La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21.
Italia è dunque rimessa sul piede antico, almeno all’intendere di
coloro che nelle paci si appagano della firma dei sovrani, anzichè
cercare l’unico stabile fondamento, il rassetto delle idee. Le comuni
sventure aveano avvertito i re che, separati dai popoli, restavano
preda della prima bufera: i popoli da tante sciagurate prove aveano
attinto un vivissimo desiderio della quiete, fino ad immolarle
parte della dignità; sicchè con esultanza i principi furono accolti
dappertutto. Nessun di loro accompagnò il ristabilimento colle vendette
che la disonorarono quindici anni prima: sentivano d’aver fallato
ed essi e popoli; e in tal caso nulla s’ha meglio a desiderare che
la reciproca dimenticanza. Ma nell’improvvida loro bontà i principi
si davano a credere bastasse il dimenticare: quindi, dopo aver tutti
fomentato le idee liberali, e riconosciuta la sovranità dei popoli
coll’invitarli a ribellarsi, pretesero ridurli alla passiva obbedienza,
ad affidarsi nel cuor loro paterno. E poichè è natura di tutte le
riazioni di spingersi colle speranze più in là che non possano giungere
i fatti, non s’accorgeano che il tempo fa ruine cui nessuno può
ripristinare, e sciagurato chi vi si ostina invece di profittarne per
erigere edifizj nuovi. Se dunque i primi effetti della pace arrisero,
se la pace stessa rallentava l’oppressione togliendo o pretesto od
occasione agli arbitrj, ben presto rivisse l’attività della repressa ma
non tolta rivoluzione, e apparve quanto cambiati fossero i governanti
non meno che i governati.
Napoleone, coll’abbattere a voglia i re o tenerseli vassalli, ne
offuscò l’aureola; rotta la storia, ruppe anche la patria e la famiglia
col render l’uomo cosmopolita, cioè soldato e mero elemento di forza;
alla religiosa venerazione pel passato surrogò l’entusiasmo politico,
alla fraternità una comunanza di obbedienza che mentre annichilava i
sudditi, rendeva più facile ad abbattere l’autorità.
Vent’anni di guerra aveano rinvigorito gli ordigni
dell’amministrazione, abituato i Governi agli arbitrj dei tempi
eccezionali, quando lo Stato è tutto, nulla l’individuo[153].
Quest’assolutezza parve un acquisto, nè i principi vollero rinunziarvi
nella pace; tutto regolarono per decreti; guardarono come concessione
l’esercizio delle naturali libertà; non viaggiare senza passaporti, non
tener armi senza licenza, non istampare senza censura, non istudiare
che nelle scuole regie; necessaria la regia approvazione per istituire
compagnie, per esercitare la beneficenza, per divertirsi, per le spese
e pei magistrati comunali, per l’elezione dei vescovi e de’ parroci;
affidata ogni cosa alla parassita turba degl’impiegati: insomma si
fecero dipendere dal beneplacito del Governo mille atti, di cui prima
della rivoluzione godeasi e non prezzavasi la libertà. Lo spirito di
famiglia, di corpo, di città, di patria, di religione, insomma quello
spirito pubblico che è vita e forza della società, soccombeva alla
simmetria d’un’amministrazione centrale e all’oculatezza della Polizia,
la quale sempre acquista importanza primaria dopo una rivoluzione[154].
Dacchè i Governi vollero concentrata in sè tutta la vita, restò ad essi
tutta la responsalità; ucciso lo spirito di sagrifizio, tolto il dovere
o l’impulso dell’attività individuale, gli uomini non furono che cifre,
e il dirigerli un atto di forza; talchè non rimase a scegliere che tra
una dipendenza cieca o una forsennata anarchia. I Governi trovavansi
per avversario non un uomo o una classe, ma il libero arbitrio, il
quale ricalcitrando da quella meccanica classificazione, obbediva
solo in quanto costretto; e così agevolavasi l’opera del despotismo,
cioè delle rivoluzioni, dove una piccola minorità o un prepotente o un
esercito cambiano le istituzioni d’un popolo per darvene altre non meno
dispotiche.
Realmente la libertà, come altrove, così in Italia era antica, e
nuovo il despotismo, giacchè solo la rivoluzione francese annichilò
que’ privilegi municipali e provinciali che sono la forma del diritto
prima che diventi comune[155]. I principi accettarono la restaurazione
in quanto ripristinava la loro potestà, non in quanto rifletteva ai
popoli; e così si fecero rivoluzionarj sia calpestando gli antichi
diritti storici de’ sudditi, e con ciò traendo questi a chiederne
di nuovi e radicali, sia accettando i doni della vittoria, cioè
consacrando la forza, e riducendo il diritto al fatto, la ragione alla
riuscita.
Tutti quegli ordigni gli aveva introdotti Napoleone, e ne ritrasse odio
e debolezza; i succeduti faceano altrettanto, ascrivendone ad esso la
colpa. Ma il popolo diceva: — Siam servi come prima, paghiamo quanto
allora, diamo ancora i nostri figli a marcire nelle guarnigioni o su
terre straniere, e non ci restano tampoco il fragor della gloria, il
compenso delle apparenze». Le divise militari, l’apparato teatrale
delle magistrature, le rassegne, le pompe lasciarono il barbaglio
dopo cessate le fitte; e poichè il passaggio dalla vita militare alla
civile è naturalmente prosastico, que’ Governi positivi, misurati,
paterni sentivano di meschinità a fronte della preceduta carnevalesca
splendidezza, della rapidità di eseguire o almeno comandare tante
opere pubbliche, incompatibile con amministrazioni ponderate e
massaje. Impiegati tolto di posto o sminuiti di grado e di potenza,
arrangiavano continue lodi del passato; speculatori cui erano mancate
le occasioni d’improvvisi guadagni, moltiplicate in tempi turbinosi;
militari avvezzi a rapidamente acquistar gradi e sperarne di sempre
maggiori, e che coll’occasione d’uccidere e farsi uccidere vedeansi
tolta quella di diventar generali, e che, tutti fede nell’onnipotenza
delle armi, si persuadevano che un pugno di veterani d’Austerlitz o
di Catalogna basterebbe a sgominare un esercito di costoro che parean
nani a confronto del gigante di Marengo e di Jena, ridestavano il culto
di Napoleone, inneggiato non per i beni che recò o rappresentò, ma per
izza ai dominanti nuovi, che ne proscriveano i ritratti e il nome.
Perocchè Napoleone, mentre in Francia per tiranno, fuori passava per
liberale, avendo diffuso qui alla cheta ciò che per la furia erasi
guasto colà, ed operato assai più che i principi del secolo precedente,
non limitandosi a riforme amministrative, e dando statuti e leggi
fondamentali ch’erano una scuola politica iniziatrice. Il regno
d’Italia e quegli altri alla francese erano costati sangue e tesori e
servitù, ma in effetto aveano surrogato codici metodici e brevi alla
farragine di decreti e di pratiche, risultanti da molti secoli e da
eterogenee dominazioni; la procedura semplificata ed evidente sottraeva
ai lacciuoli de’ mozzorecchi e alle ambagi dei legulej; l’inestricabile
varietà dei tributi erasi ristretta in pochi e chiari; pubblici il
debito e le ipoteche; garantiti con queste e coll’intavolazione le
proprietà e i contratti; distinta la potestà civile dalla militare,
l’amministrativa dalla giudiziale; sistemati i municipj, parificato il
diritto di tutti in faccia alla legge. Questi erano benefizj effettivi;
e quantunque già fossero qui predisposti e in parte attuati, se ne
ascriveva il merito a que’ Governi. Ora molti de’ principi ristabiliti
credettero vantaggio del popolo il derogarli, per tornare ai vecchi di
cui era cessata la ragione, cioè l’abitudine; e coll’astiare il passato
più che affidar nell’avvenire, favorirono l’inclinazione ingenita nei
popoli di rimpianger l’ordine caduto per raffaccio del presente.
Mentre abolivasi il buono, conservavasi il peggio. In quello stato
violento e di guerra, i principi aveano dismesso i primitivi comporti
paterni, a fronte di nemici che bisognava combattere, di popoli
che aveano esultato ai loro disastri. La lebbra napoleonica degli
eserciti numerosi non guariva perchè non se n’erano tolte le cause;
e si continuò a sagrificarvi la quiete, gli affetti, la moralità, le
famiglie: in conseguenza bisognò mantenere le imposizioni come in tempo
di guerra rotta, eppure deteriorare le finanze, acciocchè la forza
armata desse ai Governi il sentimento di poter ogni cosa senza far
mente alle inclinazioni o ai bisogni de’ popoli.
Ma l’operosità, distolta dalla gloria militare, avea preso un
indirizzo nuovo, occupandosi di trattati, di miglioramenti, di lotte
parlamentari, e insieme dell’industria e del credito pubblico, di
statistica e politica; e tornossi a ragionare di diritti e libertà.
Gli Stati prima della rivoluzione poggiavano sul privilegio e la
gerarchia delle classi, e sull’unione di queste tra loro in modo,
che il clero, la nobiltà, le maestranze delle arti, le municipalità,
protette da concessioni o da consuetudini, impedivano ai Governi
d’essere assoluti, e sminuzzavano fra moltissimi corpi l’azione
amministrativa. Altrettanta disuguaglianza sussisteva nei beni, alcuni
legati indeclinabilmente in manimorte, altri tenuti a certe servitù
di livelli e prestazioni, altri ristretti in fedecommessi, godibili
non alienabili, che dovevano trasmettersi intatti di generazione in
generazione.
Camminando nel solco avito, gli uomini compivano per usanza
un’infinità di atti, e veneravano tradizionalmente l’autorità, non
tanto rassegnandosi, quanto neppure riflettendo al peso di essa:
e le abitudini di dipendenza da una parte, di patronato dall’altra
tutelavano la società che aveva l’arbitrio per massima, la libertà per
effetto. La rivoluzione richiamò in disputa tutti i principj, tutte le
autorità, fin la paterna; e stabilì la naturale indipendenza dell’uomo,
che abbandonato agli impulsi della propria natura, userà tutte le
sue forze a procacciarsi il maggior numero di sensazioni piacevoli,
il che si chiama felicità. A tal uopo egli si elegge dei governanti,
e si rassegna ad essere governato: ma se coloro riescano d’impaccio
all’incremento di tal sua felicità, egli potrà abbatterli; potrà
surrogarsi ad essi quando ne invidii la quantità maggiore di sensazioni
gradevoli.
Come ciascuno fu dichiarato uguale all’altro in diritti, pretese
esserlo in fatti, sicchè parvero legale ingiustizia le disuguaglianze
inerenti alla convivenza; e ciascuno si arrancò a salire, ad
acquistare, nessuno più rassegnandosi a quel che prima si chiamava
il proprio stato. Ma il livellamento è un fatto puramente materiale,
manchevole delle prime condizioni di cuore e di mente; ed ora che
non v’è più classi ma soltanto posizioni, sempre sono incerte, sempre
minacciate; ciascuno, per mantenersi nella sua o per migliorarla, cerca
arricchire; quell’arricchire che altre volte era il piacere di alcuni,
ora è fatto passione di tutti.
Lo svincolo dei possessi agevolò i trapassi, crebbe la cura di
migliorarli; e i latifondi, testè abbandonati alla patriarcale
negligenza di corporazioni e luoghi pii, furono sminuzzati fra
particolari, che s’industriarono a trarne il maggior frutto possibile.
Così crebbe la ricchezza, e per essa l’industria, e con esse il
desiderio de’ godimenti materiali; tanto più che, revocata in dubbio la
vita avvenire, non si accettarono i mali di questa come un’espiazione;
e posta per iscopo della vita la felicità, la si volle goder alla
presta, fin rinnegando il primo ministro di Dio, il tempo.
Adunque mancanza di principj fissi e universalmente accettati, smania
di possessi, di godimenti, di miglioramento materiale, obbedienza
violenta alla forza piuttosto che alla legge, erano i nuovi spiriti
sociali. Internamente non rimanevano più istituzioni tutrici storiche,
non corpi rappresentativi, ma quell’eguaglianza che lascia libertà
agli arbitrj: i nobili, mero apparato, non formavano un corpo,
difesa e limite al trono, alla cui ombra crescevano; i preti non
s’affezionavano a un potere che guardavali con gelosia; i borghesi non
poteano rivoltarsi che immediatamente contro il principe; i popoli
non s’adagiavano nella quiete, perchè d’un nuovo cambiamento erano
lusingati dai tanti che già aveano veduti. Cresceva dunque il desiderio
d’una intervenzione attiva ed efficace del Governo nel proprio
paese. Non lo ignoravano i principi, i quali della rivoluzione aveano
conosciuta la potenza a segno, di valersi dei dogmi e degli stromenti
di essa per abbattere colui che l’aveva infrenata. E avrebbero
presunto di rimetter il mondo qual era prima di essa? Le idee morali
erano svanite tra quella serie d’astuzie, d’abusi della forza, di
perfidie; era crollata la reciproca confidenza, che è la più difficile
a restaurarsi; i re non erano più i padri d’una gran famiglia, ma
conquistatori e capi d’eserciti; alle loro corone era venuta meno
fin la consacrazione della durata, dacchè per capriccio o per forza
erano state tolte, divise, restituite; dacchè essi medesimi voleano
riconoscerle soltanto dalla vittoria, che è un fatto non un diritto;
tutti si erano prosternati a un soldato per conservarsele; prosternati
al popolo per ricuperarle, senza dignità nè buona fede; il congresso
medesimo avea conculcato il diritto de’ popoli, ma insieme sconosciuto
quello de’ principi, mutandoli, barattandoli. Intanto i Governi neppur
possedeano il vigore d’un assolutismo confessato, ond’erano costretti a
turpe discordanza fra quel che promettevano e quel che lasciavano fare;
e come i poteri egoisti, credeano assai il guadagnar tempo.
Quindi i principi si lamentavano di non trovare più que’ sudditi docili
del Settecento; i popoli si dicevano traditi nelle promesse, delusi
nell’aspettazione; Governo e governati non procedeano più di conserva
ma gli uni attenti a comprimere, gli altri a rialzarsi, e intanto
fremere, denigrare, disapprovare. Cessato di credere alla moralità de’
governati, diveniva necessaria la repressione: cessato di credere alla
moralità de’ governanti, diveniva necessario un patto, un freno. Si
trovò strano che pochi forti dessero assetto a tutt’Europa, ed uno in
ciascun paese facesse le leggi, disponesse delle entrate a vantaggio
proprio, non dei più: e vagheggiavasi un meglio che pareva più bello
quanto meno era determinato. Alcuni principi fuor d’Italia aveano
adempiuto le promesse concedendo una costituzione ai loro popoli;
costituzione non fondata sulla storia, come la inglese; neppur patto
bilaterale fra il regnante e i sudditi, ma donata da essi principi,
i quali del passo medesimo poteano ritoglierla. Le più avanzate fra
quelle costituzioni portavano l’eguaglianza di tutti in faccia alla
legge, libertà della parola e della stampa, più o meno partecipazione
de’ rappresentanti del popolo a far le leggi e ad assettare le imposte,
inamovibilità de’ giudici, responsalità dei ministri. Tale l’avea
ottenuta la Francia; e messa come è nel centro dell’Europa, e mirata
come il tipo della civiltà, e con una lingua a nessuno ignota, traeva
l’attenzione sulle quistioni costituzionali che alla sua tribuna pareva
si agitassero in nome di tutto il mondo; e di colà erompeva quella
pubblicità che altrove teneasi repressa.
I Governi eransi data aria di mecenati coll’estendere gl’insegnamenti
classici; aumentando la folla de’ saputi, che più presuntuosi nelle
aspirazioni quanto meno atti all’opere, colla parola audace insieme e
inesperta sovvertono le indisputabili verità, e tirano l’opinione in
balìa di chi meno ha senno di guidarla[156]. Aperta che fu l’Italia,
affluirono forestieri a venerarne le ruine, ammirarne il cielo, goder
le bellezze che vi nascono dal bacio immortale dell’arte e della
natura, diffondervi il denaro e insieme le idee. Memorabile fra questi
fu la principessa di Galles, che menò pompa di libidini principalmente
in Romagna e sul lago di Como, poi non voluta ricevere dal marito
divenuto re d’Inghilterra, diede origine ad un processo scandaloso,
dove i nostri accorreano a testimoniare in difesa di quell’indegna,
o perchè pagati o perchè perseguitata. Il francese Beyle col nome di
Stendhal, scettico e volteriano ancora, ma già piegato ai concetti
romantici e fino al misticismo sentimentale, viaggiò l’Italia,
panegirista di essa e della passione, legandosi col meglio della
società e della letteratura, e carezzandovi l’amore delle novità. Lord
Byron, l’Alcibiade britannico, che non soddisfatto della sua patria, ne
esulò volontario, e invece delle assodate libertà di quella, fomentava
le avventurose dei rivoluzionarj, venne coll’esempio a sparger gusti
strani e falsi sentimenti di raffinato egoismo e voluttuosa misantropia
fra i nostri giovani, e contaminare le nostre donne, finchè diede
un nobile scopo alla sua vita andando a combattere per la risorta
Grecia[157]. Questi e tanti altri ci metteano sott’occhio passioni,
sentimenti, atti, lettere, che distoglievano più sempre dalle abitudini
nazionali, e invogliavano delle innovazioni, dell’operosità.
Speciali malcontentezze aveva l’Italia. Chiamata all’unità dalla sua
ben distinta postura e dalla religione che qui tiene suo centro,
è tratta all’isolamento di ciascuna provincia dalla bellezza di
tutte, dalla conformazione geografica, e dal non esservi predominato
verun conquistatore, quanto i Franchi nelle Gallie, i Normanni in
Inghilterra. Non che da ciò le derivasse pregiudizio, ebbe l’età
più splendida quando ciascuna città ricca d’ubertà, di commercio, di
dottrina, sentiva bastarle intelligenza, coraggio, mezzi di divenir
capitale. La nazionalità fermavasi dunque alle frontiere di ciascun
dominio: Genova non provava bisogno d’unirsi a Napoli; nulla chiedeva
Milano a Firenze; le guerre da Venezia a Romagna, da Toscana a Sicilia
non guardavansi come fratricide, nulla più di quelle tra Francia e
Borgogna, tra Castiglia ed Aragona.
Ma come il pressojo connette materie scomposte, così rimpetto
all’oppressione straniera l’Italia sentì d’esser una; lo sentì
nella lingua, nelle arti, nella letteratura, supremamente nazionale
già fin da Dante, e nella quale il nome di lei visse anche quando
lo cancellavano le spade e la diplomazia. Tale sentimento però
restringevasi nelle classi colte; e queste pure non facea repugnanti
alla dominazione forestiera, contro la quale appena trovereste un
lamento negli scrittori del secolo passato. Merito della natura dei
Governi d’allora che, non ancora ossessi dal demone regolamentare,
usavano riverenza alle forme storiche, e qualunque fosse il dominio,
conservavansi nazionali, moltissima azione lasciando a’ rappresentanti
de’ municipj e delle provincie; sicchè molti partecipavano in qualche
porzione all’autorità, colla nobile compiacenza d’affaticarsi pel
proprio paese.
Buonaparte proclamò non saremmo nè tedeschi nè francesi, ma italiani;
poi ci divise, ci barattò, ci vendette; costituì un regno d’Italia,
ma sconnettendone importanti porzioni, e col pomo della sciabola
foggiandolo alla francese. Al cader suo, dagli Alleati che aveano
trionfato in nome della libertà e dell’indipendenza, sperò vita
l’Italia: ma essi la spartirono fra signori, quali antichi, quali
nuovi, quali perfino a tempo, e tutti patriarcali. Il Governo
intermedio aveva cassato le antiche rappresentanze tutorie, sicchè non
rimase che l’assolutismo amministrativo, infelicità nuova. Le tante
dogane impacciavano il commercio, e que’ cambj da cui i comodi e la
ricchezza. Leggi discusse, giudizj pubblici e di gradi determinati,
sicurezza del debito pubblico, moderazione d’imposte, franchezza del
pensiero, pubblicità d’amministrazione, larghezza di censura, erano
bisogni che il progresso facea sentire tanto più, quanto che se n’era
già fatto il saggio. Ma ad ottenerli il maggior ostacolo pareva il
Governo straniero, che a tutti gli altri sovrastava; e poichè l’Austria
avea professato sosterrebbe i Governi patriarcali d’Italia, in essa
concentravasi l’avversione dei liberali.
Si aggiunsero fortuite disgrazie; e a Napoli, oltre l’incendio del
gran teatro, la peste s’introdusse nella terra di Bari: la carestia
desolò tutta la penisola il 1816 e 17, sicchè dagli Appennini calavano
i poveri a torme, a guisa di zingari vagando di terra in terra, e
rubando o accattando, or in cupo silenzio, or con grida minacciose: e
fin nella pingue Lombardia le radici e le erbe erano pascolo disputato.
I Governi vi opposero provvedimenti dispotici insieme ed insulsi, che
aggravavano il male[158]; lo temperava la carità, operosissima: ma
il tristo nutrimento predispose i corpi a un contagio di petecchie
che moltissimi uccise: la Toscana perdette innumere vite, mentre
della fame si imputavano furiosamente i fornaj. Intanto i medici o
credendole asteniche con Brown, o steniche con Rasori, applicavano a
quelle malattie rimedj opposti; e tutte in favor proprio allegavano le
statistiche, le quali forse non provano se non l’impotenza dell’uomo
contro questi flagelli, di cui non è insolito che i popoli dieno colpa
al Governo, e dicano anche qui, — Oh al tempo de’ Francesi! — Oh sotto
l’altro Governo!»
Di tutti questi elementi formossi quel che fu nominato liberalismo.
Che sovrano sia il popolo, in modo che la generalità rimanga sempre
autorità suprema, e i magistrati esercitino i poteri soltanto per
trasmissione fattane loro dal popolo, il quale può anche privarneli, e
a cui sono sempre obbligati a render conto; che tale massa collettiva
eserciti il potere supremo realmente e direttamente, nel che consiste
la _democrazia_; che il cittadino nell’uso della propria libertà non
sia limitato da riflessi al ben pubblico, alla costumatezza, alla
fede, ma soltanto dalla libertà altrui, sicchè non v’abbia restrizioni
nello spartimento dei beni, nell’esercizio de’ mestieri, nel domicilio,
nella predicazione, negli atti comunque scandalosi, nel che consiste
la _libertà_; che in tutte le relazioni pubbliche nessuna diversità
di diritti nasca dalle condizioni reali, cioè dai possessi, nè dalle
professionali o dal ceto e dalla corporazione, nel che consiste
l’_uguaglianza_; che le istituzioni riconosciute ragionevoli dalla
maggiorità vengano tosto attuate, senza riflesso a condizioni storiche
o morali nè a diritti acquisiti, nel che consiste il _trionfo della
ragione_; infine che, abolita la religione dello Stato, non si badi
a professione di fede, a culto, a sanzione di atti civili; sono
questi postulati che la Rivoluzione erasi proposto di ridurre ad
atto, e sono i medesimi che il liberalismo caldeggiava. Ma poi, o per
illogica transazione o per forza, rispettava le autorità esistenti, le
naturali condizioni della vita e gl’interessi materiali; e se alcuni
vagheggiavano l’America, prosperante senza re nè nobili nè clero, i
più accontentavansi di sollecitare lo sviluppo delle condizioni sociali
com’erano. Ne veniva una specie di dottrinale compromesso tra la verità
e la menzogna, il quale bisogna ben distinguere dalla vera libertà, che
porterebbe il massimo del potere privato col minimo del governativo,
il più ampio uso delle facoltà individuali coll’esercizio del diritto
universale. La perpetua tutela, l’accettare i magistrati invece di
sceglierli, la volontà sottomessa a irragionati comandi, la niuna
garanzia dei diritti, l’autorità incondizionata possono conciliarsi
colla materiale felicità; non colla dignità d’uomo che ha bisogno
d’aver fiducia nel proprio diritto e sicurezza contro l’abusata potestà
e contro vessazioni arbitrarie, di poter ritenere o spendere a modo
suo il frutto del suo lavoro, di partecipare alle ordinanze dalle quali
penderà il suo ben essere, insomma d’un governo intelligente e probo.
Di tal passo, alla consuetudine e alla fede perdute surrogavansi
negli animi l’opinione e l’individualità, cioè il vacillamento e
l’egoismo; l’assoluta eguaglianza portava alla sovranità del popolo,
e per conseguenza alla preponderanza del numero, il che riesce ancora
alla superiorità della forza e alla perpetua mobilità; un’immedicabile
scontentezza del presente, qualunque esso sia; un attribuire merito
alla opposizione ragionevole o no, dissolvente o restauratrice; un
credere all’onnipotenza della parola, scritta o declamata, e che con
essa e con decreti si possa cambiare il mondo, nulla riguardando alla
storia nè alle idee e alle abitudini del popolo; un volere che certe
dottrine di pochi, e per lo più negative, vagliano come dogmi, e siano
accettate anche dal popolo che non le intende, e per cui non hanno
importanza. Come tutti i partiti, questo considerava traditore il
pensante che conservasse l’indipendenza morale, e degradava il popolo
facendogli maledire o adorare feticci, a volontà degli ambiziosi e
de’ viziati, invece di adoprarsi nel surrogare la riflessione alla
passione.
Da Napoleone aveano imparato i re a ledere i possedimenti privati con
imposte e contribuzioni illimitate, e il possedimento più sacro, la
nazionalità: i liberali ne appresero a non calcolar mai la possibilità,
proporsi un fine senza misurarlo ai mezzi, e scordarsi che, nella
lotta delle idee contro le cose era soccombuto anche il gigante. Molti
erano fior del paese, generosi e d’integra fede: ma come accade, vi
si aggregavano i malcontenti di diverso merito e colore; que’ nobili
e quel clero che aveano sognato recuperare i vecchi privilegi, e
svogliavansi di Governi che gli aveano ripristinati soltanto per
sè; que’ letterati cui tardava l’occasione di metter in piazza le
proprie abilità; quei tanti che, sentendosi capacità od ambizione per
governare, non si vedevano adoperati[159].
Le società secrete, durante l’Impero, avevano ritemprato il sentimento
nazionale contro l’invasione delle idee e della dominazione forestiera;
conservato la memoria e il desiderio di quella libertà che lo stivale
ferrato conculcava. I re n’avevano profittato contro i loro nemici:
ma le perseguitarono, dacchè, cangiando non direzione ma oggetto, si
rannodavano contro le nuove oppressioni.
I Carbonari, costituitisi nelle montagne calabresi dominando Murat,
si attenevano in gran parte ai riti massonici; se non che in questi
proponevansi la vendetta dell’ucciso Iram e i godimenti d’un deismo
confacente colla filosofia del secolo passato, mentre la forza
melanconica dei Carbonari assumeva di vendicare la morte di Cristo, e
ristabilirne il regno. Vi si aggregarono anche magistrati e lo stesso
re dopo che ruminò l’indipendenza: e l’esercito di lui nell’ultima
incursione lasciò numerose _vendite_ nelle Legazioni, donde si
diffusero alla Lombardia, e massime a Bologna, Milano, Alessandria. Nel
costoro ordinamento, una vendita particolare non comprende più di venti
_buoni cugini_, in relazione fra sè ma isolati dalle altre vendite: i
deputati di venti parziali vendite ne formano una centrale, che per via
d’un deputato comunica coll’alta vendita; e questa per un emissario
riceve gli ordini dalla vendita suprema e da un comitato d’azione.
Tale gerarchia favorisce il segreto, la diffusione, i ritrovi, senza
togliere l’unità. Nulla scrivere ma partecipare a voce, riconoscersi
per mezzo di carte tagliate e delle parole _speranza_ e _fede_,
alternare le sillabe _ca-ri-tà_, stringendosi la mano fare col pollice
il _c_ e la _n_, erano i segnali e il regolamento, il rivelare i quali
ai _pagani_ o lo spergiurare punivansi di morte, inflitta di fatto ad
alcuni avversarj o disertori. Dovea ciascuno procacciarsi un fucile e
venticinque cartuccie; versare alla cassa comune una lira per mese, e
cinque all’ammissione; giurare di «far trionfare i dogmi di libertà,
d’eguaglianza, d’odio alla tirannia; e se non fosse possibile senza
combattere, combattere fino alla morte».
Da questo tronco erano usciti moltissimi rami; dei _Protettori
repubblicani_, degli _Adelfi_, della _Spilla nera_, e via là. Più
franca l’_Ausonia_, giurava formare una repubblica italiana, divisa in
ventuno Stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato all’assemblea
sovrana, di cui uno ogni anno farebbe posto ad un altro; assemblee
provinciali nominerebbero le corti di cassazione, i consigli di
dipartimento, distretto e cantone, il capo della guardia nazionale,
l’arcivescovo, i superiori dei seminarj e licei; il potere esecutivo
affidavasi a un re del mare e un della terra, eletti per ventun
anno dalla assemblea sovrana, senza distinzioni ereditarie; imposta
progressiva a proporzione dell’agiatezza, il più povero pagando un
settimo di sua rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe
pregato a divenire patriarca della repubblica, risarcendolo dei
possessi temporali toltigli; il Collegio de’ cardinali non risiederebbe
nella repubblica, e se eleggesse un nuovo papa, questo dovrebbe
trasferire altrove la sua sede; conservati i soli frati Mendicanti,
ma libero l’uscirne chi vuole, e non vi si ascriva alcuno se non abbia
servito come militare.
In questo segretume tramestavano sempre i Buonaparte, e Luciano ebbe
il grado supremo di Gran Luce. Nel 1817 giovandosi della fame e d’una
malattia del papa, si tentò una sollevazione in Macerata col proposito
di ridurre tutta Italia sotto il consolato di un Cesare Gallo d’Osimo;
ma scoperti, e processati da monsignor Pacca, tredici capi ebbero
condanna di morte, e grazia dal papa. Anche l’imperatore d’Austria ne
processò alquanti del Polesine, e tredici condannò a morte, commutata
in carcere.
Le società segrete variavano natura o forma secondo i paesi: e parvero
loro opera le turbolenze scoppiate in molte parti; in Inghilterra una
congiura per trucidare i ministri; in Germania l’assassinio del comico
Kotzebue per mano dello studente Sand; in Francia quello del duca di
Berry, presunto erede della Corona, pel coltello di Louvel; in Russia
la rivolta d’un reggimento; e quella che ebbe maggiori conseguenze,
l’insurrezione della Grecia contro i Turchi, nella quale si trattava
di compiere l’antico voto dell’Europa col riscattare i Cristiani dal
giogo musulmano. Molti Greci venivano a studiare nelle Università di
Padova e Pavia, fra cui Coletti e Capodistria; molti adottarono la
nostra lingua, come Foscolo, Mario Pieri, Petrettini, Mustoxidi; e fin
dai tempi napoleonici erasi formata in Italia una eteria o società per
ricostruire l’impero greco; lusingata di promesse dall’imperatore, avea
disposto armi per tentare dalle Jonie uno sbarco che le popolazioni
seconderebbero; ma la caduta del regno d’Italia sparse ogni cosa al
vento. Dappoi fidando nella Russia, fu ritessuta un’eteria, frutto
della quale fu la sollevazione della Grecia. Benchè fosse la croce
che lottava contro la mezzaluna, la civiltà cristiana contro la
barbarie musulmana, le Potenze sfavorirono quel tentativo, sol perchè
avea aspetto di rivolta o sentore di liberalismo: l’Austria facea
vituperarlo ne’ suoi giornali, e tenne prigionieri i capi di quella che
potè cogliere.
La Carboneria era stata trapiantata in Francia, massime dal fiorentino
Buonarroti, già apostolo di Babœuf, e vi abbracciò studenti,
negozianti, soldati. Gli ambiziosi e gl’inquieti che vi trescavano,
ammantavansi coi nomi di La Fayette, di Dupont de l’Eure, di più
onorevoli; asserivano loro corrispondenti principali Napoleone e
Luigi Buonaparte figli del re d’Olanda; e intendeansi soprattutto
coi vecchi e coi nuovi militari. Ma se i cospiratori convenivano nel
concetto di distruggere ciò che sussisteva, non bene risolveano che
cosa sostituirvi; e chi era fido alla repubblica, chi mirava al figlio
di Napoleone, chi a Luigi Filippo d’Orléans. Si stabilì a Parigi un
comitato, che fomentasse le rivoluzioni dappertutto e principalmente
in Ispagna e in Italia, fantasticando una lega latina da opporre alla
lega nordica, per ridurre l’Europa ad un assetto differente da quello
impostole dai trattati del 1815.
I sovrani alleati, accortisi dell’ampliarsi del liberalismo e
dell’operosità delle società secrete, si congregarono ad Aquisgrana
(1818), e rinserrarono la loro unione non più coi soli intenti
evangelici della Santa Alleanza, ma collo scopo espresso d’impedire
i Governi costituzionali, e di reprimere ogni rivoluzione. Allora
si tolse a perseguitare non solo gli atti, ma l’opinione, la quale
in tali casi trasformasi in sentimento, e il sentimento elevandosi
all’entusiasmo, si propaga, offusca il raziocinio, fa ammirare i
perseguitati, aborrire chiunque resista, tremare gl’indifferenti, e
gli stessi avversarj piegarsi al vento che spira o alla paura. Allora
prendono coraggio que’ ribaldi, che di proposito inimicano al popolo
il sovrano, fomentando i sospetti; per rendersi necessarj fingono
cospirazioni ove non sono che aspirazioni; e inducono il bisogno
di castigare l’opinione o il desiderio di premiare la delazione, di
rimuovere dai posti i meritevoli, di cercare dalle carceri o dalla
gendarmeria una sicurezza che più non s’ha nella docile benevolenza. Il
poliziotto che riferì formicolare il paese di Giacobini e Carbonari, è
impegnato a mostrarsi veritiero col fiutare e origliare e moltiplicare
processi; nei quali l’accusa essendo d’opinione, è quasi impossibile
scagionarsi; se non si trova da condannare, se ne imputano la furberia
degli accusati, il talento, le relazioni loro.
Con siffatte arti cercavasi e combattevasi la libertà; e frutto
immediato n’era uno scontento indeterminato, quel mal umore che è
proprio di persone dotate d’intelligenza e non di genio. E certamente
la libertà nobilita l’individuo come la nazione: ma bisogna esserne
degni e usarla convenientemente; ed al fanciullo non ancora provvisto
di ragione, o al mentecatto che la perdè, o al vizioso che ne abusa,
legalmente vien tolta. Ora fra l’autorità che, non conoscendo misura,
precipita al despotismo, e la libertà che, rifiutando ogni freno,
degenera in licenza, se ponete unicamente la forza per comprimere o per
abbattere, arriverete o all’eccesso dell’assolutezza che giustifica le
rivoluzioni, o all’abuso delle rivoluzioni che scusa l’assolutezza.
Le costituzioni, che erano l’espressione del liberalismo d’allora,
eliminavano dalla scienza politica la morale, sistemando il mondo con
pure combinazioni d’interessi, nessun uffizio nei rapporti politici
riservando alla sincerità, all’onoratezza, tutto riducendo allo
spiarsi reciproco e soperchiarsi dei due poteri, contrastantisi anzichè
cooperanti, fino a dire che il re non deve governare, cioè la monarchia
riducendo ad istituzione meccanica e giuridica, non già organica ed
etica. Così destituiti di fondamenti sodi, qual meraviglia se dal 1789
al 1830 ben cencinquantadue costituzioni si pubblicarono?
Perchè cessi d’essere necessaria la coazione, il freno dev’essere
morale; nè altro migliore v’avrebbe che la religione, la quale insegna
a chinarsi all’autorità e insieme l’autorità raffrena. Or la religione
avea sofferto tali scosse vuoi nel fondo vuoi nell’esterna attuazione,
che tempo, longanimità, prudenza voleasi per rimetterla ne’ cuori,
non meno che nell’ordine civile. Intanto, quasi una protesta contro
il passato, Pio VII annuendo «alle pressanti suppliche d’arcivescovi,
vescovi e personaggi altissimi», ripristinò i Gesuiti (1814) che, per
volontà di altri altissimi, un suo predecessore aveva aboliti, e che
rinascevano gravati dei rancori dell’antica società, non della sua
sapienza e robustezza.
L’arbitrario mescolamento di nazioni, fatto dal congresso di Vienna,
riuscì a vantaggio della tolleranza, ponendo il papa in corrispondenza
colla Russia, coll’Olanda, con altri eretici o scismatici, dai quali
otteneva miglioramenti pe’ loro sudditi cattolici. Ma fra i cattolici
gran fatica gli costò il combinare coll’inveterata disciplina le nuove
pretensioni giansenistiche e filosofiche dei principi che, mentre
avrebbero dovuto consolidare il dogma dell’autorità, lo scassinavano
coll’ingelosirsi del papa[160]; vantavano come libertà l’abbattere
qualche ostacolo che i privilegi clericali mettessero all’onnipotenza
amministrativa; il proibirne o sorvegliarne l’istruzione, le adunanze,
le comunicazioni col capo supremo; il sottoporre a revisione le
encicliche de’ vescovi, le nomine de’ parroci, i brevi di Roma.
Fin il piissimo Vittorio Emanuele, spinto da consiglieri zelanti
l’indipendenza della civile dall’ecclesiastica giurisdizione, voleva
assettar a sua voglia le diocesi, e in quelle di fresco acquistate
del Genovesato operare non altrimenti che nelle antiche; poter dare
il consenso alla nomina de’ cardinali delle altre Corti, e averne un
suo; ricusava come anticaglie l’invio che Roma facea delle fasce pei
principi neonati, dello stocco benedetto, della rosa d’oro; non voleva
ripristinare la nunziatura; muovea lagni che l’Austria condiscendesse
troppo col papa, quasi per averlo stromento alle sue ambizioni. Il
cardinale Consalvi ministro di Pio VII, avendo conosciuto le Corti
e la sventura, inclinava ad annuire fin dove fosse compatibile
colla dignità, sebbene lo disapprovassero gli zelanti; e disfacendo
il concordato di Buonaparte, ne stipulò un nuovo col Piemonte,
circoscrivendo altrimenti le diocesi, sotto i metropoliti di Torino,
Genova, Ciamberì, Vercelli; alla Corte risederebbe un nunzio di primo
grado, il quale non ne partirà che decorato dalla porpora. Poi in
quel regno furono chiamati i Gesuiti a educare la gioventù; a Pinerolo
s’istituirono gli Oblati della Beata Vergine, preti secolari, con voto
speciale d’obbedienza al pontefice; altrove i Sacerdoti della Carità
del Rosmini; oltre gli Ordini antichi.
L’Austria, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nella Lombardia
nominava i vescovi ed esercitava poteri già competenti a Roma, ma lo
voleva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e Venezia; del che ottenne
poi privilegio dal papa (1817).
Allorchè Ferdinando assunse il titolo di _re del regno delle Due
Sicilie_, il papa fece riserva degli antichi suoi diritti, ma il
re non gli riconobbe altra supremazia se non di capo della Chiesa.
L’omaggio della chinea che nel 1806 aveva egli giurato prestare, adesso
negò come uno di que’ pesi feudali che nei recenti trattati s’erano
aboliti; donde una disputa, esacerbata da molte scritture e dall’avere
il papa ricusato cedere per denaro Benevento e Pontecorvo, reciproco
ingombro. Finalmente Consalvi e il ministro Medici in Terracina (1818)
convennero fosse conceduto al re di nominare alle sedi del suo regno,
da cenquarantasette ridotte a novantadue; non s’inquieterebbero i
possessori di beni ecclesiastici; gl’invenduti sarebbero divisi fra i
ripristinati conventi, senza guardare di chi fossero prima; i corpi
religiosi dipenderanno da proprj generali; i vescovi, liberi nel
pastorale ministero a norma dei canoni, potranno convocare sinodi,
visitare le soglie degli apostoli, pubblicare istruzioni su materie
ecclesiastiche, intimar preghiere pubbliche o altre pie pratiche;
al loro fôro le cause ecclesiastiche, le matrimoniali, e la censura
dottrinale sui libri che s’introducono; la santa Sede sopra le rendite
de’ vescovadi si riservava dodicimila ducati l’anno, da disporre a
favore di proprj sudditi. Restava in arbitrio di ciascuno l’appellare
al papa; ma il re dichiarò, con questo non derogavansi i privilegi
del tribunale della monarchia di Sicilia. Non erasi stipulata veruna
immunità personale per gli ecclesiastici; ma nel 1834 fu convenuto che
i vescovi potessero esaminare i processi di quelli condannati a morte,
prima di disacrarli.
Questi ed altri concordati essendo parziali, non toglieano le varietà
disciplinari; in molti paesi restava colpa pe’ dignitarj ecclesiastici
il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si ripristinarono
intere le immunità reali, personali e locali; nè illimitato il diritto
d’acquisto delle manimorte; la più parte delle prelature restò di
nomina, o almeno di proposizione governativa; erano sorvegliati i
possessi ecclesiastici, voluto l’_exequatur_ ai decreti di Roma. La
Chiesa perdette inoltre gli Ordini militari, e que’ feudi che erano di
rinforzo al potere ecclesiastico, mentre al civile recavano debolezza i
feudi laici; e nella sola Germania le erano state tolte duemila leghe
quadrate di dominio con tre milioni di sudditi. Il clero, sentendosi
indebolito dalla Rivoluzione, s’appoggiò sui re, ai quali sin allora
facea contrappeso; e i re quando videro ampliarsi il liberalismo, oltre
i modi giuridici e le chiassate dei giornali e i freni alla stampa,
ricorsero alle repressioni morali, e da Pio VII fecero condannare
le società secrete (_Ecclesiam a J. C_), imputandole d’insinuare
l’indifferenza col «lasciare che ciascuno foggi a voglia una religione,
pur affettando rispetto e mirabile preferenza per la cattolica, e per
la persona e la dottrina di Gesù Cristo, che chiamano rettore e gran
maestro della società».
I principi mostravansi ombrosi d’un’autorità affatto morale, nel
tempo stesso che sentivano il bisogno di instaurarla. Quando Leone
XII proclamò il giubileo, da gran tempo impedito, la bolla fu mal
gradita da essi; in Francia non si permise di pubblicarla; l’Austria ne
accettò le disposizioni solo in quanto fossero compatibili colle leggi
e cogl’interessi dello Stato[161]. Al qual giubileo vennero a Roma da
quattrocentomila pellegrini; a novantaseimila diede tridua ospitalità
l’arciconfraternita della Santissima Trinità, de’ quali però ventimila
sudditi pontifizj, quarantacinquemila del Napoletano, giacchè ai
lontani mancava o lo stimolo della fede o la licenza de’ superiori.
Dei misfatti della Rivoluzione, accagionandosi le dottrine che
la precedettero, ed una filosofia che vuole dedurre tutto dalla
ragione e secondo la ragione, se ne eressero altre che possiam dire
della controrivoluzione, opponendo alla sovranità del popolo la
_legittimità_, ossia il potere costituito sovra la propria autorità;
al patto sociale, l’unità primitiva dello Stato; la costituzione
organica di elementi naturali, alla democrazia astratta e ai meccanici
statuti; la conservazione tradizionale, alla smania innovatrice.
Insomma ricercavano ciò che si deve mantenere del passato, mentre
la rivoluzione proclamava ciò che dell’avvenire può desiderarsi; e
poichè invece d’un astratto concetto, guardavano a ciò che fu, alla
storia specialmente della propria nazione, assumevano colore distinto
secondo i paesi, migliori qualora lo spirito della storia nazionale
riproducessero senz’alterarlo con concetti personali. Questa scuola
ebbe anch’essa adepti e apostoli, e superiore a tutti Giuseppe De
Maistre da Ciamberì (1753-1821), sul quale è dovere di trattenerci, non
tanto come savojardo, che come la più elevata espressione del ritorno
del mondo verso le idee religiose e patriarcali.
Combattuto nelle prime guerre del Piemonte, egli andò a Pietroburgo
ambasciatore del suo re, al quale conservò fede anche dopo scoronato.
Venuto da paese che diede alla Francia insigni scrittori[162], la
sdulcinata lingua rinvigorì facendola parlare d’altro che di passioni,
di materia, di tornaconto, con uno stile fatto pittoresco dalla
collera, dagli ardimenti del genio, da animatissima convinzione; e
definiva lo stile l’alleanza del sentimento col gusto. Il problema
fondamentale della filosofia spiega egli col supporre una primitiva
rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal
peccato originale. Il governo visibile della Provvidenza, l’esistenza
del male, l’origine divina dell’autorità regia, l’origine regia
di tutti i privilegi nazionali, l’universale fiducia delle nazioni
nell’efficacia de’ sacrifizj cruenti per redimere i delitti, dispone
egli con logica irrefrenabile in un sistema teosofico, dove son
pareggiati i dogmi della rivelazione cogli acquisti della semplice
ragione naturale, e ridotta la scienza a fede. Assimila il mondo a
un immenso altare, dove ogni cosa dev’essere immolata in perpetua
espiazione del male causato dalla libertà dell’uomo. Che altro rivela
la storia se non fra i selvaggi l’abbrutimento, fra i civili la
strage continua? Anche il giusto n’è vittima, perchè nella stabilita
solidarietà egli sconta pel colpevole, e perchè altrimenti occorrerebbe
un miracolo ad eccettuarlo, e conseguirebbe quaggiù la sua mercede. E
con forza di sentimento e fantasia mostrando dappertutto la mano di
Dio e l’ordine provvidenziale, considera la storia terrena come un
regno di Dio immediato e visibile: e per rimbalzo contro lo spirito
rivoluzionario corre più in là del medioevo, fondando sulla sanzione di
Dio non solo l’autorità suprema, ma anche la interna condizione sociale
e il segregamento delle classi. Di Dio son opera i re, gli Stati, le
costituzioni; e quando l’uomo presume stabilirli da sè, necessariamente
s’appiglia al peggio, e fa non fabbriche ma ruine. La razza umana
è così perversa, che vuolsi gagliardamente infrenarla. Tra le
costituzioni quella che Dio vuole è la monarchia ereditaria. Necessario
elemento di questa è la nobiltà, e Dio stesso la scevera dalle
altre classi, e discerne le schiatte. Difendersi contro l’arbitrio e
l’ingiustizia, garantirsi un governo legale che promova la felicità de’
sudditi, è ben giusto: ma «il credere a promesse di re è un mettersi
a dormire sull’ale d’un mulino». Chi li reprimerà e correggerà? Le
bajonette, le tribune, le parodie della sovranità popolare? barriere
inefficaci! Elevare la plebe sopra i re è un sovvertire la logica;
il contrappeso del potere dev’essere in alto, non in basso. Il papa
che nel medioevo tutelava i popoli e fulminava i tiranni, deve anche
adesso francheggiare la giustizia e la libertà; a lui si curvino
l’intelligenza e le spade, la libertà e i despoti. Alla corruzione
dello stato morale provveda l’infallibilità della Chiesa, fondata sulla
supremazia del romano pontefice; supremazia estesa anche ai vescovi ed
ai concilj in modo, che nè esso decida senza i vescovi, nè i vescovi
senza di lui.
Con ciò tornava in armonia il sistema papale coll’episcopale, e
bersagliò le dottrine giansenistiche e le gallicane, formando della
Chiesa una monarchia temperata, giacchè il papa è sovrano, ma son
necessarj altri elementi a compirne la potestà; onde, surrogate la pace
e l’armonia all’antagonismo, può con tutte le sue forze combattere
la filosofia irreligiosa e impolitica. La logica il porta fino
all’apoteosi dell’Inquisizione, fin alla sistematica crudeltà; per
le quali teorie lo esecrano coloro stessi, che poi ne’ tempi e nella
necessità trovano giustificazioni al Comitato di salute pubblica che le
avea messe in pratica. E mentendo dissero, e avvezzarono i cialtroni a
ripetere epigrammaticamente, ch’egli santificasse il carnefice perchè
disse che, nelle società frenate soltanto dalla pena, il carnefice è il
gran sacerdote che procura l’espiazione, come le pesti, come la guerra,
come gli animali viventi di distruzione. Perocchè, come la vendetta,
così egli fa riversibili la preghiera e l’espiazione; donde i sacrifizj
antichi, i supplizj, la redenzione divina.
Tutto ciò espose non con teoremi scientifici, ma con discorso
conversevole, e con forza sì traboccante, da lasciare dubbio s’egli sia
un sofista o un profeta: certo fu grande in mezzo a tanti mediocri. La
rivoluzione, il filosofismo non ebbero mai più inesorabile avversario;
e mentre quelli adulavano il secolo e l’uomo pure assassinandolo, egli
lo sbeffeggia per salvarlo; le nubi da quelli accavallate squarcia
colle saette; confuta col recriminare, colpisce coll’esagerare e
coll’opporre all’affermazione affermazioni imperterrite. Quando più
giganteggiava la Rivoluzione francese la conobbe effimera, nè possibile
una grande repubblica, sovrattutto in Francia, perchè non uscita
spontaneamente dalla nazione, dai costumi, dalle opinioni; schernì
coloro che presumeano guidarla, mentre Dio solo la spingeva in modo
d’espiare le colpe della Francia, dei re, della rivoluzione stessa.
A Pietroburgo tutelò sempre i suoi re, e predisse la ruina del loro
persecutore. Allorchè delle sorti italiane si disputava a Parigi, egli
si oppose gagliardo all’ingrandir l’Austria col cedere l’alto Novarese:
— Se ciò si fa, non resta più equilibrio, tutti i principi italiani
essendo vassalli dell’Austria, che presto gli assorbirà. Il re di
Sardegna è il primo minacciato, perchè da gran pezzo l’assoggettamento
dell’Italia non ha nemico più costante di lui: la tempesta gittatasi
sulla penisola, ivi non si fermerà, e dal mezzogiorno scaglierassi sul
settentrione».
E vedendo quel traffico di popoli, — Povera Italia (esclamava), in
qual abisso va a cadere! È la moneta con cui pagheranno altre compre.
Eppure l’unione e separazione forzata delle nazioni non è soltanto un
gran delitto, ma una grande assurdità. Facciasi qualunque sforzo per
non essere condannati all’uffizio di satelliti»[163]. Non stancavasi
d’insistere presso Nesselrode perchè fosse «data soddisfazione allo
spirito italiano»; ma il ministro russo gli rispondeva, questo
spirito italiano essere appunto il peggiore ostacolo a un buon
assetto dell’Italia. Al Savojardo non restava dunque che lamentarsi
all’imperatore Alessandro perchè non si tenesse conto delle nazioni
e dei loro sentimenti, affetti, desiderj; che un segretario sopra
la carta geografica sconnettesse paesi uniti per lingua, caratteri,
abitudini; e gli uomini si contassero e dividessero per testa come gli
armenti.
L’instaurazione del passato egli la voleva piuttosto nelle idee e
compiuta; domandava che la Santa Alleanza annichilasse i fatti della
Rivoluzione; non riconoscesse la compra de’ beni nazionali «latroneccio
il più odioso che abbia deturpato la storia», ma fossero ritolti a
quelli che gli avevan ottenuti a bassissimo prezzo, e già se n’erano
rifatti a josa; non dovendo la compassione riservarsi soltanto a’
ribaldi, nè sol per questi invocare le sante leggi della proprietà.
Altre volte scriveva al suo re: — Io propendo alla libertà di commercio
per una ragione di teoria ed una di pratica; la prima è ch’io non
credo possibile ad una nazione di comperare più che non vende; la
seconda, ch’io non ho mai veduto un Governo mischiarsi direttamente
del commercio dei grani e proibirne la tratta, senza produrre caro
e fame. Lo stesso è di tutte le altre mercatanzie: proibite l’uscita
del denaro, e scarseggerà; se il Governo lascerà fare, si farà sempre
meglio di lui».
Solo a chi giudica gli uomini e le dottrine da ciò che ne cianciano la
piazza e i giornali sapran di strano questi accordi fra i liberali e i
teocratici. Dei quali un altro campione fu Carlo Luigi Haller da Berna,
che da protestante resosi nostro, nella _Restaurazione della scienza
politica_ (1824) combattè accannito il filosofismo e la rivoluzione,
condannando i pubblicisti vantati e i re riformatori, fra cui Maria
Teresa, Giuseppe II, Leopoldo granduca; e traverso ai secoli indagava
con vasta erudizione e arguta logica i semi delle idee liberali,
ripudiando gli acquisti di cui si gloria la moderna civiltà. E poichè
l’eguaglianza politica viene dall’eguaglianza civile, patrocinava la
nobiltà come prodotto della natura, i privilegi come effetto della
naturale giustizia; mentre pareagli tirannia l’uniforme generalità
delle leggi. Dalla natura (egli insegna) nascono gli Stati, ed ella
assegna il comando al potente, al debole l’obbedienza, e porge i mezzi
per far rispettare la legge come per impedire gli abusi degl’imperanti.
Gli Stati primeggiano quanto più poderosi e liberi, e quanto più
indipendente il governante, sia un uomo o un corpo. Il diritto
de’ principi deriva dal diritto di proprietà; nè vi ebbe contratto
sociale, bensì una moltitudine di convenzioni particolari, spontanee,
varie, non per alienare la libertà individuale, ma per conservarla
più pacificamente che si può; onde non deve esservi sovranità e
indipendenza del popolo, ma sovranità di quello che per potenza e
ricchezza è indipendente; non potestà delegata, ma diritto personale
del principe; non mandati e statuti, ma doveri di giustizia e d’amore;
non governo delle cose pubbliche, ma amministrazione de’ proprj affari;
e le leggi non venire dal basso ma dall’alto, siccome in una famiglia,
cui in fatto somiglia lo Stato, se non che non ha un potere superiore.
Ma anche de’ sudditi il diritto è inviolabile; il principe non può
intaccarne la libertà e gli averi, nè essi devono pagare imposte
senza consentirle, non servire in guerra di principe; e quando esso li
tiranneggi, possono non solo emigrare, ma resistere armata mano.
Ancor più di De Maistre era letto il visconte Bonald perchè
meno profondo; il quale la religione faceva politica, uffiziale,
principesca, mentre il Savojardo proclamava l’intima unione della
Chiesa coll’ordine privato e pubblico, con tutto l’insieme del cuore e
dell’ingegno umano, senza riguardo a politica locale o nazionale.
A queste idee non mancarono fautori anche in Italia, e le propugnarono
in iscritto il Cavedoni, Monaldo Leopardi, il principe di Canosa; ma il
vulgo che le dottrine personifica, volle incarnarle in una setta che
intitolò de’ Sanfedisti, e dei Concistoriali, che doveva sostenere i
monarchi e i sacerdoti, come la Carboneria propugnava le costituzioni e
il pensare indipendente. Diceasi diffusa per tutta Italia con diverse
sembianze: e come avviene ne’ partiti, non v’è stranezza che non
se ne sia raccontata, nè ancora il tempo vi portò luce. Credeasene
istitutore esso De Maistre, e affigliati il duca di Modena, il duca
del Genevese, altri principi e prelati, nell’intento di congiungere
costituzionalmente Italia tutta sotto la supremazia del pontefice[164].
E fu allora che prima nacque codesto concetto di Neo-Guelfi, deriso dai
Liberali come stupida resurrezione d’idee quatriduane, ma venticinque
anni più tardi ridesto come unica speranza d’Italia da buoni pensatori
e da caldi oratori, ai quali un tratto parve che gli eventi dessero
ragione.
Delle costituzioni, la più liberale che siasi veduta fu quella che si
diede la Spagna quando respingeva i napoleonici; quella Spagna che
dicono infracidita dal cattolicismo come l’Italia. Ratificava essa
l’antico diritto delle municipalità, a queste affidando la polizia,
l’igiene, la tutela delle persone e delle proprietà, l’educazione e la
carità pubblica, le strade e gli edifizj comunali, il dazio consumo,
il preparare le ordinanze, che sarebbero sottomesse alle assemblee
o cortes dalle deputazioni provinciali. Queste sono una specie di
municipalità superiore, eletta dai consigli di città, con diritto di
proporre le imposte comunali, chiamare l’attenzione superiore sugli
abusi di finanza e sugli intacchi alla costituzione. La sovranità
risiede nel popolo; distinte le tre podestà; il re fin nel sanzionare
le leggi è subordinato alle assemblee, formate di deputati scelti a tre
gradi dagli elettori di parrocchia, di distretto, di provincia; fin ai
soldati rimane il diritto di esaminare lo statuto e la giurisdizione.
Ferdinando VII, recuperando il trono spagnuolo, prometteva conservare
quella costituzione, poi la abolì (1820 marzo); ma l’esercito
sollevatosi lo obbligò a proclamarla. Basta essere vissuto dieci anni
per sapere quanto nelle opinioni e negli avvenimenti convenga ascrivere
all’imitazione: debolezza della natura umana, che alcuni s’ingegnano
di nobilitare col supporre che le circostanze medesime maturino il
medesimo seme contemporaneamente in diverse contrade. Allora dunque
dappertutto scoppiano rivoluzioni militari e costituzionali, nè tardò a
venire la volta dell’Italia.
Ferdinando che già era IV in Napoli e III in Sicilia (1815), e allora
s’intitolò I del regno delle Due Sicilie, rimesso in questo dalle
armi straniere, prometteva un governo stabile, saggio, religioso; il
popolo sarà sovrano, e il principe depositario delle leggi che detterà
la più energica e la più desiderabile delle costituzioni». Oltre
che nazionale, egli non trovavasi legato all’Austria per parentele
o riversibilità, nè per vicinanza; pure strinse alleanza con essa a
reciproca difesa, obbligandosi darle venticinquemila uomini in caso di
guerra, e non introdurre nel governo innovamenti che discordassero dal
sistema adottato dall’Austria nelle sue provincie d’Italia.
In vent’anni di tante rivoluzioni, nell’avvicendarsi di vincitori e
vinti, il paese avea fatto miserabile tesoro di rancori e vendette;
pure Ferdinando non veniva anelando sangue come l’altra volta, ma
aborriva ciò che appartenesse al decennio, fino a non camminare nelle
strade aperte da’ Francesi; considerava come occupazione militare un
regno sì lungo, come ribellione ogni atto di quella; aboliva le cose,
o almeno i nomi. Divise il regno continentale in quindici provincie,
organandone l’amministrazione di provincia, di distretto, di municipio;
l’accademia già Ercolanense poi Reale trasformò in Borbonica, con
tre sezioni di archeologia, di scienze, di belle arti; fece trattati
coi Barbareschi, coll’Inghilterra, la Francia, la Spagna. Nuovi
codici a cura del Tommasi ministro, poco mutarono del francese quanto
al commercio e alla procedura; il civile tornava indissolubile il
matrimonio, e ingagliardiva l’autorità paterna; nel penale si tolsero
la pena del marchio e le confische, ma anche i giurati, facendo giudici
del processo i giudici dell’accusa; s’introdussero i delitti di lesa
maestà divina, e quattro gradazioni nella pena di morte, secondo
che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato
o scalzo: pure tutti i cittadini restavano sottoposti alle leggi
medesime, alle medesime taglie. Di titoli abbondava la nobiltà, ma
non portavano privilegi; nè degli antichi bracci e seggi sussisteva
più che la memoria; onde il re operava affatto indipendente co’ suoi
ministri. L’esercito fissò in sessantamila uomini sotto all’irlandese
Nugent, generale al servizio dell’Austria: non guardò a spesa nel
fabbricare il tempio votivo di San Francesco di Paola, nè il teatro
di San Carlo, e ventiquattromila ducati l’anno spendeva in limosine e
in arricchir chiese: sistemò gli archivj, e stabilì che delle carte e
diplomi si pubblicasse un catalogo, e sopra le memorie raccolte dalla
giunta diplomatica si tessesse una storia del regno. Oltre il debito
pubblico, pesavano i ventisei milioni di franchi dovuti all’Austria,
e i cinque al principe Eugenio; ma vendendo le proprietà dello Stato e
de’ pubblici stabilimenti, e obbligando questi a ricevere iscrizioni di
rendite sul gran libro, legava l’avvenire di essi alle finanze dello
Stato; e poichè il ministro Medici ebbe cura che puntualissimi si
facessero i pagamenti, rinacque la fiducia.
È noto come, dopo che dalla peste nel XIV secolo fu spopolato un
estesissimo paese di Puglia, i re se l’appropriarono col nome di
Tavoliere, lasciando che, col pagamento d’una _fida_, vi pascolassero
alla libera gli armenti sotto la guardia di pastori, nomadi e quasi
selvaggi, senza legami di casa o di famiglia, e obbedienti a capi
proprj, anzichè al Governo. Tra siffatti nella rivoluzione del 1799
eransi reclutate le bande assassine, poi molte parti se ne diedero a
censo; infine il dominio francese emancipò il Tavoliere, sicchè rendeva
cinquecentomila ducati, distribuito fra piccoli possessori, i quali per
interesse divenivano fautori di quel Governo. Ferdinando lo restituì
a possesso comune, talchè una quantità di spropriati ne concepirono
malevolenza.
Il re, quando stava ricoverato in Sicilia, domandò forti sussidj a
quel Parlamento per recuperare la terraferma; e perchè i baroni glieli
stiticarono, egli, loro malgrado, vendette i beni comunali, e gravò di
tasse i contratti. Il Parlamento protestò, e il re incarcerò i capi;
ma gl’Inglesi l’obbligarono a dare una costituzione (1812), secondo
la quale, la rappresentanza nazionale divideasi fra due Camere, che
poteano pregare il re a proporre una legge, cui esse non aveano che a
discutere; il re, inviolabile, potea sciogliere il Parlamento, i cui
atti non valeano senza la sanzione di lui; responsali i ministri, piena
libertà civile e di stampa e d’opinioni, inamovibili i giudici. La
legge elettorale favoriva ai minuti possidenti; dalla rappresentanza
restavano esclusi i funzionarj pubblici, eccetto i ministri; largo
l’ordinamento comunale.