CAPITOLO CLXXXI.

Ostilità col papa.

Buonaparte aveva mostrato rispetto per l’islam in Egitto, e chiesto

favore appo i Musulmani col vantarsi d’avere distrutto il papa; poi,

quel desso che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo, a dispetto

de’ pensatori, de’ forti, de’ consiglieri, ricostituì non solo il

cattolicismo col concordato, ma la supremazia pontifizia col richiedere

da essa la consacrazione. Ve lo induceva il desiderio di opporre una

legittimità alle riscosse de’ Realisti, d’unire in sè i diritti della

rivoluzione e quei del sacro crisma, e di disporre de’ fulmini della

Chiesa contro i re che meditava osteggiare. Ma ciò ch’egli avea preso

per semplice formalità, parve altrimenti al buon senso pubblico, il

quale non si limita a tirare da una premessa le sole conseguenze che i

potenti vorrebbero.

Col concordato egli pubblicò articoli organici che in parte lo

derogavano intaccando la libertà della Chiesa[114]. Il papa in

concistoro si dolse di questa intrusione di sorpresa, e dal nunzio

Caprara fece presentare una protesta contro gli obblighi che in essi

imponevansi al pontefice, fin di giurare nella sua consacrazione che

non attenterebbe alle libertà gallicane. I partigiani e ministri

dell’imperatore erano tutti alunni della enciclopedia e della

rivoluzione; due de’ più creduti, Fouché e Talleyrand, erano preti

apostati, perciò ostili alla Chiesa, onde si compiacquero di usare

col papa un linguaggio burbanzoso. Suggerivasi a Napoleone di tenerlo

per forza a Parigi, quivi accentrando l’unità religiosa, e riducendo

secolare il patrimonio di San Pietro: e avutone sentore, Pio VII

lasciò intendere d’avere già tutto disposto per abdicare, sicchè non si

troverebbero in mano che il povero frate Barnaba.

Roma dunque esultò allorchè, dopo ritardi se non violenti però

inospitali, Pio fu lasciato partire, e l’accolse con solennità

cordiale. Dolente di non avere nulla ottenuto di quanto riprometteasi

da quella sua gita, a’ compagni di viaggio il papa raccomandò

discrezione; ma fin questo silenzio era un’accusa contro l’imperatore.

Nuovo dolore cagionò al pontefice l’essersi nel Codice ammesso il

divorzio, e fatte pari tutte le religioni, fin l’ebraica: delle novità

ecclesiastiche introdotte nel regno d’Italia lagnossi con lettere

confidenziali, dolci, ma insistenti: e Napoleone rispondeva vantando

come donato tutto ciò che non toglieva alle chiese, ai capitoli, ai

vescovi nostri; e — Non ho io forse posto fine ai disordini, e dato

torto ai filosofi che credevano inutili le istituzioni religiose?

Dappertutto ebbi ringraziamenti e lodi; molti trovavano anzi ch’io

faceva troppo pel clero: or come invece Roma me ne disgrada? Avrei,

è vero, negl’innovamenti dovuto concertarmi colla santa Sede; ma

questa va troppo a rilento, nè la sua politica più s’affà col secolo;

e mentr’essa avrebbe tardato due o tre anni a mettere sesto alle cose

religiose d’Italia, io le racconciai detto fatto».

Poteasi non prendere ombra d’un’ambizione che non conoscea limiti?

al primo istituire del regno d’Italia non v’aveva egli soppressi i

conventi, scemate le parrocchie, prefinito il numero de’ seminaristi?

non aveva egli in Germania sovvertito l’edifizio cattolico

coll’abbattere i principati ecclesiastici, e spartire i popoli senza

riguardo alla religione? non circondava d’esploratori il Vaticano

e i cardinali?[115] Le preghiere dunque del sacerdote mal potevano

alzarsi a favore del guerriero, se anche la prudenza ratteneva dal

contrariarlo.

Il papa, mansueto, e sollecito soprattutto di conservare la religione,

blandiva all’imperatore; il Consalvi ministro di Stato ricusava di

prendere parte nelle coalizioni ostili alla Francia, sebbene spintovi

dal sacro Collegio: ma allo scoppiare delle ostilità con Napoli tutta

Romagna fu sossopra; Vanni, Navarro, l’ex-frate Benigetti a capo

di bande ricomparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando

la popolazione alle armi; in Roma si formarono due comitati che

corrispondevano coi nemici di Francia ed occhieggiavasi ogni occasione

di palesare odio a questa.

Ancona era sulla via di comunicazione fra il regno d’Italia e

il napoletano, rimpetto a Corfù dove s’annidavano i nemici; avea

fortificazioni cascanti, e custodita appena da 676 uomini e 58 cannoni.

L’imperatore ordinò al papa di metterla in buona difesa, ma il sacro

Collegio rispondea ciò repugnare alla sua neutralità; ond’egli comandò

a Gouvion Saint-Cyr (1805 6 9bre) di occuparla per sorpresa. Il papa

ne protesta coll’imperatore; questo, ebro della vittoria d’Austerlitz,

gli risponde come a vecchio inetto: — Egli è buono a svolgere tesi

teologiche, non gl’intrighi che lo circondano; ho occupato Ancona

qual protettore della santa Sede; la spada mia, come quella de’ miei

predecessori della seconda e della terza razza, è la vera salvaguardia

della Chiesa; rimandi pure il mio ambasciadore, e riceva invece

quel dell’Inghilterra o il califfo di Costantinopoli; giudice sarà

Iddio»[116].

Il papa sommessamente allegava il candore del suo carattere, la mitezza

de’ suoi consigli, le prove d’affetto mostrategli; lo felicitava delle

sue vittorie; ma poichè queste gli aveano dato il Veneto, compisse le

speranze lasciate di restituire le Legazioni; intanto rendesse Ancona

al primitivo stato pacifico; conchiudeva, «se gli toccasse, dopo tante

altre, anche la sventura di perdere la benevolenza di lui, il sacerdote

di Cristo che ha la verità nel cuore e sulle labbra, sopporterebbe con

rassegnazione e senza paura, della tribolazione stessa confortandosi

colla costanza».

Ma nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza

o moderazione, e risoluto d’involgere anche le credenze e il culto

nel suo despotismo amministrativo, più non poteva arrestarsi sulla

curva che parea sollevarlo al vertice e il portava all’abisso. Facea

mantenere dallo Stato Pontifizio le sue truppe che lo attraversavano

(1806), e che in quattro mesi valsero 1,300,000 scudi; occupò

i principati di Benevento e Pontecorvo attribuendoli in feudo a

Bernadotte e a Talleyrand, senza pur informarne il papa, che n’era

il padrone; occupò le città del litorale per attuarvi il blocco;

dal cardinale Fesch, violento e irascibile che più volte aveva

oltraggiato il pontefice[117], faceva esigere che fossero cacciati i

Russi, gl’Inglesi, gli Svedesi, i Sardi, e chiusi i porti ai nemici

di Francia; sbraveggiava il nunzio e il Consalvi che si dimise dal

ministero; minacciava fare del papa come Carlo V di Clemente VII.

E come? un vecchio inerme sarebbe d’ostacolo al giovane balioso?

che monta la gratitudine? che il rispetto alla vecchiaja ed alla

virtù? che la santità del carattere o le affezioni del popolo? Lo

sbalzare di seggio un regnante, da cui testè egli avea chiesta la

consacrazione, farebbe impressione sinistra; la Chiesa potrebbe

ferire ancora di maledizioni la fronte che testè avea consacrato;

per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e

inoffensivo de’ principi, Napoleone rischia di vedere scandolezzate

le coscienze cattoliche, impugnato il dogma dell’autorità, ch’egli

avea tanto faticato a ripristinare: che importa? a tutto prevalga

l’implacabile intolleranza d’ogni volontà reluttante alla sua. Pio

continui ad essere papa, ma non impacci i disegni del guerriero; nè

Roma neghi all’imperatore quell’obbedienza che gli rendono Milano,

Venezia, Firenze, Napoli. — Tutta Italia sarà sottoposta a’ miei

ordini (scrissegli soldatescamente). Di Roma voi siete il sovrano, ma

l’imperatore ne sono io; i miei nemici devon essere nemici vostri. Le

lentezze di Roma a dare le dispense e ad approvare i miei vescovi, sono

insopportabili: io non posso trascinare per un anno ciò che dee farsi

in quindici giorni».

Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, cercar tempo

al tempo, condiscendere in qualche parte per ottenere il tutto: ma

Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità

del pontificato, fedelissimo a quella morale che non patteggia colla

menzogna, e al dovere di tramandare intatta l’autorità datagli in

deposito. Consultò il sacro Collegio; e i cardinali, già da un pezzo

persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel

vortice, opinarono pel partito che almeno mostrava dignità; si negasse

l’alleanza colla Francia, poichè questa condurrebbe a guerra con tutta

cristianità, provocherebbe Inglesi e Russi a perseguitare i cattolici

loro sudditi, repugnerebbe all’affezione che il pontefice deve a tutti

i credenti.

Pio dunque rispose, si terrebbe colpevole di codarda debolezza presso

il mondo e presso l’avvenire se non desse la risposta comandatagli dal

sentimento della giustizia, della verità, dell’innocenza, ed esponendo

quel che prima e poi fu tante volte ripetuto, dicea, «Come principe

temporale non dover intraprendere cosa che si opponesse a’ suoi doveri

di capo della Chiesa, doveri a cui non sono legati gli altri sovrani:

obbligandosi a una federazione guerresca, si nimicherebbe le nazioni

contro cui dovesse osteggiare, e quindi sarebbe impedito nel libero

esercizio della sua supremazia sopra tutti i fedeli del mondo; adunque

padre comune de’ fedeli e insieme sovrano indipendente, terrebbe nelle

contese umane neutrali il cuore e gli Stati suoi, aperti al potente

non men che al debole; ministro di pace, non cesserebbe d’invocare

il termine delle guerre desolatrici, e il ritorno della comune

tranquillità». Carlo Magno trovò Roma già in mano de’ Papi, ne ampliò

il dominio, ma nè lo fondò, nè pretese superiorità in quello: anzi in

testamento impose a’ suoi figli espressamente di difendere tali dominj

della Chiesa anche coll’armi, nè riservò loro alcun diritto di revocare

i doni fatti da lui o da suo padre. Il possesso pacifico di XI secoli

era «un titolo, che nessun altro sovrano potea vantare (1806 20 marzo).

— Voi (soggiungeva), siete imperatore de’ Francesi, non di Roma; e se

vi fosse un imperatore de’ Romani, sarebbe quel di Germania, titolo di

dignità, che nè in realtà nè di figura scema l’indipendenza della santa

Sede; dignità del resto sempre elettiva. I rimproveri che ci fate di

trascurar le anime, ambire a vantaggi mondani e a vane prerogative, li

riceviamo come un’umiliazione dalla mano dell’Altissimo. Nè voi vorrete

spogliarvi di quella saviezza e previdenza, per la quale conosceste

che la prosperità de’ Governi e la tranquillità dei popoli sono

irreparabilmente annesse al bene della religione».

Sapendo però quanto Napoleone fosse pertinace, insinuò ai ministri

di Russia, Inghilterra e Sardegna di non esporlo a maggiori cimenti,

ed essi ritiraronsi; fece sapere a Fesch che, malgrado i doveri della

neutralità, non s’impedirebbe che i Francesi occupassero Civitavecchia,

la quale in fatto fu subito invasa. A tanto rassegnavasi Pio, sperando

l’imperatore non esigerebbe s’avvilisse a sanzionare atti incompatibili

colla dignità della tiara. Ma era appunto nella parte morale che

Napoleone volea colpirlo; quanto alle forze fisiche, non avea di

già veduto chinarsegli quelle di tutti i re? e a Fontaines diceva:

— Insolenza di cotesti preti! si riserbano l’azione sugli spiriti, e

pretendono lasciare a noi soltanto il corpo».

La lettera del papa volle dunque tenere come il sommo degli affronti,

e cessò di trattar direttamente con esso[118]. Richiamato il cardinale

Fesch, gli surrogò quell’Alquier, che a Napoli avea saputo spionar

tanto, da offrirgli motivo di cacciarne i re, e che nei suoi ragguagli

non parlava che della testardaggine del papa, degl’intrighi de’

cardinali, della folle speranza da questi oltremontani nutrita, che,

se l’imperatore gli abbattesse, il suo successore li ripristinerebbe:

e le istruzioni erangli date dal ministro Talleyrand, al quale ormai

Napoleone lasciava l’incarico d’insultare al pontefice.

Cresceano motivi di querele le nuove prepotenze usate a Napoli,

dove avendo Napoleone messo per re Giuseppe, Pio accampò le antiche

pretensioni della santa Sede, offrendosi però a riconoscerlo tostochè

anche l’imperatore riconosca la sovranità temporale e l’indipendenza

della sede pontifizia. Al nuovo principato di Lucca e Piombino

essendosi esteso il concordato del regno d’Italia, e apposti i suggelli

alle proprietà delle corporazioni religiose, Pio ne mosse lamento col

principe; e Napoleone si chiamò offeso, perchè, il decreto essendo

venuto da Parigi, all’imperatore bisognava dirigere i reclami. Così

manifestamente proclamava il vassallaggio degli altri regnanti.

Intanto il concordato medesimo si attuava nel Veneto, nominando i

vescovi senza sentire il papa[119], il quale protestò non darebbe

loro l’istituzione canonica se non andassero a riceverla a Roma,

e dopo conchiuso un concordato speciale per quel paese. Napoleone

esclamò alla ribellione (aprile); trovò insultante che il papa, nel

mettere nuove imposte ai sudditi, n’avesse accagionato le spese delle

truppe francesi; e sorpassando ogni uso civile, volle gli fossero

mostrati i conti delle entrate e spese dello Stato Pontifizio[120];

pretendeva inoltre se ne cacciassero il console di Sicilia, alcuni

antichi capibanda che s’appiattavano a Roma, e Luciano fratello

disgustato dell’imperatore; si sciogliesse il matrimonio di Girolamo,

altro suo fratello, che dovea cangiare la moglie plebea in qualche

principessa. Pio VII si rinchiuse in una resistenza passiva; prevedeva

le persecuzioni, ma sperava gioverebbero ad assodare le vacillanti

credenze, e si dispose a soffrire con dignità, allestendo il tutto pel

caso che i cardinali dovessero essere rapiti o violentati; mentre fra

il popolo circolava preghiere onde placar la collera del Signore, e

sviare i flagelli della nuova persecuzione.

Altre guerre sopirono il litigio: ma vincitore a Friedland, dettata la

pace a Tilsitt, avuta la Toscana, Napoleone stabilisce dare un calcio

anche a questo vecchiardo, che teneasi in piedi quando si prosternavano

tanti re, e ad Eugenio da Dresda scrive (1807 22 luglio) inveendo

contro l’orgoglio del papa; solo da profonda ignoranza del secolo poter

nascere il ridicolo pensiero di denunziarlo alla cristianità come

nemico: — E che? pensa costui colla scomunica far cascare l’arma di

pugno ai soldati? mettere lo stiletto in mano de’ popoli? Lo faccia,

ed io separerò i miei popoli da Roma; la mia polizia impedirà il

circolare di que’ misteriosi scritti. Intanto non voglio che i miei

vescovi d’Italia vadano a Roma a succhiare massime di rivolta contro

il loro sovrano. Certo il papa si pentirà di non aver aderito alle mie

proposizioni. E forse non è lontano il giorno ch’io nol riconoscerò più

se non come vescovo di Roma, e adunerò un concilio per fare senza di

esso. Quai sono i diritti della tiara? umiliarsi e pregare».

Ancora negoziavasi, e già Napoleone facea versare nelle sue casse

le entrate riscosse nelle provincie romane; destinava un governatore

francese in quelle di Ancona, Macerata, Fermo, Urbino; incorporava le

truppe pontifizie nelle francesi; puniva come felloni i governatori

e comandanti di piazza che tardassero obbedirgli; traeva al museo

imperiale la galleria del principe Borghese, compensandolo lautamente

ma con grave scontentezza del popolo e del Governo[121]. Supponendo la

resistenza del pontefice derivasse dai cardinali, fece intimargli ne

nominasse ventiquattro nuovi sudditi dell’imperatore: il che (se anche

non è vero che volesse portare alla tiara suo zio) violava non solo la

costituzione ecclesiastica, ma quella libertà che ha ogni principe ed

ogni privato di scegliersi i proprj consiglieri.

Chiese inoltre conferisse pieni poteri ad alcuno per definire tutti

i punti in contestazione; e Pio s’indusse a darli a Lorenzo Litta

milanese, uno de’ più illustri e pratici cardinali, che ad alti natali

e squisita cortesia univa irremovibile fede e costumi austeri[122].

Stando nunzio in Polonia al tempo della rivoluzione del 1794, aveva

egli sottratto qualche vescovo al patibolo; assistette alla coronazione

di Paolo czar, e attese a migliorare la condizione de’ cattolici

sudditi; più tardi e dopo lunghi patimenti fu vicario generale a

Roma. Di lui Napoleone ebbe paura, e ricusò riceverlo; così fece col

Pacca; e pretese monsignor di Bayane, francese già vecchio e sordo:

ma neppure questo poteva accedere a così esorbitanti pretensioni, le

quali convalidavansi col minacciare che ogni ritardo si avrebbe per un

disprezzo della forza, e a misura de’ minuti crescerebbero le domande.

In fatto l’imperatore, mettendovi una stizza puntigliosa, professava

non volere più frati perchè non ce n’era al tempo degli apostoli,

bensì soldati per difendersi dagl’infedeli e dagli eretici; il

papa s’assoggetti alla federazione italiana; se no, appellerà ad un

concilio, e occuperà lo Stato della Chiesa, necessario per assicurare

alla Francia quell’Italia, che egli (dimenticandosi de’ sovrani che

v’avea collocati) considerava come parte integrante dell’impero.

Gl’impiegati che venivano a portare tali minaccie a cotesto ambizioso,

sommovitore di popoli, istigatore del regicidio, non trovavano che

un vecchietto, tutto pace, tutto rassegnazione, disposto a qualunque

sacrifizio fuorchè a buttare la tiara nel fango imperiale; che ripetea

quel sacrosanto _Non possumus_: non poter prescindere dai canoni; e

del male che venisse piangerebbe di cuore, ma si sentirebbe scarco di

colpa.

Pure, in procinto di rompere del tutto con quel prepotente, Pio

si sgomentò dei danni che poteano derivarne alla cristianità, e

si rassegnò a soscrivere alla federazione italiana, e mostrarsi

ostile all’Inghilterra, purchè rimanessero intatte le quistioni

religiose. Anche Bayane e Caprara credettero che, concedendo tutto,

placherebbero Napoleone; e formularono un amplissimo trattato, ove

Roma si sgiojellava delle sue migliori prerogative. Ma ecco notizia

che l’imperatore (1807 29 7bre), per non avere interruzione fra il

_suo_ regno d’Italia e il _suo_ regno di Napoli, manda a occupare le

Marche; ordine che convincea come quelle intimazioni fossero fatte

unicamente per ispingere agli estremi il papa, e coll’aspettato rifiuto

giustificare la violenza.

L’occupazione delle provincie privava delle migliori entrate molti

prelati e la santa Sede; e Pio VII, vilipeso come principe, come

pontefice, come uomo, d’accordo col sacro Collegio repudiò il trattato

di Parigi (1808), lesivo alla indipendenza, alla dignità, a’ diritti

spirituali del papa, e ritirò ogni potere al Bayane. L’imperatore non

desiderava che questo, e ordinò al generale Miollis occupasse Roma

«per punire quella Corte insensata e cieca», e per «abituare il popolo

romano a vivere colle truppe francesi e alla loro polizia, in modo che

la Corte papale cessasse d’esistere insensibilmente»[123]. Vi si unì la

frode, notificando a Pio dovere truppe passare al regno di Napoli, ma

non toccherebbero Roma; e continuando le proteste insieme cogli scherni

ai preti e al papa, vi entrarono. Pio si rassegnò, solo protestando

contro l’occupazione, ed esortando i sudditi a imitarlo. Vicario in

terra del Dio della pace, che col divino esempio insegna mansuetudine

e pazienza, non dubita che i suoi amatissimi sudditi metteranno ogni

studio a conservare la quiete e la tranquillità com’egli esorta e

ordina espresso, e rispetteranno gl’individui d’una nazione da cui nel

suo viaggio ricevè tanti segni d’affetto. Da quel momento si considerò

come prigioniero nel Quirinale, più non uscendo alle passeggiate o

alle devozioni consuete, e ricusò di più trattare finchè armi straniere

durassero in Roma.

Noi conosciamo questo Miollis semiletterato, il quale avendo espresso

voto contrario al consolato a vita, erasi nimicato Napoleone, e dappoi

attese a riconciliarselo colla più cieca obbedienza. Si fa dunque

stromento contro il papa, e sorpreso Castel Sant’Angelo col pretesto

d’una sommossa de’ Transteverini, puntate le artiglierie contro il

Quirinale, fa arrestare chi gli spiace; s’ingelosisce fino de’ pochi

battaglioni romani che servivano a tenere la quiete, e gl’incorpora

ne’ francesi, congratulandoli che non avrebbero più a ricevere comandi

da preti e donne, bensì da altri soldati, capaci di condurli al fuoco:

alcuni uffiziali che ricusarono, furono mandati in fortezza a Mantova.

Per iscomporre il sacro Collegio che Napoleone non avea potuto

corrompere, ordinò che tutti i cardinali non oriondi di Roma tornassero

alle patrie loro, benchè alcuni vi stessero da trent’anni, e come

cardinali più non appartenessero ad alcun sovrano particolare, bensì al

papa cui aveano professato sudditanza. Bisognarono soldati per portare

via i cardinali napoletani, poi i genovesi, i milanesi, i veneti, i

toscani, i parmigiani, indi i vescovi, persino il Casoni segretario di

Stato. Così fu sfasciata l’amministrazione, e Pio VII si trovò isolato

di consigli e come principe e come pontefice.

Miollis ebbe l’ordine di assumere anche il governo civile; ma Pio

proibì d’obbedire ad altri decreti che ai suoi, nè di festeggiare in

chiesa le nuove inaugurazioni; il popolo serbò contegno e, malgrado

le suggestioni, s’astenne da’ tripudj carnevaleschi, e solennizzò

l’anniversario della coronazione del pontefice.

Da tutto ciò contrasti, bandi, deportazioni; e annicchiati i ribaldi

negli impieghi che i migliori faceansi coscienza di accettare. Man

mano che uno fosse dal papa nominato governatore di Roma, era côlto e

mandato in lontane fortezze: un’attivissima polizia vigilava tutti gli

atti, gli scritti, le manifestazioni: e tale e tanta era la servitù

(come se ne dolse Pio nella sua allocuzione), che tutto quello che

potrebbe ricusarsi di fare spontaneamente era estorto dalla violenza

e dalle armi. Intanto Napoleone sopprime i conventi, staggisce i beni

ecclesiastici che ascendeano a 250 milioni, cento dei quali assegna

al debito romano e alle spese del culto, il resto incamera. Temendo

resistenza, manda un diecimila uomini di rinforzo a Miollis, e dice: —

Grazie alla pace, ho tempo e truppe disponibili, e bisogna profittarne

per terminare gli affari in pendente. Fra due mesi tratterò col papa,

e poichè il resistere è impossibile, bisognerà che s’accomodi; e

accettare i cambiamenti da me recati allo Stato e alla Chiesa».

L’eccesso della persecuzione diede al pontefice una fermezza che

non era del suo carattere; vedendo il mondo prostrarsi al violento,

rivolgea l’anima al cielo e gli occhi alla posterità, e — Se bisognerà

rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non n’eramo

indegni». E soggiungeva: — Il mio predecessore nei giorni prosperi avea

l’impeto d’un leone, e morì come un agnello; io vissi come un agnello,

ma saprò difendermi e morire da leone». E all’imperatore scriveva

cambiasse consigli, tornasse ai sentimenti primitivi: — Sovvengavi che

Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno, che non risparmierà

qual si sia grandezza; si mostrerà e presto in forma terribile, e i

forti saranno giudicati con rigore».

Qual fu la risposta? Miollis chiude in Castel Sant’Angelo le guardie

nobili; e tra per frode e per forza penetra nel palazzo del papa per

arrestarne il segretario Pacca. Pio se ne querela con Napoleone,

e Napoleone per risposta da Vienna, ove risedeva come vincitore,

proferisce l’unione degli Stati papali all’impero francese (1809

17 maggio), donati, diceva egli, da Carlo Magno «nostro augusto

predecessore» come feudo, senza che Roma cessasse di far parte del

suo impero; adesso ripigliarsi quel dono, e separare di nuovo la

croce dalla spada[124]: i papi alla loro esaltazione giurino non

intraprendere nulla contro le quattro proposizioni gallicane, che sono

dichiarate comuni a tutte le chiese cattoliche dell’impero; godranno

due milioni di rendita in beni immuni; imperiali sieno le spese del

sacro Collegio e della propaganda: ma questi e la dateria e gli archivj

delle missioni e tutto passino a Parigi, dove con milioni si prepara un

nuovo Vaticano.

Al paro dei re di Prussia, di Russia, d’Inghilterra, voleva essere capo

della religione e farla servire alla sua politica; sentiva che un papa

collocato a Parigi gli darebbe efficacia sulla Spagna, sull’Italia,

sulla Confederazione Renana e la Polonia; missioni in America e in

Asia diffonderebbero la gloria e il potere della Francia; i concilj di

Parigi rappresenterebbero la cristianità.

Pio fece affiggere una bolla, dove, esposti gli attentati di Napoleone

contro l’autorità spirituale e temporale dal concordato in poi, colpiva

di scomunica chiunque, dopo l’invasione di Roma, avesse operato contro

l’immunità ecclesiastica e i diritti della santa Sede; egli non avrebbe

cessato di pregare per il loro ravvedimento. Napoleone, ferito con armi

che non erano di ferro, sentì il dispetto del prepotente a cui nulla

più resisteva; e mentre ai vescovi intimava inni per le sue vittorie,

prova evidente della protezione del Dio degli eserciti, inveiva

contro questo tentativo della debolezza e della pazzia per ispargere

turbolenze nell’impero.

Ma anche chiuso nel Quirinale, il papa facea paura, e il generale Radet

nottetempo lo sorprende (1809 6 luglio), e tra gendarmi lo scorta fino

alla Certosa di Firenze. La granduchessa Elisa, che non n’era avvisata

nè sapea come comportarsi, pregò di menarlo oltre. Anche a Torino il

principe Borghese ignorava come trattare questo prigioniero che dava

tanti pensieri a’ regnanti, e che fu trasportato oltre il Cenisio,

poi retrocedendo a Savona, quivi fu deposto, secondo gli ordini del

padrone. L’esecuzione de’ quali era stata affidata a Murat, nuovo re di

Napoli, il quale, nel predominio della forza fantasticando la signoria

di tutta Italia o almeno della meridionale, vuolsi istigasse Napoleone

a trarre in Francia Pio VII, sperandone occasione di arraffare alcuna

provincia.

Ma la tiara vilipesa divenne più veneranda, e se i re erano a

tale sbigottimento che niuno protestò, mentre tutto il mondo erasi

commosso alla prigionia di Clemente VII[125], il popolo ne fu scosso;

nell’aspro tragitto, Pio potè serenarsi degli omaggi resigli da tutte

le plebi; e se la folla devota per lo più s’accontentava di riceverne

benedizioni e d’offrirgli rinfreschi, non mancava chi, con un gesto

risoluto accennando i gendarmi, gli domandasse, — Vuole? dica!» ma il

mansuetissimo non facea che ripetere, — Coraggio e pregate, figliuoli

miei».

Le violenze hanno sì pessima natura che, cominciate, forza è spingerle

all’estremo. Pio a Savona è trattato non altrimenti che un vulgare

prigioniero, assegnatigli tre franchi al giorno, segregato da’ suoi

consiglieri, frugate le lettere e ogni cosa che a lui vada, e cinto

di sempre più spie e guardie, sotto pretesto che gl’Inglesi pensassero

rapirlo. Egli, acconciato nella resistenza passiva, ricusa le comodità

e il lusso offertigli; ad ogni interpellazione risponde «Rendetemi la

libertà»; nega istituire i vescovi nominati dal persecutore, talchè le

chiese rimangono vedove, per quanto Napoleone cacci in carcere i vicarj

generali che si dichiarano non autorizzati a conferire l’istituzione

ai nominati da lui; altri vescovi incarcera o relega perchè ricusano

il giuramento d’osservare le libertà gallicane, e sopprime diciassette

diocesi romane e tutte le abazie.

Eppure Napoleone avea bisogno del papa affinchè proferisse il

suo divorzio da Giuseppina, e così la seconda donna non fosse una

concubina, nè spurio il futuro erede. Alle nozze di Maria Luigia (1809

aprile) tredici cardinali non vollero intervenire, perchè non erasi

sul divorzio interpellata la santa Sede; onde Napoleone vietò loro di

portare le insegne cardinalizie, ne confiscò i beni, e li relegò in

varie città; ed erano nominati cardinali neri, a differenza dei dodici

rossi che v’intervennero[126].

Al vacante arcivescovado di Parigi è nominato il cardinale Maury,

vescovo di Montefiascone ligio a Napoleone; e viene radunato quel

capitolo per discutere se si possa confidargli l’amministrazione della

diocesi senza l’istituzione pontifizia. I più stanno pel sì, allegando

le libertà gallicane e che la giurisdizione mai non muore: alcuno crede

indispensabile l’autorizzazione papale, e brevi in tal senso circolano,

malgrado i divieti e le persecuzioni della polizia. Per provvedervi

e per fiaccare la resistenza del pontefice, Napoleone sottiglia di

spedienti; fa da tutti i vescovi e capitoli dell’impero rispondere alla

dichiarazione del capitolo di Parigi; e quelli d’Italia, indettati dal

vicerè, scendono ancor più basso, asserendo che il corpo dei vescovi

_in attività_ rappresenta la Chiesa[127], che qualunque istituzione

romana è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo

della Chiesa, che l’istituzione canonica e la professione di fede e

obbedienza sono restrizioni messe tardi dai pontefici alla podestà

vescovile, ch’è d’origine divina.

Fidato in tale docilità, l’imperatore intima un concilio di tutti

i prelati dell’impero e della confederazione Renana, per rimovere

le difficoltà nate in grembo della Chiesa. In quella parata di

nuovo genere egli imitava Costantino e Carlo Magno; e davanti alla

commissione preparatoria discuteva coi prelati sull’autorità temporale

del papa, egli che sapea di tutto; e se l’ottagenario abate Emery, con

argomento _ad hominem_, gli mostrava che Bossuet stesso avea dichiarato

necessario quel dominio, egli rispondea: — Ciò poteva essere vero

quando l’Europa riconoscendo diversi signori, non era decente che il

papa fosse sottoposto ad uno in particolare. Ma ora che tutt’Europa non

conosce altro signore che me?»

All’assemblea si proposero questi punti: «Il papa può, per ragioni

temporali, ricusare d’intervenire agli affari spirituali? — Non sarebbe

dicevole che il concistoro del papa fosse composto di prelati di tutte

le nazioni? — Se il Governo francese non violò il concordato, può il

papa arbitrariamente ricusare l’istituzione ai vescovi nominati, e

rovinare la religione in Francia come la ruinò in Germania, ove da

dieci anni non c’è vescovo? — Una bolla di scomunica fu affissa e

diffusa clandestinamente: come prevenire che i papi non si rechino ad

eccessi tanto repugnanti alla carità cristiana e all’indipendenza dei

troni?»

Ma ai vescovi, prima di tali quistioni, se ne affacciava un’altra:

aveano essi il diritto di adunarsi senza permissione del pontefice? Se

individualmente mostraronsi aderenti al capitolo di Parigi e docili

al Ciro che avea riedificato Gerusalemme, non osarono considerarsi

come assemblea religiosa là dove mancava Pietro; elusero le quistioni,

teneano segreta corrispondenza con Savona, e spedirono al papa la loro

sommissione: sicchè l’imperatore affrettossi a sciogliere il concilio.

Come alle brutali minaccie, così alle insidiose proposizioni di lui,

Pio resisteva, e — Lasciatemi morire degno dei mali che ho sofferto».

Napoleone s’irrita, lo bistratta, i suoi fedeli fa frugare dalla

polizia, o costringe a dimettersi o getta nelle prigioni.

Perocchè egli, erede della rivoluzione il cui vanto più bello era

stato l’abolire le lettere di sigillo e distruggere la Bastiglia,

otto prigioni di Stato avea stabilite, e senza processo, per mero

decreto vi mandava i suoi avversarj: vescovi e preti, traversate

le città ammanettati, empivano il forte di Fenestrelle[128], ove,

se cercavano un breviario, riceveano un volume di Voltaire. Poi al

papa fu intimato «divieto di comunicare con veruna chiesa o suddito

dell’impero, sotto pena di disobbedienza dalla parte sua e dalla loro;

cessi d’esser organo della Chiesa colui che predica la ribellione, e la

cui anima è tutta fiele; e poichè nulla può tornargli il senno, vedrà

che l’imperatore è potente quanto basti per fare quel che altri suoi

predecessori, e deporre un papa».

Un giorno Pio VII è secretamente chiuso a chiave in una carrozza,

con abiti mutati; e senza permettergli d’uscirne giorno nè notte, è

portato di là del Cenisio, mentre a Savona si continua a fingere che

sia presente. Sentendosi malato e incerto dell’avvenire, volle ricevere

il viatico, e dispose di tutto come in articolo di morte, riperdonò

ai persecutori; pure giunse a Fontainebleau, e in quel palazzo fu

detenuto a voglia di chi tutto poteva, e finchè questo non cessò di

tutto potere. Ma colà pure ripeteva: «Coraggio e preghiera. Coraggio e

pazienza. Può darsi che i nostri peccati ci rendano indegni di rivedere

Roma, ma i nostri successori recupereranno tutti gli Stati che loro

appartengono».

Lo Stato Pontifizio, ridotto a 800,000 abitanti, fu diviso nei

due dipartimenti del Tevere e del Trasimeno; si nominò un senato

di cinquanta cittadini, ma non seppero mai a qual uso, nè mai si

radunarono, nè la promessa costituzione comparve mai, tutto regolando

la consulta, composta di Miollis, Saliceti, Degerando, Janet francesi,

e del piemontese Dal Pozzo. Roma, benchè dichiarata seconda città

dell’Impero, e desse titolo regio al principe ereditario, decadde.

Il Governo decretò si potesse usare nei tribunali e negli atti anche

la lingua italiana; anzi si facessero annui concorsi onde premiare

gli scritti «più capaci di mantenere essa lingua nella sua purità;

un istituto di beneficenza, e un milione per abbellimenti, si fecero

dissotterrare antichi edifizj, massime l’anfiteatro Flavio, i contorni

del Foro Romano e il Foro Trajano; si posero giardini pubblici sul

monte Celio e sul Pincio; si favorì la manifattura de’ musaici per

copiare i quadri napoleonici; si divisò l’asciugamento delle paludi

Pontine.

Erano scarsi compensi alla vedovanza del Vaticano, e al vedere tanti

vescovi, canonici, parroci, deportati o rinchiusi per non avere voluto

giurare fedeltà a un sovrano che non credeano legittimo. Il Canova,

che lungamente ricusò d’immortalare «quello che avea tradito la sua

patria, poi vendutala all’Austria», per insinuazione del papa che

temea corrucciare il Grande, si recò a Parigi onde ritrarlo, e della

confidenza artistica si valse per cantargli molte verità, e come Roma

giacesse al fondo della miseria dopo perduto il principale alimento

della sua vita. In fatto il debito (_luoghi di monte_) elevato a 50

milioni di scudi, spariva in gran parte perchè abolironsi le Opere

Pie, che n’erano le principali creditrici; il resto fu liquidato a due

quinti del valore originario. La popolazione di Roma che, fino al 1796,

era stata di 165 mila anime, e per la prima invasione francese erasi

ridotta a 135 mila, adesso venne a sole 113 mila[129]. I moltissimi

poveri, al cui alimento provvedeano le istituzioni religiose, costarono

5 milioni di franchi in quattro anni. Al 3 giugno 1811 festeggiossi la

nascita del re di Roma, ma il pontefice vietò di prendervi parte, nè

gli ecclesiastici prestavano il giuramento all’usurpatore, onde 500

furono deportati; e i monaci cacciati dai chiostri ricusavano fin la

pensione di cui avrebbero dovuto vivere. Al papa spossessato mandavansi

sempre offerte e omaggi, e durava con esso un’attiva corrispondenza,

che l’occulatezza della Polizia non riuscì mai ad interrompere. «La

resistenza di questi pretocoli fu veramente meravigliosa: fu la sola

resistenza italiana del tempo». Queste parole sono di Cesare Balbo, che

giovinetto affatto, servì di segretario alla consulta, e se ne dolse

sempre.

Confessano anche i Francesi che il più deplorabile errore di Napoleone

fu l’ostilità col papa; Francia n’era vergognosa; Italia fremeva

in silenzio, e si inchinava al prigioniero. Invano Napoleone fece

pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l’impero, dove

l’obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto

fra i comandamenti di Dio: le coscienze restavano turbate, i preti

vacillavano nell’eseguire gli ordini dello scomunicato, la plebe

rabbrividiva e pensava.

Di tutto ciò cresceva il malcontento della popolazione, «la cui

esistenza, sotto il papa, era stata dolce e tranquilla, più che

brillante, e il cui carattere piegavasi facilmente al Governo de’

suoi principi»[130]; e sotto alle feste chiassose, agli sfolgoranti

circoli della Corte e de’ ministeri, a’ festini, alle mascherate,

ricantateci ancora tuttodì dai gaudenti di quel tempo, sentivasi un

fremito silenzioso e iracondo, guardavasi donde verrebbe il sassolino

che abbatterebbe la statua di bronzo, e la splendida cometa apparsa

nel 1811 parve il preludio straordinario della caduta dell’uomo

straordinario.

Ma a lui, nell’apogeo di sua grandezza, dovevano incutere spavento

maggiore le grida di patria e d’indipendenza che rintronavano d’ogni

parte: tradì la libertà, e in nome di questa insorgeano i popoli e

perfino i re: tradì la religione, e la voce di questa dalle coscienze

doveva risonare nelle volontà, ed attestare solennemente che la forza

non è tutto, e che un Governo deve soccombere quando immorale.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 10 / 28 题