La media Italia. Rivoluzioni del 1830.
Nei Liberali questo momentaneo agitarsi sotto le bajonette de’ padroni
lasciò scontentezza, ma non sconforto: e poichè, invece di studiar
le vere cause della ruina, la spiegavano colla plateale ragione
del tradimento, altra lezione non se ne traeva se non d’esecrare i
traditori, e non isperare nei principi.
Tanti profughi ond’erano piene non solo Francia, Inghilterra e
Svizzera, ma Barberia e Turchia, rodendo il pane dell’esiglio
rinnovavano que’ tempi del medioevo quando le trame dei fuorusciti
decideano le sorti della patria, e co’ loro scritti mantenevano
l’irrequietudine, eccitando sdegni che pareano speranze. Giuseppe
Pecchio descrisse i proprj viaggi e la vita di Foscolo e la storia
dell’amministrazione finanziera del regno d’Italia e quella
dell’economia politica nel nostro paese, adulandoci: Giovanni
Arrivabene applicavasi all’economia e alla beneficenza pubblica:
Camillo Ugoni continuava la critica letteraria, come il Salò:
Santarosa ed altri raccontavano la rivoluzione di Piemonte, mentre
Pepe e Carascosa duellavano su quella di Napoli: il capitano Bianco
insegnava la guerra per bande: Giannone ordiva un poema l’_Esule_: il
conte Alerino Palma sedeva nell’areopago della risorta Grecia, e in
quella lingua scriveva delle viti e del vino: le romanze di Giovanni
Berchet milanese rendevano popolare l’esecrazione contro l’Austria e
contro Carlalberto. I libri che si faceano leggere, erano proscritti
o di proscritto; le opere statistiche del Gioja, le giuridiche del
Romagnosi, le mediche del Rasori, le filologiche del Giordani e del
Foscolo, le storiche del Troya, del Colletta, del Sismondi, le poetiche
del Pellico e del Rossetti, le filosofiche del Borelli, prediligeansi
perchè d’autori perseguitati; voleano vedersi allusioni e condanne
contro l’autorità che le proibiva, e il divieto aguzzava le voglie,
e toglieva il criterio di sceverare il vero dal falso. Così crebbe
la smania del leggere e scrivere, del ragionare e ragionacchiare di
politica e d’economia; e si moltiplicarono i giornali.
Era anche questa un’imitazione di Francia, dove i Carbonari, non avendo
potuto insorgere nel 1821, si erano diretti a preparare l’opinione
sia alla tribuna, sia colle gazzette, lanciandosi in una politica
avventurosa, com’è sempre quella che non ha il riscontro della realtà,
ed esercitando quell’opposizione negativa, ch’è facilissima perchè ha
bisogno solo di collocarsi in un punto di vista differente da quello
del Governo, ed è insufflata dalle passioni invidiose e malevole. Di
là quei giornali arrivavano in Italia: i Governi che ne capivano la
potenza a segno di proibirli, non riuscivano ad opporvene alcuno, il
quale alla savia moderazione che concilia anzichè irritare unisse
la prudente franchezza che fa rispettare la ragione anche quando
contraria, e all’elogio dà valore e dignità col saper disapprovare.
Intanto sui Francesi formavasi quel poco di spirito pubblico, creando
bisogni e affetti che non erano i nostri; lodando una beneficenza che
storpia l’uomo per avere il vanto di dargli le stampelle; erudendosi
a una storia tessuta con luoghi comuni e paradossi; allucinandosi
ad un liberalismo che abbaja contro ciò che s’ha a distruggere, non
ragiona sopra ciò che bisogna sostituire, e vagheggia una democrazia
che sconoscendo le parti più vitali delle nazioni e degli individui,
condanna ad abdicare ogni valore proprio ed inabissarsi nella così
detta opinione pubblica, cioè volgare.
Quest’indeclinabile imitazione de’ Francesi, della loro scienza
incompleta, della filosofia eclettica, della letteratura improvvisata,
della politica rischiosa fu sempre una delle più funeste endemie
degl’Italiani. Intanto i principi nostri credevano che i mali si
rimediassero col negarli, e se la compressione materiale ristabilì
l’ordine esterno, non si provvide all’interna agitazione, cresciuta
anzi ne’ paesi dove non s’era dianzi sfogata, e dei quali or ci avanza
a parlare.
Il papa era stato rintegrato ne’ suoi possessi, eccetto Avignone e il
contado Venesino che Francia si tenne, e le fortezze di Comacchio e
Ferrara a cavallo del Po, volute dall’Austria ad onta delle proteste
pontifizie.
Roma aveva esultato nel ricuperare il Laocoonte, l’Apollo, la Corte,
le solennità, l’aurifera affluenza dei forestieri. Pio VII, tornando
ingloriato dal martirio, non ricercò alcuno per l’operato durante il
Governo francese o nell’invasione di Murat; anzi il generale austriaco
Stefanini, col fare qualche persecuzione, scemò la propensione che
non piccola v’era per gli Austriaci. Col consiglio del cardinale
Consalvi e del Bartolucci, il papa con motuproprio (1816 6 luglio)
sistemò l’amministrazione pubblica in aspetto di legge generale che
tenesse dell’antico senza ripudiare tutto il nuovo, tenendo all’unità
e uniformità collo sbandire quelle amministrazioni molteplici, e
ridurre a un centro le giurisdizioni. Lo Stato fu diviso in diciannove
provincie, oltre la metropoli colla comarca; ogni delegazione in
distretti ch’erano quarantaquattro: questi in seicenventisei Comuni
sotto delegati prelatizj. Le Comunità regolavansi da un consiglio
che deliberava, da una magistratura che amministrava, scegliendone i
membri fra il clero, i possessori, i letterati, i negozianti, salva
la conferma del delegato. Roma ebbe un senatore e conservatori; e così
Bologna.
Ai fidecommessi poteasi rinunziare: abolite le servitù e le riserve;
abolite le giurisdizioni baronali, eccetto quelle del cardinale decano
in Ostia e Velletri, e del maggiordomo papale in Castelgandolfo;
aboliti gli statuti municipali, se non in quanto concerne
l’agricoltura. Si sistemò l’imposta, alleggerendola d’un quarto, e
doveasi erigere il rendiconto annuo, compilare un catasto regolare, un
registro di tutto il debito pubblico fruttante il cinque per cento, con
una cassa di redenzione.
Abolito il codice civile e il criminale francese, le commissioni,
i giudizj privati, si accentravano le giurisdizioni, determinando
i tribunali collegiali e le loro gradazioni, con appelli a Bologna,
Macerata e Roma, e una cassazione detta Segnatura; le cause trattate in
italiano, motivate le sentenze criminali, difeso il reo e confrontato
coi testimonj, abolita ogni guisa di tortura; indipendente l’autorità
giudiziale, responsali i magistrati. Ma regolamenti soggiunti
smentirono i preamboli, nè i codici promessi comparvero mai: i fôri
vescovili impacciavano col trarre a sè ogni lite ove fosse implicato
un ecclesiastico: rinacquero i vecchi tribunali della fabbrica di
San Pietro che conosce di qualunque eredità a suffragio delle anime,
e della congregazione de’ chierici di camera per le cause demaniali:
la Segnatura non giudicava definitivamente, ma rimetteva alla sacra
Rota, la quale cogli _opinamenti_ (del resto opportuni a raggiungere la
verità) poteva eternare le cause, ripetendo l’_audiatur_ invece dello
exequatur.
Alla francese continuarono l’ordinamento delle finanze, le ipoteche,
il bollo, il registro: ma il commercio era incagliato da privative e
protezioni; arbitraria la Polizia, diretta dal governatore di Roma, e
che applicava fino la pena del cavalletto. I soldati raccoglievansi per
ingaggio: privilegio dei chierici la istruzione e la censura, come a
soli prelati la diplomazia, e le supreme magistrature amministrative
e giuridiche, e fino il governo delle armi. Il papa ripristinò le
accademie della Religione cattolica, d’Archeologia, di San Luca;
malgrado le indomabili paure dei re, concesse ospitalità alla famiglia
Buonaparte; rielesse cardinali; colle antiche cerimonie canonizzò molti
santi, fra cui gl’italiani Andrea da Peschiera, Costante da Fabiano,
Antonio da San Germano vercellese, Ranieri da San Sepolcro, Francesco
Caracciolo, e le beate Angela da Desenzano, Caterina da Racconigi,
Giacinta Marescotti, Bartolomea Bagnesi fiorentina.
Alla basilica di San Paolo, fondata da Costantino, arricchita
dagl’imperatori e dai pontefici con quadri, musaici, porte di
bronzo, cimelj, marmi, s’apprese il fuoco accidentalmente, e que’
tesori d’arte e di devozione e ventiquattro colonne di marmo frigio
ne rimasero distrutte. Parve preludere alla fine del pontefice, il
quale allora appunto cascando in camera, si ruppe l’osso del femore,
e soccombette (1823 20 luglio). Eroe da che la prigionia pose fine
alle sue debolezze, nè gradi nè ricchezze attribuì ai parenti; non
commise crudeltà, ma non impedì le malversazioni; e inetto al governo,
abbandonava il paese più povero, disordinato e bollente di ire. Gli fu
dato successore Annibale Della Genga (28 7bre), col nome di Leone XII;
il quale congedò il Consalvi, che lascerà buon nome fra i ministri di
Stato per lo spirito conciliativo ed opportuna fermezza, e che poco
dopo morendo, i molti donativi diplomatici destinò ad erigere una
statua al pontefice, di cui era stato sostegno.
Leone XII, reputato per moralità non meno che per l’accorgimento
politico mostrato come nunzio in Francia, proseguì le cure pastorali
contro «l’irruente empietà, e contro la meticolosa politica, invasata
dalla paura dei forti ed affettante alterigia coi deboli»; comprò la
ricca biblioteca artistica del Cicognara, che l’imperator d’Austria
avea ricusata; fece da giureconsulti esaminare il motuproprio del
suo predecessore; nominò anche una congregazione di Stato, ma subito
la risolse in mera assemblea consultiva. Parve anzi condiscendere ai
retrivi col lasciar vivere gli arbitrj di ciascun dicastero: vennero
estesi i diritti delle comunità; ma se ne’ consigli entravano tutte
le classi, rimaneva separata la nobiltà, con le primogeniture e
fedecommessi, credendo «influisca al decoro del principato»: volevasi
anche ripristinare le giurisdizioni baronali «come l’unico mezzo
di ridonare il lustro alla nobiltà romana», se il concistoro non si
fosse opposto. Le femmine dotate furono escluse dalla successione;
rimessi i giudizj a singoli, invece de’ collegi; aboliti i tribunali
di distretto; introdotto di nuovo il latino ne’ giudizj, e nelle più
grandi Università e nelle cinque minori; ad ecclesiastici affidato il
condurre anche il processo dei laici; attribuito ai Gesuiti il collegio
romano, il museo, e l’osservatorio, con dodicimila scudi di rendita
sul tesoro pontifizio; ripristinato il Sant’Uffizio; estesi i privilegi
della manomorta.
Forza era dunque dar torto al papa di prima o al presente, e facilmente
si dava torto ad entrambi, cioè si perdea la fede nell’autorità.
Commissioni di preti ed uffiziali sgomentarono le Legazioni, solcate
da società segrete, che manifestavansi ad ora ad ora con assassinj di
pretesto politico, e contro avversarj che denunciavansi per Sanfedisti:
e un tentativo d’insurrezione nel 1825 in occasione del giubileo,
costò la testa a un Targhini. Il cardinale Rivarola nella legazione di
Ravenna in una sola volta, udito il parere de’ giudici, condannò (1825)
cinquecentotto persone; poi ad un tratto perdonò a tutte, assegnò
pensioni ai loro parenti, e cercò rappattumare Sanfedisti e Carbonari
per via di matrimonj, che riuscirono come Dio vel dica. Essendosi
poi attentato alla vita del legato, egli istituì una commissione
severissima, moltiplicò le spie, lasciò andare alla forca sette
omicidi (1828), che il pubblico compassionò come vittime politiche.
Del resto, allorchè si promise perdono a chi _spontaneo_ venisse a far
dichiarazioni, a centinaja vi accorsero. Tali erano i governati, tali i
governanti.
Leone XII aveva divisato di riformare le regole ed il vestire dei
frati, riducendoli a tre soli Ordini: uno di regolari, poveri, di
scienza discreta e gran cuore, che servissero al popolo sussidiando i
parroci e prestandosi agli spedali. Il secondo, tutto all’educazione e
istruzione della gioventù, e a sostenere gl’interessi della religione
e del buon costume. Il terzo di contemplativi, che salmeggiassero,
predicassero, e cercassero l’evangelica perfezione.
Non mancavano i Barbareschi di molestare le coste; ma peggior vitupero
allo Stato Pontifizio veniva dai briganti. L’antico paese dei Volsci,
fra gli Appennini, le paludi Pontine e i monti d’Albano e Tuscolo,
fino al 1809 appartenne alla famiglia Colonna, che all’armi addestrava
quelle popolazioni per ajutarsene nelle sue emulazioni cogli Orsini
e coi papi. E i papi non vi poteano nulla; se non che, alle persone
probe dando un brevetto di cherico, le sottraevano alla giurisdizione
territoriale. I Francesi abbatterono questa feudalità; ma gli eccessi
della coscrizione del 1813 tornarono in armi la popolazione, e bande
di _politici_ vi si formarono in opposizione di re Gioachino. Sotto
il debole Governo sottentrato crebbero di baldanza: obbedienti a
capi quali De Cesaris e Gasparone nelle provincie romane, Furia
e Vandarelli nelle napoletane confinanti, e carichi d’armi e di
reliquie, a torme fin di cento scorrazzavano la campagna spopolata,
e rendeano pericolosissimo il tragitto da Roma al Napoletano;
assalirono e taglieggiarono un collegio alle porte di Terracina, i
Camaldolesi presso Tuscolo; molte famiglie ridussero sul lastrico;
guastarono i commerci, l’agricoltura, la pastorizia. Chi avrebbe
osato negare ricovero e vitto a questi formidabili? Assai volte il
Governo dovette scendere a patto con essi, pure beato quando qualcuno
tornasse a penitenza, e venisse a sospendere a una Madonna il coltello
insanguinato. Il Consalvi, fisso di sterminarli, s’accontò col Governo
napoletano acciocchè non li ricoverasse nel suo territorio, arse le
capanne e i villaggi ove annidavano, e potè consacrare una festa a
commemorazione d’averli distrutti. Ma non lo erano così, che molto non
restasse a fare. Leone XII spedì il cardinale Pallotti legato a latere
con un editto, ove, cessata ogni misericordia o transazione, intimavasi
morte immediata ai briganti côlti; pena cinquecento scudi ai Comuni ove
succedesse un loro latroneccio. Di fatto si trovarono ridotti aventi,
che a Sonnino capitolarono: ed essi furono mandati nelle fortezze, il
paese distrutto.
Lo Stato romano si estendeva fra il 41 e il 45º parallelo per
centrentadue miglia da Ancona a Civitavecchia e ducenquaranta dal Po
a Terracina, con due milioni e settecensettantaduemila abitanti, e
con fama di sterilità a terreni calcari e vulcanici, che sarebbero
ubertosissimi. Il pendìo dell’Appennino che scende al Mediterreneo
presenta vaste pianure, esercitate colla coltivazione grande; verso
l’Adriatico le varietà della piccola trovansi nelle Legazioni, nelle
Marche, nelle valli dell’Appennino. Le Legazioni partecipano della
fertilità della Lombardia; e una popolazione intelligente e laboriosa
prospera la coltura della seta, del frumento, del riso, del vino, della
canapa. Altrettanta è la fecondità delle Marche, ma i possessori meno
ricchi s’accontentano delle produzioni meno costose, quali il vino e la
seta: il colono è a mezzerìa, non affittajuolo. Lo Stato guadagna assai
dalle saline di Cervia e di Comacchio.
L’inameno Appennino verso settentrione vestesi di foreste; ma di sotto
di Roma restò ignudo, dacchè Sisto V le fece distruggere per togliere
il nido ai masnadieri: da quelle che sopravanzano verso il lago di
Bolsena e le fonti del Tevere si taglia eccellente legname anche da
navi. Le valli interposte si lavorano a piccola coltura, e bellissime
quelle della Nera e del Velino: la scabra dell’Anio è atta appena
all’ulivo: verso il Napoletano si allargano i piani di Sacco. Le rive
del Tevere mostrano la piccola coltivazione fino al monte Soratte,
ove comincia l’Agro romano, vastità di ducencinquantamila ettari
ubertosissimi, ma che accumulati in possessioni non minori di trecento
ettari, e fino di cinquecentomila, spesso con una sola casa rustica, la
più parte rimane soda, o soltanto lavorata a lunghissimi intervalli.
Nel medioevo le famiglie romane viveano alla campagna e de’ prodotti
di questa, e se le guerre private vi recavano guasti, adoperavasi
però ogni cura a farle fruttare come unica ricchezza. Quando i papi
cominciarono a impinguare i nipoti, questi comprarono i beni de’
piccoli proprietarj, che volentieri li cambiavano contro _luoghi di
monte_, oggi diremo azioni di banca, molto fruttuosi. Nel 1470 Sisto
IV permise a qualunque avventiccio di seminare per proprio conto un
terzo del terreno che fosse rimasto sodo: tale idea avevasi allora
della proprietà! Sisto V nel 1585 con un milione di scudi stabilì
una cassa di credito agricola a favore de’ proprietarj dell’Agro
romano; ma ben poco vantaggiò. Intanto i Borghesi vi comprarono
da ottantamila terre, e Paolo V le decretava immuni da confisca:
i Barberini altrettanto, impiegandovi, si disse, cento milioni di
scudi. Così sparve la proprietà suddivisa, e molte famiglie di Parma,
Firenze, Urbino lasciavano le proprie terre per venire a Roma a goder
le rendite dei Monti; ma non tardarono ad accorgersi d’aver ceduto il
certo per l’incerto. Alessandro VII cominciò le riduzioni d’interessi:
onde il credito ebbe una scossa tanto maggiore perchè la cosa era
inusata, i capitali si ascosero o sparvero, e così la terra appartenne
a proprietarj cui mancavano i capitali da utilizzarla. Scemata la
produzione, si dovette assicurare il vivere alle popolazioni col
proibire l’asportazione; laonde l’agricoltura si restrinse a produrre
soltanto quant’era necessario per l’interno.
Oggimai quell’ampiezza era posseduta da centredici famiglie e
sessantaquattro congregazioni: i Borghesi davano a fitto ventiduemila
ettare, i Chigi cinquemila seicento, i Cesarini Sforza undicimila, e
così via, cavandone da otto a diciotto franchi l’ettare: e i grandi
fittajuoli sopperivano alle spese cui non basterebbero i proprietarj.
Nella stagione che l’aria è men micidiale, si fa ressa ad ottenere
le ricchezze del suolo; centinaja d’aratri, a quattro, a sei, a otto
paja di bufali di fronte lo solcano; quella che credevi una sodaglia
incolta, in pochi giorni trovasi arata e sementata; poi si dimentica
fino all’ora della messe, quando un nugolo di montanari scende alla
mietitura; e dove parea un mare di biade ondeggianti, in pochi giorni
non rimane spiga in piede, e sottentra aspetto di deserto. La gente
degli Abruzzi, compiuta l’opera, riporta a’ suoi monti pochi denari
e le febbri. Il resto si abbandona alla pastorizia che frutta senza
spese nè pericolo, ed offre un cibo sano e nutritivo alla città: ma
neppur le mandre si pensa a moltiplicare, o introdurvi migliori specie
di montoni e di cavalli, in modo da farne lontane asportazioni. Un
pastore sceso dalla montagna, a cavallo addirizza i numerosissimi
armenti, trafiggendo con un lancione il puledro o la bufala che
scompigli il branco; e pochi bastano a migliaja d’animali. Di cui in
tutto lo Stato contansi oggi quattro milioni ducentomila capi, dove
seicentosessantatremila sono bovini, quindicimila muli ed asini, due
milioni e mezzo di pecore, trecentoventimila capre, settecentomila
majali. Ecco perchè delle 4,166,297 ettare dello Stato Pontifizio,
1,046,861 tengonsi a prati.
Le alture d’Albano che fanno cornice all’Agro romano, nutrono una
popolazione robusta, e d’uva e frutti provvedono la capitale: ma neppur
qui abbastanza si cerca migliorare le produzioni, e il vino e l’olio.
Di là da Velletri cominciano le paludi Pontine su quarantadue
chilometri di lunghezza per diciotto di larghezza. Pio VI vi sanò
ottomila ettare, che furono distribuite in enfiteusi coll’obbligo
di coltivarle e mantenere i canali secondarj, ma non che adoprarvi
tutta la cura, è assai se s’adempiono i contratti. Principali
concessionarj sono le famiglie Massimo, Fiano, Gaetani, e la fabbrica
di San Pietro, alla quale appartiene il Campo Morto di ottomila
cinquecento ettare, dove, fra gli altri allettativi per attirar gente,
i malfattori sono tenuti immuni dalla giustizia purchè subiscano la
disciplina prescrittavi. Quel podere alla semenza di mille ettolitri
di frumento e quattrocentoventi d’altre granaglie risponde l’annuo
ricolto di quindicimila trecento ettolitri; quattrocento giornalieri
lavorando alla seminagione, il doppio alla messe, oltre gli
ordinarj; trecentoventi bovi con sessantacinque aratri alla coltura;
ducencinquanta bovi sonvi ingrassati: ottocento vacche, cento bufali
e duemila pecore pascolano nel maggese: cento cavalli servono ai
sorveglianti e pei trasporti, oltre ducencinquanta giumenti e i loro
piccoli. Eppure non si affitta che tredici franchi l’ettara.
Il sistema di far rendere senza intervento d’uomini nè spese di
coltura, contentandosi de’ prodotti spontanei, non è dunque generale
nello Stato; e la grande coltura è propria solo delle paludi e della
campagna: ma insalubrità, spopolamento, mancanza di sfoghi sono
reciprocamente cause ed effetti di danno, nè si può riparare ad uno
in particolare; e vuolsi ben altro che decreti, fossero anche ben
consigliati. Clemente XIII vietò di tagliar legnami nei possessi dei
Comuni o della Camera apostolica senza licenza; nel 1789 Pio VI diede
un buon regolamento pei boschi, e fece erigere un nuovo catasto;
colla libera asportazione de’ grani ne sollecitava la produzione;
nel conferire le doti si preferirebbero le figlie d’agricoltori; si
stabilirono premj e pene che non ottennero effetto. La dominazione
francese brevissima non ebbe tempo di spartire fra operosi proprietarj
i latifondi di manomorta che traeva al fisco; e una commissione
istituita nel 1810 per migliorare le paludi Pontine, nulla trasse a
riva. Nel 1819 una società straniera offerse di prendere in affitto
tutto l’Agro romano, retribuendo al fisco un canone annuo, e a
ciascun proprietario un fitto pari a quello che allora godeva; e dopo
cinquant’anni restituirgli i terreni migliorati: intanto la società
avrebbe dissodato il fondo, rasciutte le paludi Pontine e quelle
di Macarese ed Ostia, resi navigabili il Tevere e il Teverone per
l’intero loro corso, aprendo così una uscita ai prodotti della Sabina;
costruito villaggi con chiese, scuole, ospizj, strade; utilizzato le
acque minerali e sulfuree; piantato modelli di podere dove introdurre
produzioni nuove, l’indago, la cannamele ed altri; tutti questi
lavori sarebbero fatti da indigeni, alloggiati in situazioni salubri,
congedati ne’ mesi pestilenziali. Erano forse le solite lustre di
speculatori: fatto è che la proposizione, dal nuovo papa accolta
favorevolmente, fu lasciata cadere forse per opera di chi ne temeva
scapito.
Il nuovo papa Pio VIII (Saverio Castiglioni) (1829 31 maggio), uomo
austero e dotto, lodato del far poco, dopo che Leone XII avea fatto
troppo; non arricchì parenti; usò a ministro il cardinale Albani,
impinguatosi con appalti e speculazioni, inclinato all’Austria, nè
troppo sottile in fatto di religione e amante i piaceri tanto più che
non era prete. Di corto il papa moriva (1830 30 9bre), e nell’orazione
solita recitarsi nel conclave _de eligendo pontifice_ il dottissimo
cardinale Maj diceva ai radunati: — Dateci un papa che sia per la
fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per
eleganza Damaso; abbia di Leone la nitida eloquenza, di Gelasio la
dottrina, di Gregorio la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano
l’amicizia dei principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio,
pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di consigli Giulio,
per liberalità Leone, per santità Pio, per vigore d’animo Sisto; e per
non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice che non manchino
nè l’erudizione di Benedetto XIV, nè la munificenza del sesto Pio, nè
la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la
rettitudine di Pio VIII».
Campione della religione e dell’autorità era Francesco IV di Modena,
carattere robusto, mente estesa, operante per fredda ragione e col
profondo convincimento nelle idee patriarcali che il popolo fosse roba
del principe e da questo dovesse aspettare il bene, e il principe
fosse obbligato a farglielo. Ricchissimo di patrimonio, e più dopo
che Beatrice d’Este sua madre gli lasciò 50 milioni di lire e la
signoria di Massa e Carrara, fu il solo principe che alleggerisse le
imposte; nella fame del 1816 tirò grano dall’Ungheria e lo rivendette
a basso prezzo, oltre dar minestre gratuite; in quella del 1829
distribuì centomila pesi di canapa da filare, duemila e cento pesi
di farina per mano de’ parroci, e cenventimila lire fra limosine e
lavori straordinarj; istituì monti frumentarj per sovvenire i piccoli
possidenti e gli agricoli. I nobili si amicò, dei perduti diritti
feudali compensandoli con carte pubbliche: ripristinò gli Ordini
religiosi, e risarcì in parte la Chiesa dei beni confiscatile. Nelle
leggi mitigava i rigori della giustizia punitiva, tutelava gl’interessi
domestici, migliorava il regime delle ipoteche, accolse la società
scientifica dei Quaranta; manteneva alle accademie forestiere giovani
che si raffinassero nell’arti e nelle scienze; raccolse libri,
quadri, medagliere, museo ricchissimo. Dotato di gran memoria, notava
moltissimo; scriveva lunghe dissertazioni, che in parte si hanno, come
migliaja di suoi rescritti a petizioni[196].
Viene il tremuoto? imperversa il cholera? esso gli annunzia come
castighi di Dio contro i riottosi; tutti i proprj atti motiva dal
meglio del popolo; ma vuole che il popolo obbedisca; e perchè la
Rivoluzione scassinò la docilità, adopera ogni mezzo per ottenerla
a forza. Tutt’occhi a vigilare gl’interessi de’ principi, per lui
l’Austria venne informata delle trame de’ Carbonari. Al congresso
di Verona offrì un lungo scritto contro le costituzioni, suggerendo
come mezzi a impedirle il favorire la religione, rialzare la nobiltà,
interessandola negli affari pubblici e alla conservazione dell’ordine;
ampliare l’esercizio dell’autorità paterna, correggere la legislazione
quanto al crimenlese, e semplificare la procedura in modo che i
negativi non isfuggano al rigore delle leggi; migliorare il sistema
dell’educazione, adattandola alle condizioni, e restringendo il numero
di quelli che applicano agli studj; s’invigilasse la stampa; insieme le
imposte fossero fisse e non vessatorie, e libera la circolazione delle
derrate.
In fatti nel suo paese era gelosissima la censura, di cent’occhi
la Polizia, potenti i devoti, tollerati quei soli scrittori che si
facessero appoggio a quella che diceasi causa dei troni e degli altari.
Orribil fama avanza dei processi fatti dopo il 1821; e Giulio Besini,
ministro della Polizia che pareva inasprirli, cadde scannato (1822 17
8bre) da un giovinetto Morandi. Il duca ne restò esacerbato, e sopra
quaranta inquisiti e sette contumaci alcuno lasciò andare a morte, fra
cui il prete Andreoli di Correggio. Altri processi tesseronsi di tempo
in tempo, e un colonnello Cavedoni se ne sottrasse uccidendosi.
Per verità l’azione delle società secrete non erasi mai rallentata;
e i vanti che se ne menarono dopo la riuscita, accertano che la
rivoluzione di Parigi nel 1830 non fu spontanea rivolta contro
ordinanze incostituzionali, ma lunga preparazione delle combriccole.
Queste aveano fila anche in Italia, onde nel 1829 il papa le colpì di
scomunica, e istituì una commissione che processò ventisei Carbonari.
Châteaubriand, allora ambasciadore a Roma, scriveva al conte Portalis
ministro a Parigi: — Leggete con cautela ciò che vi scriveranno da
Napoli e d’altrove. Si reputa cospirazione il malcontento universale,
il frutto de’ tempi, la lotta dell’antica colla nuova società, delle
istituzioni decrepite contro le giovani generazioni, il confronto
che ciascuno fa di ciò che è con ciò che potrebb’essere. I Governi
rappresentativi con Governi assoluti non potranno durar insieme.
Confini doganali possono oramai dividere la libertà dalla schiavitù? nè
un uomo essere impiccato di qua d’un ruscello per principj che al di là
sono reputati sacri? Questa, e questa sola è la cospirazione in Italia;
ma dal dì che entrerà nel godimento de’ diritti portati dai tempi,
sarà tranquilla e puramente italiana. Non sono oscuri Carbonari che
faranno sollevare questo paese. Queste sono le condizioni dell’Italia;
ma ciascuno Stato, oltre i dolori comuni, è tormentato da qualche
malattia sua particolare. Il Piemonte in balìa d’una fazione fanatica;
il Milanese divorato dagli Austriaci; i dominj del santo padre rovinati
dalla cattiva amministrazione delle finanze, poichè l’imposta si eleva
a quasi cinquanta milioni, e non lascia al proprietario l’un per cento
delle sue rendite; le dogane non danno quasi niente, e il contrabbando
è generale. Il principe di Modena stabilì nel suo ducato (luogo di
franchigia per tutti gli antichi abusi) magazzini di merci proibite,
che nottetempo fa entrare nella legazione di Bologna. Il Governo delle
Due Sicilie è caduto nell’ultimo disprezzo: il vivere della Corte in
mezzo alle sue guardie, non offrendo altri spettacoli che cacce ruinose
e forche, rende vituperevole la monarchia agli sguardi del popolo. La
mancanza di virtù militare prolungherà l’agonia dell’Italia. Buonaparte
non ebbe il tempo di far rivivere questa virtù; le abitudini d’una vita
oziosa e i prestigi del clima contribuiscono a togliere agl’Italiani
del mezzogiorno il desiderio di agitarsi per migliorare. Le antipatie
nate dalle divisioni territoriali accrescono le difficoltà degl’interni
moti; ma se qualche impulso venisse di fuori, o se qualche principe
fra l’Alpi concedesse uno statuto a’ suoi sudditi, avrebbe luogo una
rivoluzione, a cui tutto è maturo. Di noi più felici e della nostra
esperienza istruiti, questi popoli saranno parchi de’ delitti di cui
noi femmo scialacquo».
Così, da alto ingegno e da occhio sperimentato giudicavasi la
condizione della patria nostra. Così ministri e ambasciadori possono
ingannare ed aizzare, peggio che non facciano libellisti scalmanati.
Diceasi che Sanfedisti e Concistoriali volessero anche essi
l’indipendenza, ma coll’appoggiarsi a principi nazionali, e un nuovo
riparto dell’Italia, ove al papa si attribuisse porzione della Toscana
e il Polesine di Rovigo, in compenso delle Marche, le quali coll’isola
d’Elba andrebbero al re di Napoli; al duca di Modena, parte della
Lombardia, Parma, Piacenza, il Veneto col titolo di re; il resto della
Lombardia, il Tirolo italiano, Massa, Carrara, Lucca al Piemonte.
Queste potean essere aspirazioni, e si disse che qualche capo liberale
facesse proposizioni in tal senso al duca di Modena; egli denaroso e
potente, egli avveduto e ambizioso, qualora desse mano ad una rivolta
potrebbe farsi re di tutta Italia, se non altro, del Piemonte. Se la
proposta fu fatta, se egli vi ascoltò, del che mancano prove, fu un
intrigo ignobile, dove nessuna delle parti operava di buona fede, ma
donde appare che già allora, e nei due campi opposti, il sentimento
comune era il desiderio di diventare nazione, appena un impulso esterno
desse il crollo ai principati, destituiti del fondamento vero, l’amore
dei popoli.
E parve venuto allorchè i Francesi (1830), i quali aveano una
Costituzione e tutti i mezzi legali di correggerla e svilupparla, si
precipitarono alle vie illegittime; e nelle tre giornate di luglio,
con grande sacrifizio di vite, cacciarono la dinastia de’ Borboni,
e al domani vi sostituirono quella degli Orléans. Non era però
soltanto una rivoluzione di palazzo; cambiavasi il diritto pubblico,
al re discendente da re, capo de’ nobili, largitore della libertà,
surrogandosene uno eletto da una turba parigina che intitolavasi popolo
francese; alla dinastia ripristinata dagli stranieri, una che fondava
i suoi diritti sulla rivoluzione, cioè sovra ciò che, per l’istesso suo
nome, manca di stabilità. Poichè non può scuotersi la Francia senza che
tutt’Europa se ne risenta, vi tennero dietro sollevazioni nel Belgio,
in Polonia, in Grecia, e commovimenti per tutta Europa.
La Francia sta sempre in occhio che l’Austria, sua antagonista, non
ingrandisca di troppo in Italia, solletica le aspirazioni nazionali,
ostili all’Austria: eppure ripugna dal lasciare che vi si formi
uno Stato poderoso, e noi ci diciamo traditi perchè supponiamo
gratuitamente che sia generosità disinteressata quel ch’è tornaconto
nazionale. Da un pezzo gli accorti denunziano una siffatta politica:
eppure coloro che vedono unica salvezza nelle rivoluzioni, ne
considerano unica leva la Francia, e perciò l’invocano, e dai movimenti
di essa prendono impulso e norma ai proprj; delusi cento volte, cento
ricascano, come l’amante coll’amica infedele, o come il naufrago che
s’aggrappa a qualunque corpo, foss’anche un altro naufragante.
Ora però sembrava affatto al caso nostro il simbolo della nuova
rivoluzione francese: perchè, alla Santa Alleanza, ch’erasi arrogato
d’intervenire in qualunque paese onde impedire le istituzioni
dissonanti dal sistema di lei, Francia contrapponeva il non-intervento,
cioè che nessuna nazione potesse impedire che un’altra mutasse gli
ordinamenti interni, secondo la volontà del principe o del popolo.
Chi sbandì sempre le Costituzioni d’Italia? L’Austriaco, diceano.
Ora che la magnanima Francia proclamò il non-intervento, potranno
i popoli di essa costituirsi, forse d’accordo coi re: se non resta
altra via che l’insurrezione dove mancano rappresentanza e diritto
di petizione, la Francia democratica sosterrà certo una rivoluzione
democratica; tanto più che così l’Austria sarà costretta occupare in
Italia le armi, che affilava contro la nuova rivoluzione. Il ministro
Lafitte avea dichiarato alla tribuna: — La Francia non permetterà che
il non-intervento sia violato»; e Dupin soggiunse: — Se la Francia,
rinserrandosi in un freddo egoismo, avesse detto che non interverrà,
sarebbe vigliaccheria: ma dire che non soffrirà s’intervenga, è la più
nobile attitudine che possa prendere un popolo forte e generoso»[197].
La Santa Alleanza e i principi nostri sentirono il pericolo, e
prepararonsi: il re di Piemonte tolse le armi alla Savoja, mise le
fortezze e l’esercito in istato di guerra, ma subito stendeva la
mano al nuovo re Luigi Filippo come al solo che poteva allora salvare
l’autorità. Al contrario il duca di Modena mai nol volle riconoscere,
ebbe sempre come legittima soltanto la linea primogenita, e lasciava
che in Parlamento i Francesi minacciassero cacciarlo a colpi di
scudiscio. La situazione restava complicata dall’essere allora appunto
vacanti i troni di Piemonte, di Sicilia, di Roma.
L’interregno papale fu tumultuoso, non solo fra gli ambasciadori
che imponevano chi eleggere o no a pontefice, ma nella città dove si
tentò una sollevazione (9bre), istigandola principalmente la famiglia
Buonaparte colà ospitata; anzi Napoleone e Luigi, figli del già re di
Olanda, con alcuni Côrsi e con vecchi soldati corsero gridando Italia
e Libertà, ma non trovando consenso, andarono dispersi o furono presi.
Tra siffatte irrequietudini era elevato alla tiara Mauro Cappellari,
dotto e pio camaldolese di Belluno (1831 2 febb.); e col nome di
Gregorio XVI «si assunse liberamente in faccia all’Europa gl’impegni
che si rendeano necessarj per la durevole unione tra gl’interessi del
trono e quelli della nazione»[198].
La rivolta, che era fallita in Roma mercè l’attenzione del cardinale
Bernetti segretario di Stato, meglio riuscì in provincia. I
cospiratori, sempre tenendosi sicuri del non-intervento, divisavano
far in ciascuno Stato particolari rivoluzioni, salvo poi a fondersi
in un solo che avesse centro Bologna. I Menotti di Carpi erano ricca
famiglia e industriosa, con estesa fabbrica di cappelli di trucioli;
col qual pretesto Ciro viaggiò, ed affiatossi colla propaganda a
Parigi e coi Buonaparte a Roma. Ch’egli si facesse intermedio di questi
presso il duca di Modena, col quale era associato per negozj, e che il
duca lo lusingasse per tradirlo, è smentito da lettere; Enrico Misley
riceveva denari dal duca per ispiare i cospiratori a Parigi, mentre da
questi faceasi credere devoto alla libertà[199]. La tresca cresceva;
ma di mezzo al preparare vien arrestato Nicola Fabrizj modenese,
principalissimo fra i cospiratori, sicchè questi non potendo più
mettere indugio, raccolgonsi in numero di quindici nella casa Menotti
(3 febb.), e spacciano per sollecitare soccorsi dalla campagna e
dalle città. Il duca informatone, unisce i pochi soldati, e segnatosi,
marcia a capo di quelli, e con pochi colpi obbligatili a rendersi, li
caccia prigione, e scrive: «Mandatemi il boja». Al domani però, udendo
che anche gli Stati vicini insorgeano, egli non credesi più sicuro,
e rifugge sul Mantovano, seco traendo Ciro Menotti, che confida ai
carcerieri austriaci. Subito Modena si grida libera, e con un atto di
sole settantadue firme proclama dittatore l’avvocato Nardi 1831 con tre
consoli Maranesi, Minghelli, Morano. Reggio, dove le trame faceano capo
alla Giuditta Sidoli, fece rivoluzione da sè, poi si unì alla modenese,
preponendo al governo l’insigne giureconsulto Pellegrino Nobili; e
si cominciò a disfare il vecchio, e cacciare i Gesuiti, soliti capri
emissarj.
A Parma e Piacenza l’austriaca Maria Luigia mostrava cuor buono e
generosa carità; istituì un ospizio della maternità; se, come tutti
gli Stati, contrasse debiti[200], alle scarse rendite del paese
suppliva col proprio lauto appanaggio; in occasione di feste di Corte
mandava abiti e ornamenti alle dame; arricchì d’insigni professori
l’Università; a disegno del Coconcelli fece costruire i ponti del
Taro e della Trebbia, spendendo in questo un milione, quasi due in
quello; e conservò i codici, gli ordinamenti amministrativi, la moneta
di Francia: ma l’essere austriaca e l’avere rotto fede all’ancor vivo
Napoleone screditava la duchessa, di cui solo quando morì lasciando ben
fornite le casse, confessaronsi i meriti. Regnante al modo del secolo
passato anche pei costumi, un generale austriaco (Neipperg), poi un
conte francese (Bombelles) da governatori si fece amanti e mariti; e ad
essi abbandonava il paese nelle lunghe sue dimore ai bagni o a Vienna.
Non mancarono cortigiani che coll’avidità e l’ignoranza corruppero le
benevole intenzioni di essa e il denaro pubblico malversarono, mentre
al commercio, all’industria, alle miniere, ad ogni durevole istituto
non si badava, com’era naturale in dominio goduto a vita. E di tal
condizione provvigionale risentivansi tutte le ordinanze, oggi fatte,
domani casse, e mutate le persone. Anche la rivalità della pingue ma
abbandonata Piacenza colla preferita Parma seminava zizzania.
Nè i sudditi odiavano l’arciduchessa, bensì il ministro Werklein, in
cui tutta affidavasi dopo morto lo splendido Neipperg: ed avendo anche
i Parmigiani inalberato la bandiera italiana, ed ella dichiarato che
i suoi legami le impedivano di fare le chieste concessioni, venne
cortesemente accompagnata al confine austriaco, e istituito il Governo
con Linati, Casa, Castagnola, Sanvitale, Melegari, Ortalli, Macedonio
Melloni. Piacenza fu tenuta in fede dalla rivalità o dalla cittadella.
Bologna compiva la sua rivoluzione, incruenta come le altre; e il
prolegato rimetteva i poteri ai cittadini che eressero un Governo
provvisorio (8 febb.). Il cardinale Benvenuti, legato a latere, fu
arrestato; e gl’insorgenti, formato un piccolo corpo sotto Armandi,
intitolatosi generale e ministro della guerra, bloccano la fortezza
d’Ancona, e l’hanno dopo pochi giorni: il colonnello Sercognani, avendo
per commissario Carlo Pepoli, avanza con duemila cinquecento uomini
nelle Marche; Perugia, Spoleto, Foligno, tutta l’Umbria rispondono al
suo appello, quasi a una festa; e senz’opposizione del Governo, senza
riazione di partiti, senz’ombra di pericolo, la bandiera tricolore
sventola fin a Orticoli, a Terni, a Ponte Felice, insomma in vista di
Roma: dappertutto istituivasi la guardia nazionale, diminuivansi i dazj
del sale e del macinato, spandevansi proclami.
Faville che traevano importanza dalla conflagrazione di tutt’Europa.
Perocchè, sull’esempio di Francia, e forse pe’ suoi incitamenti, la
Grecia che da dodici anni combatteva per respingere la mezzaluna
dalle fronti segnate dalla croce, ripigliava spiriti alla lotta
in cui l’Europa principesca l’avea sfavorita; Spagna e Portogallo
rialzavano le abbattute bandiere costituzionali; Germania credea
venuto il tempo di ottenere ciò che le era stato promesso e mentito; la
Svizzera già prima aveva riformato i suoi statuti in senso popolare;
in Inghilterra, al grido dei radicali chiedenti libertà mesceasi
terribile la voce della plebe chiedente pane; il Belgio, a nome del
cattolicismo conculcato, ribellavasi all’Olanda; la Russia che muoveva
gl’innumerevoli suoi eserciti per rimettere la quiete in Europa,
vede la vanguardia sua rivoltarsele, cioè la Polonia, che con valore
segnalato invoca il nome di Maria e la sua nazionalità.
Tutti questi insorti fissavano gli occhi alla Francia, come a promessa
salvatrice. Di là, mezzo secolo prima, era venuta una scossa, per
cui que’ medesimi che non avevano acquistato la libertà aveano però
spezzato la servitù; era fresco il ricordo delle irresistibili vittorie
di Napoleone; la bandiera tricolore riuscirebbe meno gloriosa ora che
veniva portata, non più da un conquistatore, ma dalla libertà? non per
minacciare l’indipendenza dei popoli, ma per restituirla? Tali e più
belle speranze vagavano per le menti: ma la Francia non era diretta
da una Convenzione, bensì da un re nuovo, rinvenuto più che cercato,
accettato più che voluto, e come unica tavola in un naufragio nel quale
si temeva perisse l’ordine sociale.
Luigi Filippo, intento a farsi soffrire dagli altri re, e assodare la
propria dinastia col rispettare le altre, invece di convergere quelle
sparse resistenze ad un rimpasto europeo, s’incaricò di eliderle; e per
un pezzo vi riuscì. Casimiro Perrier, abile ministro, professa voler
fiaccare le fazioni anzichè dar mano ai sollevati, e alle turbolente
Camere (8 marzo) intimava: — Noi sosteniamo che lo straniero non ha
diritto d’intromettersi a mano armata negli affari interni; ma forse
ci terremo obbligati a portare l’armi dovunque non venga questo dogma
rispettato? Sarebbe un’intervenzione anche questa. Lo sosterremo
per via di negoziati; ma sol l’interesse o la dignità della Francia
potrebbero farci prendere le armi: il sangue de’ Francesi appartiene
solo alla Francia».
Subito si formò a Londra una conferenza di ministri che non
rappresentavano le nazioni ma i re, e che si accingeano a ripristinare
ciò che le tre giornate aveano abbattuto; e il Governo francese,
che avea favorito le sommosse finchè opportune a sviare i nemici
minaccianti, s’affrettò a comprimerle. Guglielmo Pepe, il capitano
infelice della prima rivoluzione napoletana, e che struggeasi di
condurne un’altra, erasi diretto a Lafayette, generale della guardia
nazionale e centro di tutte le cospirazioni, chiedendogli duemila
uomini, diecimila fucili e due fregate, con cui sollevare le Sicilie.
Ebbe le buone parole che colui prodigava a tutti: ma all’atto non
trovò che tergiversazioni; onde esso meditò passare in Corsica,
reclutarvi a denaro da seicento a mille di que’ robusti, e arrischiare
uno sbarco, che fra otto giorni lo renderebbe padrone di Napoli.
Tanto sono irrimediabilmente ciechi i cospiratori di professione! Ma
quand’egli, solo con due uffiziali, era per salpare, n’ebbe divieto,
e fu rimandato a Parigi ad aspettare ancora e sognare per diciassette
anni. Altrettanto erasi usato cogli Spagnuoli. L’Austria, irremovibile
nel guardare come sua propria la causa di tutti i Governi d’Italia,
rise del proclamato non-intervento, e mosse sopra i ducati insorti, o
allegando le riversibilità, o l’esservi invitata; assalirebbe anche il
Piemonte se i rivoluzionarj vi prevalessero.
La insurrezione della media Italia non era costata nè pericoli
nè sagrifizj; leggermente abbracciata, fiaccamente sostenuta, nè
grandi virtù nè grandi vizj palesò. I rappresentanti delle città
di Romagna (26 febb.) dichiarano scaduto dal dominio temporale il
papa, e stringonsi in uno Stato solo, con presidente, consiglio di
ministri, consulta legislativa[201]; si pongono a moltiplicare atti,
come suole ogni amministrazione che si sente di breve durata; e il
proclama dell’avvocato Vicini vuolsi confrontare colla dichiarazione
degli Stati Uniti per vedere quali guasti faccia tra noi la retorica.
È codardo quanto facile il calunniare la sventura, ma perchè
farsene adulatore? Certamente al popolo non si mostrò lo scopo
d’un’insurrezione, a cui non era spinto da eccesso di sofferimenti;
mancarono capi che colla risolutezza e col gran nome abbagliassero
e strascinassero gl’indifferenti, che son sempre il numero maggiore;
inesperti delle politiche cose, come gente a tutt’altro allevata, i
governanti s’impigliavano nelle minime difficoltà; onesti, leali,
con quella moderazione che onora ma che non salva, in un mondo il
quale compassiona i deboli, ma s’allea solo coi forti, esitavano
per paura di compromettere una patria che amavano, una pace di cui
sentivano la necessità; e cullandosi nel promesso non-intervento,
invece di profittare dell’impeto popolare, assalire Roma, suscitare
Piemontesi, Lombardi, Toscani, raccomandavano la quiete come garanzia
dell’inviolabilità, rimandavano a casa i campagnuoli chiedenti armi.
Nulla dirò delle gelosie rideste fra le città; nulla dei disordini
inseparabili da Governi che, nati da vittoria popolare, restano schiavi
della moltitudine, guidata da chi più grida, più esagera, più promette.
Napoleone e Luigi Buonaparte, falliti in altri tentativi di sollevare
Roma, accorsero a infervorare la rivoluzione romagnuola, e scrissero
al papa, esortandolo a deporre il temporale dominio prima che le forze
giungessero su Roma invincibili[202]. Nuovo pretesto ai nemici di dire
l’indipendenza italica minacciata da un’usurpazione napoleonica.
Ma di pretesti non facea mestieri dove francamente era stata dichiarata
l’inimicizia. Una colonna d’Austriaci guidata da Geppert, passato
il Po, ripose in dominio il duca di Modena e Maria Luigia (9 e 13
marzo): il veterano generale Zucchi, che dal servizio dell’Austria era
disertato a comandar la rivoluzione della sua Modena[203], ritirasi
col piccolo esercito sul Bolognese; ma quel Governo, scrupoloso al
non-intervento anche quando il vede conculcato, ricusa ricevere quei
fratelli se non disarmati. Quel Gregorio, che fu poi moda di trattar
da imbecille, era stato ricevuto dalla plebe romana con applausi
strepitosissimi; ma egli da savio non lasciossene lusingare, e «poichè
rare sono le clamorose riunioni che disgiunte vadano da qualche
discordia», sapendo che allestivasi altra festa, fece pubblicare
che «non aveva egli bisogno di tali dimostrazioni per misurare
l’attaccamento che gli porta questo suo amatissimo popolo»[204].
Al primo annunzio della sollevata Romagna, la Corte mostrossi
disposta a larghi patti, volendo il Bernetti prevenire l’invasione
austriaca; intanto erangli venute assicurazioni non solo dall’Austria
ma e dalla Francia, dove quel non-intervento che offriva il tema
di mille variazioni alla tribuna parigina ed ai giornali, due campi
dell’eroismo parolajo, or sottoponeasi ad interpretazioni da casisti:
che l’imperatore d’Austria poteva bene prender parte alle vicende
della duchessa di Parma sua figlia; anche a quelle di Modena, ducato a
sè riversibile; ma quanto alla Romagna, mai non gli si permetterebbe.
Per verità, se i Francesi non ajutavano la Polonia col pretesto della
lontananza, per l’Italia sarebbe bastato affacciarsi al ciglio delle
Alpi. Ma Metternich, che vedeva pericolare o le provincie austriache o
l’ingerenza sul bel paese, negò alla Francia il diritto d’impedirgli
di ripristinare il dominio papale; — Se si ha a morire, tanto vale
un’apoplessia, quanto la lenta soffogazione: faremo la guerra»; ed
entrò sul territorio pontifizio. Allora la fragorosa Francia a gridare
vilipesa la dignità nazionale e traditi i patrioti, e volersene
vendetta; l’ambasciadore Maison da Roma incalzava a gettar il fodero,
e spedire un esercito in Piemonte: ma il casismo soccorse di nuovo
mostrando che l’Austria non v’interveniva per proprio conto, sibbene a
richiesta del papa; e che del resto, guaj a lei se pensasse invadere il
Piemonte[205], il quale in fatto non n’avea bisogno. L’ardore esalò in
magnanime ciancie, e i Romagnoli videro non poter sostenersi che da sè.
«Italiani, all’armi! chi ha un fucile, una spada, una falce, la prenda
e venga con noi, che la vittoria non ci può fallire»; ebbero raccozzato
un esercito di circa settemila uomini; ma vedendo presa Bologna, si
ritirarono innanzi agli Austriaci, che procedeano a passo di carica
sulla via Emilia: a Rimini tennero testa (25 marzo) quel tanto che
bastasse perchè la loro bandiera fosse vinta, non macchiata; e avendo
con quel fatto protetta la ritirata sopra Ancona, lasciato molti morti
sul campo e trasportatine i feriti, si rassegnarono ad evitare una
resistenza disastrosa quanto inutile.
Il Governo, ridottosi in Ancona, dichiarando non essersi mosso se non
per fiducia del non intervento, dai Francesi proclamato in pubblico
e promesso in particolare, rimette in libertà il legato Benvenuti; il
quale promette l’oblio di qualunque atto della rivoluzione, e firma il
passaporto de’ capi. Questi s’imbarcano; Ancona è resa pacificamente
dal generale Armandi (29 marzo): ma la convenzione viene dichiarata
nulla a Roma, giacchè il Benvenuti avea cessato dalla sua carica
col divenire prigioniero; s’istituisce processo contro quelli che
avessero firmato l’atto di decadenza, o violato il giuramento militare,
o pubblicato scritti empj o sediziosi; agli altri intero perdono.
Il colonnello Sercognani, ch’era proceduto fin a Rieti, udito quel
rovinío, volta per la Toscana, e ben accolto dal popolo e soccorso
dal Governo rifugge in Francia. Tre navi portarono altri profughi in
Francia, in Inghilterra, a Corfù; ma una fu arrestata da due golette
austriache, e ventun pontifizj e sessantasette modenesi che vi stavano
furono gettati nelle prigioni di Venezia. Poco poi i pontifizj, più
tardi i modenesi furono rimessi in libertà; processati gli austriaci,
e Zucchi, come disertore, sottoposto a giudizio militare e condannato
in fortezza per tutta la vita. Paolo Costa di sessant’anni e malato
della pietra, andò a Corfù ad insegnare filosofia, come l’archeologo
Orioli; Pellegrino Nobili di settantasei anni, dopo una fuga piena di
pericoli, raggiunse in Francia suo figlio, insigne fisico fuggente
anch’esso, sinchè ottennero di ricoverarsi in Toscana. Questi e il
filosofo Mamiani, i fisici Amici e Melloni, il medico Sterbini, il
poeta Pepoli ed altri colla loro civiltà e sapienza cresceano la pietà
per le sventure d’Italia in quella Francia dove i nostri ricevettero
ospitalità benevola, stentati sussidj e fallaci promesse[206].
Napoleone Buonaparte era finito di morte violenta: suo fratello Luigi
dall’amorevole madre Ortensia fu campato a preparar nuove trame, che
doveano portarlo alla prigionia poi al trono. Gli Austriaci tennero
occupati i ducati della media Italia e le Legazioni; in Lombardia
spaventarono con processi rigorosi, pure mondi di sangue; e Metternich
fu decorato dall’imperatore d’Austria «per aver tanto contribuito a
mantenere l’indipendenza degli Stati italiani».
Maria Luigia, non avendo destinato alcuno a governare in sua vece,
non poteva far colpa a chi erasi assunto gli affari; tornata a Parma,
presto bandì generale perdono, eccettuandone ventun profughi. L’odio
concentravasi sul Mistrali ministro, più ambizioso che tristo[207],
sul Sartorio, capo della polizia, che poi fu accoltellato; sui Gesuiti
annidati nel collegio di Piacenza, e contro i quali si fece poi una
chiassosa dimostrazione; mentre l’arciduchessa pensava a goder la
vita, e i resti d’un corpo ch’era stato di Napoleone diede al conte di
Bombelles che la ridusse e parca e devota.
Francesco di Modena, più irritato perchè avea previsto eppur non
ovviato, e persuaso che «i settarj si ostinano a voler abbattere altari
e troni, e che un sovrano è responsabile in faccia a Dio se tollera
il trionfo dell’irreligione» mandò al supplizio Vincenzo Borelli e
Ciro Menotti, il quale salì al patibolo esclamando — Italiani, non
lusingatevi a promessa di stranieri»[208]. Coll’editto 18 aprile 1832
sopprimeva le formole giuridiche contro i rei di Stato, abbandonandoli
agli sgherri e alle spie; e sparsasi voce d’un attentato contro la vita
di esso, i soldati giuravano, «Se l’inferno vomitasse un’anima capace
di rinnovare le ribellioni, noi renderemo i concittadini responsali
sulla vita loro della sicurezza di Francesco IV con giustizia militare
pronta sicura». Da tremilacinquecento volontarj estensi rimanevano
alle proprie case ma in armi, vigilando alla pubblica tranquillità, e
pronti ad accorrere quando bisognasse. Il duca non curossi che Francia
e Inghilterra interrompessero le relazioni diplomatiche con lui,
lasciava stampare contro di esse e contro il liberalismo, e francamente
si collocava campione de’ Governi assoluti, alla riazione pretendendo
imprimere il carattere religioso e patriarcale, dopo sei anni di
processi, furono condannate a gravissime pene cenquattro persone, ma
tutte contumaci e due morte; e quelle pene stesse ebbero mitigazione.
Giuseppe Ricci, guardia nobile del duca, al quale era rimasto fedele
nei movimenti del 1831, e che passava pel favorito di esso, accusato
che cospirasse ad assassinarlo, fu fucilato: vittima forse d’una
ingiustizia, ma non eroe politico.
Quel Canosa, che, parendo eccessivo a Napoli, n’era stato rinviato
con doni e mortificazioni, viveva oscuro a Genova, allorchè il duca
di Modena lo chiamò a capo della sua Polizia, dove per molti anni fu
lo spauracchio de’ liberali di tutta Italia. Più tardi ritiratosi a
Nizza, si congratulava seco «d’aver processato, imprigionato, frustato,
ma non impiccato; d’aver prevenuto le colpe collo sbigottire, ma non
ucciso un solo per crimenlese nè stando governatore militare a Ponsa,
nè ministro di polizia a Napoli; mentre dappoi abbondarono congiure,
sêtte, mandati di morte, e in conseguenza commissioni militari, e un
numero estesissimo di esiliati, vera e bestiale misura per chi conosce
il mestiere»[209].
In Piemonte Carlo Felice poco avea fatto per rimarginar le piaghe del
suo paese; pieno di sè, nè cerimonie volea nè malinconie, ripetendo
— Non son re per essere seccato». Ad un capitano di bastimento che
avea durato fatica nel salvarlo in una procella, volea dare qualche
centinajo di scudi, ma il ministro gli suggerì avrebbe meglio aggradito
la croce di san Maurizio e Lazzaro. — Oh che zugo! (esclamò) dategliela
subito». Intanto la giustizia era pessimamente amministrata[210],
sospetti i pensatori, mesto il paese pei tanti profughi e per gli
arbitrj della Polizia. Il re, disgustato di Torino come covile di
faziosi, sene teneva lontano; non raccoglieva regolarmente i consigli
di Stato, puzzandogli di costituzione, e lasciava far ai ministri e
principalmente al Latour. Avrebbe rinnegato la tradizione di tutta la
sua stirpe se si fosse accordato coll’Austria, delle cui spoglie par
destinata a ingrandire: onde avendogli questa offerto soccorsi contro
i faziosi, egli ricusò risoluto, e represse qualche tentativo de’
Savojardi.
Non ebbe figli, e con lui terminato (1831 27 aprile) il ramo
primogenito di casa di Savoja, appunto nel bollore delle sommosse
gli sottentrava il ramo cadetto di Carignano[211] nella persona
di Carlalberto, quel desso che vedemmo nella rivoluzione del 1821.
Giovane, allevato in mezzo alle armi, partecipe delle speranze se non
delle trame liberali, avea subíto gl’insulti dell’Austria, che diceano
si fosse adoperata a farlo credere indegno del trono per le macchie
del 21, mal lavate al Trocadero, e surrogargli il duca di Modena. Tanto
bastava perchè, dimenticando il passato, sopra di lui si fissassero le
speranze de’ Liberali, e girò l’indirizzo di un Italiano (Mazzini),
il quale gli mostrava come non gli restasse che essere tiranno ed
esecrato, o farsi costituzionale e italiano francamente rompendola
coi potentati; parziali riforme gli nimicherebbero l’Austria senza
amicargli i popoli, mentre con una parola libera e sincera potea
ricreare l’Italia, riunirne le membra sparte, e se pronunziasse, «È
mia tutta e felice», venti milioni d’uomini esclamerebbero, «Dio è
nel cielo, e Carlalberto sulla terra! — Respingete l’Austria, lasciate
addietro la Francia, e stringetevi a lega l’Italia; ponetevi alla testa
della nazione, e scrivete sulla vostra bandiera, _Unione, Libertà,
Indipendenza!_ proclamate la santità del pensiero, liberate l’Italia
dai barbari, date il vostro nome ad un secolo, siate il Napoleone della
libertà italiana. Or che temete? il Tedesco? gridategli guerra, ardite
guardar da vicino questo colosso eterogeneo, forte solo perchè altri
è debole. Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia, e avanti. Là,
nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell’Italia ed i vostri;
nella terra lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una
bandiera per levarsi in massa: ma siate forte e deciso; rinnegate i
calcoli diplomatici, gl’intrighi de’ gabinetti, le frodi dei patti. La
salute per voi sta sulla punta della vostra spada... Se voi non fate,
altri faranno, e senza voi e contro voi...».
Carlalberto re vedeva altrimenti che l’antico granmastro d’artiglieria,
e conobbe che un movimento avrebbe posta in compromesso l’indipendenza
del suo paese, determinando una nuova invasione austriaca. Nonchè
parlare di costituzione, nemmeno l’amnistia concesse; nominò un
consiglio di Stato, esprimendo che volea fare miglioramenti, ma «senza
scostarsi dagli esempj lasciati da’ suoi maggiori», e «conservando
inalterata la dignità della Corona». Si disperò dunque anche di lui;
onde molti s’affrettarono a ricoprire la polvere di carbone colla
polvere delle anticamere, altri si annoiarono nelle società secrete.
Perocchè, mentre le rivoluzioni del 31 eransi fatte a pieno giorno
confidando nell’iniziamento del Governo francese, allora i novatori si
ridussero a trame sotterranee; e appoggiatisi ai radicali, meditarono
sommosse invece dell’insurrezione. Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel
1808, ivi fondò l’_Indicatore genovese_; soppresso questo giornale,
andò a piantare l’_Indicatore livornese_; poi a Genova processato nel
30 e sbandito, ricoverò a Marsiglia, e con Bianchi piemontese e Santi
di Rimini istituì la società della _Giovane Italia_. Suo simbolo un
ramo di cipresso; parola d’ordine _Ora e sempre_. Direttosi a «tutti
quelli che sentivano la potenza del nome italiano e la vergogna di
non poterlo portare francamente», escludeva ogni uom maturo; confidava
nell’insurrezione armata; accennava anche ad una religione da surrogare
al cattolicismo, di cui dicea finito il tempo; e d’accordo coi
Carbonari nel volere sbrattar la patria dai forestieri, ne discordava
nel non chiedere più costituzione ma repubblica, abbattere ogni
privilegio, confidare nel popolo a cui quelli non erano ricorsi. Venne
sistemata a modo delle guerriglie, giacchè derivava dalla solita fonte;
e la dirigevano da Londra Mazzini, da Malta i modenesi Giovanni e
Nicola Fabrizj; stampava le sue declamazioni e i suoi intenti; e fin
dai primordj apparve una sentenza di morte, eseguita col pugnale contro
un preteso traditore.
Anche questa società parve più diretta a generare martiri che ad
assicurare la vittoria, mostrando perseveranza di moto più che
evidenza di meta. Il primo atto importante ne fu la spedizione di
Savoja. I nostri rifuggiti comprarono una mano di que’ Polacchi che
erano scampati dalla loro patria quando fu anch’essa abbandonata e
vinta, e sotto al generale Ramorino, genovese che avea combattuto in
Polonia, mossero dal lago di Ginevra e da Grenoble verso la Savoja
(1834 gennajo). I proclami dicevano, dovunque è despotismo, essere
sacro dovere l’insurrezione; delitto il non seguire la bandiera di
questa allorchè il momento sia giunto; non concepire essi l’Italia che
repubblicana, una dall’Alpi al Faro, non federativa; aspirare a fondare
una Roma del popolo, centro d’una grande e libera unità religiosa,
politica, sociale.
Ma parte furono arrestati sul territorio svizzero; alcuni entrati in
Savoja non incontrarono il minimo assenso nel popolo, nè disertori
dalla truppa, e pochi gendarmi li dissiparono. Malissimo concepita,
peggio condotta; pure volle spiegarsi colla solita bubbola del
tradimento, affisso al Ramorino.
Carlalberto avea già prima istituito corti marziali sotto di uffiziali
inesorabili, come il generale Galateri governatore d’Alessandria e il
Cimella nizzardo, e di cavillosi curiali; processati sessantasette
militari dal sergente in giù, dodici furono fucilati, anche alle
spalle, trenta alle galere «per aver avuto notizia della congiura,
per aver letto o fatto circolare un libro contrario ai principj della
monarchia». Coll’avvocato Andrea Vochieri d’Alessandria il Galateri
insisteva perchè rivelasse, promettendogli grazia; ed esso gli
rispose: — La sola grazia che desidero è che mi liberiate della vostra
presenza». Il generale gli dà un calcio nella pancia, e l’inquisito gli
sputa in viso. Galateri esacerbò la morte di lui facendolo traversar
le vie dove abitava, sicchè la moglie e i figliuoli lo vedessero, e
alla fucilazione assistette in grand’uniforme, pippando appoggiato a
un cannone[212]. Giacomo Ruffini genovese si ammazzò in prigione: suo
fratello fuggì in tempo per narrare, più tardi e ricreduto, le trame e
le speranze. E molti furono gli esigliati[213], molti i dolenti, molte
le decorazioni al Galateri e ad altri zelanti.
Dopo la spedizione di Savoja furono fucilati Volonteri e Borrel caduti
prigionieri in quella, ed altri processati; e il non sospetto Gualterio
assicura che Carlalberto ne provasse poi dolore e rimorso, e dal
bisogno d’espiazione cominciasse la sua vita ascetica. Certo quel re
assentiva ai concetti e ai comporti del duca di Modena[214], e lasciò
rinnovarsi l’onnipotenza della Polizia: in conseguenza tornò odioso
ai Liberali, che gl’imputavano di favorire a Gesuiti e missionarj,
aver cercato la beatificazione d’Umberto di Savoja e di Bonifazio
arcivescovo, dato ricetto a un prelato Pacca, già direttore della
Polizia di Roma, poi scacciatone per sozzure; favoreggiato alla fazione
che in Ispagna ed altrove contraddiva alle costituzioni: garantito
un prestito di seicentomila lire fatto dai Pallavicini di Genova alla
duchessa di Berry per tentare una controrivoluzione in Francia, dove
su bastimento genovese sbarcò infelicemente[215]: sicchè Carlalberto
fu denunziato per sanfedista con tanta giustizia, quanto una volta per
Carbonaro.
Anche l’Austria cominciò processi, dove il tirolese Zajotti, già
partecipe alle cospirazioni o alle speranze italiche, nel 1815, fu
chiamato a tradurre in requisitorie criminali i suoi epigrammi da sala
e le sue critiche di giornale: molti furono condannati a morte, a tutti
commutata in carcere temporario, poi nella deportazione in America.
E di nuovo ne usciva un effetto opposto di quel che i Liberali aveano
sperato, crescendo l’influenza dell’Austria sulla penisola. Che essa
mirasse a ingrandire di territorio è una baja, accettata da quella
credulità ch’è propria de’ tempi di rivoluzione; ma è vero che,
sentita necessaria dai principi, e ai popoli non suoi men odiosa,
che i principi proprj, essa poteva dirsi arbitra dell’italiche
sorti. Nesselrode, Fiquelmont, Ancillon, rappresentanti della Russia,
dell’Austria, della Prussia, a Berlino convenivano che i loro sovrani
cercherebbero far adottare, che un principe, nel cui dominio scoppiasse
una rivolta, ha diritto di chiamar in soccorso il sovrano vicino
che sia in grado d’ajutarlo a ristabilire la tranquillità, senza che
verun altro Governo possa opporvisi o rimostrare. Francia dichiarò
non lascerebbe applicare questo dogma di diritto pubblico al Belgio,
alla Svizzera, al Piemonte, ma Metternich incaricava il conte Appony,
ambasciadore austriaco a Parigi, di chiarire quel ministero che il
suo imperatore era risoluto di portar soccorsi anche al re di Sardegna
qualora li domandasse, quand’anche dovesse seguirne una guerra. A ciò
risolveasi il proclamato non-intervento.
Che che ne blatterino i caffè, la politica pontifizia fu sempre gelosa
del predominio austriaco; Leone XII non meno che Pio VII ne stettero
in guardia; molto più il cardinale Bernetti, segretario di Stato di
Gregorio XVI. S’adoprò egli vivamente perchè gli Austriaci uscissero al
più presto: e di fatti non rimasero in Bologna che fino al 15 luglio
1831, quando le varie potenze si furono obbligate a conservare il
dominio temporale della santa Sede. Ma persuase che non si otterrebbe
mai tranquillità se non adattando il Governo ai tempi, chiesero al papa
v’istituisse assemblee comunali e provinciali di elezione popolare; una
giunta centrale sindacasse gli uffizj amministrativi; secolarizzate le
cariche pubbliche; con cittadini notabili si componesse un consiglio di
Stato[216].
Tali promesse arrisero ai Romagnuoli, e confidarono nell’êra nuova
che il Bernetti aveva preconizzata pubblicamente: ma ben presto fu
disdetta, e negate le riforme che era bello attuare quando non avevano
aria d’essere strappate a forza. L’editto del 5 luglio 1831 la nomina
de’ consigli comunali e provinciali attribuiva non al popolo, ma al
preside di ciascuna provincia; esclusi i secolari dal Governo delle
Legazioni; nè consentito d’aggiungere un Consiglio di Stato laico
al sacro Collegio[217]. Prendeasi paura de’ moderati quanto de’
sommovitori, e forse più, perchè contro loro non si poteva invocare gli
Austriaci.
Si dovettero aggravare le imposte, giacchè in que’ tre anni lo Stato
ebbe a spendere otto milioni cennovantottomila scudi più dell’entrata:
si comprarono due reggimenti svizzeri, il cui impianto costò
cinquecentomila scudi, e trecensessantamila l’annuo mantenimento: si
ordinò il disarmo delle Legazioni, alle guardie urbane surrogando corpi
di volontarj, cerniti alla peggio, che diventarono tiranni e ladri
atroci. Inveleniti gli animi, si ripigliarono le coccarde tricolori;
la guardia urbana si fece deliberatrice, e fioccarono petizioni;
una deputazione d’onorevoli cittadini andò a Roma a chiedere i
miglioramenti cui il paese pareva maturo. Non ascoltati, l’opposizione
prorompe; avvisaglie in molti luoghi (1832); a Cesena la guardia
urbana sostiene giusta giornata; e le truppe pontifizie (20 genn.)
sconfiggono, trucidano, saccheggiano Cesena e Forlì. Decentissimo
titolo d’invocare gli Austriaci, che si schierarono da Bologna a
Rimini, ricevuti con applausi e feste perchè terminavano l’anarchia.
A governo delle sottomesse Legazioni stette l’inetto Albani, e a suo
fianco il Canosa, minacciando forche.
La Francia si era fatto perdonare dalle Potenze le sue _gloriose
giornate_, ma stava sempre in sospetti perchè le sapeva avverse; e il
robusto ministero di Perrier, mentre reprimeva le sommosse interne,
vigilava che altri non soverchiasse di fuori. Della libertà o dei
diritti delle nazioni più non si discuteva: ma l’equilibrio gli
pareva scomporsi quando l’Austria tenesse un esercito là dove le altre
Potenze non recavano che trattative. Ecco dunque tre legni francesi,
con rapidità inusata traverso il faro di Messina occupano Ancona (22
febb.), la cui fortezza, munita di trentasei cannoni e seicento uomini,
non fece la minima resistenza ai mille ottocento Francesi, i quali
professavansi amici della santa Sede. Il colpo inaspettato stordì noi
e i nemici; il papa protestò e fece levare le proprie insegne; già si
moveano Pontifizj e Austriaci per togliere in mezzo Ancona; e d’una
conflagrazione generale si lusingavano quei che nella guerra ripongono
le loro speranze. Ma anche questa volta la diplomazia sviò il nembo; e
il papa consentì all’occupazione, che fu resa regolare sostituendo il
generale Cubières a Combes e Gallois che aveano fatto lo sbarco.
Mentre in Ancona le parti agitavansi in modo che il papa scomunicò
i capi e Cubières espulse i rifuggiti, condannò, represse, questa
bandiera tricolore in Italia rimaneva iride pei molti, che non
ancora s’erano disingannati degli esterni rinfianchi. Anche a Jesi
un Riciotti, schiuso allora dalle carceri politiche, menava una
colonna mobile a taglieggiare i facoltosi, assassinò il gonfaloniere
Bosdari, e presentò una domanda di moltissime riforme; e di politica
mascheravansi i latrocini e gli omicidj, fatti universali i sospetti
e l’ire, il Governo ristabilito si trovò costretto a mantenere costose
truppe, a seguire la politica straniera, e appoggiarsi ad una fazione
che pretendeva poter abusare sia in violenza sia in denaro. Bernetti
accattò reggimenti svizzeri, buoni e fedeli, sistemava le provincie
e i Comuni a modo della antica libertà, sebbene quelle istituzioni,
altra volta opportunissime, repugnassero all’accentramento, vagheggiato
dai moderni: e un corpo de’ volontarj, che presto salì a cinquantamila
uomini, divisi in centurie sotto capi conosciuti, col che il popolo si
avvezzava all’armi, nè sarebbe stato difficile un giorno trasformarlo
in esercito. Ma ciascun milite dovea dare giuramento, sicchè più che
esercito, era una setta contro i Liberali, e che opponendo violenze a
violenze sistemava la guerra civile.
Il Bernetti avea maggior pratica e accorgimento politico che tutti
i cardinali, e proposito di conservare l’indipendenza dello Stato
romano; del resto ignorava le particolarità dell’amministrazione,
lasciò dilapidare le finanze e impinguare sue creature: ed esecrato
dai Liberali come repressore della rivoluzione, dai Pontifizj come
novatore, dagli Austriaci come quello che aveva dimezzato l’ingerenza
data ad essi su tutta Italia dalla rivoluzione, Gregorio XVI lo
congedò, procacciandosi così un’opposizione in lui e ne’ suoi.
Gli sottentrava (1836) Luigi Lambruschini genovese, nunzio in Francia
sino alla caduta di quei re da cui era amato; dotto, leale, costumato,
zelantissimo dell’autorità pontifizia e de’ diritti clericali, ma
repugnante da’ Governi ammodernati, credendo l’assolutezza necessario
riparo alla irreligione non meno che agli scompigli politici. Non
curante delle ricchezze, ma gelosissimo del potere, non mitigava i
comandi, locchè rendevalo esoso in paese di tanti orgogli e in tempi
ove uno non si accontenta di abbassarsi se non per la certezza di
essere tosto rialzato. Venne dunque imprecato per austriacante, come
erasi imprecato il Bernetti all’Austria discaro.
Intanto da una parte il liberalismo, le società segrete e lo spirito
d’insubordinazione dichiaravansi causa di tutti i mali; ma che essendo
opera di pochi agitatori, colla forza potrebbonsi reprimere: dall’altra
parte lanciavansi accuse assurde contro chiunque esercitava il potere
o lo serviva; tutti doveano essere emissarj dell’Austria, ogni delitto,
ogni sventura imputarsi a loro; uno era promosso a dignità o a carica?
bastava perchè venisse gridato sanfedista e se ne dissotterrassero
mille antichi e nuovi reati. Ogni tratto rinnovandosi qualche sommossa
o clamorose dimostrazioni, e più spesso assassinj, detti politici,
bisognavano la forza e gli spioneggi. Inoltre per tutto ciò bisognava
levar prestiti, ipotecare, vendere, por tasse anche sui beni del clero,
ritenere sul soldo degl’impiegati. Di riforme si cessò di parlare: se
i potentati ne rinnovassero le istanze, opponeasi l’indipendenza che
ciascun Governo deve avere nei proprj atti.
I mali furono accresciuti da un nuovo, il cholera, che non solo
patimenti aggiunse ai patimenti degl’Italiani, ma ebbe importanza
politica.
Nell’India serpeggiava da lungo tempo questa malattia, che talora
manifestavasi fulminante con atroci coliche e tetano e pronta morte;
talvolta comincia da prostrazione di forze, scioglimento di corpo,
strazj allo stomaco, borborigmi, vomito; vi seguiva l’algore, con
sete inestinguibile, affannoso respiro, spasmodiche contrazioni,
color violaceo alla pelle, chiazzata di nero; intanto dejezioni e
vomito, e sudori freddi e morte. Varie le opinioni sull’indole sua,
incertissima la cura, e quasi sempre inutile dopo i primi momenti; e
poichè gl’inglesi la trovarono somigliante al _cholera morbus_ del 1669
descritto da Sydenham, le applicarono quel nome, ahi presto ripetuto in
tutte le lingue. Desolata l’India e principalmente il Bengala, invase
l’Arabia, e colle ossa di migliaja di pellegrini segnò la strada che
percorrono le carovane devote e le mercantili: per tredici anni corse
micidiale l’Asia e l’Africa, sinchè nelle guerre contro la Persia
gittossi sull’esercito russo che lo recò in patria, donde nella Polonia
quando questo andò a sottometterla, e di là propagossi a tutta Europa
per Berlino e Vienna, ove giunse il settembre 1831, mentre per Amburgo
spingeasi in Inghilterra e a Parigi il marzo 1832.
Devastò le Americhe nel 1833; nel 34 e 35 la Spagna, gli Stati
barbareschi, di nuovo la Francia: infine accostatosi a noi, nel
luglio del 35 attaccò Nizza, di ventiseimila abitanti uccidendone
ducenventiquattro; a Cuneo quattrocenventicinque di diciottomila; poi
a Torino ducentosei; a Genova duemila cencinquanta sopra ottantamila
abitanti, morendone fino trecento in ventiquattr’ore; sopra novantamila
a Livorno mille centrentanove. Serpeggiò poi sul litorale Adriatico,
e nelle Provincie di Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Verona, dallo
ottobre del 1835 all’ottobre del 73, colpì quarantatremila quattrocento
ottantadue persone, uccidendone ventitremila cenventitre; in Lombardia
di cinquantasettemila che malarono, morirono trentaduemila. Di qui
si comunicò al Parmigiano e Piacentino; poi alla riviera di Levante,
mentre invadea pure il canton Ticino e la Dalmazia. Entrato in Ancona
nell’agosto del 35, uccise settecentosedici persone; passato in Puglia
malgrado la severissima quarantena, s’appigliò a Napoli in ottobre,
facendovi cinquemila ducentottantasette vittime; ripigliò nel marzo
del 37, uccidendo in un giorno fino quattrocenventicinque persone,
e in tutto tredicimila ottocento; e per tutto il regno si dilatò in
modo, che mentre la popolazione crescea di cinque per cento l’anno,
si trovò diminuita di sessantamila settecento. Di peggio sofferse la
Sicilia, e nella prima metà di luglio in Palermo perirono fino mille
persone il giorno; milleottocento nel giorno 10; e di sessantamila
abitanti in quattro mesi ventiquattromila, e duemila della guarnigione,
sicchè presto mancarono impiegati agli uffizj, medici ai malati,
preti alle esequie, sepoltori ai cadaveri. Messina restò immune, ma
a Catania di cinquantaquattromila abitanti soccombettero cinquemila
trecensessanta; e sui due milioni di tutta l’isola, ben sessantanove
mila ducencinquanta. A Roma penetrò uscente luglio del 1837, e ai 29
agosto contaronsi ducentottantasei vittime; in due mesi cinquemila
quattrocendiciannove, e i cencinquantaseimila abitanti trovaronsi
scemi di ottomila. Altrettanto infierì ad Anzo, Civitavecchia, Tivoli,
Subiaco, altrove, risparmiando Frascati, Albano, Velletri. A Firenze
pochi guasti, gravissimi a Livorno: nè venner meno la costanza de’
medici, la pazienza di preti e frati, l’abnegazione dei Fratelli della
misericordia e delle Suore di carità; persone derise e insultate nel
tripudio, cerche e benedette nella sventura, per vilipenderle subito
cessata.
Disputavasi sulla natura di quel morbo se fosse contagioso od
epidemico; e se il progredire suo naturale e la provata derivazione
de’ primi casi faceano crederlo propagato per contatto, si vedea
poi spiegarsi col furore e coll’intrepidità d’un’epidemia. Da qui
incertezza sui ripari; alcuni paesi chiudeansi con cordoni militari
e lazzaretti; col male entravano lo sbigottimento e il disamore, i
medici, avvolti in cappe cerate, gli spedalinghi colle maschere, i
sacerdoti con essenze odorose e aceto e cloruri, cresceano lo sgomento.
Eransi vantate come un acquisto della civiltà le contumacie, per cui
l’Europa potè relegare fra i Musulmani la peste orientale; ora il
secolo che tutto calcola, trovava che esse rallentavano i commerci e
la necessaria rapidità delle comunicazioni: quindi sosteneva non essere
contagioso il cholera; fosse anche, peggior danno veniva agl’interessi
dalle quarantene che non dalla perdita d’alcune migliaja di vite.
I Governi principalmente, avendo bisogno di mandare eserciti qua e là a
spegnere le rivoluzioni, e di non istaccare dal centro amministrativo
le estreme membra a cui non aveano lasciato altra vitalità, pendeano
a dirlo epidemico. Ma mentre da prima si era imprecato contro i
Governi che non metteano cordoni sanitarj, dappoi si esclamò perchè
gli avessero messi quando impacciavano le fughe e le comunicazioni; se
questi Governi onnipotenti non tennero indietro il morbo, fu a bella
posta per decimare i sudditi, per deprimere gli spiriti; giacchè un
potere senza limiti deve subire una responsabilità senza limiti.
La gente che si crede savia, diceva tali propositi per l’insito
spirito di opposizione; ben presto li disse terribilmente il vulgo,
che, quasi ad attestare come poco avesse progredito in ducent’anni
e malgrado la diffusione d’un romanzo popolarissimo, volle subito
vedervi morti procacciate ad arte. I sintomi del male, tanto simili
a quei dell’avvelenamento, induceano siffatta credenza: gli ampollini
che i medici ordinavano per guarire, i profumi di materie corrosive,
credeansi veleni stillati a bella posta: a chi riflettesse che nessun
motivo poteva spingere a tanta scelleraggine, rispondeano, troppo
fitta essere la popolazione, i Governi volerla diminuire, e perciò
avere ordinato ai medici d’attossicarli; o i medici stessi volerli
spingere subito al sepolcro perchè il morbo non si propagasse. Da
qui un sottrarsi alle cure, nascondere gl’infetti, e così fomentare
la diffusione; poi a volte assalire i medici, obbligarli a bevere i
medicamenti, batterli, ucciderli, se non altro guardarli con truce
iracondia. Tali scene furono universali; i modi della manifestazione
variati secondo il paese e il Governo. La Compagnia della misericordia
in Toscana, ammirata per eroica carità in tutte le epidemie e
in questa, si gridò che avvelenava, e fu aborrita, violentata. A
Roma, dove nè ospedali nè soccorsi eransi preparati, si permise
un’illuminazione per ottenere e per ringraziare d’esserne liberi, si
espose un angelo che riponea la spada nel fodero, e poichè appunto in
que’ giorni raffittì la mortalità, il popolo ne diè colpa a un Kausel
maestro d’inglese e lo trucidò.
Nel Regno questo male esacerbò le ire contro il Governo e quelle degli
isolani contro i continentali, inducendo che da Napoli fosse venuto
il veleno e l’ordine di sterminare i Siciliani, tanto più dacchè,
quando il cholera ebbe invaso Napoli, si sciolse la rigorosa quarantena
fin allora tenuta. I Siciliani dunque si ostinarono a respingere
le navi provenienti da Napoli, a non voler ricevere truppe perchè
infette, a non mandar denari perchè erano quivi necessarj: le città
chiudeansi come in assedio: guardie ai pozzi, ai forni, alle porte.
Un vecchio fugge con suo figlio alla campagna, e i villici gridano
all’avvelenatore, li battono, li arrostiscono; otto altri al domani,
diciassette ne’ dì seguenti, poi trenta a Capace, ventisette a Carini,
sessantasette a Misilmeri, trentadue a Marineo, fra cui il parroco e
il giudice; molti altrove, alla fiera superstizione intrecciandosi le
vendette e le passioni particolari. Taciamo del vulgo, ma il cardinale
Trigona arcivescovo di Palermo, côlto dal morbo, non volle rimedj, come
inutili contro il veleno; lo Scinà, fisico valente e buono storico, ai
primi sintomi corse dal direttore di Polizia suo amico, scongiurandolo
a dargli il contraveleno, che supponeva dovesse aver da Napoli ricevuto
insieme col veleno stesso. Un farmacista, accusato d’attossicare,
nasconde l’arsenico sotto il letto: la serva che vede, lo denunzia,
e trovata la polvere, e fattane l’esperienza su cani, si vien nella
persuasione ch’egli volesse assassinare. A Siracusa si trucidano
l’ispettore di Polizia, l’intendente della provincia, il presidente
della gran Corte ed altri fin a quaranta, e molti nel contorno. Un
avvocato Mario Adorno, che a capo d’una banda promoveva il tumulto,
pubblicò quel morbo aver trovato la tomba nella patria d’Archimede,
essendosi scoperto che proveniva dal nitrato d’argento, sparso
nell’aria da scellerati che n’ebbero degno castigo. Tal persuasione si
mesce ai rancori politici: a Catania, spiegata la bandiera siciliana,
si grida che il cholera non è asiatico ma borbonico, si abbattono le
statue e le arme regie, si forma un Governo provvisorio, proclamando
la costituzione del 1812; i cento uomini appena che stavano di
guarnigione in una città di settantamila, vennero facilmente disarmati;
Santanello, comandante di piazza, si offerse vittima espiatoria; ma
inseguito come avvelenatore, a stento campò. I prudenti giunsero a
reprimere quel movimento; e già era calmato quando v’arrivò il Del
Carretto ministro di Polizia coll’_alter ego_, e cominciò a servire
contro i sollevati; da settecencinquanta furono arrestati, cenventitre
condannati a morte, centrenta a pene minori; passato per l’armi Mario
Adorno; Siracusa privata dell’intendenza e dei tribunali provinciali,
trasferendoli a Noto. Rimase l’odio, rimase la persuasione d’un’immensa
scelleraggine[218], quasi a dare un’altra lezione di umiltà al secolo
che si vanta di ragionevolezza.
Anche altrove si tentò profittare del disordine per ribellare i popoli,
e massime in Romagna: Viterbo si ammutinò, e fu repressa con forza
e condanne: a Penne, col pretesto si fosse attossicata una fontana,
sventolossi la bandiera tricolore, e ne seguirono supplizj: in altri
paesi di Calabria vuolsi che veramente alcuni spargessero veleni
per confermarne la voce e lo scredito del Governo, e se ne eressero
processi regolari, suggellati con supplizj.
Eppure il cholera coadjuvò non poco a chetar le rivoluzioni, giacchè
da una parte i popoli, sgomentati dal nuovo flagello, restrinsero
sulle vite minacciate l’attenzione che volgeano alle ambite libertà,
e i Governi poterono trarsi in mano i mezzi necessarj a prevenire
il male o a reprimere il disordine, rinvigorendo i rilassati loro
ordigni, e coi cordoni sanitarj opponendosi anche al contagio delle
idee, e compiacersi ancora una volta d’aver rimesso al dovere l’Italia
senz’accondiscendere a’ desiderj di essa.