena, Ambrogio e Levati i viaggi del Petrarca,

aridi e pesanti. Altri sentirono l’effetto della Corinna, del

Pienato, dell’Atala; ma viepiù i romanzi poetici di Byron avvezzarono

agli affetti smisurati, alle situazioni eccezionali, ai caratteri

sforzati, alle evidenti descrizioni, in opposizione colle stereotipie

e colle languidezze degli antichi. A quelli e ad altri inglesi e al

D’Arlincourt francese s’ispirò Davide Bertolotti, i cui romanzetti

erano, verso il 1820, la più ambita fra le letture leggiere. Intanto

d’Inghilterra ci arrivavano i romanzi di Walter Scott, dove si descrive

una data età o un fatto o un carattere storico, appagando così due

passioni del nostro tempo, l’indagine erudita e l’attività romanzesca.

Non analizza egli il cuore, non si eleva ardito sull’immaginativa,

ma nell’inesauribile sua fecondità dipinge sensibilmente, dialoga con

estrema verità, interessa artifiziosamente, e schivando le caricature

troppo consuete in questo genere, procede naturale, limpidissimo, ma

alla ventura, verso uno scioglimento che non premeditò.

Di là il Manzoni derivò evidentemente il suo romanzo, ma applicandovi

quell’arte cristiana, che medita sull’uomo interno e segue gli

andirivieni d’una passione dal nascere suo fino quando trionfa o

soccombe. Walter Scott fece cinquanta romanzi, egli uno; l’Inglese

tutto colori esterni, il nostro vita intima; quello per dipingere

e divertire, questo per far pensare e sentire. Già nelle tragedie

Manzoni avea mostrato come della storia non facesse un’occasione o

un’allusione, pigliandone a prestanza un nome o un fatto per gittarlo

in un componimento di fantasia. Ora quella indagine scrupolosa che

ridesta i tempi e i loro sentimenti spinse egli fino alle minime

particolarità, esattissimo anche quando non è vero. La potenza

sua satirica, che gli dettò il primo componimento, e che poi fu

virtuosamente temperata dalla mansuetudine, trapela grandissima dal

romanzo; e singolarmente nella dipintura de’ caratteri, ciascuno de’

quali vive innanzi a noi come un’antica conoscenza, e diviene un tipo;

perocchè, quivi come nelle poesie, ci offre sempre un’immagine netta

e reale che più non si dimentica. Prima che l’ammirazione diventasse

culto, noi divisammo lungamente dei meriti dei _Promessi Sposi_[236],

e di quel fare così dabbene fino nell’ironia, così civile nella satira,

così semplice nella sublimità, per cui divenne il libro della nazione.

Da Dante in giù la lingua nostra, se molto cambiò quanto a

immaginazione e gusto, rimase identica quanto al fondo; sicchè,

eccettuato il gergo pedantesco d’alcuni Quattrocentisti, i libri

s’intendono correntemente, a differenza del tedesco prima di Lessing,

e del francese di cui nel 1650 Pellisson diceva: _Nos auteurs les plus

élégans et les plus polis deviennent barbares en peu d’années_. Eppure

si continuò a disputare qual nome attribuirle, quali regole seguire

nella scelta e disposizione delle parole, a quale canone appigliarsi

ne’ dubbj. Alla lingua parlata? all’uso degli scrittori? e de’ soli

scrittori del Trecento, o anche de’ Cinquecentisti, o fin de’ moderni?

La scelta competerà a ciascuno, o bisognerà attenersi a quella fatta

dal dizionario? O dovrà la lingua essere progressiva, ed arricchirsi

di quanto le offrono l’immaginazione di ciascun scrittore, i dialetti

di ciascun paese e l’importazione forestiera? Quest’ultima opinione

era prevalsa nel secolo passato, scrivendosi come si parlava, senza

riflettere che in Italia soli i Toscani e alquanti Romani parlano

una lingua scrivibile, e che la mancanza di un centro politico o

scientifico toglie di riportarci effettivamente all’uso di questo:

laonde ciascuno si sarebbe valso o delle voci somministrategli dal

proprio dialetto ridotte a desinenza toscana, o dalle scritture, le

quali, destituite di norme fisse, e dipendendo dall’abilità o dal

capriccio individuale, mancavano d’uniformità e durevolezza.

Per vero, qualora si tratti d’esprimere generalità di falli o di

sentimenti, la lingua letteraria può bastare, giacchè tutti i paesi

convengono in un gran numero, anzi nel massimo numero delle parole. Ma

occorrano materie famigliari o tecniche, e quella precisione di termini

che è imposta dal bisogno d’idee precise; vogliasi non solo ripetere

sentimenti e idee comuni, ma darvi carattere e individualità, come è

proprio degli intelletti originali; allora rampollano le difficoltà

e il bisogno di regole indefettibili. La vanitosa rozzezza in cui

era caduta la lingua nel Seicento, fu corretta nel secolo seguente,

ma per cadere in una leziosa ricerca di ornati posticci, di vocaboli

mozzi e peregrini emistichj, eleganzuccie, attortigliate rinzeppature

e ridondanze, bagliore di frasi, cadenze sonore, periodo oratorio

uniforme e nojoso; ammanierandosi insomma da accademia e da collegio,

come avveniva della poesia, e pretendendo al vacillante pensiero dare

per rinfianco vanità di forme.

Alcuni professavansi devoti alla lingua pura, ma per tale considerando

la sola scritta dai classici; e in tale senso lavorarono il Corticelli,

il Vannetti, il Bandiera. Quale scandalo non eccitò a Milano un Branda

col preconizzare il dialetto toscano! Di rimpallo la lingua dei libri

era proclamata dai liberali, sprezzatovi delle stitichezze grammaticali

e del vanume retorico: ma poichè i libri che correano erano francesi

di idee e di forme, queste irrompevano a pieno sbocco, e deturparono

anche i migliori, come il Verri, il Beccaria, il Filangeri, il

Denina. L’imbarbarimento della lingua non venne dunque dalla conquista

francese, bensì da accidia innazionale; volle anzi ridurla a teoriche

l’abate Cesarotti (t. XII, p. 250), pretendendo l’italiano abbia

ringalluzzarsi continuamente colle ricchezze forestiere; alla quale

dottrina consentaneo, s’imbratta di francesismi anche dove affatto

inutili. Lo combattè il Napione[237]: ma allora l’invasione francese

infistoliva questi morbi; e i giornali e gli atti e i trattati collo

stomachevole francesume esprimono l’invalsa gracilità del pensiero.

Di sotto a questa rimbalzava il sentimento nazionale; e dacchè fu

stabilita la repubblica italiana, con Governo e magistrati nostrali,

per protesta contro il predominio francese, e perchè, avendo cose

da dire, bisognava pensare al come dirle, si favorì lo studio della

lingua. Fu allora ordinata un’edizione dei classici italiani, concepita

largamente, meschinamente eseguita; con irrazionale e imitatrice

scelta degli autori e dei testi, e inezia di prefazioni e note. Pure

l’impresa buttò in giro molti autori, peregrini dalle biblioteche; e se

non altro, all’uscire di ciascun volume, ne’ circoli e sulle gazzette

biascicavansi i nomi dimenticati del Firenzuola, del Cennino, del

Serdonati, del Varchi.

Allora fu proposto dall’Accademia italiana di «determinare lo stato

presente della lingua italiana e specialmente toscana, indicare le

cause che portare la possono a decadenza, e i mezzi per impedirla».

Toccò il premio al padre Antonio Cesari veronese (1828), che vi

combattè ad oltranza il Cesarotti, sebbene con fragili armi. Il Cesari,

innamorato de’ Trecentisti nostri, molti ne ristampò con migliorate

lezioni, e sempre intese a correggere la gonfiezza, l’affettazione, il

barbarismo, l’improprietà: ma come avviene nelle riazioni, de’ classici

ne portò il culto all’idolatria, considerando oro schietto tutto quello

che apparteneva al Trecento, imitabile anche il Cinquecento in quanto

a quello si attenne; e, quasi si trattasse di testi rivelati, non si

credette in diritto di cernire fra le scritture, nè dubitò che una

parte fosse antiquata; l’aveano detto essi, dunque era buono; quanto

alla possibilità di secondare con voci e frasi loro il progresso delle

scienze moderne, egli accettava la sfida di tradurre l’_Enciclopedia_

in italiano pretto.

Con tali persuasioni tolse a ristampare il Vocabolario della Crusca,

aggiungendo un’infinità di termini e frasi ripescate ne’ classici.

Il gran numero di quelli che poi seguitarono quello spigolamento

convince che non richiede se non pazienza; ma il Cesari e i suoi

collaboratori vi buttarono col vaglio rancidumi, storpiamenti, errori

che gli accademici della Crusca aveano saviamente tralasciati, e non

all’intento che il Vocabolario giovasse agli scriventi attuali, ma per

impinguarlo, o al più perchè spiegasse gli autori antichi.

L’opera si prestava facilmente al riso, come chi si veste colle giubbe

dei nonni; e il Monti nel _Poligrafo_ spassò il _glorioso italo regno_

alle spalle del buon prete. Eppure il Cesari in fatto di lingua potea

menare a scuola il Monti; e assai scritture lasciò di cara limpidezza,

avvicinantisi alla semplicità de’ Trecentisti, sebbene nessuna vada

netta da arcaismi e dal vezzo retorico d’incastrare una frase per

mostrare che la si sapeva[238]. Come i campi di biada dalle gramigne,

così vuolsi tenere mondata la lingua, mediante l’intervenzione

emendatrice dello scrittore; e all’arcaismo come correttivo

dell’imbarbarimento moderno ricorsero alcuni: ma questo purismo

astratto dava in fallo esagerando; e gli sbagli proprj del Cesari o de’

suoi, dal bel mondo che ama generalizzare furono imputati alla Crusca.

Nell’universale sovvertimento anche quest’accademia era stata scossa

e riformata[239], ed assegnato da Napoleone un annuo premio di lire

diecimila all’opera che essa dichiarerebbe più italianamente scritta.

Carlo Botta, che come piemontese mancava dell’uso pratico, avea

descritto la fondazione dell’indipendenza americana con voci antiquate,

alcune delle quali frantese egli stesso, altre fu duopo dichiarare

al fine del volume. Se prima condizione d’un libro è l’essere

intelligibile, non potea la Crusca approvare questo musaico: ma ecco il

bel mondo farle colpa di quello che era giusta illazione dei dogmi sul

progresso della lingua, da lei professati non solo coll’aggregarsi i

migliori scrittori della nazione, ma coll’attribuire autorità di testo

a sempre nuovi, ogni qualvolta ristampò il Vocabolario.

Chi diviserà le vicende letterarie di quel tempo, avrà ad estendersi

sulle contese nate in proposito. Perocchè il premio fu diviso tra il

Micali per l’_Italia avanti i Romani_, il Niccolini per la _Polissena_,

il Rosini per le _Nozze di Giove e Latona_. I letterati del regno

d’Italia alzarono le grida contro il municipalismo di premiare soli

toscani, tacendo che nessun’opera lombarda si era presentata al

concorso; e cominciarono di qui le ire, che, quietato il turbine di

guerra, vennero a sfogarsi nella _Proposta di aggiunte e correzioni al

Vocabolario della Crusca_, intrapresa a Milano dal Monti. In questo

convenivano tutti gli elementi di felice riuscita; era cresciuto in

paese ove il buon italiano corre per le vie; avea fatto tesoro delle

migliori maniere de’ classici; deliziavasi di Virgilio; cuculiando il

Cesari come arcaico, pareva dar ragione a chi la lingua scritta vuole

avvicinare alla parlata; laonde, affidatosi allo scrivere naturale,

spiegò nella prosa quella ricchezza ed eleganza che nella poesia, con

capresterie tutte vive rese ameno un trattato pedantesco, e Italia

potè rallegrarsi d’avere un altro insigne prosatore, merito assai più

raro che quello di buon poeta. Ma egli confondeva un’accademia, spesso

fallibile, con la lingua stessa; gli scrittori coi parlanti; affollava

arguzie in luogo d’argomenti; e soffiando nelle invidie municipali,

resuscitava antiche e irresolubili quistioni. Gli errori che apponeva

alla Crusca, erano in gran parte stati avvertiti dall’Ottonielli, dal

Tassoni, da altri anche membri dell’Accademia; molti risultavano da

miglior lezione de’ classici e dal buon senso; non pochi riduceansi

a quelle fisicherie, che trova in qualunque libro chi si proponga

unicamente di censurarlo. Quanto alla teoria, se una può dedursene

dal balzellante raziocinio e dalle incoerenti applicazioni, esso

preconizzava la lingua cortigiana, scelta, letteraria, o comunque la

denominino; che insomma non conosce nè tempo nè luogo determinato, ma è

il meglio di quello che scrissero i buoni autori in tutta Italia.

La _Proposta_ divenne arringo di elucubrazioni su tal proposito,

molti aspirando alla gloria d’associare il loro nome a quello del

poeta più lodato in Italia, molti a combatterlo. Giulio Perticari,

genero di lui, con una gravezza che parve maestà, e un accozzamento

d’autorità che simulava erudizione, rinfiancò le teorie del Napione,

ripetè il paradosso del Renouard che il nostro derivi dall’idioma della

Linguadoca ed entrambi da un idioma comune uscito dal corrompersi del

latino; per disgradare la Toscana sostenne che l’italiano siasi parlato

in Sicilia prima che colà, e all’uopo ne’ cumulati esempj alterava il

provenzale e l’antico siculo, per mostrarli conformi al buon toscano;

e ne conchiuse che nel Trecento scriveasi bene dappertutto, e perciò il

buon vulgare s’ha a dedurre dagli scrittori d’ogni paese.

Ma questi scrittori si valsero forse dei dialetti natìi? o non

cercarono imitare il toscano? ed egli stesso non li considera migliori

quanto più s’avvicinano ai Toscani che scriveano come parlavano?

Quei che leggono solo per disannojarsi, e danno ragione all’ultimo

che parla o parla meglio, decretarono alla _Proposta_ gli onori del

trionfo; trionfo che si riduceva a dichiarare spesso fallace, spesso

ignorante la Crusca. Ma alle teorie, ed ancor più alle applicazioni

di quella si opposero Niccolini, Rosini, Capponi, Biamonti, Urbano

Lampredi, Michele Colombo, il Montani, il Tommaseo; e ne originò

una guerra, dibattuta con vivacità, con passione, con pazienza, con

ingiurie, insomma con tutto fuorchè con quella filosofia che eleva

le quistioni ad un’altezza, nella cui prospettiva si smarriscono le

particolarità.

Quando il problema fu bene avviluppato, si disse risolto: ma non che

terminare, si era invelenita la quistione della lingua; e l’esempio

del Monti valse di scusa ad acrimonie inurbane e a quelle personalità

da piazza, che fanno ridere la plebaglia e velarsi il buon senso. Sul

modello del Monti ripigliò Giovanni Gherardini milanese il più vasto

e paziente esame che mai si facesse della Crusca; poi con aggiunte,

voluminose quanto il Vocabolario stesso, convinse che questo pozzo

dei testi è inesauribile. Il quale Vocabolario, quando appunto

era bersaglio a tante beffe, più volte si ristampò con variamenti,

correzioni, aggiunte; accompagnato da altri speciali d’alcun’arte, o

domestici, o di sinonimi; dove rimarranno memorabili, dopo i tentativi

del Grassi e del Romani, il _Dizionario dei sinonimi_ del Tommaseo,

perchè contiene molto di più che mera grammatica, e il _Prontuario_ del

Carena, perchè francamente si rivolse alla lingua parlata a Firenze. Il

Nannucci e il Galvani si affissero alle derivazioni provenzali.

Altri intanto stillava alcune parti della grammatica; e il Puoti,

il Parenti, il Fornaciari, il Bolza, il Betti, il Mastrofini,

l’epigrafista Muzzi, lo Zaccari, l’Ambrosoli, il Franscini, il

Bellisomi davano teoriche o schieravano esempj: ma fa meraviglia

l’incertezza delle loro regole, le quali del resto non varrebbero

che per una sintassi pallida e astratta: nessuno ancora ci esibì

una grammatica compiuta, nè tampoco generalmente accettata sia per

concetto filosofico, sia per pratica applicazione. Alcuni rivolsero

alle etimologie un’erudizione più estesa, non più concludente, talchè

vengono considerate nulla meglio che esercizio e trastullo[240].

Intanto si rimane ancora indecisi quali siano coloro che scrivono

bene. L’Accademia della Crusca sceglie i suoi membri in un modo che

sembra fatto espresso per isgarrare ogni criterio; scrittori stenti,

retorici, arcaici collegando ad altri limpidi, vivaci, toscani; badando

all’impiego, alla dignità, all’opinione; onorando della sua fraternità

quegli appunto che l’osteggiano. D’altra parte i premj suoi toccarono

ad opere o di nessun merito letterario come il Micali, o per simpatie

come il Botta. Questo vacillamento la impedisce di acquistare autorità

presso la nazione; e i molti che trovano comoda la critica negativa e

l’imitazione, la sobbissano d’epigrammi, a segno che pare destituito di

spirito chi non la piglia in beffe.

E la beffa (sciagurato manigoldo di tutte le quistioni grandi e piccole

nel nostro paese) cade su quello dove essa più ha ragione, o dove per

avventura ha solo il torto di non aver tirate tutte le conseguenze.

Perocchè essa credette non poter autorizzare che parole toscane,

ma delle quali trovasse esempj in autori buoni. Ora chi li dichiara

buoni se non ella stessa? e questi adoprarono forse ciascuno l’idioma

della propria provincia? o da chi dedussero quel buono? Dal capriccio

no: dunque o da altri autori, il che non farebbe che allontanare la

quistione; o dai parlanti, e in tal caso perchè non ricorrere a questi

direttamente?

Tali dubbj affacciavano coloro che questo studio assumevano

conformemente alla filosofia e alla storia, comprendendo che la lingua

è un organismo vivente, e perciò assume forme diverse secondo le età,

cresce e decade, si combina con altre, può essere rigenerata mediante

parole e forme nuove, portate dallo svolgersi della vita sociale,

dai progressi delle scienze, delle arti, dell’industria, dai nuovi

bisogni delle generazioni. Non può dunque servire di canone che una

lingua viva; e nella nostra, come in tutte le altre, il legislatore

deve essere il popolo che parla meglio, e che qui è il fiorentino.

L’Accademia della Crusca, la prima che formasse un vocabolario di

lingua vivente, lo fazionò al modo onde soleansi i dizionarj delle

morte, cioè ripescando le voci dai libri, e rinfiancandole d’esempj.

Ma perchè ricorrere ad un’autorità morta, invece della vivente? tanto

più che, non scegliendoli se non da Toscani e da pochi che toscanamente

dettarono, veniva a confessare un’autorità superiore e anteriore a

quella degli scriventi; l’autorità che questi traggono dalla nascita e

dalla favella.

Ciò non volle intendersi. Perchè in altre parti d’Italia sorsero

scrittori insigni, si pretese dovesse la lingua essere cernita da tutte

le provincie: quasi un uomo privato nè un’Accademia potesse sapere

quali voci diconsi per tutta Italia, e confrontarle per iscegliere la

migliore. Adunque si sentenziò arroganza de’ Fiorentini il volere il

privilegio della buona favella; si confusero il parlare collo scrivere,

lo stile colla lingua; e i popolari furono tacciati di pedanti da

quelli che voleano si stesse ai libri, ai morti! Così da quistione

rampolla quistione, nè risolversi potranno finchè, ricreata la Nazione,

possa anche il popolo star giudice dove ora solo le accademie e i

giornalisti.

Intanto si vaga alla ventura, e quel che sconforta un principiante, è

il vedere gli autori stessi cambiar modo. Il Botta comincia arcaico, e

finisce con isguajati neologismi: il Monti detta le _Prolusioni_ come

un maestruccio, poi arriva alla vivezza della _Proposta_: il Tommaseo

cambia tre o quattro volte, e pure venerando l’uso, per amore della

forza e della concisione urta nell’epigrammatico. Abbiamo scrittori

che tirano il discorso a fare sfoggio d’una frase, d’una parola; altri

che rendono la lingua stessa materiale e meccanica[241]: pochi scrivono

toscano come parlano, quali il Thouar, il Lambruschini, il Giusti, il

Fanfani, il Tabarrini; ma i più pajono dimentichi del bel loro idioma

per iscrivere come potrebbe fare qualunque studioso lombardo: di

rimpatto qualche Lombardo ingegnandosi di scrivere toscano, inciampa

in improprietà di cui ridono i bimbi. A quella naturalezza della base e

semplicità dello stile che rendono necessaria la chiarezza e precisione

del concetto e l’ordinata disposizione, aspirano molti; ma nei più

riesce incolta o vulgare o superficiale, somigliante a sbozzo, non a

quell’ultimo termine di perfezione che è il nascondere l’arte.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 16 / 28 题