Rinforzatosi nel 1815, il re s’invoglia a recuperare intera la potestà

e uniformar l’isola al continente. Gl’Inglesi più non aveano interesse

a favorirvi la libertà; all’Austria sgradiva quest’esempio di Governo

rappresentativo, sicchè la costituzione siciliana fu abolita (1818

agosto), allegando che il re non l’avesse giurata. Ed era così; ma avea

spedito a giurarla in suo nome il figlio duca di Calabria, vicario del

regno. Istanze e proteste non valsero; carceri ed esiglj punirono i

reluttanti[165]; solo rimase scritto che le cariche non si darebbero

che a Siciliani, le cause dei Siciliani si deciderebbero nell’isola,

le taglie sarebbero fissate in 1,847,687 onze, non potendo accrescerle

_senza il consenso del Parlamento_.

Questo dunque sussisteva di diritto; e Guglielmo A’ Court, succeduto

al Bentinck come ambasciatore d’Inghilterra, congratulavasi d’avere

con quella parola assicurato la rappresentanza siciliana; Castlereagh

felicitava il re d’aver sì bene composte le cose: ma erano parole,

senza modo di darvi sostanza. L’amministrazione della Sicilia fu

uniformata a quella di qua del Faro, dividendola non più in tre, ma in

sette valli, di cui erano capi Palermo, Messina, Catania, Girgenti,

Siracusa, Trapani, Caltanisetta; abolita la feudalità, accomunatovi

il codice napoletano. Era certo un gran miglioramento, ma guasto per

avventura dai modi: cessato lo spendio ingente dell’esercito inglese

e quel della nobiltà che voleva emulare la Corte, il denaro parve

scomparire: se alcuni signori andarono a brigar favori a Napoli, altri

sequestraronsi in dispettosa astinenza: e l’invidia contro la nuova

capitale prorompea in quell’ultimo ristoro del parlar male sempre e di

tutto, e d’ogni danno recar la colpa alla tolta indipendenza.

Nè i sudditi di Terraferma s’adagiavano alla ripristinata condizione,

i servi di Murat guardavano con disprezzo i servi di Ferdinando, e

questi quelli con isdegno; a molti furono ritolti i doni di Gioachino;

si ridestarono liti già risolte, si concessero favori contro la

legge, mentre contro i patti di Casa Lanza si degradò qualche

uffiziale: si esacerbavano nell’esercito le gelosie fra i così detti

Siciliani, improvvidamente distinti con medaglia, e i Muratisti,

ne’ quali sopravviveano l’entusiasrno della gloria e il sentimento

dell’indipendenza italiana; la coscrizione rinnovata aumentò i

briganti, mal frenati da un rigore insolito fin nel decennio[166].

Crescevano dunque i malcontenti e le trame, e la Carboneria nel 1819

contava seicenquarantaduemila adepti: anche persone d’alta levatura,

sgomentate dall’impotenza del Governo o desiderose di prepararsi

una nicchia nelle novità che ormai vedeano sovrastare, le diedero

il proprio nome, aggiungendo la forza morale a quella del numero;

e sperando che con istituzioni fisse si sottrarrebbe il paese alle

rivoluzioni, che in breve tempo l’aveano sovvertito sì spesso, e due

volte sottoposto a giogo straniero. Il re, ascoltando solo ad uomini

del passato, non volle condiscendere in nulla; e il principe di Canosa,

ministro di polizia, credette bell’artifizio l’opporre ai Carbonari

la società segreta de’ Calderari, cospiranti coi famosi Sanfedisti

a sostenere il potere dispotico: ma poichè i suoi eccedeano fino ad

assassinj, egli fu congedato con lauti doni, e i Carbonari parvero

tutori della vita e della proprietà[167].

Allora cominciarono nel Regno (1820) le persecuzioni contro di questi,

ma le prigioni si tramutavano in vendite; ben presto ai moti di Spagna

si scuote anche il nostro paese, parendo che la somiglianza d’indole

e l’antica comunanza di dominio chiedessero conformità d’innovazioni:

gli applausi dati da tutta Europa a Riego e Quiroga, generali voltatisi

contro il proprio re, lentano la disciplina degli eserciti, e fanno

parer facile una rivoluzione militare. Era la prima volta che si

vedesse un esercito insorgere per la libertà, e l’assolutismo parve

ferito nel cuore dacchè contro lui si torceva l’unico suo sostegno:

i ministri che fin allora aveano inneggiata la felicità de’ sudditi e

riso della setta, allora ne ravvisano l’importanza (1820); diffidano

de’ buoni soldati, e col sospetto gli esacerbano; conoscono inetti

quelli in cui confidano, ma non osano nè secondare i desiderj, nè

comprimerli chiamando i Tedeschi. Fra tali esitanze la setta procede;

a Nola e ad Avellino (2 luglio), istigati dal tenente Morelli e dal

prete Minichini, alcuni soldati e Carbonari gridano, _Viva Dio, il re

e la costituzione_, e senza violenze nè sperpero, ma tra gl’inni e i

bicchieri e le danze tutto l’esercito diserta dalla bandiera regia; e

il re, «vedendo il voto generale, di piena sua volontà promette dare

la costituzione fra otto giorni, e intanto nomina vicario il duca di

Calabria» (7 luglio).

Come la Spagna avea preferito quella del 1812, solo perchè riconosciuta

dalle Potenze, così ai Napoletani sarebbe stata a scegliere la

carta siciliana, già sanzionata dall’Inghilterra, e che avrebbe

prevenuto ogni dissenso coll’isola sorella: ma ai liberali parve

assurdo un Parlamento fondato sull’aristocrazia, e per seguire la

moda proclamarono la costituzione di Spagna, sebbene non se n’avesse

tampoco una copia per ristamparla. Allora applausi e feste alla follia;

Guglielmo Pepe, gridato generale dell’esercito insorto, entra in città

trionfante coi colori carbonari, rosso, nero, turchino, seguito da

migliaja di settarj stranissimamente divisati e condotti dal Minichini;

sfilato sotto il palazzo, si presenta al re, che gli dice: — Hai reso

un gran servigio alla nazione e a me; adopra l’autorità suprema per

compiere l’opera santa dell’unione del re col popolo: avrei dato la

costituzione anche prima, se l’avessi creduta utile e desiderata;

ringrazio Dio d’avere serbato alla mia vecchiezza di fare un tanto bene

al mio regno». Con solennità cittadina e religiosa Ferdinando giura la

costituzione (13 lugl.), e dopo la formola scritta aggiunge spontaneo:

— Dio onnipotente, il cui occhio legge ne’ cuori e nell’avvenire, se

presto questo giuramento di mala fede, o se debbo violarlo, lanciate

sulla mia testa i fulmini della vostra vendetta».

Fare una rivoluzione in Italia è tanto facile, quanto difficile il

sistemarla. Subito irrompono i mali umori; alcuni non intendono la

libertà che alla giacobina; altri vogliano scomporre il paese in

una federazione di provincie; chi domanda la legge agraria quale

gliel’aveano spiegata in collegio; i soldati muratiani pretendono i

primi onori; quelli del campo di Monforte non soffrono essere posposti;

tutti voleano essere Carbonari quando ciò portava sicurezza e gradi,

e settantacinque vendite si eressero nella sola capitale, di cui una

contava ventottomila cugini; tutti i militari v’erano ascritti, con

gradi che pretendeano conservare nell’esercito; molta gente onesta per

far quello che faceano tutti; molte donne col nome di giardiniere;

e accusando, investigando, promettendo impacciavano il Governo, che

non poteva abbattere le scale per le quali era montato. Così tutto

scomponeasi, nulla s’instaurava; disordinavasi e Governo ed esercito e

pubblica sicurezza, e si diffondeano reciproci sospetti.

In Sicilia i Carbonari poche fila aveano, per quanto il pisano

improvvisatore Sestini vi fosse andato ad annodarne; odiavasi tutto

ciò che fosse napoletano, talchè nell’insurrezione di Napoli non

si vide che un’occasione d’emanciparsi, e alle solennità della

santa Rosalia in Palermo (15 luglio) si proclamava Dio, il re,

costituzione e indipendenza da Napoli, ai tre colori unendo il giallo

dell’isola; intanto si abbattono gli uffizj del bollo, del catasto,

del registro, delle ipoteche, di tutto ciò ch’era venuto da Napoli;

si saccheggia, s’insulta; ai soldati si tolgono i forti e le armi, e

trenta sono uccisi, quattrocento feriti, sessantasei cittadini feriti

e cinquantatre morti, fra cui il principe Catolica capo della guardia

civica, poi i principi di Paternò e d’Aci, non meno del Tortorici

console de’ pescatori; liberati prigionieri e galeotti; l’anarchia

gavazza fra quella mescolanza di scarcerati, contadini, marinaj,

_bonache_ come là dicono i mascalzoni; gl’impiegati fuggono, ogni

onest’uomo si trincera in casa e nell’arcivescovado[168], e la giunta

provvisoria, in balìa della ciurma armata, delle vendite, de’ consoli

d’arte, di frate Vaglica, non trovavasi nè denaro nè forza nè senno.

Intanto i nobili vogliono la costituzione siciliana; i settarj la

napolitana; onde ai valli di Palermo e Girgenti s’oppongono in arme

gli altri e la memore Siracusa e la ricca Messina, e ne nasce guerra

non solo civile ma domestica, come ogniqualvolta la piazza equivale

al palazzo; dappertutto capi violenti raccolgono bande feroci;

Caltanisetta, assalita dai Palermitani e con molto sangue presa e

mandata a macello e vituperio, sgomenta le piccole città, inviperisce

le maggiori; tutta l’isola è infetta di sangue; i Palermitani mandano

a Napoli a chiedere l’indipendenza e re distinto, e avuto il niego

gridano _Indipendenza o morte_, e aggiungono ai quattro colori un

nastro con quelle parole e col teschio.

Napoli, uditi quegli orrori colle esagerazioni dei fuggiaschi, grida

morte ai Siciliani; si vuole cacciarli d’impiego, tenere ostaggi quanti

se ne colgono; a un atto non men giuridico che quello de’ Napoletani,

si dà il titolo di ribellione, e mandasi un esercito col generale

Florestano Pepe per mettere l’isola all’obbedienza. Come al solito,

fu attribuita alla Corte la ribellione della Sicilia; averla fomentata

per contraffare alla napoletana, ora volerla rendere irreconciliabile

colle armi. I rivoltosi, da Pepe ridotti in Palermo, dove pure fra loro

si trucidavano, patteggiano (1820 3 8bre), assicurati d’un Parlamento

distinto: ma il Governo napoletano dichiara viltà questo cedere a

fronte di poca bordaglia colpevole, e concedere a città vinta quanto

avea chiesto ancora intatta: Messina se ne duole, i Napoletani ne

urlano, il Parlamento cassa la capitolazione pur lodando Pepe, il quale

le lodi e la decorazione repudiò, e viene spedito Pietro Colletta a

frenar col rigore, cioè ad esacerbare.

Fra tali scogli navigava il Governo costituzionale mentre si facevano

le elezioni del Parlamento[169], aprendo il quale (20 8bre) nella

chiesa dello Spirito Santo, il re dichiara «considerar la nazione

come una famiglia, di cui conosceva i bisogni e desiderava soddisfare

i voti». Ma il Parlamento, nel bisogno di secondare gl’impulsi

esterni, spinge a novità incondite, disputa se fosse costituto o

costituente, muta i nomi delle provincie coi classici, e trovasi eliso

dall’assemblea generale della Carboneria, composta dei deputati delle

vendite provinciali, più gagliarda del Governo stesso, il quale dovè

più volte invocarla per levar milizie, rivocare congedati, arrestare

disertori, esigere tributi. Terzo potere sorgeva la guardia nazionale,

massime da che vi fu posto a capo Guglielmo Pepe.

In dicerie e in decasillabi applaudivasi a una rivoluzione senza sangue

nè sturbi, ove concordi popolo e re, ove questo non fece che estendere

la propria famiglia: ma la setta vincitrice impaccia, decreta infamia

o lodi, molesta per alti passati e per opinioni, unica libertà concede

il pensare e parlare com’essa, unica legge il proprio senno. Quei

tanti che sparnazzano coraggio finchè il pericolo è remoto, vantavano

formato un terribile esercito, disposte fortezze insuperabili, coraggio

spartano: ma realmente gli uffiziali, esposti agli attacchi delle

congreghe settarie, indignavansi e rompeano la spada: Pasquale Borelli,

direttore della Polizia, non osando reprimere, fingeva secondare; e

intanto spargeva terrore di congiure e d’assassinj per ottenere lode

d’averli scoperti e prevenuti: e i trionfi e le baruffe distraevano

dall’avvisare al crescente pericolo[170].

Ciascun ministro presentò al Parlamento un ragguaglio, donde

raccogliamo la statistica di quel tempo. La popolazione sommava a

5,034,000; nati in otto anni 1,872,000, di cui soli 280,000 vaccinati;

15,000 i trovatelli, di cui nove decimi perivano nei primi giorni

dell’esposizione. A’ luoghi pii nelle provincie soccorreva l’assegno

annuo di 1,080,000 ducati; 438,000 ai ricoveri di malati e poveri della

città, fra cui 5100 erano mantenuti nell’Albergo dei poveri: 560,000

ducati destinavansi all’istruzione pubblica, 80,000 al teatro di San

Carlo, ove una coppia di ballerini costò 14,000 ducati. L’introito

dell’erario valutavasi 19,580,000 ducati, in cui la Sicilia figurava

per soli 2,190,000 assegnatile come quarta parte delle spese di

diplomazia, guerra, marina; chè pel resto teneva conti distinti. Il

debito, consolidato nel 1815 in annui ducati 940,000, or ascendeva a

1,420,000; il debito vitalizio a 1,382,000. Dal 1683 in poi la zecca

avea coniato 25,000,000 di ducati in oro, 69,741,000 in argento,

320,000 persone traevano sussistenza direttamente dal mare, sul quale

era necessario tenere una forza per respingere i Barbareschi, che in

altri tempi aveano ridotte deserte le coste, e in conseguenza ingorgati

i fiumi e peggiorata l’aria. Si aveano di qua dal Faro 3127 bastimenti

da traffico, 1047 barche da pesca; di là 438, con 1431 legni da

traffico; e il crescente commercio marittimo porterebbe a decuplicarli.

Di 242 navi da guerra non erano atte al servizio che un vascello, due

fregate, una corvetta, tre pacchetti con settantatre legni minori.

L’esercito di 40,000 uomini sentivasi la necessità di crescerlo e

rifornirlo.

Perocchè i liberali di tutta Europa fissavano gli occhi sull’Italia,

bollente di speranze; chi offre denari, chi la persona e soldati; si

fanno prestiti al Governo nuovo; s’insegna a difendersi, a fare la

guerra di bande, se mai l’Austria ponesse ad effetto le cupe minaccie

che le poteano tornare in capo: ma da nessuna potenza venivano

conforti[171], anzi si udì che il principe di Cariati, ambasciatore

costituzionale, non fu voluto ricevere alla Corte di Vienna, la quale

all’Europa dichiarò voler intervenire armata mano, ed assicurare ai

principi italiani l’integrità e indipendenza de’ loro Stati. Ferdinando

trasmette alle Corti una nota del suo operato (1 xbre); «libero nel suo

palazzo, in mezzo al consiglio composto de’ suoi antichi ministri, aver

determinato di soddisfare al voto generale de’ suoi popoli: vorrebbero

i gabinetti mettere in problema se i troni siano meglio garantiti

dall’arbitrio o dal sistema costituzionale? All’articolo segreto della

convenzione coll’Austria nel tempo della restaurazione egli s’attenne

fin qua: ora egli re e la nazione erano risoluti a proteggere fino

all’estremo l’indipendenza del regno e la costituzione»[172].

L’alleanza perpetua delle quattro Potenze costituiva una specie

d’autorità suprema per gli affari internazionali d’Europa, attenta che

nessun cambiamento degli Stati attenuasse le istituzioni monarchiche.

Or dunque che novità erano minacciate in tutte le tre penisole

meridionali, i principi alleati si raccolsero a Troppau. Alessandro

czar, che erasi sempre mostrato propenso alla libertà, che in nome di

essa guerreggiò nel 1814, che nella pace avversò ai calcoli freddi

ed egoistici, che fece dare la Carta alla Francia, ispirato anche

dal ministro Capodistria, trovava che i Napoletani erano nel loro

diritto, e repugnava dal violentarli. Ma alla politica di sentimento

ne opposero una positiva Metternich ministro dell’Austria, e Francesco

IV di Modena[173], i quali, mostrandogli in pericolo la pace d’Europa,

e sgomentandolo delle rivoluzioni militari, lo resero ostile alle

costituzioni, e persuaso d’essere dalla Provvidenza chiamato a

difendere la civiltà dall’anarchia, come già l’avea salvata dal

despotismo.

A quel congresso pertanto si stabilì il diritto d’intervenire

armati negli affari interni di qualunque paese, ogni rivoluzione

considerando come attentato contro i Governi legittimi. Metternich

dichiarò all’ambasciatore napoletano, unico scampo pel Regno sarebbe

il rimettere lo stato antico; gli uomini meglio pensanti andassero al

re, e lo supplicassero d’annullare quanto avea fatto; se occorresse,

centomila Austriaci li sosterrebbero nel comprimere la rivolta.

Russia e Prussia secondano quel dire: ma l’Inghilterra vedea d’occhio

geloso l’intervenimento austriaco in un paese che tanto le fa gola;

Francia sentiva spegnersi l’influenza che la parentela le dava, onde

s’interpose, promettendo che gli Alleati soffrirebbero la rivoluzione,

se, invece della spagnuola, si accettasse la costituzione francese. I

Napoletani persistettero per la Camera unica, la deputazione permanente

e la sanzione forzata del re: ma avessero anche ceduto, la loro sorte

era decisa, in nulla volendo prescindere i sovrani del Nord[174]. Da

questi invitato (7 xbre), Ferdinando chiese al Parlamento di andare

per «far gradire anche alle Potenze estere le modificazioni alla

costituzione, che senza detrarre ai diritti della nazione, rimuovessero

ogni ragione di guerra». I Carbonari proruppero in tutto il regno

per impedire quest’andata, esclamando contro il re che fin allora

aveano glorificato; alle proposizioni non si rispondea se non, _La

costituzione di Spagna o morte_; d’ogni parte venivano armi, e d’armi

si muniva la reggia. Questa è opportunissimamente situata sul mare:

in rada stavano la flotta napoletana e legni francesi e inglesi per

impedire ogni violenza, sicchè il re trovavasi pienamente arbitro della

sua volontà: e i giuramenti che, con espansione di sincerità, egli

ripetè alla costituzione, e di volere, se non potesse altrimenti, venir

a sostenerla in armi a capo del suo popolo, gli ottennero di partire

fra benedizioni e speranze, lasciando vicario il figliuolo (14 xbre),

al quale scriveva in sensi di padre più che di re.

Trovava egli il congresso trasferito a Lubiana, dove erano stati

invitati i ministri degli Stati italiani per discutere sulle

pretensioni dei popoli. Ogni concessione si sapeva «diverrebbe pretesto

a domandare innovazioni, e ogni esempio un motivo d’agitazione

negli spiriti»[175]; una novità introdotta in un paese sarebbesi

desiderata in tutti, poi voluta: onde parve più spediente il negar

tutto; escludere ogni partecipazione del popolo al governo, e ogni

confederazione di Stati italiani, che seminerebbe gelosie fra essi;

nessun principe d’Italia innovi le forme di governo senz’avvertirne

gli altri acciocchè provvedano alla loro sicurezza; i turbolenti sieno

deportati in America; intanto si assalga Napoli senza aspettare i

centomila Russi, che muoveano un’altra volta dal Nord per rassettare il

freno all’Italia[176].

Castlereagh, ministro inglese, non vuole s’intervenga a nome di tutti

gli Alleati; però lascia libera azione all’Austria[177]. La quale,

malgrado l’unico dissenso di monsignor Spada inviato pontifizio,

annunzia che, d’accordo colla Russia e Prussia, manderà un esercito di

50 mila uomini capitanati dal generale Frimont ad appoggiare il voto

de’ buoni Napoletani, qual era il ristabilimento dell’ordine primitivo;

e se trovasse ostacolo, poco la Russia tarderebbe. Re Ferdinando,

cambiato tenore, scrive minaccie eguali (1821 9 febb.); volere svellere

un Governo imposto con mezzi criminosi, dare stabili istituzioni al

regno, ma quali a lui pajano e piacciano; e rimesso nella pienezza de’

suoi diritti, fonderà per l’avvenire la forza e stabilità del proprio

Governo, conformemente agl’interessi de’ due popoli uniti sotto il suo

scettro.

Il Parlamento ripudia quell’atto, come di re non libero, e accetta la

sfida di guerra con quel fragore che sembra coraggio ed è rispetto

umano; armansi fino i fratelli e amici del re; i veterani tornano

volenterosi alle bandiere, che ricordavano recenti vittorie; i giovani

vi sono spinti dalle mogli, dalle madri, dall’esempio; trentaduemila

vecchi e quarantaduemila soldati nuovi sono in armi, si restaurano le

fortezze, preparansi bande a guerra paesana, difendesi il mare; eppur

si vieta agli armatori del pari che all’esercito d’uscire dai confini

per non parere aggressori. Se poco era mancato perchè Murat riuscisse

nella guerra offensiva, quanto più facilmente basteranno ora alla

difensiva?

Ma l’esercito costituzionale era nuovo, e scarso di disciplina come

avviene nelle rivoluzioni; insufficienti l’armi e i viveri; impacciate

le operazioni dal rispetto al confine forestiero, e dalla discrepanza

dei due generali Carascosa e Guglielmo Pepe. Il primo mena un corpo

sulla strada di Roma fra Gaeta e gli Appennini, donde più probabilmente

aspettavansi gli Austriaci; ma accortisi quanto le parole distassero

dalla realtà, consiglia di patteggiare cogli Alleati. Pepe, con

disordinate e sprovvedute cerne ch’egli supponeva eroi, munisce gli

Abruzzi, per dove appunto si accostano i nemici, secondati dalla flotta

dell’Adriatico, e dietro a loro Ferdinando, ingiungendo ai sudditi

(27 febb.) d’accogliere gli Austriaci come amici. O per baldanza di

far parlare di sè almeno un giorno, o spintovi dai sellarj di cui

era stromento, Pepe, quantunque tenesse ordine di limitarsi sulla

difensiva, e senz’avere nè concertato con Carascosa, nè preparato i

rifugi da una sconfitta, fa una punta sopra Rieti, sperandosi secondato

da insorgenti Papalini: ma un corpo di cavalleria austriaca accorrendo

gli rapisce la sua posizione; quando vuole riprenderla è battuto (6

marzo), e i Tedeschi occupano le gole di Antrodoco e Aquila, porte del

regno.

È insulto gratuito il trattare da vili le truppe napoletane. Non aveano

coraggiosamente combattuto in terra e sul mare a Tolone e in Lombardia

ne’ primordj della rivoluzione? se nel 1798 furono sbaragliate, la

colpa ricade sul generale Mack, straniero, presuntuoso e troppo fidente

in reclute, malgrado gli ammonimenti di Colli e di Parisi. Ritiratosi

in fuga l’esercito, cedute le fortezze, il popolo, i lazzaroni teneano

testa a Championnet, se i loro capi non gli avessero quietati.

L’assedio di Gaeta e di Civitella del Tronto nel 1806, i briganti

delle Calabrie, i tentativi realisti della Sicilia fecero costar caro

ai Francesi l’acquisto del Reame; uniti poi ad essi, i Napoletani

combatterono con buona sentita in Ispagna e in Russia. Perchè sarebbero

stati vili soltanto all’Antrodoco? Ben vuolsi avvertire che sempre

mutabili governi aveano ad ogni momento introdotto cangiamenti di

disciplina e di tattica, sicchè l’esercito, stato alla spagnuola fino

al 1780, barcollò poi fra la tattica prussiana e la francese; tornò

francese sotto Murat; pigliò dell’inglese dopo unitovi il siciliano,

sotto lo straniero Nugent; tirocinio continuo che togliea vigore, oltre

che la gelosia de’ realisti aveva rimossi molti uffiziali muratiani.

Qui poi erasi creduto che una rivoluzione tutta interna ed unanime

non abbisognerebbe d’armi; come il vanto più bello cantavasi il non

essere costata una stilla di sangue[178]; col restare inermi voleasi e

mostrar fidanza nella propria causa, e togliere ad altri il pretesto

d’intervenire col togliere la paura che s’invadesse il paese altrui,

perciò ricusando, non solo di eccitare i vicini Stati, ma neppur

d’accettare Benevento e Pontecorvo, insorte contro il dominio papale.

Quindi il precipitoso armarsi dopo che il pericolo si manifestò, gli

scarsi provvedimenti, le rivalità fra i due capitani, la persuasione

dell’inettitudine della proclamata costituzione e dell’inutilità del

resistere, comunicatasi dalla moltitudine all’esercito, l’inesperienza

d’un Governo improvvisato, a fronte d’uno che procedea con fine

determinato e colle spalle munite, bastano a spiegare le rotte, senza

ricorrere al solito macchinismo de’ libellisti, tradimento e viltà,

apposti anche a nomi onorevoli.

Quel popolo vivo, chiassoso, scarso di bisogni, lieto di starsi

contemplando lo splendido cielo e il mare ondeggiante, e che considera

libertà il non far nulla, come avrebbe inteso queste metafisiche

liberali, che cominciavano con una menzogna, e sospendeano a mezzo

le conseguenze? Poi tali scosse di popoli traggono sempre alla

superficie la feccia, e questa è la più attuosa; oltre coloro che

del nome di libertà fansi un talismano con cui guadagnare e dominare.

Nella breve durata, il Parlamento avea mostrato facondissimi oratori,

principalmente Poerio, Borelli, Galdi, e qualche pensatore, come

Dragonetti e Niccolini: valenti ministri parvero Tommasi e Ricciardi:

proposizioni savie non erano mancate: non si sciupò il denaro pubblico,

e più d’uno del governo dovette andarsene pedone, e ricevere le razioni

dell’Austria per arrivare ai luoghi ove questa li relegava.

Il Parlamento in agonia dirigesi al vecchio re, supplicandolo

«comparire in mezzo al suo popolo, e svelare le sue intenzioni paterne

senza intervenzione di stranieri, acciocchè le patrie leggi non

rimangano tinte dal sangue de’ nemici o de’ fratelli»; ma gl’invasori

non si arrestano, ed entrano in Napoli (24 marzo); il Parlamento,

per l’eloquente voce del Poerio, protesta avanti a Dio e agli uomini

per l’indipendenza nazionale e del trono, e contro la violazione del

diritto delle genti, e si scioglie.

Pari sorte corse la Sicilia. Soli i Messinesi risolsero sostenersi e

il generale Rossarol che comandava la guarnigione, prendea parte con

loro (28 marzo); ma non secondato dalle altre città, egli andossene

a combattere in Ispagna e morire in Grecia; e Messina cedette.

L’occupazione austriaca costò trecencinquanta milioni di franchi[179];

un milione fu regalato al generale austriaco Frimont col titolo di

principe d’Antrodoco; e con enormi prestiti bisognò coprire le enormi

spese.

Allora cominciansi i processi; e ad una commissione speciale sottoposti

quarantatre, principali nel movimento di Monforte; cioè in un fatto

innegabile, ma sancito dalla posteriore adesione del re e della

nazione, dopo molti mesi si condannano trenta a morte, tredici ai

ferri. Morelli e Silvati, presi a Ragusi nel fuggire e consegnati,

sono uccisi; agli altri grazia; condannati molti in Sicilia a cagione

degli assassinj; poi dall’amnistia eccettuati alcuni capi profughi

come Pepe, Carascosa, Russo, Rossarol, Concili, Capecelatro, il prete

Minichini; moltissimi andarono esuli. L’esercito fu sciolto, molti

uffiziali degradati, altri chiusi nelle fortezze austriache; e il re

soldò diecimila Svizzeri, con laute convenzioni e con diritto di codice

loro proprio. Il pensiero fu messo in quarantena mediante un gravoso

dazio sopra le stampe forestiere, dal che fu rovinato il commercio de’

libri, colà fiorentissimo. Canosa, tornato ministro della Polizia,

l’esercita inesorabile; pubblicamente applica la frusta per mezzo

alla città; empie le prigioni, moltiplica le spie; molti unisconsi in

bande, consueto postumo delle rivoluzioni; lo stiletto risponde spesso

alle detenzioni e alle condanne; e l’anno corre sanguinoso, quant’era

stata incruenta la rivoluzione. Ferdinando stabilì che Sicilia e il

Napoletano, sotto un solo re, si reggessero distintamente, con imposte,

giustizia, finanze, impieghi proprj; le leggi e i decreti fossero

esaminati da consulte separate in Napoli e Palermo.

La rivoluzione di Napoli non sarebbe caduta sì di corto se le

fosse ita di conserva quella di Piemonte. Colla caduta dell’impero

francese ricuperato l’indipendenza, il nuovo re dichiarava abolita la

coscrizione e la tassa sulle successioni; Torino da capo dipartimento

tornava capitale d’un regno di quattro milioni e mezzo d’abitanti: qual

meraviglia se, quantunque ricevesse il regno da soldati austriaci,

la Liguria da inglesi, fu accolto con tripudio il re[180] quando da

Cagliari passò all’antica reggia, in vestire e contegno modesto che

facea contrasto collo sfarzo del Borghese? «Non v’è cuore che non serbi

memoria soave del 20 maggio 1814: quel popolo s’accalcava dietro al

suo principe, la gioventù avida di contemplarne le sembianze, i vecchi

servidori e soldati di rivederlo; grida di gioja, spontaneo contento

dal volto di ciascuno; nobili, persone medie, popolani, contadini,

tutti legava un sol pensiero, a tutti sorrideano le stesse speranze,

non più divisioni, non triste memorie; il Piemonte doveva essere una

sola famiglia, e Vittorio Emanuele il padre adorato». Queste parole

d’un caporivoluzione[181] possono indicare che i Piemontesi erano

ancora realisti, come quando l’Alfieri si lamentava che non s’udisse a

Torino parlar d’altro che del re.

Beati i principi che sanno profittare di queste disposizioni! Vittorio

che non avea patteggiato col forte, nè s’era avvilito a’ suoi piedi

come i gran re, potea meglio di qualunque altro operare il bene: ma

si conservò re patriarcale, persuaso che il regnante è tutto, ed ogni

novità un male, e che i popoli devono credere altrettanto; ingannato

dai soliti camaleonti, che si misero vecchie decorazioni, e calzoni

corti e code, non seppe riconoscere che alcune ruine non si devono

più riparare. Non punì; stracciò una lista sportagli di Framassoni

e Giacobini: ma ostinandosi a ripristinare il passato, anche dopo

cessate e la fiducia reciproca e l’economia d’una volta, abolì tutte le

ordinanze emanate dai Francesi; ripristinò quanto essi aveano disfatto,

i conventi, la nobiltà, le banalità, le commende, i fidecommessi,

le primogeniture, i fôri privilegiati, gli uffizj di speziale e di

causidico, le sportule de’ giudici, l’interdizione de’ Protestanti,

i distintivi degli Ebrei, le procedure secrete colla tortura e le

tanaglie e lo squartare e l’arrotare. L’editto 21 maggio 1814, che

ripristinava le antiche Costituzioni del 1770, turbava persone e

sostanze; cassati fino i grossi affitti che s’estendessero oltre

il 14; sbanditi i Francesi che qui aveano preso stanza dopo il 96.

Coll’ajuto del conte Cerutti e dell’almanacco 1793 rimettea persone e

cose com’erano avanti la rivoluzione. Fin nell’esercito si richiamarono

alle bandiere i coscritti del 1800, e poichè erano morti o invalidi,

si supplì coll’ingaggio; poi si dovette tornare alla coscrizione,

pur conservando gli antichi pregiudizj, escludendo l’esperienza di

chi conoscea la tattica nuova sol perchè avea servito coi Francesi, e

proibendo di portarne le decorazioni meritate, mentre si davano i gradi

ai cadetti delle famiglie patrizie. Ma a quel suo ritornello d’aver

dormito quindici anni, Potemkin segretario dell’ambasciatore russo,

rispose: — Fortuna che non dormisse anche l’imperatore mio padrone,

altrimenti vostra maestà non si sarebbe svegliata sul trono».

Il non aver servito a Napoleone, che spesso era indizio d’incapacità,

diveniva merito ad impieghi, dai quali escludeansi i meglio abili,

perchè giacobini o framassoni: buoni professori dell’Università furono

cassati, fra cui l’abate Caluso amico d’Alfieri, il giureconsulto

Reineri, il fisico Vassalli Eandi, il botanico Balbis, il chimico

Giobert. Le ipoteche, le riforme amministrative, la regolata gerarchia

di giudizj cessarono: alle provincie s’imposero comandanti militari:

i giudici mal pagati, erano costretti a trarre stipendio legale dalle

sportule dei litiganti, illegale dalle lungagne e dalla corruzione.

Abbatteasi il Governo napoleonico, ma conservavasi l’istituzione più

repugnante ai Governi paterni, la Polizia, esercitata da carabinieri

e da uffizj che decidevano in via economica, cioè fuor delle forme

giuridiche. Il risparmiare, studio supremo de’ Governi antichi,

abbandonavasi per moltiplicare impiegati; conservavansi i dispendiosi

statimaggiori, perchè d’illustri famiglie. In conseguenza bisognò

stabilire le imposizioni alla francese; alle disgrazie naturali di

carestia e tifo, all’invasione di lupi e di masnadieri, si aggiunse

la fama di enormi malversazioni nel liquidare il debito pubblico, e fu

duopo ricorrere a prestiti forzati.

I senati di Torino, Genova, Nizza, Ciamberì aveano diritto d’interinare

gli editti del re, ma si lasciò cader in dissuetudine; di maniera

che al potere assoluto non restava barriera alcuna, e un ministro

potè dire: — Qui vi è soltanto un re che comanda, una nobiltà che

lo circonda, una plebe che lo obbedisce». La legge non era sovrana,

potendo il re con un suo biglietto cancellare o sospendere le sentenze;

e centinaja di lettere regie circoscrissero contratti, ruppero

transazioni, annullarono giudicati, per sottrarre alla ruina la nobiltà

impoverita, a’ cortigiani dar dilazione al pagamento dei debiti,

concedere la rescissione di vendite antiche, obbligare ad accomodamenti

gravosi. Il conte Gattinara, reggente della cancelleria, nel 1818

confessò che da questo turpe traffico egli ricavava non men di duemila

franchi al mese[182]. Avendo il re decretato che la regia autorità

non si mescolerebbe più a transazioni private, gli si fece vergogna

dell’aver messo limiti alla propria onnipotenza, ed egli revocò

l’editto. Maria Teresa, moglie del re, mostravasi dispotica; ed un

intendente che esprimeva d’esser venuto colle autorità della provincia

a inchinarla, essa lo interruppe dicendo — Ove è il re non avvi altra

autorità»; al ministro Valesa che faceale qualche rimostranza sui

milioni che mandava in paese estero, disse: — il ministro non è che un

servitore», ond’egli si dimise.

Di poi si confessò la necessità di migliorare, s’abolì la tortura, si

ricomposero l’Università con cattedra d’economia politica e diritto

pubblico, l’Accademia delle scienze e la Società agraria, e gli studj

sottentrarono alla bravería guerresca: l’istruzione non era sfavorita,

sebben nelle scuole si desse piuttosto l’abitudine dell’assiduità

meccanica e della sommessione irragionata[183]. Plana scandagliava

gli abissi dello spazio col calcolo e coi telescopi: Grassi e Napione

zelavano a disfranciosare il linguaggio: Casalis, Saluzzo, Richeri,

Andrioli poetavano, e meglio la Diodata Saluzzo, mentre di Edoardo

Calvi divulgavansi versi in dialetto rimasti popolari: Alberto Nota

esibiva le sue commedie che pareano belle interpretate da Carlotta

Marchionni.

Ma questo destarsi del pensiero facea viepiù dolere il vederlo

sagrificato all’assolutezza del Governo e alle pretensioni

dell’aristocrazia, che quivi rimaneva qualcosa meglio che un nome,

provenendo da origine feudale, cioè da case che erano state sovrane

quanto quelle di Savoja e d’aspetto militare, separata dal popolo

e sprezzandolo, e che fece sua causa la causa della Casa regnante,

difendendola e ingrandendola col proprio sangue, e perciò sola a

dar uffiziali alle truppe e aver privilegi, che la faceano astiosa a

progressi. Rimanea dunque malvista alla classe media che allora veniva

su, e che se ne vendicava coll’ira e col sarcasmo; neppure riconoscendo

che sempre i re ebbero fra i ministri qualche popolano o di nobiltà

inferiore, che molti nobili primeggiavano per ingegno e virtù, e

che anche ignobili studiosi poteano farsi strada, massime se preti e

penetrati nell’Accademia.

I Gesuiti, reputati l’argine più robusto alle idee rivoluzionarie,

doveano essere aborriti o venerati all’inverso di quelle. Una società

senz’armi, senz’impieghi, senza tampoco una cattedra nell’Università,

non potea avere quella tanta efficacia che si asserisce; se

affollatissimi i suoi collegi: se nelle case de’ grandi erano i bene

accolti, consultati negli affari, interrogati sulle persone da mettere

negl’impieghi, di chi la colpa?

I Piemontesi erano un popolo savio e calmo, sicchè li chiamavano

gl’Inglesi d’Italia; non chiassi, non risse, silenziosi i caffè,

contegnosi i passeggi, la conversazione signorile regolata da

cerimoniale aulico e con impreteribili esclusioni; pochi i delitti;

della morale rispettate almeno le apparenze. Riverenza ben rara in

questi tempi otteneva quella dinastia che non s’era logorata in vizj,

e veniva considerata come tutrice dell’indipendenza della patria, nome

che restringevasi al Piemonte.

Il malcontento fermentava negl’impiegati destituiti, negli antichi

uffiziali, ne’ Buonapartisti, negli aggregati a società segrete,

più nei Genovesi, che careggiando le reminiscenze repubblicane,

trovavansi non uniti, ma sottoposti a un altro popolo eminentemente

realista. Fin quando i nobili Piemontesi esultanti e plaudenti corsero

a Genova incontro ai reduci reali, i Genovesi non si espressero

che col silenzio; molti si ritirarono in campagna, come fecero poi

ogniqualvolta il re vi tornava, e ben pochi s’attaccarono alla fortuna

del nuovo signore. Mentre la nobiltà ribramava l’antica dominazione, le

persone colte stomacavansi d’un assolutismo non palliato dalla gloria;

la plebe rimpiangeva i tempi in cui non pagava nulla; e a guarnir la

città, non tanto contro i forestieri come contro i cittadini, bisognava

tenere più soldati che non ne desse il Genovesato, ed erigere fortezze

minacciose.

Re Vittorio Emanuele, si dicesse pur raggirato dalla moglie, dal

confessore, dal confidente, palesava però intenzioni benevole;

lasciava poc’a poco sottentrare le nuove idee e nuove persone; e

dopo gli odiati Cerutti e Borgarelli, chiamò al ministero il conte

Prospero Balbo, onorato per mente e per liberalità secondo i tempi

e il ceto, che impacciato da tutto l’organamento burocratico, sperò

alle urgenti riforme supplire con palliativi. Secondando la moda,

si diè voce che stava in lavoro una costituzione, e se non veniva

agli effetti, imputavasene l’Austria, la cui vicinanza impacciava

l’indipendenza del regno; l’Austria, potenza preponderante in Italia,

spauracchio universale, su cui i governanti versavano anche le colpe

proprie. Rimedio unico, infallibile a tutti gli abusi acclamavasi la

costituzione: questa al Piemonte attirerebbe l’attenzione e i voti

di chiunque aspira al meglio nazionale, e d’un soffio diroccherebbe

l’Austria, reggentesi solo sul despotismo: gli impazienti raddoppiavano

d’attività nelle combriccole dei Carbonari, degli Adelfi, de’ Maestri

sublimi; e quando scoppiò la rivoluzione di Napoli, più sorrise il

desiderio d’emancipare il Piemonte dalla tutela austriaca, e metterlo a

capo dell’Italia redenta.

Allora le società secrete abbracciarono moltissimi soldati, più

avvocati e professori, e gl’impiegati fin nelle somme magistrature,

e non pochi del clero, e tutti gli studenti; poi propagate nelle

provincie compresero sindaci e parroci, legarono intelligenze colle

lombarde e romagnole. L’antica lealtà savojarda repugnava dalle

congiure; l’onor militare rifuggiva dal calpestare il giuramento di

fedeltà; ma si fece intendere che non trattavasi di ribellarsi al

re, bensì di salvarlo dalla congiura dei preti e dei nobili e dalla

servitù, dell’Austria, che si spargeva volesse obbligare a ricevere

guarnigione tedesca, e concorrere alla spedizione contro di Napoli;

anzi, essa pensasse trarre in un arciduca il Piemonte, a danno di

Carlalberto principe di Savoja Carignano.

Questo giovane rampollo del ramo cadetto reale, educato popolarmente

a Parigi, erasi mescolato d’amicizie, di studj, di godimenti,

d’intelligenze colla gioventù coeva; e poichè de’ quattro fratelli

della Casa regnante nessuno lasciava figliuoli maschi, trovossi

vicino al trono, e fu messo granmastro d’artiglieria. In quest’arma

molti aderivano a’ Carbonari, ed essi gli posero indosso la febbre di

divenire illiberatore d’Italia. Il conte Santorre Santarosa spingeva

a venire ai fatti, mentre sollevata Napoli, incalorite le menti dalla

rivoluzione greca e dalla spagnuola, imbarazzate le Potenze; Francia

commossa parlava di vessillo tricolore, di costituzione del 1791; la

Germania, reciso il nervo austriaco, volea rialzare il liberalismo;

Italia esser matura; leverebbesi come un uomo solo per acquistare la

libertà, l’unità, l’indipendenza. Quando poi gli Austriaci mossero

verso Napoli, certo (diceasi) gli eroi popolari terranno testa

lungamente (1821); i monti sono le barriere della libertà, nè i

briganti furono mai domabili: intanto l’insurrezione in Piemonte si

compirà senza ostacoli, Milano seconderà, Romagna e i piccoli Stati

non tarderanno, e tutta l’Italia superiore si troverà costituita prima

che gl’Imperiali tornino a reprimerla; Francia, se anche non favorisse,

non permetterà mai che l’Austria entri armata in paese che confina con

essa.

Si cominciò al solito dalla stampa clandestina, e girò un reclamo, in

cui pretendeasi strappare al re la benda postagli da’ suoi cortigiani,

rivelandogli esausto l’erario, il denaro stillato dalla fronte del

popolo è prodigato a impinguare le più alte e inutili persone dello

Stato; gli uomini a cui è affidata l’economia pubblica sagrificano

all’egoismo personale gl’interessi della patria. — Maestà, se

invece di cumulare i poteri in una classe sola, aveste chiamato il

consiglio di tutta la nazione, i lumi generali avrebbero riparato a

questi mali, nè voi avreste il rimorso d’aver condotto a rovina lo

Stato. Il vostro Governo avversò sempre la dottrina; l’istruzione

primaria è abbandonata all’ignoranza e all’impotenza dei Comuni;

l’educazione media è tiranneggiata dai Gesuiti; gli studj filosofici

involti nella ruggine monacale; i legali, disordinati per mancanza

di legislazione; l’Università condotta da uomini o inetti o stupidi

o maligni, gl’ingegni migliori vanno a cercare un pane altrove,

o vivono sprezzati. I favoriti hanno il monopolio dei diritti e

dei privilegi, pesando sulla classe industriosa della società. Le

provincie dai governatori delle divisioni sono rette come paese di

nemici. Le amministrazioni civiche e comunali cascano in disordine per

l’indolenza, l’incapacità, la discordia dei capi. La religione, in mano

dei Gesuiti, è strumento d’ambiziose voglie e di tenebrosi raggiri. La

legislazione civile ha l’arbitrio per base, la criminale il carnefice

per sostegno. Uno strano ed informe accozzamento di leggi romane, di

statuti locali, di costituzioni patrie, di editti regj, di sentenze

senatorie, di consuetudini municipali, hanno tolto la bilancia alla

giustizia, e lasciata la strada al despotismo dei tribuni. L’esercito

non ha forza morale, perchè composto di elementi contrarj, di corpi

privilegiati, di brigate varie tra loro di dottrine, di lingua, di

diritti, comandati da capi promossi non per merito ma per favore. Dei

militari una parte è avvilita, perchè si vede preclusa la strada ai

gradi maggiori; tutti indignati ai maneggi del vostro Governo, il quale

medita di trafficare la loro vita col gabinetto d’Austria. No: il nome

de’ soldati piemontesi non si confonderà mai col tedesco; essi sono e

saranno italiani».

L’11 gennajo 1821 alquanti studenti dell’Università comparvero al

teatro d’Angennes con berretti rossi alla greca. Arrestati, in onta del

privilegio che li sottoponeva al magistrato degli studj, furono messi

in fortezza: i condiscepoli irritati si asserragliano nell’Università,

a gran voce domandando la scarcerazione de’ colleghi: il reggimento

Guardie mandato a calmarli trova resistenza, e fa sangue. Tali

manifestazioni sogliono chiamarci primizie di martiri; e ne rimase

una cupa irritazione. Se n’incaloriva la faccenda delle società

secrete; ma quale costituzione adottare? la francese, la spagnuola,

o l’inglese? perocchè sempre si stava all’imitare, anzichè fondarsi

sulle basi storiche e nazionali. Per risolvere si mandano tre deputati

alla vendita suprema di Parigi, alla quale faceano centro i Liberali

di Spagna, i Radicali d’Inghilterra, gli Eterj di Grecia, i nostri

Carbonari; e vien data la preferenza alla costituzione spagnuola,

come scevra d’elementi aristocratici e tutta popolare. Ma il Governo,

istruitone forse dalla Polizia francese, intercettate le lettere

del principe La Cisterna e del marchese Priero, conobbe partecipi

gl’impiegati e i militari, cioè quelli che doveano opporsi, onde non

sapeva o non poteva impedire. Il conte Moffa di Lisio e il marchese

Sanmarzano, uffiziali sospetti, invitati a partire da Torino, ricusano,

e con Giacinto Collegno, ajutante di Carlalberto, con Santarosa,

Morozzo, Ansaldi, Bianco, Baronis, Asinari ed altri uffiziali prendono

concerto di rivoltare l’esercito, sorprendere Alessandria, acclamare

Vittorio re costituzionale dell’alta Italia.

I cospiratori non si erano intesi co’ Napoletani, onde non fu nè

contemporaneo il sollevarsi, nè uniforme l’intento; poi i preparativi

erano impacciati dal tentennare del principe di Carignano fra la

gloria e la fedeltà. Ma la rivolta scoppia fra i militari a Fossano

ed Alessandria (9 marzo), costituendo una _giunta della Federazione

italiana_; fra il restante esercito corre il grido d’Italia, di

francare dall’Austria il re, sicchè possa seguire i moti del suo

cuore italiano, di porre il popolo nell’onesta libertà di manifestare

i proprj voti al trono, come i figli a un padre; e scritto sui

vessilli, _Regno d’Italia, Indipendenza italiana_; e gridando, _Viva

la costituzione, Morte agli Alemanni_, i sollevati s’accostano a

Torino. Quivi gli studenti e alquanti militari col capitano Ferrero

attruppatisi a San Salvario, che allora giaceva un pezzo fuor di città,

gridano la costituzione; altri uccidono il colonnello Raimondi che li

richiama al dovere; ma non secondati dal popolo, con disastrosa marcia

sfilano come vinti verso Alessandria, il cui comandante fu ucciso[184].

Il re non osa ricorrere alla forza, ma espone lealmente la

dichiarazione fatta dai re a Troppau contro ogni novità, mostrando come

ne resterebbe pericolata l’indipendenza; e non volendo nè promettere

quel che non è disposto a mantenere, nè autorizzare atti che agli

stranieri diano pretesto d’invadere il suo paese, depone una corona (13

marzo) ch’egli non potea conservare se non colla guerra civile.

Il Carignano, da lui nominato reggente, esitava a palesare le sue

intenzioni, sicchè schiamazzi, poi armi. Dalla cittadella sorpresa

gl’insorgenti minacciano far fuoco sulla città: molti soldati lasciano

le bandiere, considerandosi come sciolti dal giuramento dato al re;

l’anarchia sottentra; quando il Carignano proclama la costituzione

spagnuola, gli applausi vanno al cielo, e al nome di Carlalberto si

accoppia quello di re d’Italia.

In Lombardia avea preso piede la setta della Federazione italiana, e

da un pezzo tramava nelle sale del marchese Gattinara di Breme[185] e

del conte Federico Confalonieri, mascherata sotto il velo d’imprese

benefiche o progressive, come una distilleria d’aceto a Lezzeno, un

battello a vapore sul lago di Pusiano e sul Po, l’illuminazione a

gas, il mutuo insegnamento, un bazar, il giornale del _Conciliatore_,

apostolo del romanticismo. L’Austria, avutone fumo, arrestò Silvio

Pellico, giovane saluzzese educatore in casa Porro, la cui _Francesca

da Rimini_ avea fatto sperare all’Italia un secondo Alfieri. Allo

scoppiar della rivoluzione piemontese si rinserrarono le file in mano

del conte Confalonieri, principale nella sciagurata insurrezione del

1814, poi nei suoi viaggi legatosi co’ primarj liberali, e che si

mise attorno Demester e Arese antichi uffiziali napoleonici, Giuseppe

Pecchio economista, Pietro Borsieri letterato, i marchesi Giorgio

Parravicini e Arconati, Benigno Bossi, i fratelli Ugoni di Brescia, il

cavaliere Pisani di Pavia, il conte Giovanni Arrivabene di Mantova,

l’avvocato Vismara novarese, Castiglia, altri ed altri. Essi aveano

già disposta sulla carta una guardia nazionale, una giunta di Governo;

neppur l’inno mancava, opera d’un sommo poeta; e appena l’esercito

piemontese varcasse il Ticino, insorgerebbero Milano, Brescia, le

valli, le campagne, occupando le casse e le fortezze di Peschiera e

Rôcca d’Anfo.

I Lombardi spedirono al Sanmarzano, generale degli insorgenti

piemontesi, con numerose firme esortandolo a venire. — Cominciate ad

insorgere voi», ci diceano i ministri piemontesi; e noi rispondevamo:

— Da soli non bastiamo a vincere; ma senza noi, voi non bastate a

difendervi». Il vero è che Sanmarzano contava appena ducento dragoni

e trecento fanti; ma poichè coll’audacia dominansi le rivoluzioni,

risolvea ritentar l’impresa, massime che gli Austriaci, collo sgomento

di chi accampa in terra nemica, aveano ritirato ogni truppa dal Ticino,

e il vicerè lasciavasi vedere a incassar mobili e vendere vasellame.

Ma il ministro piemontese Villamarina disapprovò quella temerità; e

il reggente che, come dice il Santarosa «voleva e non voleva», mandò

quel reggimento ad Alessandria. Così la rapidità degli avvenimenti,

la inconcepibile mancanza di concerti, la titubanza dei capi, la paura

che Torino cessasse d’essere capitale del Regno, elisero il moto della

Lombardia, donde sol pochi giovani corsero in Piemonte ad aggregarsi al

battaglione di Minerva.

Binder ambasciatore austriaco, insultato fin nel suo palazzo, parte

lasciando una nota minacciosa. Il duca del Genevese che, per la

rinunzia del fratello, diventava re col nome di Carlo Felice, da

Modena dichiara ribellione ogni attenuamento della piena autorità

reale, e punibile chi non torni all’ubbidienza; ed ordina le truppe

si concentrino a Novara sotto il generale La Torre. Carlalberto, anche

dopo giurata la costituzione, non si era risoluto a convocare i collegi

elettorali, bandir guerra all’Austria, entrare in Lombardia. Udita poi

la dichiarazione del nuovo re, e che questo avea invocato l’Austria,

dicendo minacciata la propria vita, e sè incapace di padroneggiare

la rivoluzione, fugge all’esercito regio a Novara, e di là pubblica

che «altro ambir non saprebbe che di mostrarsi il primo sulla strada

dell’onore, e dar così l’esempio della più rispettosa obbedienza ai

sovrani voleri».

Era il 23 marzo, il giorno stesso d’un altro proclama ventisette anni

dopo.

Quella fuga toglieva agl’insorgenti ogni apparenza di legalità: ma

risoluti di non cedere, creano una giunta provvisoria[186]; sparigliano

proclami e bugie. Intanto ogni cosa va sossopra; la Savoja si

chiarisce pel re; la brigata che porta quel nome, ricusa disertare,

onde fu dovuta rimandare in patria; i carabinieri in arme si recano

all’esercito regio; a Genova il governatore Des Geneys, che annunziò

la defezione di Carlalberto, è assalito, trascinato per le vie, e a

fatica salvato dai generosi che non voleano contaminare con violenze

la rivoluzione; i Liberali medesimi discordano, quali caldeggiando

la Camera unica, quali la duplice, quali unitarj, quali federalisti.

Santarosa, fatto ministro della guerra, cerca destare il coraggio

colle speranze, e collo spargere che gli Austriaci furono disfatti dai

Napoletani, e le valli Bresciane insorsero furibonde; ma ecco giungere

certezza della disfatta degli Abruzzi, e che centomila Russi sono in

mancia; poi addosso ai Liberali muovono i Realisti col generale La

Torre e gli Austriaci col generale Bubna (9 aprile), che in Lombardia

aveva, se non alle trame, partecipato alle speranze de’ Carbonari;

presso Novara succede un’affrontata, e la rivoluzione piemontese è

finita.

Carlalberto ricoveratosi a Milano, è dal generale austriaco

beffardamente presentato come re d’Italia: Carlo Felice a Modena lo

tratta come uno scapato, e la lettera di lui getta in viso al suo

scudiere: egli si ritira a Firenze a digerire l’obbrobrio, confessare

i suoi torti e farne scusa, solo appoggiato dall’ambasciatore francese

per rispetto alla legittimità[187].

La società de’ Maestri Sublimi, raffinamento della Massoneria, e

che professava il regicidio, fu dalla Francia trapiantata a Ginevra

dal fiorentino Michelangelo Buonarroti, antico adepto di Babœuf, che

v’istituì un congresso italiano per diffonderne i dogmi nel nostro

paese. Alessandro Adryane, che n’era diacono straordinario, fu spedito

qui per rannodare le rotte fila; ma a Milano lasciossi cogliere con

tutte le carte, le quali diedero a conoscere la trama, senza bisogno

che la rivelasse Carlalberto, come si ciancia. Da nove mesi era finito

il parapiglia di Piemonte quando si cominciarono i processi contro

i Lombardi, parte a Milano, parte a Venezia[188], da una commissione

speciale, alla cui testa il tirolese Salvotti. In quelli l’imputato

si trovava all’arbitrio d’un giudice, senza difensori, senz’avere

sott’occhio le sue e le altrui deposizioni; durava interi mesi

di solitudine nel carcere fra un esame e l’altro; e qualche volta

l’inquirente, fattosi mansueto, gli diceva: — Ecco, ella è interamente

nelle mie mani. Qui non siamo in paese di pubblicità compromettente.

Confessa ella quel che del resto noi sappiamo? l’imperatore le fa

grazia, ella torna a casa sua onorato. Persiste al niego? sta in me il

diffamarla, e spargere che ha tutto rinvesciato, che tradì i compagni,

e così torle quel ch’ella mostra valutare tanto, la pubblica opinione».

Ad arti di simil genere, piuttosto che a torture fisiche, non tutti

resistettero; vi fu uno che, per generosità di salvare un amico, corse

a denunciare se stesso, poi accortosi dell’errore si finse pazzo, e

per mesi sostenne la straziante simulazione; altri credette scagionarsi

col provare che aveva dissuaso i Piemontesi dall’invadere la Lombardia;

altri ammise di quelle tenui concessioni che conducono ad altre; tanto

che si potè raccogliere onde condannare Confalonieri[189], Adryane,

Castiglia, Parravicini, Tonelli, Borsieri, Arese e molt’altri a Milano,

dove furono esposti sulla gogna il 24 gennajo 1824. E già a Venezia,

la vigilia di Natale, giorno di gratulazioni e feste ecclesiastiche e

civili, erasi letta la sentenza di Pellico, Maroncelli, Solera, Villa,

Oroboni, Foresti, Fortini ed altri e, cosa insolita in quella stagione,

l’accompagnarono tuoni e ruggito del mare sotto un insistente scirocco,

onde al domani la città fu invasa dall’acqua, e tutto il litorale ne

patì fin alla Spezia e a Genova. Furono portati allo Spielberg, ove

alcuni soccombettero, quali il conte Oroboni, il veterano Morelli, il

Villa; Maroncelli perdette una gamba; altri poterono dopo molti anni

uscire ancora a narrare i proprj patimenti[190]. E mentre alcuni li

esagerarono, o posero in evidenza se stessi, o denigrarono altrui,

Silvio Pellico li raccontò senza rancori, senz’arte; e tutto il mondo

lesse le sue _Prigioni_, e la pietà per quei sofferenti partorì

esecrazione a colui che così facea soffrire: e che pure non avea

mai lasciato che l’applicazione dell’estremo supplizio gli togliesse

di esercitare il diritto più prezioso pei re, il ripiego più nobile

pell’uomo, la grazia e la riparazione.

Gioja, Romagnosi, Trechi, Mompiani, Visconti e altri fur on rilasciati

senza condanna[191]. I quali poi restavano in condizione tristissima,

chè, mentre la Polizia perseverava nell’adocchiarli e vessarli, quasi

a giustificarsi dell’averli perseguitati, il pubblico (troppo solito

complice degli oppressori) dubitava di loro perchè non condannati, e

accogliendo le sinistre insinuazioni sparse d’alto luogo, finiva per

temere e odiare quelli ch’erano temuti e odiati dal Governo.

In Piemonte si fecero 92 sentenze di morte, 432 di lunga o perpetua

prigionia[192], ma tutti in contumacia, essendosi lasciato partire chi

volle; il notajo Garelli e il sottotenente Laneri furono messi a morte,

e in effigie La Cisterna, Caraglio, Collegno, Lisio, Morozzo, Regis,

Santarosa; di seicennovantaquattro uffiziali inquisiti, dugenventi

furono destituiti, e così molti impiegati civili.

Anche negli Stati Pontifizj i cospiratori abbondavano: e il Puccini,

direttore della Polizia toscana, scriveva al Corsini plenipotenziario

al congresso di Lubiana: «Nelle Marche e nelle Legazioni sono assai

numerose le sêtte, e grandi mezzi adoprano per diffondere l’odio

contro i Governi monarchici, e sperano nei torbidi d’Italia, comunque

arrivino. L’odio di questi partiti si sfoga colle maniere dei tempi

del duca Valentino. Molte uccisioni vennero commesse negli anni scorsi

sopra ecclesiastici ed impiegati pubblici a Forlì, Ravenna, Faenza;

altre in maggior numero modernamente, certo per odio di parte».

Istantemente aveano chiesto che le truppe sarde si avvicinassero

al confine, ma non ne fu nulla; e quel Governo, ripigliata forza,

cominciò gli arresti; di quattrocento processati, molti, principalmente

per opera del Rusconi legato di Ravenna e del Sanseverino di Forlì,

condannò alla pena capitale, che il papa commutò nella reclusione.

Il granduca non credette necessarj i processi perchè non ebbe paura.

Maria Luigia li lasciò fare, e vi furono involti Ferdinando Maestri e

Jacopo Sanvitali professori; ma commutò le pene in esiglio. A Modena

nel 1817 erasi formata una società della Spilla nera per rassicurare

i Napoleonidi: e al tempo stesso i Massoni, gli Adelfi, le Chiese

dei sublimi maestri perfetti aveano adepti, e s’erano ascritti i

dottori Carlo e Giuseppe Fattori di Reggio, nella cui casa teneansi le

adunanze, il capitano Farioli di Guida, il dottore Pirondi, Prospero

Rezzio e molti ebrei[193]. Tutte le Società aveano statuti proprj, ed

alcune v’univano l’obbligo di farsi vicendevoli correzioni e di non

vagheggiare la moglie dell’amico: comune era quello di uccidere chi

fosse condannato o avesse rivelato il segreto: pagare una certa somma,

manifestare a tutta la società le operazioni del Governo.

Sconfitti su tutti i punti, i Liberali rifuggono in Ispagna a

fiancheggiare una causa che sentiano dover soccombere, ma che era la

loro; e a mostrare, colle generose morti, che non erano colpevoli delle

fughe di Rieti e di Novara. Altri crociaronsi in ajuto della Grecia,

dove a Sfacteria perì il Santarosa, eroe all’antica.

Gli alleati, all’udire l’inaspettato successo, esclamano «doverlo

attribuire non tanto ad uomini che mal comparvero nel giorno della

battaglia, quanto al terrore onde la Provvidenza colpì le ree

coscienze»; e protestando di lor giustizia e disinteresse, annunziano

all’Europa d’aver occupato il Piemonte e Napoli, e nella lora

unione «una sicurezza contro i tentativi de’ perturbatori». Insieme

partecipano ai loro ministri presso le Corti «essere principio e fine

di loro politica il conservare ciò che fu legalmente costituito, contro

una setta che pretende ridurre tutto a una chimerica eguaglianza»;

annunziano altamente che «i cambiamenti utili o necessarj nelle leggi

o nella amministrazione degli Stati, non devono emanare che dalla

libera volontà di quelli che Dio rese responsali del potere[194].

Così essi erigonsi custodi e dispensieri unici della verità, della

giustizia, delle franchigie: e i Liberali ebbero servito agl’interessi

dell’Austria, dandole occasione di estendere l’alta vigilanza e

quasi l’impero su tutta la penisola, da lei sottratta ai tumulti o al

progresso.

Poi a Verona (1822) s’adunarono a congresso i re di tutta Europa

colla grandezza loro e cogli avanzi di loro miserie: e i diplomatici

più vantati dichiararono che «resistere alla rivoluzione, prevenire i

disordini, i delitti, le calamità, assodar l’ordine o la pace, dare ai

Governi legittimi gli ajuti che aveano diritto di chiedere, fu l’unico

oggetto degli sforzi dei sovrani; ottenutolo, ritirano i soccorsi

che la sola necessità avea potuto provocare e giustificare, felici

di lasciare ai principi il vegliare alla sicurezza e tranquillità del

popolo: e di togliere al mal talento fin l’ultimo pretesto di cui possa

valersi per ispargere dubbj sull’indipendenza dei sovrani d’Italia».

In fatto l’Austria si persuase a sgombrare il Piemonte e abbreviare

l’occupazione del Napoletano; della Grecia non si ascoltarono tampoco i

deputati, benchè il papa gli avesse accolti ad Ancona e raccomandati;

si convenne dei casi in cui i re si dovrebbero sussidj reciproci;

si stabilì soffocare la rivoluzione anche in Ispagna, e l’incarico

ne fu commesso all’esercito francese, che tra le grida di _Muoja la

costituzione, Viva il re assoluto_, procedette senza ostacolo fino a

Siviglia. Carlalberto, combattendo al Trocadero, aveva in faccia ai re

lavato la macchia dell’essersi lasciato salutare re d’Italia[195].

La facile caduta di rivolte militari o di popolari sommosse, fecero

persuasi i re d’essere sicuri, e che niuna reale efficacia possedesse

lo spirito liberale, che amavano confondere col rivoluzionario;

bastasse affrontarlo per vincerlo; e pesarono sull’Italia con una

taciturna oppressione non ricreata da verun lampo di speranza.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 14 / 28 题