Ostilità col papa.
Buonaparte aveva mostrato rispetto per l’islam in Egitto, e chiesto
favore appo i Musulmani col vantarsi d’avere distrutto il papa; poi,
quel desso che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo, a dispetto
de’ pensatori, de’ forti, de’ consiglieri, ricostituì non solo il
cattolicismo col concordato, ma la supremazia pontifizia col richiedere
da essa la consacrazione. Ve lo induceva il desiderio di opporre una
legittimità alle riscosse de’ Realisti, d’unire in sè i diritti della
rivoluzione e quei del sacro crisma, e di disporre de’ fulmini della
Chiesa contro i re che meditava osteggiare. Ma ciò ch’egli avea preso
per semplice formalità, parve altrimenti al buon senso pubblico, il
quale non si limita a tirare da una premessa le sole conseguenze che i
potenti vorrebbero.
Col concordato egli pubblicò articoli organici che in parte lo
derogavano intaccando la libertà della Chiesa[114]. Il papa in
concistoro si dolse di questa intrusione di sorpresa, e dal nunzio
Caprara fece presentare una protesta contro gli obblighi che in essi
imponevansi al pontefice, fin di giurare nella sua consacrazione che
non attenterebbe alle libertà gallicane. I partigiani e ministri
dell’imperatore erano tutti alunni della enciclopedia e della
rivoluzione; due de’ più creduti, Fouché e Talleyrand, erano preti
apostati, perciò ostili alla Chiesa, onde si compiacquero di usare
col papa un linguaggio burbanzoso. Suggerivasi a Napoleone di tenerlo
per forza a Parigi, quivi accentrando l’unità religiosa, e riducendo
secolare il patrimonio di San Pietro: e avutone sentore, Pio VII
lasciò intendere d’avere già tutto disposto per abdicare, sicchè non si
troverebbero in mano che il povero frate Barnaba.
Roma dunque esultò allorchè, dopo ritardi se non violenti però
inospitali, Pio fu lasciato partire, e l’accolse con solennità
cordiale. Dolente di non avere nulla ottenuto di quanto riprometteasi
da quella sua gita, a’ compagni di viaggio il papa raccomandò
discrezione; ma fin questo silenzio era un’accusa contro l’imperatore.
Nuovo dolore cagionò al pontefice l’essersi nel Codice ammesso il
divorzio, e fatte pari tutte le religioni, fin l’ebraica: delle novità
ecclesiastiche introdotte nel regno d’Italia lagnossi con lettere
confidenziali, dolci, ma insistenti: e Napoleone rispondeva vantando
come donato tutto ciò che non toglieva alle chiese, ai capitoli, ai
vescovi nostri; e — Non ho io forse posto fine ai disordini, e dato
torto ai filosofi che credevano inutili le istituzioni religiose?
Dappertutto ebbi ringraziamenti e lodi; molti trovavano anzi ch’io
faceva troppo pel clero: or come invece Roma me ne disgrada? Avrei,
è vero, negl’innovamenti dovuto concertarmi colla santa Sede; ma
questa va troppo a rilento, nè la sua politica più s’affà col secolo;
e mentr’essa avrebbe tardato due o tre anni a mettere sesto alle cose
religiose d’Italia, io le racconciai detto fatto».
Poteasi non prendere ombra d’un’ambizione che non conoscea limiti?
al primo istituire del regno d’Italia non v’aveva egli soppressi i
conventi, scemate le parrocchie, prefinito il numero de’ seminaristi?
non aveva egli in Germania sovvertito l’edifizio cattolico
coll’abbattere i principati ecclesiastici, e spartire i popoli senza
riguardo alla religione? non circondava d’esploratori il Vaticano
e i cardinali?[115] Le preghiere dunque del sacerdote mal potevano
alzarsi a favore del guerriero, se anche la prudenza ratteneva dal
contrariarlo.
Il papa, mansueto, e sollecito soprattutto di conservare la religione,
blandiva all’imperatore; il Consalvi ministro di Stato ricusava di
prendere parte nelle coalizioni ostili alla Francia, sebbene spintovi
dal sacro Collegio: ma allo scoppiare delle ostilità con Napoli tutta
Romagna fu sossopra; Vanni, Navarro, l’ex-frate Benigetti a capo
di bande ricomparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando
la popolazione alle armi; in Roma si formarono due comitati che
corrispondevano coi nemici di Francia ed occhieggiavasi ogni occasione
di palesare odio a questa.
Ancona era sulla via di comunicazione fra il regno d’Italia e
il napoletano, rimpetto a Corfù dove s’annidavano i nemici; avea
fortificazioni cascanti, e custodita appena da 676 uomini e 58 cannoni.
L’imperatore ordinò al papa di metterla in buona difesa, ma il sacro
Collegio rispondea ciò repugnare alla sua neutralità; ond’egli comandò
a Gouvion Saint-Cyr (1805 6 9bre) di occuparla per sorpresa. Il papa
ne protesta coll’imperatore; questo, ebro della vittoria d’Austerlitz,
gli risponde come a vecchio inetto: — Egli è buono a svolgere tesi
teologiche, non gl’intrighi che lo circondano; ho occupato Ancona
qual protettore della santa Sede; la spada mia, come quella de’ miei
predecessori della seconda e della terza razza, è la vera salvaguardia
della Chiesa; rimandi pure il mio ambasciadore, e riceva invece
quel dell’Inghilterra o il califfo di Costantinopoli; giudice sarà
Iddio»[116].
Il papa sommessamente allegava il candore del suo carattere, la mitezza
de’ suoi consigli, le prove d’affetto mostrategli; lo felicitava delle
sue vittorie; ma poichè queste gli aveano dato il Veneto, compisse le
speranze lasciate di restituire le Legazioni; intanto rendesse Ancona
al primitivo stato pacifico; conchiudeva, «se gli toccasse, dopo tante
altre, anche la sventura di perdere la benevolenza di lui, il sacerdote
di Cristo che ha la verità nel cuore e sulle labbra, sopporterebbe con
rassegnazione e senza paura, della tribolazione stessa confortandosi
colla costanza».
Ma nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza
o moderazione, e risoluto d’involgere anche le credenze e il culto
nel suo despotismo amministrativo, più non poteva arrestarsi sulla
curva che parea sollevarlo al vertice e il portava all’abisso. Facea
mantenere dallo Stato Pontifizio le sue truppe che lo attraversavano
(1806), e che in quattro mesi valsero 1,300,000 scudi; occupò
i principati di Benevento e Pontecorvo attribuendoli in feudo a
Bernadotte e a Talleyrand, senza pur informarne il papa, che n’era
il padrone; occupò le città del litorale per attuarvi il blocco;
dal cardinale Fesch, violento e irascibile che più volte aveva
oltraggiato il pontefice[117], faceva esigere che fossero cacciati i
Russi, gl’Inglesi, gli Svedesi, i Sardi, e chiusi i porti ai nemici
di Francia; sbraveggiava il nunzio e il Consalvi che si dimise dal
ministero; minacciava fare del papa come Carlo V di Clemente VII.
E come? un vecchio inerme sarebbe d’ostacolo al giovane balioso?
che monta la gratitudine? che il rispetto alla vecchiaja ed alla
virtù? che la santità del carattere o le affezioni del popolo? Lo
sbalzare di seggio un regnante, da cui testè egli avea chiesta la
consacrazione, farebbe impressione sinistra; la Chiesa potrebbe
ferire ancora di maledizioni la fronte che testè avea consacrato;
per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e
inoffensivo de’ principi, Napoleone rischia di vedere scandolezzate
le coscienze cattoliche, impugnato il dogma dell’autorità, ch’egli
avea tanto faticato a ripristinare: che importa? a tutto prevalga
l’implacabile intolleranza d’ogni volontà reluttante alla sua. Pio
continui ad essere papa, ma non impacci i disegni del guerriero; nè
Roma neghi all’imperatore quell’obbedienza che gli rendono Milano,
Venezia, Firenze, Napoli. — Tutta Italia sarà sottoposta a’ miei
ordini (scrissegli soldatescamente). Di Roma voi siete il sovrano, ma
l’imperatore ne sono io; i miei nemici devon essere nemici vostri. Le
lentezze di Roma a dare le dispense e ad approvare i miei vescovi, sono
insopportabili: io non posso trascinare per un anno ciò che dee farsi
in quindici giorni».
Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, cercar tempo
al tempo, condiscendere in qualche parte per ottenere il tutto: ma
Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità
del pontificato, fedelissimo a quella morale che non patteggia colla
menzogna, e al dovere di tramandare intatta l’autorità datagli in
deposito. Consultò il sacro Collegio; e i cardinali, già da un pezzo
persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel
vortice, opinarono pel partito che almeno mostrava dignità; si negasse
l’alleanza colla Francia, poichè questa condurrebbe a guerra con tutta
cristianità, provocherebbe Inglesi e Russi a perseguitare i cattolici
loro sudditi, repugnerebbe all’affezione che il pontefice deve a tutti
i credenti.
Pio dunque rispose, si terrebbe colpevole di codarda debolezza presso
il mondo e presso l’avvenire se non desse la risposta comandatagli dal
sentimento della giustizia, della verità, dell’innocenza, ed esponendo
quel che prima e poi fu tante volte ripetuto, dicea, «Come principe
temporale non dover intraprendere cosa che si opponesse a’ suoi doveri
di capo della Chiesa, doveri a cui non sono legati gli altri sovrani:
obbligandosi a una federazione guerresca, si nimicherebbe le nazioni
contro cui dovesse osteggiare, e quindi sarebbe impedito nel libero
esercizio della sua supremazia sopra tutti i fedeli del mondo; adunque
padre comune de’ fedeli e insieme sovrano indipendente, terrebbe nelle
contese umane neutrali il cuore e gli Stati suoi, aperti al potente
non men che al debole; ministro di pace, non cesserebbe d’invocare
il termine delle guerre desolatrici, e il ritorno della comune
tranquillità». Carlo Magno trovò Roma già in mano de’ Papi, ne ampliò
il dominio, ma nè lo fondò, nè pretese superiorità in quello: anzi in
testamento impose a’ suoi figli espressamente di difendere tali dominj
della Chiesa anche coll’armi, nè riservò loro alcun diritto di revocare
i doni fatti da lui o da suo padre. Il possesso pacifico di XI secoli
era «un titolo, che nessun altro sovrano potea vantare (1806 20 marzo).
— Voi (soggiungeva), siete imperatore de’ Francesi, non di Roma; e se
vi fosse un imperatore de’ Romani, sarebbe quel di Germania, titolo di
dignità, che nè in realtà nè di figura scema l’indipendenza della santa
Sede; dignità del resto sempre elettiva. I rimproveri che ci fate di
trascurar le anime, ambire a vantaggi mondani e a vane prerogative, li
riceviamo come un’umiliazione dalla mano dell’Altissimo. Nè voi vorrete
spogliarvi di quella saviezza e previdenza, per la quale conosceste
che la prosperità de’ Governi e la tranquillità dei popoli sono
irreparabilmente annesse al bene della religione».
Sapendo però quanto Napoleone fosse pertinace, insinuò ai ministri
di Russia, Inghilterra e Sardegna di non esporlo a maggiori cimenti,
ed essi ritiraronsi; fece sapere a Fesch che, malgrado i doveri della
neutralità, non s’impedirebbe che i Francesi occupassero Civitavecchia,
la quale in fatto fu subito invasa. A tanto rassegnavasi Pio, sperando
l’imperatore non esigerebbe s’avvilisse a sanzionare atti incompatibili
colla dignità della tiara. Ma era appunto nella parte morale che
Napoleone volea colpirlo; quanto alle forze fisiche, non avea di
già veduto chinarsegli quelle di tutti i re? e a Fontaines diceva:
— Insolenza di cotesti preti! si riserbano l’azione sugli spiriti, e
pretendono lasciare a noi soltanto il corpo».
La lettera del papa volle dunque tenere come il sommo degli affronti,
e cessò di trattar direttamente con esso[118]. Richiamato il cardinale
Fesch, gli surrogò quell’Alquier, che a Napoli avea saputo spionar
tanto, da offrirgli motivo di cacciarne i re, e che nei suoi ragguagli
non parlava che della testardaggine del papa, degl’intrighi de’
cardinali, della folle speranza da questi oltremontani nutrita, che,
se l’imperatore gli abbattesse, il suo successore li ripristinerebbe:
e le istruzioni erangli date dal ministro Talleyrand, al quale ormai
Napoleone lasciava l’incarico d’insultare al pontefice.
Cresceano motivi di querele le nuove prepotenze usate a Napoli,
dove avendo Napoleone messo per re Giuseppe, Pio accampò le antiche
pretensioni della santa Sede, offrendosi però a riconoscerlo tostochè
anche l’imperatore riconosca la sovranità temporale e l’indipendenza
della sede pontifizia. Al nuovo principato di Lucca e Piombino
essendosi esteso il concordato del regno d’Italia, e apposti i suggelli
alle proprietà delle corporazioni religiose, Pio ne mosse lamento col
principe; e Napoleone si chiamò offeso, perchè, il decreto essendo
venuto da Parigi, all’imperatore bisognava dirigere i reclami. Così
manifestamente proclamava il vassallaggio degli altri regnanti.
Intanto il concordato medesimo si attuava nel Veneto, nominando i
vescovi senza sentire il papa[119], il quale protestò non darebbe
loro l’istituzione canonica se non andassero a riceverla a Roma,
e dopo conchiuso un concordato speciale per quel paese. Napoleone
esclamò alla ribellione (aprile); trovò insultante che il papa, nel
mettere nuove imposte ai sudditi, n’avesse accagionato le spese delle
truppe francesi; e sorpassando ogni uso civile, volle gli fossero
mostrati i conti delle entrate e spese dello Stato Pontifizio[120];
pretendeva inoltre se ne cacciassero il console di Sicilia, alcuni
antichi capibanda che s’appiattavano a Roma, e Luciano fratello
disgustato dell’imperatore; si sciogliesse il matrimonio di Girolamo,
altro suo fratello, che dovea cangiare la moglie plebea in qualche
principessa. Pio VII si rinchiuse in una resistenza passiva; prevedeva
le persecuzioni, ma sperava gioverebbero ad assodare le vacillanti
credenze, e si dispose a soffrire con dignità, allestendo il tutto pel
caso che i cardinali dovessero essere rapiti o violentati; mentre fra
il popolo circolava preghiere onde placar la collera del Signore, e
sviare i flagelli della nuova persecuzione.
Altre guerre sopirono il litigio: ma vincitore a Friedland, dettata la
pace a Tilsitt, avuta la Toscana, Napoleone stabilisce dare un calcio
anche a questo vecchiardo, che teneasi in piedi quando si prosternavano
tanti re, e ad Eugenio da Dresda scrive (1807 22 luglio) inveendo
contro l’orgoglio del papa; solo da profonda ignoranza del secolo poter
nascere il ridicolo pensiero di denunziarlo alla cristianità come
nemico: — E che? pensa costui colla scomunica far cascare l’arma di
pugno ai soldati? mettere lo stiletto in mano de’ popoli? Lo faccia,
ed io separerò i miei popoli da Roma; la mia polizia impedirà il
circolare di que’ misteriosi scritti. Intanto non voglio che i miei
vescovi d’Italia vadano a Roma a succhiare massime di rivolta contro
il loro sovrano. Certo il papa si pentirà di non aver aderito alle mie
proposizioni. E forse non è lontano il giorno ch’io nol riconoscerò più
se non come vescovo di Roma, e adunerò un concilio per fare senza di
esso. Quai sono i diritti della tiara? umiliarsi e pregare».
Ancora negoziavasi, e già Napoleone facea versare nelle sue casse
le entrate riscosse nelle provincie romane; destinava un governatore
francese in quelle di Ancona, Macerata, Fermo, Urbino; incorporava le
truppe pontifizie nelle francesi; puniva come felloni i governatori
e comandanti di piazza che tardassero obbedirgli; traeva al museo
imperiale la galleria del principe Borghese, compensandolo lautamente
ma con grave scontentezza del popolo e del Governo[121]. Supponendo la
resistenza del pontefice derivasse dai cardinali, fece intimargli ne
nominasse ventiquattro nuovi sudditi dell’imperatore: il che (se anche
non è vero che volesse portare alla tiara suo zio) violava non solo la
costituzione ecclesiastica, ma quella libertà che ha ogni principe ed
ogni privato di scegliersi i proprj consiglieri.
Chiese inoltre conferisse pieni poteri ad alcuno per definire tutti
i punti in contestazione; e Pio s’indusse a darli a Lorenzo Litta
milanese, uno de’ più illustri e pratici cardinali, che ad alti natali
e squisita cortesia univa irremovibile fede e costumi austeri[122].
Stando nunzio in Polonia al tempo della rivoluzione del 1794, aveva
egli sottratto qualche vescovo al patibolo; assistette alla coronazione
di Paolo czar, e attese a migliorare la condizione de’ cattolici
sudditi; più tardi e dopo lunghi patimenti fu vicario generale a
Roma. Di lui Napoleone ebbe paura, e ricusò riceverlo; così fece col
Pacca; e pretese monsignor di Bayane, francese già vecchio e sordo:
ma neppure questo poteva accedere a così esorbitanti pretensioni, le
quali convalidavansi col minacciare che ogni ritardo si avrebbe per un
disprezzo della forza, e a misura de’ minuti crescerebbero le domande.
In fatto l’imperatore, mettendovi una stizza puntigliosa, professava
non volere più frati perchè non ce n’era al tempo degli apostoli,
bensì soldati per difendersi dagl’infedeli e dagli eretici; il
papa s’assoggetti alla federazione italiana; se no, appellerà ad un
concilio, e occuperà lo Stato della Chiesa, necessario per assicurare
alla Francia quell’Italia, che egli (dimenticandosi de’ sovrani che
v’avea collocati) considerava come parte integrante dell’impero.
Gl’impiegati che venivano a portare tali minaccie a cotesto ambizioso,
sommovitore di popoli, istigatore del regicidio, non trovavano che
un vecchietto, tutto pace, tutto rassegnazione, disposto a qualunque
sacrifizio fuorchè a buttare la tiara nel fango imperiale; che ripetea
quel sacrosanto _Non possumus_: non poter prescindere dai canoni; e
del male che venisse piangerebbe di cuore, ma si sentirebbe scarco di
colpa.
Pure, in procinto di rompere del tutto con quel prepotente, Pio
si sgomentò dei danni che poteano derivarne alla cristianità, e
si rassegnò a soscrivere alla federazione italiana, e mostrarsi
ostile all’Inghilterra, purchè rimanessero intatte le quistioni
religiose. Anche Bayane e Caprara credettero che, concedendo tutto,
placherebbero Napoleone; e formularono un amplissimo trattato, ove
Roma si sgiojellava delle sue migliori prerogative. Ma ecco notizia
che l’imperatore (1807 29 7bre), per non avere interruzione fra il
_suo_ regno d’Italia e il _suo_ regno di Napoli, manda a occupare le
Marche; ordine che convincea come quelle intimazioni fossero fatte
unicamente per ispingere agli estremi il papa, e coll’aspettato rifiuto
giustificare la violenza.
L’occupazione delle provincie privava delle migliori entrate molti
prelati e la santa Sede; e Pio VII, vilipeso come principe, come
pontefice, come uomo, d’accordo col sacro Collegio repudiò il trattato
di Parigi (1808), lesivo alla indipendenza, alla dignità, a’ diritti
spirituali del papa, e ritirò ogni potere al Bayane. L’imperatore non
desiderava che questo, e ordinò al generale Miollis occupasse Roma
«per punire quella Corte insensata e cieca», e per «abituare il popolo
romano a vivere colle truppe francesi e alla loro polizia, in modo che
la Corte papale cessasse d’esistere insensibilmente»[123]. Vi si unì la
frode, notificando a Pio dovere truppe passare al regno di Napoli, ma
non toccherebbero Roma; e continuando le proteste insieme cogli scherni
ai preti e al papa, vi entrarono. Pio si rassegnò, solo protestando
contro l’occupazione, ed esortando i sudditi a imitarlo. Vicario in
terra del Dio della pace, che col divino esempio insegna mansuetudine
e pazienza, non dubita che i suoi amatissimi sudditi metteranno ogni
studio a conservare la quiete e la tranquillità com’egli esorta e
ordina espresso, e rispetteranno gl’individui d’una nazione da cui nel
suo viaggio ricevè tanti segni d’affetto. Da quel momento si considerò
come prigioniero nel Quirinale, più non uscendo alle passeggiate o
alle devozioni consuete, e ricusò di più trattare finchè armi straniere
durassero in Roma.
Noi conosciamo questo Miollis semiletterato, il quale avendo espresso
voto contrario al consolato a vita, erasi nimicato Napoleone, e dappoi
attese a riconciliarselo colla più cieca obbedienza. Si fa dunque
stromento contro il papa, e sorpreso Castel Sant’Angelo col pretesto
d’una sommossa de’ Transteverini, puntate le artiglierie contro il
Quirinale, fa arrestare chi gli spiace; s’ingelosisce fino de’ pochi
battaglioni romani che servivano a tenere la quiete, e gl’incorpora
ne’ francesi, congratulandoli che non avrebbero più a ricevere comandi
da preti e donne, bensì da altri soldati, capaci di condurli al fuoco:
alcuni uffiziali che ricusarono, furono mandati in fortezza a Mantova.
Per iscomporre il sacro Collegio che Napoleone non avea potuto
corrompere, ordinò che tutti i cardinali non oriondi di Roma tornassero
alle patrie loro, benchè alcuni vi stessero da trent’anni, e come
cardinali più non appartenessero ad alcun sovrano particolare, bensì al
papa cui aveano professato sudditanza. Bisognarono soldati per portare
via i cardinali napoletani, poi i genovesi, i milanesi, i veneti, i
toscani, i parmigiani, indi i vescovi, persino il Casoni segretario di
Stato. Così fu sfasciata l’amministrazione, e Pio VII si trovò isolato
di consigli e come principe e come pontefice.
Miollis ebbe l’ordine di assumere anche il governo civile; ma Pio
proibì d’obbedire ad altri decreti che ai suoi, nè di festeggiare in
chiesa le nuove inaugurazioni; il popolo serbò contegno e, malgrado
le suggestioni, s’astenne da’ tripudj carnevaleschi, e solennizzò
l’anniversario della coronazione del pontefice.
Da tutto ciò contrasti, bandi, deportazioni; e annicchiati i ribaldi
negli impieghi che i migliori faceansi coscienza di accettare. Man
mano che uno fosse dal papa nominato governatore di Roma, era côlto e
mandato in lontane fortezze: un’attivissima polizia vigilava tutti gli
atti, gli scritti, le manifestazioni: e tale e tanta era la servitù
(come se ne dolse Pio nella sua allocuzione), che tutto quello che
potrebbe ricusarsi di fare spontaneamente era estorto dalla violenza
e dalle armi. Intanto Napoleone sopprime i conventi, staggisce i beni
ecclesiastici che ascendeano a 250 milioni, cento dei quali assegna
al debito romano e alle spese del culto, il resto incamera. Temendo
resistenza, manda un diecimila uomini di rinforzo a Miollis, e dice: —
Grazie alla pace, ho tempo e truppe disponibili, e bisogna profittarne
per terminare gli affari in pendente. Fra due mesi tratterò col papa,
e poichè il resistere è impossibile, bisognerà che s’accomodi; e
accettare i cambiamenti da me recati allo Stato e alla Chiesa».
L’eccesso della persecuzione diede al pontefice una fermezza che
non era del suo carattere; vedendo il mondo prostrarsi al violento,
rivolgea l’anima al cielo e gli occhi alla posterità, e — Se bisognerà
rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non n’eramo
indegni». E soggiungeva: — Il mio predecessore nei giorni prosperi avea
l’impeto d’un leone, e morì come un agnello; io vissi come un agnello,
ma saprò difendermi e morire da leone». E all’imperatore scriveva
cambiasse consigli, tornasse ai sentimenti primitivi: — Sovvengavi che
Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno, che non risparmierà
qual si sia grandezza; si mostrerà e presto in forma terribile, e i
forti saranno giudicati con rigore».
Qual fu la risposta? Miollis chiude in Castel Sant’Angelo le guardie
nobili; e tra per frode e per forza penetra nel palazzo del papa per
arrestarne il segretario Pacca. Pio se ne querela con Napoleone,
e Napoleone per risposta da Vienna, ove risedeva come vincitore,
proferisce l’unione degli Stati papali all’impero francese (1809
17 maggio), donati, diceva egli, da Carlo Magno «nostro augusto
predecessore» come feudo, senza che Roma cessasse di far parte del
suo impero; adesso ripigliarsi quel dono, e separare di nuovo la
croce dalla spada[124]: i papi alla loro esaltazione giurino non
intraprendere nulla contro le quattro proposizioni gallicane, che sono
dichiarate comuni a tutte le chiese cattoliche dell’impero; godranno
due milioni di rendita in beni immuni; imperiali sieno le spese del
sacro Collegio e della propaganda: ma questi e la dateria e gli archivj
delle missioni e tutto passino a Parigi, dove con milioni si prepara un
nuovo Vaticano.
Al paro dei re di Prussia, di Russia, d’Inghilterra, voleva essere capo
della religione e farla servire alla sua politica; sentiva che un papa
collocato a Parigi gli darebbe efficacia sulla Spagna, sull’Italia,
sulla Confederazione Renana e la Polonia; missioni in America e in
Asia diffonderebbero la gloria e il potere della Francia; i concilj di
Parigi rappresenterebbero la cristianità.
Pio fece affiggere una bolla, dove, esposti gli attentati di Napoleone
contro l’autorità spirituale e temporale dal concordato in poi, colpiva
di scomunica chiunque, dopo l’invasione di Roma, avesse operato contro
l’immunità ecclesiastica e i diritti della santa Sede; egli non avrebbe
cessato di pregare per il loro ravvedimento. Napoleone, ferito con armi
che non erano di ferro, sentì il dispetto del prepotente a cui nulla
più resisteva; e mentre ai vescovi intimava inni per le sue vittorie,
prova evidente della protezione del Dio degli eserciti, inveiva
contro questo tentativo della debolezza e della pazzia per ispargere
turbolenze nell’impero.
Ma anche chiuso nel Quirinale, il papa facea paura, e il generale Radet
nottetempo lo sorprende (1809 6 luglio), e tra gendarmi lo scorta fino
alla Certosa di Firenze. La granduchessa Elisa, che non n’era avvisata
nè sapea come comportarsi, pregò di menarlo oltre. Anche a Torino il
principe Borghese ignorava come trattare questo prigioniero che dava
tanti pensieri a’ regnanti, e che fu trasportato oltre il Cenisio,
poi retrocedendo a Savona, quivi fu deposto, secondo gli ordini del
padrone. L’esecuzione de’ quali era stata affidata a Murat, nuovo re di
Napoli, il quale, nel predominio della forza fantasticando la signoria
di tutta Italia o almeno della meridionale, vuolsi istigasse Napoleone
a trarre in Francia Pio VII, sperandone occasione di arraffare alcuna
provincia.
Ma la tiara vilipesa divenne più veneranda, e se i re erano a
tale sbigottimento che niuno protestò, mentre tutto il mondo erasi
commosso alla prigionia di Clemente VII[125], il popolo ne fu scosso;
nell’aspro tragitto, Pio potè serenarsi degli omaggi resigli da tutte
le plebi; e se la folla devota per lo più s’accontentava di riceverne
benedizioni e d’offrirgli rinfreschi, non mancava chi, con un gesto
risoluto accennando i gendarmi, gli domandasse, — Vuole? dica!» ma il
mansuetissimo non facea che ripetere, — Coraggio e pregate, figliuoli
miei».
Le violenze hanno sì pessima natura che, cominciate, forza è spingerle
all’estremo. Pio a Savona è trattato non altrimenti che un vulgare
prigioniero, assegnatigli tre franchi al giorno, segregato da’ suoi
consiglieri, frugate le lettere e ogni cosa che a lui vada, e cinto
di sempre più spie e guardie, sotto pretesto che gl’Inglesi pensassero
rapirlo. Egli, acconciato nella resistenza passiva, ricusa le comodità
e il lusso offertigli; ad ogni interpellazione risponde «Rendetemi la
libertà»; nega istituire i vescovi nominati dal persecutore, talchè le
chiese rimangono vedove, per quanto Napoleone cacci in carcere i vicarj
generali che si dichiarano non autorizzati a conferire l’istituzione
ai nominati da lui; altri vescovi incarcera o relega perchè ricusano
il giuramento d’osservare le libertà gallicane, e sopprime diciassette
diocesi romane e tutte le abazie.
Eppure Napoleone avea bisogno del papa affinchè proferisse il
suo divorzio da Giuseppina, e così la seconda donna non fosse una
concubina, nè spurio il futuro erede. Alle nozze di Maria Luigia (1809
aprile) tredici cardinali non vollero intervenire, perchè non erasi
sul divorzio interpellata la santa Sede; onde Napoleone vietò loro di
portare le insegne cardinalizie, ne confiscò i beni, e li relegò in
varie città; ed erano nominati cardinali neri, a differenza dei dodici
rossi che v’intervennero[126].
Al vacante arcivescovado di Parigi è nominato il cardinale Maury,
vescovo di Montefiascone ligio a Napoleone; e viene radunato quel
capitolo per discutere se si possa confidargli l’amministrazione della
diocesi senza l’istituzione pontifizia. I più stanno pel sì, allegando
le libertà gallicane e che la giurisdizione mai non muore: alcuno crede
indispensabile l’autorizzazione papale, e brevi in tal senso circolano,
malgrado i divieti e le persecuzioni della polizia. Per provvedervi
e per fiaccare la resistenza del pontefice, Napoleone sottiglia di
spedienti; fa da tutti i vescovi e capitoli dell’impero rispondere alla
dichiarazione del capitolo di Parigi; e quelli d’Italia, indettati dal
vicerè, scendono ancor più basso, asserendo che il corpo dei vescovi
_in attività_ rappresenta la Chiesa[127], che qualunque istituzione
romana è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo
della Chiesa, che l’istituzione canonica e la professione di fede e
obbedienza sono restrizioni messe tardi dai pontefici alla podestà
vescovile, ch’è d’origine divina.
Fidato in tale docilità, l’imperatore intima un concilio di tutti
i prelati dell’impero e della confederazione Renana, per rimovere
le difficoltà nate in grembo della Chiesa. In quella parata di
nuovo genere egli imitava Costantino e Carlo Magno; e davanti alla
commissione preparatoria discuteva coi prelati sull’autorità temporale
del papa, egli che sapea di tutto; e se l’ottagenario abate Emery, con
argomento _ad hominem_, gli mostrava che Bossuet stesso avea dichiarato
necessario quel dominio, egli rispondea: — Ciò poteva essere vero
quando l’Europa riconoscendo diversi signori, non era decente che il
papa fosse sottoposto ad uno in particolare. Ma ora che tutt’Europa non
conosce altro signore che me?»
All’assemblea si proposero questi punti: «Il papa può, per ragioni
temporali, ricusare d’intervenire agli affari spirituali? — Non sarebbe
dicevole che il concistoro del papa fosse composto di prelati di tutte
le nazioni? — Se il Governo francese non violò il concordato, può il
papa arbitrariamente ricusare l’istituzione ai vescovi nominati, e
rovinare la religione in Francia come la ruinò in Germania, ove da
dieci anni non c’è vescovo? — Una bolla di scomunica fu affissa e
diffusa clandestinamente: come prevenire che i papi non si rechino ad
eccessi tanto repugnanti alla carità cristiana e all’indipendenza dei
troni?»
Ma ai vescovi, prima di tali quistioni, se ne affacciava un’altra:
aveano essi il diritto di adunarsi senza permissione del pontefice? Se
individualmente mostraronsi aderenti al capitolo di Parigi e docili
al Ciro che avea riedificato Gerusalemme, non osarono considerarsi
come assemblea religiosa là dove mancava Pietro; elusero le quistioni,
teneano segreta corrispondenza con Savona, e spedirono al papa la loro
sommissione: sicchè l’imperatore affrettossi a sciogliere il concilio.
Come alle brutali minaccie, così alle insidiose proposizioni di lui,
Pio resisteva, e — Lasciatemi morire degno dei mali che ho sofferto».
Napoleone s’irrita, lo bistratta, i suoi fedeli fa frugare dalla
polizia, o costringe a dimettersi o getta nelle prigioni.
Perocchè egli, erede della rivoluzione il cui vanto più bello era
stato l’abolire le lettere di sigillo e distruggere la Bastiglia,
otto prigioni di Stato avea stabilite, e senza processo, per mero
decreto vi mandava i suoi avversarj: vescovi e preti, traversate
le città ammanettati, empivano il forte di Fenestrelle[128], ove,
se cercavano un breviario, riceveano un volume di Voltaire. Poi al
papa fu intimato «divieto di comunicare con veruna chiesa o suddito
dell’impero, sotto pena di disobbedienza dalla parte sua e dalla loro;
cessi d’esser organo della Chiesa colui che predica la ribellione, e la
cui anima è tutta fiele; e poichè nulla può tornargli il senno, vedrà
che l’imperatore è potente quanto basti per fare quel che altri suoi
predecessori, e deporre un papa».
Un giorno Pio VII è secretamente chiuso a chiave in una carrozza,
con abiti mutati; e senza permettergli d’uscirne giorno nè notte, è
portato di là del Cenisio, mentre a Savona si continua a fingere che
sia presente. Sentendosi malato e incerto dell’avvenire, volle ricevere
il viatico, e dispose di tutto come in articolo di morte, riperdonò
ai persecutori; pure giunse a Fontainebleau, e in quel palazzo fu
detenuto a voglia di chi tutto poteva, e finchè questo non cessò di
tutto potere. Ma colà pure ripeteva: «Coraggio e preghiera. Coraggio e
pazienza. Può darsi che i nostri peccati ci rendano indegni di rivedere
Roma, ma i nostri successori recupereranno tutti gli Stati che loro
appartengono».
Lo Stato Pontifizio, ridotto a 800,000 abitanti, fu diviso nei
due dipartimenti del Tevere e del Trasimeno; si nominò un senato
di cinquanta cittadini, ma non seppero mai a qual uso, nè mai si
radunarono, nè la promessa costituzione comparve mai, tutto regolando
la consulta, composta di Miollis, Saliceti, Degerando, Janet francesi,
e del piemontese Dal Pozzo. Roma, benchè dichiarata seconda città
dell’Impero, e desse titolo regio al principe ereditario, decadde.
Il Governo decretò si potesse usare nei tribunali e negli atti anche
la lingua italiana; anzi si facessero annui concorsi onde premiare
gli scritti «più capaci di mantenere essa lingua nella sua purità;
un istituto di beneficenza, e un milione per abbellimenti, si fecero
dissotterrare antichi edifizj, massime l’anfiteatro Flavio, i contorni
del Foro Romano e il Foro Trajano; si posero giardini pubblici sul
monte Celio e sul Pincio; si favorì la manifattura de’ musaici per
copiare i quadri napoleonici; si divisò l’asciugamento delle paludi
Pontine.
Erano scarsi compensi alla vedovanza del Vaticano, e al vedere tanti
vescovi, canonici, parroci, deportati o rinchiusi per non avere voluto
giurare fedeltà a un sovrano che non credeano legittimo. Il Canova,
che lungamente ricusò d’immortalare «quello che avea tradito la sua
patria, poi vendutala all’Austria», per insinuazione del papa che
temea corrucciare il Grande, si recò a Parigi onde ritrarlo, e della
confidenza artistica si valse per cantargli molte verità, e come Roma
giacesse al fondo della miseria dopo perduto il principale alimento
della sua vita. In fatto il debito (_luoghi di monte_) elevato a 50
milioni di scudi, spariva in gran parte perchè abolironsi le Opere
Pie, che n’erano le principali creditrici; il resto fu liquidato a due
quinti del valore originario. La popolazione di Roma che, fino al 1796,
era stata di 165 mila anime, e per la prima invasione francese erasi
ridotta a 135 mila, adesso venne a sole 113 mila[129]. I moltissimi
poveri, al cui alimento provvedeano le istituzioni religiose, costarono
5 milioni di franchi in quattro anni. Al 3 giugno 1811 festeggiossi la
nascita del re di Roma, ma il pontefice vietò di prendervi parte, nè
gli ecclesiastici prestavano il giuramento all’usurpatore, onde 500
furono deportati; e i monaci cacciati dai chiostri ricusavano fin la
pensione di cui avrebbero dovuto vivere. Al papa spossessato mandavansi
sempre offerte e omaggi, e durava con esso un’attiva corrispondenza,
che l’occulatezza della Polizia non riuscì mai ad interrompere. «La
resistenza di questi pretocoli fu veramente meravigliosa: fu la sola
resistenza italiana del tempo». Queste parole sono di Cesare Balbo, che
giovinetto affatto, servì di segretario alla consulta, e se ne dolse
sempre.
Confessano anche i Francesi che il più deplorabile errore di Napoleone
fu l’ostilità col papa; Francia n’era vergognosa; Italia fremeva
in silenzio, e si inchinava al prigioniero. Invano Napoleone fece
pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l’impero, dove
l’obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto
fra i comandamenti di Dio: le coscienze restavano turbate, i preti
vacillavano nell’eseguire gli ordini dello scomunicato, la plebe
rabbrividiva e pensava.
Di tutto ciò cresceva il malcontento della popolazione, «la cui
esistenza, sotto il papa, era stata dolce e tranquilla, più che
brillante, e il cui carattere piegavasi facilmente al Governo de’
suoi principi»[130]; e sotto alle feste chiassose, agli sfolgoranti
circoli della Corte e de’ ministeri, a’ festini, alle mascherate,
ricantateci ancora tuttodì dai gaudenti di quel tempo, sentivasi un
fremito silenzioso e iracondo, guardavasi donde verrebbe il sassolino
che abbatterebbe la statua di bronzo, e la splendida cometa apparsa
nel 1811 parve il preludio straordinario della caduta dell’uomo
straordinario.
Ma a lui, nell’apogeo di sua grandezza, dovevano incutere spavento
maggiore le grida di patria e d’indipendenza che rintronavano d’ogni
parte: tradì la libertà, e in nome di questa insorgeano i popoli e
perfino i re: tradì la religione, e la voce di questa dalle coscienze
doveva risonare nelle volontà, ed attestare solennemente che la forza
non è tutto, e che un Governo deve soccombere quando immorale.