Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi.
Obbedito da 72 milioni di sudditi, temuto da tutti i re, guardato tra
meraviglia e spavento da tutte le nazioni, con esercito impareggiabile,
e co’ migliori generali formatisi nelle guerre della rivoluzione, con
un tesoro non limitato da riguardi o da opposizione, con profondo
disprezzo dei sentimenti di coloro che volea vincere, del sangue e
dei beni di coloro con cui volea vincere, Napoleone non era disposto
a tollerare la pace se non a patto che tutto procedesse a sua
obbedienza. Non cessavano l’Inghilterra drizzargli incontro la potenza
dell’oro e delle navi; Spagna la potenza del popolo; tutti sordamente
l’inestinguibile desiderio dell’indipendenza, la riazione della dignità
contro la violenza, dell’attività individuale contro il comando di
reggersi e pensare e operare come Francia. Alessandro di Russia,
che erasi un tratto invaghito di quella forza anormale, negò poi di
sagrificarle i suoi popoli; onde Napoleone deliberò andar a ferirlo
nel proprio paese, e come già s’era seduto nelle reggie di Madrid,
di Dresda, di Berlino, di Vienna, così troneggiare in quelle di Mosca
e Pietroburgo. Nol si potrà che con torrenti di sangue. Che importa?
purchè s’arrivi a domare la barbara Moscovia e l’avara Albione, e dare
la pace al mondo, cioè l’incontrastata servitù.
Il punto cui più mirava Napoleone nel regno d’Italia, come negli altri
suoi paesi, era la coscrizione. La Cisalpina, appena creata, armò
guardie nazionali e corpi regolari di giovani, che incideansi sul
braccio _Repubblica o morte_; come accadde nelle subitanee scosse,
s’improvvisarono sino dal principio prodi uffiziali, Lahoz, Fantuzzi,
Pino, Teulié, Ballabio, Fontanelli, Rossignoli, Porro, Pittoni ed
altri, che ben comparvero alle battaglie d’Arcole e Bassano, alla presa
di Mantova, Faenza, Ancona, ed altre fazioni. Nel 1801 l’esercito
cisalpino constava di 22,000 uomini: la repubblica italiana ne
aggiunse 60,000 di riserva, comprò dalla francese i cannoni delle
proprie piazze per quattro milioni, e prese a stipendio due mezze
brigate e un reggimento di cavalleria leggiera polacca; ebbe due
equipaggi da ponte, armeria a Mantova e Pizzighettone, mille seicento
gendarmi, un reggimento di granatieri per guardia del Governo, oltre
la guardia nazionale de’ cittadini dai diciotto ai sessant’anni.
Nel 1803 una divisione sotto Teodoro Lechi campeggiò coi Francesi
da Genova a Napoli; un’altra sotto Pino preparavasi a Boulogne per
invadere l’Inghilterra; per la quale impresa noi avevamo offerto
quattro milioni di lire milanesi onde costruire due fregate e dodici
scialuppe cannoniere col nome dei dodici dipartimenti. Stabilito il
regno, l’esercito fece di sè bella mostra all’imperatore nella spianata
di Montechiaro; ed avendo i Borboni di Napoli accennato un movimento,
Eugenio concesse ad ogni dipartimento l’onore di spedire da cinquecento
a mille uomini, e un corpo di guardie nazionali, che accolse fra
Modena e Bologna, gente inesperta e divelta alle case. Militare fu
tutta l’intenzione del viaggio che Napoleone fece nel 1807, e postava
corpi di riserva sul Po e sull’Adige, flottiglie in mare. Il Piemonte,
incorporato all’impero, diede a questo i soldati suoi: Genova,
fortificata come Alessandria, dovette assegnare tre milioni per la
marina, aver arsenale da costruzione, e mantenere almeno due vascelli
da settantaquattro, due fregate, quattro corvette.
Ma i soldati per Napoleone non figuravano che da macchine da guerra;
loro danno se non erano di bronzo come i cannoni. La coscrizione,
sempre gravosa a popolo non avvezzo, andò via via ingrossando; ed
acciocchè le classi elevate non se ne sottraessero, nei veliti della
guardia non s’ammettevano supplenti, e per ogni soldato dovevano le
famiglie 200 lire l’anno; un reggimento di dragoni della guardia,
due compagnie d’artiglieria a piedi, una di leggera, una di marinaj,
oltre l’antico reggimento di granatieri. Le guardie d’onore erano
principalmente destinate alla pompa regia, ciascuno provvisto dalle
famiglie con 1200 lire. Ben presto avemmo corpo del genio e della
marina, armerie nelle Marche e nelle Legazioni, fonderie a Brescia e
Pavia, e collegi per gli orfani, spedali e ricoveri per gl’invalidi.
Pei disastri del 1809 trentasettemila uomini, cinquemila cento cavalli
dell’esercito nostro trovaronsi ridotti a 20,000 uomini e ottocento
cavalli.
Scoppiata la famosa guerra di Spagna, vi fu mandato Giuseppe Lechi
con un nerbo di 2963 uomini, poi una divisione di 13,280 col general
Pino: poi un’altra con Severoli, e quattro reggimenti napoletani. Ma di
30,183 soldati che vi passarono dal regno d’Italia, ne uscirono appena
8858; 1800 de’ 10,000 Napoletani.
L’antico valore rinasceva alle scuole, alle bandiere, ai guiderdoni
promessi o sperati. Ma i nostri non campeggiavano che sotto marescialli
forestieri; e i loro nomi figuravano appena in seconda fila; mentre
riportavano le imprecazioni dei popoli cui andavano a porre il
giogo[131]. — È necessario armarsi per divenir nazione; qual vanto il
partecipare ai vanti d’un genio immortale!» così ci ripetevano: ma per
quanto sia comune l’entusiasmo per quel macello che s’intitola gloria
militare, archi e trofei mal coprivano i tanti sepolcri; l’esercito
non guardavasi più con meraviglia ma con compassione, dacchè parea
certa morte il marciar là dove sì pochi ritornavano; e il buon senso
avvertiva che i nostri giovani, rapiti in sempre maggior numero e
sempre più giovane età, non militavano pel bene della patria, ma per
ambizioni estranee ad essa; soffrendo e morendo non poteano acclamar
la libertà nè tampoco la gloria, ma soltanto _Viva Napoleone_;
nell’inneggiar le vittorie domandavasi qual causa buona avesse
vantaggiato, e conchiudevasi che il miglior governo sia quello ch’è
più parco del sangue e dell’avere de’ cittadini, e che meno n’impaccia
l’industria e l’azione. Molti dunque sotterfuggivano alla dura
legge[132], buttandosi armati al bosco o alla montagna: anzi il valore
italiano mostrossi meglio, perchè indipendente, nelle riscosse contro
la dominazione forestiera a Verona, a Salò, in Valsabbia, a Napoli,
ad Arezzo, al Bisagno, a Civitavecchia, ad Orvieto, in Piemonte, negli
Abruzzi, nelle Calabrie.
Il regno trovavasi in arme 75,000 uomini, due divisioni in Ispagna,
quattro in Dalmazia e in Italia; allorchè sonò di nuovo l’intimazione
di guerra (1812), non sapeasi per dove nè contro chi, ma bisognava
far soldati e marciare, marciare tutti. Fu sistemata nell’impero e
nel nostro una guardia nazionale, iscrivendovi anche la gioventù che
la sorte aveva campato dalla leva, e divisa in tre bandi, dai venti
ai ventisei nel primo, dai ventisei ai quaranta nel secondo, nel
retrobando quei dai quaranta ai sessanta: gran riserva di sangue per
quando sarebbesi esausto quel di cinquecentomila soldati. L’esercito
italiano, comandato da Eugenio vicerè, prese nome di quarto corpo
della grand’armata, la quale ne avea dieci; e formavanlo due divisioni
francesi, parte della guardia reale italiana sotto Lechi bresciano,
una divisione sotto Pino e una brigata di cavalleggieri sotto Villata
milanesi. Re Gioachino, che aveva in piedi cinquantamila Napoletani,
guidava la riserva della cavalleria.
Il 18 febbrajo 1812, dopo scarnovalato nelle varie città, trentamila
Italiani si mossero gaj, speranzosi, disciplinati, confidenti nel capo
e in sè: e giunti a Kalwary di Polonia (1812 29 giugno), conobbero
ch’erasi intimata guerra contro la Russia. Passato il Niemen a
cinquecento leghe dalla patria (1 luglio), fra meteore spaventose e
diluvj di pioggie e faticosissimi bivacchi, sfavillavano di ambizione,
di cortesie, di fidanza.
Il Governo polacco, lusingato da Napoleone colla speranza
dell’indipendenza, confortava i nostri a liberare un paese tanto
simile al loro, e come il loro sbranato dalla prepotenza; nel tempo
medesimo i Russi ritirandosi lasciavano proclami, dove eccitavano
gl’Italiani a disertare dal loro tiranno. Però ai nostri non vennero
meno la fedeltà nè il coraggio, benchè Napoleone non gli onorasse
neppure di una rivista, nè quasi di menzione ne’ bullettini; benchè
Eugenio rammentasse troppo che non era italiano, e non dissimulando la
diffidenza, in un alterco 28 giugno si lasciasse fuggire, — Non temo nè
le vostre spade nè i vostri stili».
Re Gioachino entrò primiero sul territorio russo, prese Vilna; e
avanti, avanti. Ma le marcie diventavano sempre più faticose; i nemici
si ritiravano distruggendo viveri e case; i Cosacchi scorrazzavano
continuamente sui fianchi, uccidendo chi tardasse o si sperdesse.
Stracchi morti si arrivava talvolta in una situazione, piantavasi
il campo; chi si gettava al sonno, chi a preparare il cibo; ma ecco
batter l’appello di levarsi e partire. Gli spossati che bisognassero
d’un riposo, gli arditi che sviavansi a foraggiare, cadeano in man de’
nemici: il cattivo vivere, la pessima acqua moltiplicava le malattie,
talchè sformavasi la bella disciplina.
Pure s’andava innanzi vincendo: il Boristene, dove le aquile romane
arrestarono il volo, lo passarono primi i nostri, ma ausiliarj e
servi: a Smolensko, prima città russa, si ebbe alfine una battaglia
(17 agosto), dove entrambe le parti cantarono vittoria; ma i nostri
entrarono sulle ruine della città.
I veliti e granatieri italiani decisero della giornata di Borodino
sulla Moskowa (7 7bre), contrastata da 132,000 Russi con 587 cannoni:
ma i soliti canti non esultavano dopo una vittoria che costava
ventottomila vite: poi non si avea pane, non vedeasi riposo, nè potea
sperarsi se non in Mosca. Napoleone, che credeva consistere la vittoria
nella presa delle capitali, prometteva colà riposo nella svernata e
abbondanza. A quella si spinsero dunque fra inenarrabili patimenti. Ma
perchè niun tumulto di viventi attorno a quella città? perchè non viene
incontro nè un amico nè un nemico? è insidia? è frode? No: la città fu
abbandonata; non restano che pochi miserabili; e Napoleone, uso entrare
fra le acclamazioni a Vienna, a Madrid, passa in silenzio per le vie
della Sionne russa, e assidesi nel Kremlin (14 7bre), santuario e
reggia dei czar.
Il primo giorno cominciano a scoppiare incendj, creduti accidentali; ma
eccoli riprodursi, crescere; invano faticano i soldati per ispegnerli;
sui loro passi più non aveano che carboni ardenti. Era uno di que’
sagrifizj che imporre può soltanto immenso amor di patria o immenso
dispotismo: tutta in fiamme la città e i magazzini e le armerie,
l’esercito dovette accampare alla serena, vincitore attorno una città
divampante. Per le campagne allagate dalle pioggie con quadri e mobili
alimentavansi i fuochi, intorno a cui coricavansi uffiziali e gregarj,
laceri, bruciacchiati, fangosi, ma sdrajati sopra scialli di cachemire,
pelliccie di Siberia, stoffe di Persia, fra una profusione di posate,
piatti, coppe di argento: qui il velite era trasformato in un cosacco,
il cacciatore in un pope, là il milanese vestiva da baskiro, il
savojardo da taurico, il romano da cinese; e toccavano ghitarre,
flauti, violini, pianoforti superbi, per distrarsi da un immenso
disastro, che non voleasi ancor confessare.
La nostra divisione Delzons fu spedita un tratto oltre Mosca, e fu
quella che spinse più avanti le armi napoleoniche: ma Alessandro,
benchè avesse il vincitore nel cuore del paese, non rispondeva a
proposte di pace, fermo come i Romani contro Pirro; onde Napoleone
non potè più che pensare alla ritirata. Già la divisione Pino di
quattordicimila fanti e mille cavalli, era ridotta a quattromila
combattenti; uccisi da dissenteria e da stenti; soli duemila
in battaglia. Partivano da Mosca (19 8bre) novantamila fanti e
quindicimila cavalieri, cinquecentosessantanove cannoni, duemila
settanta carriaggi e fucine, abbandonando i feriti, e cominciando la
più funesta ritirata che si ricordi.
— Ora comincia la nostra guerra», dissero i Russi, e presa l’offensiva,
molestarono i nostri fianchi senza mai affrontarci. Alcuni che
il bottino fatto a Mosca desideravano conservare, scostavansi
dall’esercito e trovavano la morte. Alcuni, discendendo una traversa,
uno scenderello, lo seguivano sperando incontrarvi un villaggio, un
ricovero; ma sorpresi dagli abitanti o dai Cosacchi erano uccisi
e lasciati perire sul gelato terreno. Fortunato chi le ricche
spoglie di Mosca può cambiare con un tozzo! Pure una volta si potè
combattere a Malojaroslavetz (24 8bre); battaglia che Rapp ascrive
all’esercito d’Italia: sir Roberto Wilson inglese, che combatteva da
avventuriero dovunque vedesse libertà da sostenere, ammirava questi
eroi italiani, che in numero di 16,000 aveano respinto 80,000 nemici:
il russo Buturlin, di quella giornata dà tutto l’onore alla guardia
del vicerè. E sarebbe stata decisiva se esso vicerè lasciava da Pino
movere la guardia reale, ch’e’ tenne invece a spettacolo sotto i
tiri del cannone. Perocchè Eugenio, prode soldato più che capitano,
eccedeva nelle riserve, e spedendo le truppe a spizzico lasciava questi
piccoli rinforzi distruggere senza risultato. Anche a Wiasma il valore
degl’italiani liberò il corpo di Davoust stato tagliato fuori.
Già non combatteasi più per la vittoria, ma pel minore disastro: pure
una speranza sopravvivea, l’avvicinarsi a Smolensko, ove riposo, caldo,
viveri, la fine de’ patimenti. Ma giuntivi (13 9bre), odono che il
corpo di Victor, che ivi credeano acquartierato con 30,000 uomini,
erasi diretto contro Witgenstein, dopo consumate le provvigioni della
città. Bisognò dunque uscir pure di qui; e i feriti che venivano
abbandonati, dal giaciglio de’ loro dolori ghermivansi alle ginocchia
de’ partenti, carponavansi dietro al camerata finchè li vedessero, e
additavano i Cosacchi di cui cadrebbero preda e strazio: per la patria,
per l’amante, pei padri supplicando di non lasciarli quivi al nemico e
alle fiamme, almeno chiedeano una fucilata.
E intanto continuavasi a non trovare che villaggi arsi, che magazzini
consumati; tutta la forza morale occorreva per sostenere la fisica:
eppure ogni tratto erano costretti combattere un nemico forte
e irritato. Se poteasi rinvenire una bracciata di combustibile,
se rimanesse qualche capanna cui metter fuoco, vi si affollavano
ingordamente, attaccavano la pentola, conservata preziosissima più che
le gemme e gli argenti; e coceasi un poco di carne di cavallo sulla
brace, un pugno di farina di segala salata colla polvere: ma a mezzo
del rancio ecco si ode l’urrà de’ Cosacchi; onde pigliansi quei brani
di carne, e così sanguinenti si divorano fuggendo.
Quattrocento miglia erano segnate da cadaveri d’uomini e cavalli, da
feriti abbandonati, da cassoni di polvere fatti saltare, da vetture
a pezzi, quando si arrivò al fiume Beresina (28 9bre). L’esercito
italiano assottigliato, fu spinto da Napoleone come avanguardia; e
sul ponte improvvisato affollaronsi i soldati, confusi, disordinati,
gettando gli altri nel fiume chi avesse ancor forza di urtare,
i sopraggiunti calpestando i caduti, i carri rovesciandosi sulla
folla, nella comune pressa di sottrarsi ai Russi, che arrivavano ben
provvisti, ben pasciuti, avvezzi al clima, e coll’entusiasmo di chi
salva la patria. E questi giunsero allorchè sol parte dell’esercito
era tragittato, ma per salvar l’imperatore si mise fuoco al ponte.
De’ miseri rimasti sulla sinistra, chi bestemmiava, chi gemeva, chi
s’agitava convulsamente, chi lanciavasi nel fiume bilanciandosi sui
massi di ghiaccio, chi nelle fiamme del ponte per sottrarsi a una
prigionia che equivaleva alla morte; molte migliaja caddero in man dei
Cosacchi, che colle picche li spinsero verso l’esercito russo.
Dopo quel passaggio quasi più non rimase aspetto di ordinanza militare,
non disciplina o servizio; appena qualche bajonetta luccicava tra le
file; rozzi cenci e pelli avvolte ai piedi dopo mancate le scarpe,
faceano più faticose le marcie: camuffati in grosse pelliccie, al
capo acconciature strane, barba lunga, irti i capelli, gote scarne,
occhi incavati, sozzi di polvere, di fango, di fumo, appena i più
intrinseci conoscevansi l’un l’altro; procedeano con feroce serietà o
riso convulsivo; trascinavansi dietro i magri cavalli, non più abili
a portare il signor loro, e che sprovvisti d’ogni cibo, rosicchiavano
le scorze degli alberi, pestavano il gelo per trovarvi sotto qualche
bever d’acqua; poi non ferrati a ghiaccio, ad ogni mutar di passo
scivolavano, sicchè sfiniti, cadeano, e a pressa a pressa se ne levava
il cuojo per vestirsene, per tuffar le mani e i piedi nelle viscere
ancor palpitanti, per divorarne qualche brano.
Col dicembre cominciò la neve a grandi falde; e ventata negli
occhi, confusi cielo e terra, cancellate le strade, più non sapeasi
ove s’andasse, erravasi per le sconfinate campagne, cadeasi ne’
pantani. Il vento toglieva il respiro; l’umidità penetrava ne’ laceri
vestimenti; spenzolavano ghiacciuoli dalla barba e da’ mustacchi; i
fucili cascavano dalle mani intirizzite; pareva il sangue fosse tutto
salito al viso livido e gonfio. Era necessario un moto continuo,
poichè fermarsi equivaleva a morire; gelavano le orecchie, il naso, le
mani; prima perdeasi la vista, poi l’udito, poi la conoscenza, infine
la potenza di moversi; un sasso, un tronco bastava a far cascare; e
l’uomo più non sentiasi forza o volontà di rialzarsi, fissava quel
che stavagli intorno con guardatura incantata degli occhi rossi, da
cui spesso il sangue trasudava; ben tosto la neve lo sepelliva, e un
piccolo rialzo accennava che ivi giaceva un prode.
Dopo il 6 dicembre il freddo crebbe sino a venti gradi; molecole
ghiacciate volteggiavano per l’aria, cadevano uccelli gelati, il
terreno era una superficie di cristallo; e il solenne silenzio
dell’inverno non era interrotto pei nostri che dallo strepito de’
passi, dallo sgretolar della neve, dal lento cigolar delle ruote, dai
gemiti de’ moribondi, cui volta a volta rispondeva il terribile urrà
de’ Cosacchi. Alla fratellanza di giovani e di militari sottentra
allora l’egoismo della conservazione; non più distinzione di gradi
o di fortuna; non pensare più che alla salvezza propria; rubavansi
a gara e disputavansi fin colla sciabola un seccherello di pane, un
pugno di farina, una bracciata di legna o di paglia; vedeano cadersi
a’ piedi il camerata, e non gli davano nè una mano nè una lacrima;
l’amico passando presso l’amico ferito non mostrava conoscerlo per non
dividere con lui l’esigua prebenda o un bicchier d’acqua, o sentirsi
pregato d’ucciderlo; se alcuno cadeva, prima che fosse stecchito gli
altri strappavangli le vesti per intiepidire se stessi. La convinzione
che nulla potea toglierli a quell’infelicità, annichilava il vigore
necessario per sostenervisi; molti cadevano in delirio, e già ciechi,
sordi, cancrenati, dallo spasimo si morsicavano le mani e le braccia;
aveano gli occhi pieni di lacrime che non potevano sgorgare; senza
verun male, ma di pura inanizione molti cadevano nel cammino, e i
seguenti gli accavalciavano senza badarvi. La notte sdrajavansi a piè
delle betulle e dei pini o sotto i carri, il cavaliere colla briglia
al braccio, il fante col sacco in ispalla, cumulati a guisa di mandre;
s’abbracciavano un l’altro per tenersi caldi; la mattina trovavansi
stretti ad un cadavere, e l’abbandonavano senza compiangerlo.
Alcuni avvicinandosi improvvidamente al fuoco, n’aveano incancrenite
spasmodicamente le membra; altri neppur sentendo l’impressione della
fiamma, rimanevano bruciati; o addormentandosi in qualche casolare,
vi erano soffogati dall’incendio, per la loro imprevidenza suscitato.
Insomma ad ogni bivacco rimaneva un circolo di cadaveri.
Eppure non mancavano atti generosi: un coll’altro dividere l’ultima
pagnotta e la biancheria; portar sulle spalle l’amico, il padrone; un
vecchio trascinava sopra una slitta il figliuolo ferito e coi piedi
gelati; una sposa recossi il marito a spallucce; uno ben coperto
gettava la propra pelliccia sopra quel che gelava. Lucini velite,
venuto cieco, da Pieroni e Tiraboschi fu accompagnato da Molodezno fino
all’erta di Ponary, ove difendendolo furono uccisi. Altri consegnavano
ai camerata la croce d’onore: un alfiere morendo sotterrò l’aquila
ricevuta ad Austerlitz.
La nostra guardia d’onore era di cinque compagnie, tutte di nobili,
serviti dalle ordinanze, destinati in origine alla persona del
principe, e a scortarlo nelle cerimonie e ne’ viaggi. Nel 1809 aveano
chiesto e ottenuto d’entrare nell’esercito attivo: vergognandosi di
vedersi risparmiati, chiesero pericoli, incontraronli con onore, e
produssero prodi uffiziali. Ora essi pure furono posti in marcia, anche
perchè servissero a malleveria della tranquillità interna: e quelli di
Piemonte e Toscana giunsero solo a Varsavia, come pure i loro veliti:
ma quelli del regno d’Italia procedettero, ed obbligati a serenare e
cercar lontano i foraggi, non avvezzi a servire a piedi, e portando
stivali alla dragona, perivano miserabilmente.
La meta comune, la grande speranza era Vilna; e quando vi giunse
(9 xbre) lo scheletro del grand’esercito, sulle porte urtandosi,
premendosi, s’ammazzavano tra loro; ma ecco vedonsi chiudere le
case, non trovano nulla di preparato; ond’essi, furibondi dalla fame,
sfondano le porte; fan ogni oltraggio ai poveri abitanti; chi trova
cibo e viveri, se ne satolla in modo che muore; alcuni svanite le
speranze, non vollero più partire, immaginando non poter incontrar di
peggio di quel che aveano sofferto; gli altri si rimisero in marcia
verso Kowno, costernati al sentire che restassero ancora pericoli.
I Russi ingrandivano delle nostre ruine; ai cannoni da noi abbandonati
per via aggiogavano i loro cavalli, e li spingevano contro i nostri;
entrati in Vilna, a nome di patriotismo trucidarono i malati nello
spedale di san Basilio. Due leghe da questa città ergesi la montagna
di Ponary, tutta ghiaccio, e il sormontarla costò innumere vite. A
Kowno, nuova speranza d’acquartierarsi, e nuovamente delusa; mancando
ogni ordine, si diguazza nelle provvigioni, e ubbriachi gettandosi per
terra sulla neve, non sorgono più. Il giorno dopo (13 xbre) si parte
per Gumbinen, e le fiamme de’ magazzini di Kowno attestarono ai Russi
che i nemici non erano più entro le loro frontiere. Essi pure quanto
non soffrirono! ma Alessandro gl’invitava a tripudiare nel chiudersi
d’un anno eternamente memorabile. Le loro campagne rifiorirono anche
pe’ nostri cadaveri, le città rifabbricaronsi, sono cancellate affatto
le traccie del guasto, e conservaronsi indipendenti; e diedero una gran
lezione a chi deve riscattare o vuol conservare la patria.
Allora incontrammo i Prussiani: i quali alleati per forza e persuasi
di dovere la loro schiavitù ai Francesi, gioivano in vedere così
miserabile l’esercito, da vent’anni vincitore; e presto si arrolarono
col nemico (1813). Dell’esercito italiano cinquemila soldati rimasero
alla Beresina; e all’appello non risposero che ottomila ottocento.
Passato il ponte di Brison, trovavansi ridotti a duemila seicento
uomini; al fine della campagna, a Marienwerder il vicerè non contava
più che centoventun uffiziali e cendodici tra bassi uffiziali e
soldati; talchè in censessantacinque giorni eransi perduti ventiseimila
trecento novantasette uomini, novemila cavalli, cinquant’otto cannoni,
trecentonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto[133]; e non
per la salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria.
Qual altro eroe potè inaffiare i proprj allori colle lacrime di
450,000 soldati, spenti, agonizzanti, prigionieri senza gloria e senza
esaltamento?
In Italia, come in Francia e in Germania, la mesta taciturnità di
tanti orbati, privi o scarsi di notizie cercanti sulle mappe quelle non
più intese lontananze, e una speranza in qualche lettera o in qualche
rara gazzetta, veniva addolcita dal ripetuto annunzio «che il nostro
esercito era nel migliore stato, ed ottimo quel dell’imperatore e del
vicerè», quando di colpo nel XXIX bullettino (1813 18 xbre) Napoleone
annunzia il gigantesco subbisso; perchè gli uomini non n’avessero
il vanto, lo attribuisce al freddo, e quasi insultando ai patimenti
soggiunge: — Quelli cui natura non avea dato tempra robusta contro le
vicende della fortuna, perdettero il gajo umore, e non pensarono che a
disgrazie e catastrofi; quelli che essa creò superiori ad ogni evento,
conservarono la vivacità e le maniere consuete, o videro nuova gloria
nelle difficoltà da sormontarsi», e conchiudeva: — La salute di sua
maestà non fu mai migliore».
Se ne consolino tanti padri, tante vedove e amanti! egli è sano: di
533,000 soldati che aveano passato il Niemen, 350,000 sono periti,
100,000 prigionieri; ma sua maestà è sana; e non ha una voce di
compassione per gli estinti, non una consolazione pei sopravvissuti!
Sentendo la necessità di ritornare nel centro d’una macchina che solo
per lui sta connessa e si muove, di comprimere le speranze eccitate dal
suo disastro, e di preparare nuova carne ai cannoni, Napoleone fugge
dai tanti che avea trascinati a perire, e cede a Murat il comando.
La costui spada avea servito mirabilmente in quella campagna; ai
Cosacchi ispirava uno spavento misto d’ammirazione, che esprimevano
coll’urlare qualora lo vedessero in quello sfarzo scenico, tutt’oro e
pennacchi, avanzarsi come un cavaliere antico per compiere prodigi di
valore. Ardito però alla carica, nulla valeva a una ritirata; e poichè
Napoleone non avea lasciato ordini, e, come avviene nel despotismo,
tutto in lui riteneva, Murat si desola della responsabilità che gli
pesa addosso, avvezzo a obbedire non sa comandare, inveisce contro
Napoleone che mette in pericolo tutte le Corone napoleoniche, e non
volendo che un re abbia a restar prigioniero, fugge anch’egli (17
genn.) senza aspettar ordini da Parigi, e da Posen vola a Napoli.
Perchè sarebb’egli stato eroe più del suo padrone?
Invece di Ney, vero corifeo di quella ritirata, si conferì il supremo
comando ad Eugenio, perchè regio. Ogni reggimento contava appena
cinquanta o sessanta uomini, pure aveano tutte le bandiere e le
aquile in mezzo a loro. Presto agli antichi rimasugli si unirono
nuove reclute. Ma esercito non potea più dirsi; miserabili drappelli
scomposti e assaliti incessantemente; e se i Polacchi e i Prussiani
s’affrettavano a dar pane e pietose cure, poteva anche temersi
cogliessero l’istante per farli tutti prigionieri.
Perocchè all’annunzio di quella ruina fu un’esultanza fra le nazioni,
che di Napoleone non aveano provato che la tirannia. Anche nell’interno
i disgustati antichi e nuovi s’alenano ne’ maneggi, sperando vendetta
e preparandola: ma mentre la popolazione stanca di tanto sangue, di
tante perdite, di tanti insulti alla nazionalità ed alle coscienze,
si sfoga in allusioni e in pasquinate, Napoleone palesava la potenza
della sua amministrazione. Perocchè, appena arrivato a Parigi, loda,
rimprovera, rincalorisce le idee monarchiche, domanda nuovi sacrifizj
senza voler ripagarli con concessioni ai popoli, ai quali i re hanno
parlato di libertà. Non resta più artiglieria, non cavalleria, non
denaro, non gioventù; eppure egli favella come nei giorni della
grandezza, fa il quadro d’una prosperità che tutti sentono mendace,
con attività implacabile chiama a servizio di terra gli artiglieri di
mare, anticipa un’altra coscrizione, move il primo bando della guardia
nazionale, toglie i fondi dei Comuni e gli obbliga a levare prestiti;
dai prefetti, dai corpi dello Stato si fa mandare congratulazioni e
offerte; tutto può, giacchè nulla lo rattiene, neppur la compassione.
Stupì il mondo al vederlo rialzarsi (aprile) di tratto contro
tutt’Europa (1813), e rinnovando i prodigi della Convenzione, comparire
in Germania, ripigliare l’offensiva con coscritti, e spiegare la sua
grande strategia. Avesse avuto a combattere solo contro eserciti,
vinceva ancora, benchè l’Austria avesse ritorte contro di lui (15
agosto) le duecento mila bajonette che aveagli date in sussidio,
avrebbe egli ancora potuto conservare la barriera al Reno che la
Rivoluzione aveva conquistata; a Lützen (maggio), a Wurtchen, a Bautzen
la vittoria gli sorride di nuovo; ma dietro agli eserciti rugge la voce
de’ popoli germanici, che ebbero anche quel che mancò agl’Italiani,
poeti nazionali in Körner, Arndt, Schenkendorf, e la libertà esultò
sotto i vessilli dei re, in quella che gli stranieri intitolarono
_battaglia delle nazioni_. Napoleone, vinto a Lipsia (16-18 8bre),
ridomanda sangue per supplire al secondo esercito distrutto; intima
l’insurrezione generale; prefetti e podestà armino chiunque appena lo
può; il minimo ostacolo abbiasi per fellonia: ma allora apparve che
neppure in guerra la forza è tutto. Finchè aveva significato difesa
dell’indipendenza e grandezza nazionale, la Francia erasi rassegnata
all’interminabile guerra e vinse: quando la vide a mutare in conquista,
cioè immolamento delle nazioni all’ambizione d’un solo, più non
secondò il genio, e proruppe in desiderio accesissimo di venire a un
fine. Napoleone perdea la sua legittimità perdendo la sua fortuna;
sconnetteasi quell’edifizio, tenuto solo dalla vittoria; i re, i duchi
improvvisati ch’egli avea sparpagliato sui troni, antipatici ai popoli,
deboli come dipendenti, devoti solo per necessità, rubano e fuggono;
Illiria e Tirolo si scuotono; Italia freme d’indipendenza; Murat da
Napoli, Elisa da Firenze patteggiano coi nemici; ultima la Svizzera si
unisce agli alleati.
Anche al regno italico sempre nuovo sangue e oro domandava Napoleone,
senza mostrarne quel conto che avrebbe convertito in adoratori coloro
che erangli servi. Eugenio, appena uscito di Russia, spietatamente
scriveva al ministro della guerra, dei ventisettemila combattenti solo
ducentotre rimanergliene (così credeva); si facesse coscrizione per
surrogare i morti; nè una parola di lode lasciava cadere su questi;
nè una ragione o un pretesto adduceva per indurre a nuovi sagrifizj un
regno che pur doveva figurare come indipendente[134]. Poi da Napoleone
fu spedito a Milano perchè tutto riducesse ad armi, allestisse
ottantamila uomini sì del regno, sì de’ dipartimenti italiani
aggregati alla Francia, traesse armi dagli arsenali. Eugenio emette
cedole; chiede prestiti, pone in moto le guardie della città e della
polizia; ma non giunge a compiere neppure i quadri di 50,000 soldati,
tra francesi e italiani, mal in arnese e in armi, e troppo giovani
e inesercitati; mentre si vantava come un esercito fortissimo, e vi
si faceano figurare ancora i reggimenti distrutti in Russia sotto il
comando di Grenier, Verdier e Pino, li pose nell’Illiria e nel Friuli
per tenere in rispetto l’Austria che s’era rinforzata sulla Sava, e
per impedire i due valichi di Lubiana e della Ponteba. Da Gradisca
l’11 ottobre 1813, mostrato come ci venissero a minacciare gli antichi
padroni, proclamava: «Italia! Italia! questo sacro nome che in antico
creò tanti prodigi, sia oggi il nostro grido di convegno: a questo
nome i giovani si levino, accorrano in folla a formare alla patria un
secondo baluardo, innanzi al quale il nemico non oserà presentarsi. È
invincibile il prode che combatte pei focolari, per la famiglia sua,
per la gloria e l’indipendenza del suo paese. Sia il nemico costretto
allontanarsi, e noi possiamo dire, confidenti al nostro sovrano: Sire,
siamo degni di ricevere da voi una patria: abbiamo saputo difenderla».
Il 21 agosto erano cominciate le ostilità, ove molte vite preziose
furono scialacquate con avvicendati successi: ma dopo l’infelice esito
delle grandi battaglie, visto che l’Italia poteva essere minacciata
verso il Tirolo, Eugenio si ridusse dall’Isonzo alla Piave, poi
all’Adige; si fortificò in Verona, d’onde sortito, tanto per imitare
la paterna prodigalità di sangue, sorprese il nemico (1813 15 9bre) a
Caldiero, e lo respinse sull’Alpone; ma non potè seguitare la vittoria
per tema che i Tedeschi scendendo dal Tirolo, non sollevassero le
popolazioni. Tutta la speranza consisteva nell’esercito. Verdier
e Palombini custodivano Peschiera e il ponte di Mozambano; Grenier
e Zucchi Mantova con Eugenio[135], la guardia reale e la divisione
Rougier; Quesnel il ponte di Goito; Freyssinet, Borghetto e Volta
mantovana; la cavalleria di Mermet volteggiava tra Cereto e Guidizzolo.
Ma il nemico s’avanza; Mayer blocca Mantova; Sommariva, Peschiera;
Bellegarde con settantamila Austriaci entrato in Verona, e stabiliti
gli avamposti a Pozzuolo, solo per riguardi politici non invade
la Lombardia, e corre a Bologna ad affiatarsi con Murat. Eugenio,
desideroso d’acquistare con fatti guerreschi l’affezione dei soldati,
rinnovò sperimenti d’arme a Roverbella, a Borghetto, a Guastalla, a
Parma, massime dopochè gli si furono aggiunti i veterani, reduci di
Spagna: ma si sentì costretto a ricoverare dietro al Mincio[136].
Nugent avea messo il blocco a Venezia, comandata da Seras con
undicimila soldati; i censessantamila abitanti non prendeano parte
alla difesa, e cercavano distrarsi e divertirsi, indifferenti
all’esito[137]; in carnevale si vollero e teatri e maschere; e quando
Seras vietò di uscire dopo mezzanotte senza lume, folleggiarono uomini
e donne girando con fiaccole e lampioni a forme e colori variati; con
uva passa faceasi un tristo vinetto; l’acqua scarseggiava; pagossi fin
sei lire una libbra di carne, trenta un cappone, cinquanta un tacchino,
e quarantaquattromila poveri erano mantenuti dal pubblico; poi tra i
militari scoppiò il tifo, che si comunicò ai borghesi, mal arrivati se
tardava la liberazione.
Il blocco continentale e la guerra incessante aveano scosso
gl’interessi privati: nel 1813 molti grossi fallimenti avvennero non
solo a Venezia, ma a Milano, singolarmente quel della casa Bignami;
locchè sminuì la confidenza, e fe serrare le borse, togliendo così
molti spedienti al tesoro. I patimenti faceano le popolazioni
più ardite a manifestare la noja della dominazione straniera;
quell’obbedire forzato cessava col cessar della forza; i magazzini
erano vuoti d’arme e di vestiti; l’imposta si incassava difficilmente;
i soldati delle provincie occupate disertavano; nelle intatte, i
coscritti rifuggivano ai monti in grosse squadriglie vivendo di
ruba e le città formicolavano di accattoni, che a titolo di poveri
coscritti, voleano denari per amore o per forza; fin Milano, così
vantaggiata dall’essere capitale, soffocava l’entusiasmo stipendiato
sotto all’universale scoraggiamento, e rinvalidava l’indestruttibile
desiderio dell’unità e dell’indipendenza. Della prima ci lusingò
Napoleone col nome di regno d’Italia, poi ben presto aggregò tanta
parte della penisola all’impero francese, sancì la separazione
del Napoletano, nè tampoco tentò ridurre la penisola a tre Stati
soli, i due regni e il patrimonio pontifizio, confederati fra loro,
senz’interesse d’offendere altri, e dalle altrui offese garantiti per
la gelosia d’Austria e Francia.
Disperati d’ottenere da lui quest’unità dopo che il sentimento se n’era
avvivato nella comunanza dei campi e dei pericoli, e nell’aggregazione
a Governi o a vessilli stranieri, prepararono con società secrete,
siccome quella dei Raggi a Bologna e de’ Carbonari nelle Calabrie;
e parve porgervi buon destro il sinistrare di Napoleone. Al quale il
ministro di polizia Fouchè da Roma scriveva il novembre 1813: — Qui,
come in tutt’Italia, la parola d’indipendenza ha una virtù magica;
sotto la sua bandiera militano certi interessi diversi, ma tutti
vogliono un Governo locale; ciascuno si duole d’essere obbligato andare
a Parigi per riclami della minima importanza. Un Governo così distante
non presenta che pesi senza compenso. Coscrizione, imposte, vessazioni,
privazioni, sacrifizj (dicono i Romani) ecco quel che conosciamo del
Governo francese; nessun commercio nè interno, nè esterno; i nostri
prodotti mancano d’esito, e il poco che vien di fuori costa un occhio».
Ed Eugenio a Napoleone da Verona (25 gennajo 1814): — Io non nascondo a
V. M. che in Italia molti uffiziali, e più ancora la truppa si lasciano
sedurre dall’allettativa che il nemico adopera, _l’indipendenza
d’Italia_. M’è forza dire che, dacchè l’esercito di V. M. l’avrà
abbandonata, l’Italia sarà perduta per assai lungo tempo».
Qual sarebbe il principe o l’uomo che alzerebbe la bandiera
dell’italiana indipendenza? Si tentò in prima Eugenio; ed egli,
esitando fra l’ambizione e il tradimento, non mostrò quella risolutezza
che decida dei gran casi. Da Spreziano, ai 29 ottobre 1813, dirigeva
a Napoleone un ragguaglio dello spirito pubblico: — Devo rendere
giustizia agl’Italiani, che in generale non diedero accesso alle
insinuazioni degli emissarj dell’Austria. Non la dominazione austriaca
ribramano essi, non repugnano al Governo di V. M., ma una specie
d’apatia, di non me n’importa, di abbandono irreflessivo gli ha
presi: ognuno si chiude in un egoismo, di cui non vede il pericolo.
Quelli che, posti a capo della società dalla fortuna e dagl’impieghi,
dovrebbero dar l’esempio, non ne danno alcuno... Fa dolore che la
sola attività rimasta agli spiriti sembri oggi esercitarsi in giudizj
erronei sul presente, e vane congetture sull’avvenire. Ben più ho
a dolermi, o sire, quando sento mescolare il mio nome a progetti, a
combinazioni, a speranze del pari assurde e ripugnanti al mio cuore....
Lo dirò colla forza che mi dà l’indignazione; non per me mi sgomento,
giacchè V. M. conosce il mio attaccamento e il mio onore: ma come non
gemerei vedendo un tal pretesto dar ardire ai mali intenzionati, e
accrescere l’inquietudine dei buoni, che fra tante funeste oscillazioni
ben presto non sapranno su qual base appoggiar la loro debolezza».
Più opportuno agli speranti parve Murat; egli buon soldato, egli con un
esercito alla francese, eppure dal francese staccato. Già reluttando
alla aspreggiante supremazia di Napoleone, avea tardato a pagargli il
milione annuo che quegli erasi riservato, e il frutto di quattro grandi
feudi della Romagna, tenendosi offeso del veder questa data in titolo
al principe ereditario. Passando per Milano e per Bologna non avea
dissimulato che voleva ormai badare alla felicità de’ suoi popoli e
alla sua indipendenza, e che aprirebbe i porti agl’Inglesi. Dei favori
compartiti a Beauharnais prendeva gelosia; e gliela fomentava Napoleone
sì in lettere private, sì nel suo giornale, facendo vilipendere l’uno,
l’altro esaltare. Murat per dispetto decretò che soli Napoletani
entrassero negl’impieghi civili e militari, e rimbrottato severamente,
rispondeva: — Mille volte ribramo i tempi quando, semplice uffiziale,
avevo de’ superiori, non un padrone. Fatto re, tiranneggiato da voi,
dominato in famiglia, ho sentito bisogno d’indipendenza, massime che
voi m’immolate a Beauharnais, più gradito perchè mutamente servile,
e perchè gajamente annunziò al senato di Francia il ripudio di sua
madre. Non posso al popolo mio negare col commercio qualche ristoro
ai gravissimi danni della guerra marittima». Solo la moglie, correndo
da Napoli a Parigi, aveva potuto impedire una rottura tra il fratello
e il marito, il quale cominciò a dare ascolto a quelli che lo
istigavano divenire spada dell’italica indipendenza. Quando poi ai geli
settentrionali si fu avvizzita quella gloria ch’era sbocciata ai nostri
Soli, i liberali se gli fecero attorno con maggior istanza: essere
opportuna l’ora, vuota d’eserciti l’Italia, indecise le sue sorti;
i popoli disgustati degli antichi e del nuovo dominio; gli alleati,
intesi a dar libertà al mondo, non si brigherebbero dell’Italia, purchè
la vedessero pronunziarsi contro Napoleone; gli antichi ostacoli a
riunirla essere omai scomparsi quando le provincie aggregate alla
Francia se ne staccavano per forza delle cose, e tutt’il resto fremeva
di spirito nazionale; sorgesse dunque, levasse il grido a cui tutti
risponderebbero; co’ suoi quarantamila uomini salisse incontrastato
fino al Po, ivi si congiungesse coll’esercito d’Italia, formandone uno
superiore a quello di cui potessero disporre Austria e Francia[138].
Murat non osò fidare nei popoli, e tenne pratiche con Bentinck,
generalissimo delle armi inglesi in Sicilia; ma poichè questo esigeva
ch’e’ cedesse il regno e accettasse compensi, egli si volse ancora
verso Napoleone, e andò a combattere per lui in Germania, il suo
scettro affidando alla moglie, disposta a immolarlo al fratello.
Al precipitare degli avvenimenti, re Ferdinando cercò ripigliare il
governo della Sicilia; ma Bentinck, il quale vi operava da padrone,
lo fece circondare di truppe, e separò da lui Carolina ispiratrice
sua, la quale dovè recarsi a Vienna. Il vicario convocò il Parlamento
siciliano, che eletto sotto gl’influssi forestieri sempre corruttori,
molto discusse, poco conchiuse, e rivelò le insane gelosie dei Pari coi
Comuni, le ire dei democratici contro i costituzionali. Da una cronaca
che stampavano si dissero Cronici questi ultimi, e Anticronici i
realisti puri; fazioni che si palleggiavano libelli e ingiurie, e nulla
traevano a riva; sicchè il vicario sciolse il Parlamento, e Bentinck
conservò la tranquillità colla forza.
I Carbonari napoletani spasimavano d’una costituzione: ma Murat
napoleonescamente ne abborriva; sicchè i Carbonari, vedendo che,
per interposto inglese, l’aveano ottenuta i Siciliani, legarono
intelligenza con questi e col Bentinck, il quale assicurava l’avrebbero
se fossero ripristinati i Borboni. N’ebbe sentore Murat, e proscrisse
i Carbonari, raddoppiò di vigilanza, spedì in Calabria il formidabile
generale Manhés, che usò violenze come ancora si trattasse di
masnadieri: per basso tradimento ebbe preso e ucciso Campobianco,
fattosi capo d’una repubblica a Cosenza. Così, mentre perdeva il
prestigio della vittoria, perdeva anche l’opinione di bontà.
Gioachino combatteva ancora alla testa degl’imperiali quando diede
ascolto agli alleati che gridavano, — A chi vuol tradire Napoleone
noi assicureremo i possessi», e che conobbero come egli potrebbe fare
utilissima diversione alla Francia. Quando, dopo la rotta di Lipsia,
egli fu tornato nel suo regno, il ministero inglese ordinò a Bentinck
di sospendere le ostilità «contro la persona che occupava il trono
di Napoli»; e per quanto paresse ignobile il patteggiare con uno che
volevasi guardare soltanto come un capobande, Inghilterra ed Austria
se gli allearono (1814 gennajo), promettendo egli portar contro Francia
trentamila uomini, e non fare accordi se non insieme con loro: esse di
rimpatto lo conserverebbero re del napoletano, accresciuto con brani
dello Stato romano per quattrocentomila abitanti. Subito riapresi il
commercio, e rifluisce il denaro nel Reame: ma gli Inglesi pretendeano
per garanzia Ischia, Procida, Capri e tutta la marina napoletana, e
tenere venticinquemila uomini a combattere co’ suoi. Queste precauzioni
doveano aprire gli occhi a Murat; e Fouché, spedito per tenerlo ben
edificato, gli ripetea, — Voi fatto re da Napoleone, non resterete
re senza di lui; dietro di voi guardate la famiglia borbonica, che da
niun altro che da Napoleone può essere frenata». Gioachino or da una
parte pendeva, ora dall’altra, come gli uomini non fatti alle grandi
risoluzioni; alfine mosse l’esercito, dando al generale Pignatelli
Strongoli speciale incarico di disporre gli uffiziali e i patrioti
a sostenere l’indipendenza italiana. Se, deliberato a salvare il suo
creatore, si fosse unito ad Eugenio sull’Adige, poteva ricacciare gli
Austriaci nell’Illiria, spingersi sul Reno alle spalle dei nemici di
Francia, e difilare sopra Vienna; ma essendosi fermato coll’Austria,
costrinse Eugenio non solo dall’Adige a ritirarsi sul Mincio,
ma a mettere truppe sulla destra del Po per custodire Parma e il
passaggio del fiume a Piacenza. L’esercito napoletano occupò Ancona,
Roma, Firenze, Lucca quasi senza ferir colpo, giacchè i Francesi
si raccoglievano nelle fortezze: e la Toscana, dispettando il suo
Napoleonide, acclamava Francesco I e Ferdinando; nelle Romagne alzavasi
la bandiera italiana.
Gioachino, tolta forza all’antico, non osava piantare un governo nuovo;
pure da Bologna proclamava: — Fin quando credei Napoleone combattesse
per la pace e felicità della Francia, feci della sua voglia la mia:
vistolo in perpetua guerra, per amore de’ miei popoli me ne separo.
Due bandiere sventolano in Europa: su l’una è scritto _religione,
morale, giustizia, moderazione, legge, pace, felicità_; su l’altra
_persecuzione, artifizj, violenza, tirannia, lagrime, costernazione in
tutte le famiglie_. Scegliete». Ancor più francamente il suo generale
Carascosa da Modena arringava gli abitanti dell’alta Italia: — Dopo
secoli di divisione, di debolezza e d’occulte virtù, spunta per noi
il desiderato giorno in cui, combattendo per gli stessi interessi,
difendendo la stessa patria, non abbiamo che ad unirci intorno
al magnanimo re, al primo capitano del secolo, per essere sicuri
d’arrivare di vittoria in vittoria al placido e tranquillo possesso
dell’unità e dell’indipendenza. Italiani! confondetevi nelle nostre
file, abbandonate quelle de’ vostri oppressori, e non date all’Europa
lo spettacolo lagrimevole d’Italiani del mezzogiorno combattenti
con quelli d’oltre il Po, nel momento in cui un magnanimo li chiama
ugualmente all’onore, alla gloria, alla felicità».
Quest’italianità fece mal suono a Bellegarde, comandante degli
Austriaci in Italia, e intonò un proclama (5 febb.) nella chiave
d’allora, ma di conclusione differente: — Italiani, di tutte le nazioni
che l’ambizione di Napoleone curvò sotto il suo giogo, voi siete
l’ultima per cui sonò l’ora della redenzione: vedete in noi i vostri
liberatori; noi veniamo a proteggere i vostri legittimi diritti, e
ristabilire ciò che la forza e la superbia abbatterono; vi chiamiamo
alla difesa comune. Italia, come le altre nazioni, faccia prova di
forza e di coraggio. È tempo che le Alpi s’inorgoglino di nuovo delle
loro cime inaccessibili, e formino una barriera insormontabile: è tempo
che quelle strade aperte per introdurre nel vostro paese la schiavitù,
siano distrutte, nè più si vedano Brenni in Campidoglio». Ma seguendo,
affrettavasi di ricordare le antiche e future divisioni; i Piemontesi,
dalla natura e dal coraggio destinati primo schermo alla bella
Italia, accorressero alla bandiera del loro re; i Toscani rivedrebbero
ben tosto l’amato loro principe, e con lui le lettere, le arti, la
felicità; ricomparirebbe l’antica Casa d’Este; la prima città del mondo
cesserebbe di essere la seconda d’un impero straniero; volere i sovrani
alleati voler ricostruire l’antico edifizio sociale sulle basi che
aveano portato tanta felicità.
Gl’Italiani, abboccavano l’adulazione, non faceano riflesso al fondo;
Gioachino sì: onde cresceangli le titubanze, manteneva carteggio con
Eugenio, modificava le operazioni degli Austriaci, sbigottivasi di
qualche avvisaglia ben succeduta a Napoleone in Francia, e del vedere
gli alleati non volere far pubblico il trattato con lui conchiuso,
anzi gl’Inglesi dalla Sicilia inviare una spedizione in Toscana senza
dargliene contezza.
Napoleone vedea tutto e se n’arrovellava, ma non potea più nè
impunemente insultarlo nè punirlo. E a Murat si erano rannodati quei
che nel regno d’Italia covavano rancori contro Eugenio, pretessendo
l’indipendenza e l’unità italiana; e principali Giacomo Luvini capo
della polizia, e i generali Giuseppe Lechi e Pino, il quale, avverso
a Montanelli ministro della guerra, e per sospetti tolto dal governo
di Bologna, ritiratosi a viver privato in Milano aspettava gli
avvenimenti. Ma nè costoro, godeano opinione nel popolo, nè la godea
Murat, sì pel carattere personale, sì perchè francese.
Intanto il generale austriaco Nugent, più non avendo a combattere
Francesi in Istria, da Trieste venne a Ferrara per assalire Venezia,
e dal Po si stendea sino a Faenza, trescando nelle Legazioni, e
da Ravenna intonava agl’Italiani: — Abbastanza soffriste un giogo
insopportabile. È del vostro interesse il farvi strada colle armi al
risorgimento, e vi sarete protetti ed assistiti. Fatti indipendenti,
in breve sarà invidiabile la sorte vostra, ed ammirata la vostra
situazione». L’Inghilterra che avea sorpreso Lucca, ordina a Bentinck
d’avvicinarsi al Genovesato, e incoraggiare i movimenti che vi
prevedeva: ed egli, sbarcato con quindicimila uomini a Livorno, difila
per la Riviera drappellando sugli stendardi _libertà e indipendenza
italiana_[139]. Insomma Tedeschi e Inglesi, Murat e Beauharnais
promettono le cose più diverse e le meno attendibili agl’Italiani,
che in quella sospensione affannosa non sapevano a chi credere, nè
credeano abbastanza in se stessi; onde abbandonandosi alla decisione
dell’armi, perdettero quel preziosissimo momento. Fin allora non si era
pensato che a ridurre la Francia entro i confini del Reno; ma i re,
di colpo rifatti dalle perdite d’un decennio, ripigliano l’ambizione
di nuovi acquisti: Pozzodiborgo, uno dei tanti Côrsi che portavano a
stipendio altrui o il valore o il talento, e che serviva alla Russia
con un odio da compatrioto contro Napoleone, persuadendo a marciare
sopra Parigi «decise delle sorti del mondo», e potè vantarsi, — Non son
io che l’uccisi, ma gli gettai l’ultima palata di terra». Alessandro
smaniava d’entrare a Parigi a capo della sua guardia imperiale, «giusta
retribuzione delle calamità inflitte a Mosca, Vienna, Madrid, Berlino,
Lisbona dal desolatore d’Europa», e farvi mostra di clemenza, a
contrasto colla desolazione della sua città santa.
Or dove sono i tanti acquisti che avea fatti la Rivoluzione? dove
quella magnifica Francia? dove quell’esercito che essa avea commesso a
Napoleone affinchè assicurasse la pace? Tutto egli ha consumato, e due
milioni censettantremila coscritti; e in diciotto mesi indietreggiò
di settecento leghe. Ciò solo si ricorda, e il pensiero represso,
il commercio estinto, la libertà conculcata, la Francia affidatagli
nel colmo della prosperità, ed ora calpesta dai cavalli ungheresi
e cosacchi, e l’onda della Senna bevuta dai Baskiri. Pure Napoleone
si terrà per vinto finchè la bandiera tricolore a Venezia, Genova,
Mantova, Alessandria? Osi uno dei suoi gran colpi; passi le Alpi con
cencinquantamila uomini e rinnovi il duello sui campi che gli hanno
dato la prima gloria, e che se non altro gli assicureranno condizioni
onorevoli.
In fatti è a capo d’un rinnovato esercito, ma sentesi abbandonato dai
popoli. Risoluto all’estremo, ordina ad Eugenio che getti guarnigioni
in Mantova, Alessandria, Genova, pel Cenisio raggiunga Augereau in
Savoja, a Lione si metta capo delle truppe, assalga Bubna, salvi la
Francia. Meglio per lui se obbediva! ma anche senza supporlo preso alle
blandizie degli Alleati[140], il buon esito d’alcune avvisaglie diede
ad Eugenio speranza di poter ancora sostenersi in un regno che gli era
promesso o lusingato.
Anche l’esercito napoletano avea preteso vincere le dubbiezze di Murat
col deliberare sui modi della guerra; e diciassette generali, fra cui
Colletta e i due Pepe sottoscrissero un indirizzo per ottenerla; i
Carbonari già tengono Calabria e Abruzzo, e proclamano la costituzione,
onde il re è costretto prometterla; intanto introduce riforme, allevia
i dazj, abolisce la coscrizione. Sbigottito poi da alcune vittorie
francesi, rinnova proposte ad Eugenio di spartirsi l’Italia e offrire
la loro alleanza a Napoleone; ed Eugenio lo tiene a bada affinchè resti
inattivo, lascia che dal regno italico riceva e viveri e soldi, poi ne
rivela le ambagi agli Alleati; ond’egli, per cancellare il sospetto,
opera più sbrigato ed efficace, chiarisce guerra alla Francia, ma
dopo udita la catastrofe di Napoleone. Perocchè il senato raccoltosi
a Parigi, decreta decaduti Napoleone e la sua famiglia; e gli alleati
pronunziano non tratteranno più con questo, ed entrano in Parigi fra
gli applausi 2 aprile; mentre a Napoleone si va a cercar l’abdicazione
in quel palazzo di Fontainebleau, ove testè egli teneva prigioniero
Pio VII. Ed egli «pel bene della Francia e la pace del mondo» abdica
(11 aprile), riservandosi la sovranità dell’isola d’Elba e due milioni
di rendita per sè; per Maria Luigia il ducato di Parma e Piacenza; ad
Eugenio uno stabilimento fuori di Francia; dei popoli neppur parola; e
l’ultimo suo saluto non è alla nazione, bensì all’esercito.
Ridotto, come scriveano gli Alleati, «a quella degradazione che sì bene
avea meritata, abbandonato da tutti i suoi, non potendo ispirar più che
la pietà dovuta dai cristiani agl’infelici», ritirandosi verso l’isola
d’Elba fu costretto stravestirsi per isfuggire all’indignazione del
popolo. E si sarà lamentato di quell’ingratitudine che a piene mani
avea seminata.
Allora Eugenio a Schiarino Rizzino presso Mantova (16 aprile) patteggiò
un armistizio con Bellegarde, sicchè venticinquemila Francesi con
quaranta bocche d’artiglieria comandati da Grenier ritornassero in
Francia; le truppe italiane conserverebbero la linea del Mincio e
del Po, finchè del regno fosse deciso; Venezia, Palmanova, Osopo,
Legnago si consegnassero agli Austriaci. Eugenio, congedando quelle
truppe francesi parlò da re: dover rimanersi in mezzo ad un popolo
generoso, buono, fedele, che gli affidava una felicità la quale era
stata e sarebbe lo scopo di tutta la sua vita; volendo così illudere
gli Alleati col farsi credere voluto dal popolo, illudere il popolo col
parere predestinato dagli Alleati.
Per verità, appoggiato dal re di Baviera suo suocero e dall’imperatrice
Giuseppina sua madre, avea molti fondamenti di speranze, e brogliava
per ottenere indirizzi dai reggimenti italiani, e perchè il senato
italico lo cercasse re. Questa idea sorrideva a molti, perchè la
sospirata indipendenza si otterrebbe con solo mutar il capo, senza
quei cambiamenti che tornano sempre di noja, di spesa, di titubanza.
Ma troppe avversioni aveva eccitate Napoleone, troppe Eugenio stesso
colle maniere soldatesche, col conculcare le piccole ambizioni e i
sentimenti, colle indiscrete galanterie, col condiscendere a indegni
favoriti. Fin nell’esercito, unica rappresentanza della nazione, unico
fondamento ragionevole delle speranze, Eugenio era contrariato da molti
uffiziali, fra’ quali e fra i cospiratori otteneva preferenza Murat,
miglior soldato, già re, ed alleato coi vincitori. Nobili, preti, e
il grosso della popolazione propendeano per l’Austria, rimpiangendola,
come sempre si suole i governi caduti; sicchè anche allora ai partiti
mancava quel senso supremo d’intelletto politico, il saper sottomettere
gl’interessi, le idee, le passioni particolari alle comuni, non
badare a ciò che ciascuno preferirebbe, ma a ciò che vogliono tutti;
anzi l’uno tacciava l’altro di vile, di traditore, di venduto allo
straniero. Ben è degno di riflessione, che, in uno stato di cose qual
tuttodì ci viene citato con ammirazione, nessuno si trovò a sostenerlo;
e quelle migliaja d’impiegati senza convinzioni, plaudenti finchè
trattavasi di ciancie e di feste, s’acquetavano nella persuasione
che anche sotto nuovi padroni sarebbero cancellieri, secretarj,
consiglieri.
Tra i discordi prevalgono gl’intriganti. Il senato, corpo senza volontà
nè virtù, in secreto deliberò di deputare Guicciardi e Castiglioni
agli Alleati cercando l’indipendenza. Uscì sentore dell’adunanza, se
ne ignorava la decisione, e temendo si fosse cercato re Eugenio, si fa
correre un epigramma — Re no chi vicerè Italia spogliò e disprezzò»; e
un epigramma a Milano può sempre moltissimo; si grida, si protesta; una
petizione firmata da Confalonieri, Luigi Porro, Ciani, Verri, Bossi,
Trivulzio e cencinquant’altri domanda l’indipendenza come Spagna e
Germania. Nuovo perditempo quando l’importanza consisteva nel pronto
e uniforme risolvere; intanto la bordaglia, che sente rotte le catene
ed è istigata da’ suoi adulatori, infuria sotto al palazzo del senato,
ed esige che richiami la deputazione e convochi i collegi elettorali,
rappresentanza nazionale; applaudisce e insulta ai senatori man mano
che arrivano; v’entra anche, e dopo rotte le effigie napoleoniche e
i segni dell’antico potere, corre alla casa del Prina ministro delle
finanze, e coltolo lo trascina brutalmente per le strade fin a morte
(20 aprile). La guardia civica messa in piedi salvò la città dai
soliti eccessi d’una plebe, cui eransi lasciati gustare il sangue e il
saccheggio.
Così fu disonorevole quell’assassinio, così sciagurate le conseguenze,
che ciascun partito volle riversarlo sopra l’avverso; consueto
refrigerio delle colpe irreparabili. Villa, prefetto della polizia,
che iniziò processi contro i tumultuanti, fu congedato. Possibile
che Luvini, ministro di polizia ignorasse la trama? diceano non volle
prevenirla perchè muratiano, come non volle reprimerla Pino che messo
a capo delle milizie, blandiva la plebe, e ne accettava gli evviva sin
come re. Confalonieri ed altri redenti poi dal martirio, certamente
comparvero tra le prime file, e poterono scusarsi non iscolparsi. Altri
vollero al solito vedervi l’oro austriaco, e anche oggi si asserisce
che un conte Ghislieri avesse celatamente coi partigiani dell’Austria
spinto a quell’assassinio.
Napoleone andandosene di Francia aveva detto: — Addio terra de’
prodi; qualche _traditor_ di meno, e saresti ancora la regina delle
nazioni»; spiegazione vulgare, e fu la stessa che la plebe diede allo
sfasciamento del regno d’Italia; ma certo i partigiani nocquero quanto
i traditori. Quell’amministrazione ardita, prodigiosa, sprezzatrice
d’ogni ostacolo, non avea fondato alcuna istituzione che da se stessa
si reggesse, nulla che potesse sopravvivere alla volontà creatrice; era
una meccanica dotta, sotto cui si cancellavano la ragione, la sorte
dei popoli, la dignità umana, sempre svilita dal giogo straniero.
Come un decreto l’avea costituito, così un decreto sciolse il senato;
convocati i collegi elettorali, s’istituì una reggenza provvisoria, la
quale rabbonacciò promettendo «dimandare quel ch’è il primo bene e la
principale sorgente della felicità d’uno Stato»; vale a dire si abbattè
il sicuro e regolato per avventurarsi in cieche eventualità, e fare che
nè amici nè nemici potessero e dovessero tener conto di un regno che
da dieci anni sussisteva. Entrata la consueta febbre degl’indirizzi,
tre deputazioni si misero in corso, una dal senato, una dall’esercito,
una dai collegi elettorali; moltiplicità che convincea gli Alleati
come non avrebbero a lottare con una volontà nazionale risoluta;
sicchè col pretesto di reprimere il tumulto, essi passano il Mincio
ch’era il confine stipulato, ed occupano Milano. Allora il bel modo,
le gazzette, i libelli a sputacchiare caduti quelli che dianzi aveano
incensati; chiamar malefico, orco, senacheribbo, anche codardo colui,
del quale fin allora aveano leccato la spada insanguinata; tacciare i
ministri d’aver rubato, massimamente Prina e Fontanelli; mentre l’unica
loro colpa era l’essersi creduti ministri del re, anzichè del regno; e
Luigi Giovio, gran napoleonista, aprendo i collegi elettorali dicea: —
Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre
da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella
patria nostra».
La reggenza provvisoria cercò popolarità coll’abrogare le istituzioni
che più offendevano; rimandò a casa i nuovi coscritti, chiese dalle
Potenze i prigionieri di guerra; abolì il blocco continentale, il
registro, le corti speciali, le caccie riservate; attenuò i dazj e
le regalìe; e soldati che rimpatriavano vivi, coscritti refrattarj
che uscivano dai boschi, prigionieri di Stato o per contravvenzione
finanziaria che rientravano nella società, pareano preludj d’un secol
d’oro; si gavazzavano i soliti carnevali sulle ruine, anzichè pensare
alla ricostruzione. Quella reggenza non avea fatta la rivoluzione nè
la intese; ed insufficiente ad ore piene di tanto dubbio avvenire,
credette suo unico uffizio il trasmettere il paese senza trambusti da
un padrone all’altro[141]; ai deputati dell’esercito di Mantova, venuti
ad offrirsi alla patria, il generale Pino rispondeva: — Fate torto alle
alte Potenze col dubitare non vogliano l’indipendenza italiana; bisogna
fidarsi interamente alla loro probità». Sempre gli stessi inganni, le
stesse lusinghe, fin le parole stesse!
Beauharnais, vedendo perduta la sua partita fra il popolo e sperando
ancora dai re, per dispetto rende a Bellegarde Mantova 1814 23 aprile
e l’esercito che non era suo ma dell’Italia; e con molte ricchezze
traversato il paese non senza pericolo, massime nel Tirolo indignato
della perfida fucilazione di Hoffer, passa a Parigi a trescar anch’egli
sul tavoliere dove si biscazzavano le sorti del mondo e le nostre.
Quando nel 1805 si ordì la terza coalizione fra i nemici di Francia,
nelle combinazioni preparate dalla Russia pel caso di vittoria era
che si costituisse pei reali di Savoja un regno subalpino, composto
del Piemonte, con Genova, la Lombardia ed il Veneto; Savoja colla
Valtellina e co’ Grigioni formerebbe un cantone svizzero; una
federazione di cui il papa sarebbe grancancelliere, unirebbe il
regno col pontefice, colle Due Sicilie, col regno d’Etruria e coi
piccoli Stati di Lucca, Ragusi, Malta, isole Jonie, alternandone
l’egemonia fra i re del Piemonte e delle Due Sicilie. Questi concetti
poteano effettuarsi adesso, quando in nome della nazionalità e delle
istituzioni liberali si erano mossi gli Alleati; ed Alessandro,
graziosa personificazione del regio liberalismo, inclinava a metter
Eugenio a capo d’un regno indipendente; gli ambasciatori esteri
fomentavano le aspirazioni nazionali nei nostri, e ai deputati della
reggenza provvisoria[142] quel d’Inghilterra diceva: — Vuolsi avere
idee e sentimenti liberi; manifestateli, e la grande mia nazione vi
proteggerà». Ma allorchè essi inviati presentaronsi a Francesco I
d’Austria, questo rispose: — Lor signori sapranno che la Lombardia
m’era già assicurata nel trattato di Chatillon; non v’è dunque a
disputare d’indipendenza italica nè di costituzione; Milano dovrà
decadere, cessando d’esser capitale; mia cura sarà che decada
lentamente: del resto so non convenire all’Italia le leggi austriache;
chiamerò a Vienna gl’Italiani più illuminati d’ogni classe per
formolare l’ordinamento del paese». Era un accertare che non poteasi
più sperare se non nella clemenza d’un vincitore; ch’era sfuggita
un’altra di quelle occasioni, che, non così rare come cianciano
i poltroni, Iddio manda a questa bella parte d’Italia, e ch’essa
scialacqua.
Napoleone, al primo tornare di Russia, era corso a Fontainebleau,
e a Pio VII, vecchio, infermo, non cinto che da cardinali ligi
all’imperatore, timoroso per la Chiesa quant’era intrepido per se
medesimo, strappò la firma d’un concordato, in cui rinunziava al
dominio temporale, e se tardasse sei mesi l’istituzione ai vescovi
nominati, autorizzava a darla il metropolita o il vescovo anziano.
Napoleone ne esultò come d’un trionfo, e aperse le carceri ai
cardinali. Ma il rinunziare all’istituzione de’ vescovi importava
ben più che il ceder Roma, poichè toglieva al pontefice il diritto di
escludere i prevaricanti e servili: onde Pio VII, «pieno di pentimento
e di rimorso»[143], divulgò una protesta contro quest’atto di sua
debolezza. Ne infuriò Napoleone, ed espulse di nuovo o imprigionò i
cardinali: ma quando si vide perduto, ordinò che Pio fosse riportato a
Savona. Caduto lui, il nuovo Governo di Francia ordinava la liberazione
del papa, il quale allora s’avviò a’ suoi Stati in trionfo. Murat,
che li occupava militarmente, mandò insinuargli di non avventurarsi
in paesi troppo lieti d’essersi sottratti alla dominazione pretina:
ma egli procedette, e accolto dappertutto festosissimamente, si fermò
a Cesena sua patria, ove fece accordo che il re tenesse le Marche
promessegli dagli Alleati, restituisse Roma, l’Umbria, la Campagna,
Pesaro, Fano, Urbino.
L’entrar di Pio in Roma fu una delle più affettuose solennità, e gli
faceano corteggio i detronati reali di Spagna, di Sardegna, di Parma,
cardinali intrepidi e vacillanti, e truppe austriache e napoletane. Le
potenze convenivano di considerare il pontefice come non mai stato in
guerra, nè quindi conchiuso il trattato di Tolentino; restituivangli i
pristini Stati, neppur escludendo i disgiunti possessi di Benevento e
Pontecorvo; bensì la Francia si tenne Avignone e il contado Venesino, e
l’Austria il Polesine di Rovigo, e, malgrado le proteste del pontefice,
il diritto di guarnigione a Ferrara e Comacchio, che privava lo Stato
papale d’una linea militare e della padronanza del Po.
Quanto al Napoletano, si propose di restituirlo ai Borboni di Sicilia;
ma vuolsi che Alessandro rispondesse, or che si trattava di popoli,
non potersi rendere lo scettro a re carnefice; e che Carolina se
ne accorasse tanto da morire improvviso. Veramente l’Austria amava
restasse a Murat, nemico naturale de’ nuovi padroni della Francia,
della quale era sempre gelosa; le altre potenze a vicenda desideravano
in Italia chi tenesse in bilico l’Austria: ma caduto Napoleone,
Murat era un’anomalia; l’Inghilterra volea mantener la parola data ai
Borboni di rimetterli nel regno, e il ministro Castlereagh sottigliava
a mostrare che Murat avesse fallito agli obblighi, e trattato
coll’imperatore. Murat confidava nelle promesse degli Alleati, fin
quando non si udì intimare di ceder le Marche al papa. Mostrò egli
farlo di buona grazia e per amor della pace generale; ma vedendo a che
s’avviassero, e il re siciliano chiedere intero il regno avito, egli
fece armi e rannodò intrighi, diede ascolto a Paolina, a Girolamo,
al cardinale Buonaparte venuti dall’Elba nel suo paese, e credendo
ostinati contro di lui i Borboni ristabiliti in Francia, domanda
all’Austria di dargli il passo con ottantamila uomini per combatterli;
onde quelli mettono un grosso esercito nel Delfinato.
Erasi intanto raccolto a Vienna, tra feste e gajezza d’arti e gioja di
piaceri, un congresso per rassettare l’Europa[144]; e coll’escluderne
le piccole potenze, chiarivasi di voler rimpastarla a senno delle
grandi. Quelle dunque si lamentavano, queste venivano a rissa nel
dividersi le prede inaspettate; e prevedeasi una rottura.
Buonaparte sta in orecchio dall’isola d’Elba, che avea ritenuta
in sovranità, e dove era giunto con Letizia e Paolina, cinquecento
soldati della guardia, e marescialli e generali. I Francesi, sempre
insofferenti di quel che hanno per desiderare quel che non hanno più,
poco tardarono a trovare tutti i torti ai Borboni, e singolarmente i
soldati che vedeansi tolti a quella febbre d’azione, a quell’anelito
di gloria, di promozioni. La ostentata devozione, i revocati
emblemi di nobiltà rincrudivano le dimenticate repugnanze religiose
e aristocratiche; e a Napoleone, dianzi detestato, restituivansi
l’aureola della gloria e la missione di liberatore. Ortensia a Parigi
diffondeva l’ammirazione di lui sotto il nome di libertà; Paolina
correva a suscitarne il culto fra gli Italiani, che trovandosi ancora
sbranati e ridotti al nulla, ricorrono al ripiego dei fiacchi, la
cospirazione, massime i soldati. Alcuni facendosi (come si usa nelle
congiure) espressione del voto nazionale, si rivolgono a Napoleone
rammentandogli le sue prime vittorie in Italia e le speranze di
rigenerazione che questa pose in lui e che porrebbe ancora nella
sua stella, la quale dall’Italia potrà illuminare di nuovo il mondo:
offrivangli perciò il braccio, purchè egli non pensasse a conquiste e
accettasse una costituzione, che rendesse l’Italia una e indipendente;
Napoleone imperatore de’ Romani e re d’Italia, inviolabile, residente a
Roma, con venti milioni di lista civile, dividerà il potere legislativo
con un Senato e con una Camera di rappresentanti triennali, radunati
alternamente a Roma, Milano, Napoli, eletti secondo il censo ed
incompatibili con impieghi amovibili; liberi i culti e la stampa;
proibita ogni ampliazione di territorio o l’intervenire negli affari
degli altri popoli; responsali i ministri, inamovibili i giudici;
guardia nazionale, giurati, nobiltà nuova e senza privilegi; pubblicità
delle Camere e de’ tribunali.
Napoleone non esitò ad accettare; ma d’altra parte Murat, divenuto
ingordo di tutta l’Italia da che si vedeva disputato fin il brano
rimastogli, accoglieva (1815) quanti veterani ricusavano servire
ai principi rimessi, spediva il Maghella suo ministro di polizia
a chiedere e promettere appoggio ai Carbonari, che molto diffusi a
Milano, a Bologna, ad Alessandria, nella terraferma veneta, si diedero
mano coi vecchi soldati del regno italico, fidenti nelle vittorie
come chi le sconfitte attribuisce soltanto a tradimenti. Il papa si
accorgeva di trovarsi fra due nemici l’uno più scoperto, l’altro più
pericoloso; ma in confidenza facea voti per l’Italia, professando
di temere Murat, ma non amare gli Austriaci. A Francia, Russia,
Prussia, non dispiaceva che l’Austria venisse inquietata nel possesso
dell’Italia che ormai artigliava; l’Austria invece e i Borboni di
Sicilia speravano trarne pretesto a spossessare Murat. Probabilmente
è una delle troppo solite dicerie, che Talleyrand, mutatosi in
ministro dei Borboni, e che voleali rimessi anche a Napoli, mettesse
nella congiura un suo fidato, dal quale saputa ogni particolarità, la
rivelasse all’Austria. Il fatto che Fontanelli, destinato attor primo
della mossa, esitò; così il Lechi; e Bellegarde, luogotenente austriaco
in Lombardia, arrestò i cospiratori[145].
In quello stante (1 marzo) Napoleone, fidato nelle trame e nella
propria stella, sbarca dall’Elba in Provenza; i battaglioni spediti a
rincacciarlo s’arruolano con esso, con esso quell’esercito raccolto nel
Delfinato; il vessillo tricolore ridesta l’entusiasmo de’ primi suoi
lampi; «l’aquila di campanile in campanile» fino a Parigi. Napoleone,
entratovi 20 marzo in voce di difendere l’indipendenza e felicità
della Francia, subito scioglie le Camere, abolisce la nobiltà, convoca
un’assemblea nazionale per istabilire i limiti del potere: ma la
maschera democratica non si attagliava al suo viso imperatorio.
Murat tosto gli scrisse che vedea giunto il tempo di «riparare i
suoi torti, e mostrargli la sua devozione»; e Napoleone gli rispose
si allestisse d’armi, ma attendesse gli ordini, e nulla avventurasse
contro l’Austria, colla quale era in trattati. Anche il Colletta,
allora consigliere di Stato, dissuadeva Gioachino dalla guerra;
l’unione di tutta l’Italia essere sogno d’un pugno di teste calde; il
grosso della nazione sentirsi stanco di venticinque anni di guerra,
e desideroso unicamente della propria conservazione, disingannato
dai paroloni simpatici, usati troppo e slealmente; nè potersene
sperare la cooperazione se non procurando beni stabili, e spiegando
forze rassicuranti. L’esercito napoletano si crederà mai più forte
dell’austriaco? il gabinetto reale più influente che il congresso di
Vienna? Gl’Italiani calcoleranno, e non vorranno partecipare a una
causa disgraziata. Quand’anche fossero veri i trionfi di Napoleone,
egli penerebbe tanto a ordinare in casa, tanto a difendersi sul Reno
e nel Belgio, che non potrebbe far mente alla frontiera d’Italia:
anche vincendo, non troverebbesi tanto in vantaggio da dettar patti
agli Alleati. Un movimento contemporaneo a quel di Napoleone parrebbe
agl’Italiani un accordo, e perciò offenderebbe il loro idolo,
l’indipendenza.
In fatto Murat aveva un esercito ch’era appena un quinto
dell’austriaco; e la nazione, scossa da partiti, era restìa a nuovi
patimenti dopo esausta di sangue e di denaro. Per vero, se egli
si fosse trincerato minaccioso fra gli Abruzzi, bastava a tenere
in soggezione gli Austriaci: ma ascoltando di quei consigli che
s’intitolano magnanimi se riescono, manda una colonna comandata da
Giuseppe Lechi sopra Roma, donde il papa fugge; egli con l’altra invade
le Marche, e, pur continuando proteste agli Alleati, affronta gli
Austriaci in Pesaro, e da Rimini proclama: — Italiani, la Provvidenza
vi chiama infine ad essere una nazione indipendente; dall’Alpi allo
stretto di Scilla odasi un grido solo, _Indipendenza d’Italia!_ Questo
primo diritto e bene di ogni popolo, a qual diritto gli stranieri
intendono torvelo? a qual titolo signoreggiano essi le più belle
contrade, si appropriano le vostre ricchezze, vi strappano i figli per
servire, languire, morir lontano dalle tombe degli avi? Adunque invano
natura alzò per voi le barriere delle Alpi? vi cinse invano di barriere
più insormontabili ancora, la differenza dei linguaggi e dei costumi,
l’invincibile antipatia de’ caratteri? No, no; via ogni dominio
straniero; mari e monti inaccessibili siano i limiti vostri; non
aspirate mai ad oltrepassarli, ma respingete lo straniero che gli ha
violati. Ottantamila Italiani degli Stati di Napoli, comandati dal loro
re, marciano giurando non domandar riposo se non dopo la liberazione
d’Italia. Italiani delle altre contrade, secondate il magnanimo
disegno; torni all’arme deposte chi le usò; vi si addestri la gioventù
inesperta: chi ha cuore e ingegno ripeta una libera voce, e parli in
nome della patria ad ogni petto veramente italiano; tutta si spieghi
ed in tutte le forme l’energia nazionale. Oggi si deciderà se l’Italia
deve esser libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al
servaggio. Lacera ancora ed insanguinata, essa eccita tante avidità
straniere. Gli uomini illuminati d’ogni contrada, le nazioni degne d’un
governo liberale, i sovrani d’alto carattere godranno della vostra
impresa, applaudiranno al vostro trionfo. Stringetevi saldamente, ed
un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale,
una costituzione degna del secolo e di voi, vi garantiscono la libertà,
tostochè il vostro coraggio vi avrà garantita l’indipendenza».
Noi riportiamo questi passi per coloro che credono tali idee e
tali parole zampillassero primamente nel 1848. Ma la proclamazione
dell’indipendenza non aveva aspetto che d’un ordigno da guerra; i
più la udivano indifferenti: i sommovitori prometteano immensi ajuti
a lui che millantava immensi soldati. Ingannavansi reciprocamente,
poichè in realtà egli contava trentaquattromila trecento uomini, con
cinquemila cavalli e cinque bocche da fuoco; ma cerniti alla peggio dai
trivj e dalle prigioni: ufficiali straboccavano, ma quali di libero,
quali di servile sentimento, quali affigliati alla Carboneria, quali
persecutori di quella, tutti poco riverenti al re, tutti gelosi de’
Francesi, de’ quali erano rimasti nove generali, tredici colonnelli e
Millet capo dello stato maggiore. Gli Austriaci, oltre aver arrestati i
suoi aderenti in Lombardia, gli opponeano cinquantamila fanti, tremila
cavalli, e sessantaquattro pezzi d’artiglieria: che se fremeasi,
cantavasi, correasi ad esibir consigli al re e vantarsi d’aver
cospirato per chiedergli onori ed impieghi, se a Bologna il cavaliere
Pellegrino Rossi abbattè le ripristinate insegne pontifizie, pochissimi
afferravano le armi, non cinquecento uomini gli si arrolarono in
tutte le Marche, e stentavansi i viveri all’esercito liberatore. Gli
Austriaci, guidati da Frimont, si raccolsero dietro al Po e al Panáro:
e Murat pensava tragittare ad Occhiobello per dar mano a’ Lombardi e
Veneziani, che sperava insorgessero; ma ecco lettere di sua moglie il
richiamano nel reame, minacciato dagl’Inglesi.
Conoscendosi tradito, perdette il coraggio e lo tolse a’ suoi;
ritirandosi a rotta, presso Macerata (2 maggio) cadeva prigioniero
col suo stato maggiore, se un battaglione di cerne delle Legazioni
con vecchi uffiziali non gli aprivano il passo. Il generale Bianchi
lo sconfigge a Tolentino; Nugent per la Toscana e per Terracina difila
sopra il regno: onde proteggere la ritirata, Murat cimentasi ancora a
Ceprano, ma colla peggio, e senza salmerie nè parco arriva a Napoli (19
maggio). Quivi procura amicarsi gli animi col dare la costituzione,
ma troppo tardi; ogni sua domanda d’accomodamento è rejetta dagli
Alleati; il comodoro inglese Campbell minaccia bombardare la capitale.
Murat manda a rassegnar tutto, ma almeno nel trattato conchiuso in Casa
Lanza garantisce il debito pubblico, le rendite dello Stato, la nuova
nobiltà, i gradi, gli onori, le pensioni ai militari che passassero
al nuovo re, e amnistia per tutti. Tumulti destatisi in Napoli fanno
accelerare la chiamata degli Inglesi e degli Austriaci, che con molto
sangue chetano la plebaglia.
Carolina Buonaparte, che virilmente erasi condotta in que’ rovesci,
ottenne d’essere trasportata a Trieste coi figli, dopo sofferti
gl’insulti della plebaglia. Gioachino con pochi fedeli e poco denaro
andò fuggiasco, raccomandandosi al terzo, al quarto; dopo lungo
ascondersi e romanzesco vagare approdò in Corsica, e rifiutando l’asilo
offertogli come privato in Austria, raccolse un pugno di fidati per
imitare lo sbarco di Napoleone, e ravvivare in Calabria contro i
Borboni la guerra minuta ch’essi aveano alimentata contro di lui.
Sgominati da fortuna di mare, egli con solo ventotto raggiunge terra a
Pizzo, ed alza la bandiera; ma è preso, e da Napoli, che ad un tempo
intese il pericolo e la salvezza, viene ordine: — Il generale Murat
sarà tradotto avanti una commissione militare; non sarà concessa al
condannato che mezz’ora per adempiere ai doveri della religione».
Era dunque sentenziato prima che processato; ed egli non rispose
agl’interrogatorj se non — Sono Gioachino re delle Due Sicilie; un re
non può esser giudicato che da un altro re».
Aveva appena quarantott’anni, e sul punto di essere fucilato scrisse:
— Carolina mia, l’ultima mia ora è battuta, fra pochi istanti non
avrai più marito. Non dimenticarmi. La vita mia non fu contaminata da
veruna ingiustizia. Addio, Achille mio! addio, mia Letizia! addio, mio
Luciano! addio mia Luigia! mostratevi al mondo superiori alla sventura
e degni di me. Vi lascio senza regno, senza beni, in mezzo a numerosi
nemici: siate sempre uniti. Pensate cosa foste, e Dio vi benedirà. Non
maledite la mia memoria. Quel che più m’accora è di morir lontano da’
miei figliuoli. Ricevete la mia benedizione paterna, il mio amplesso e
le mie lacrime: nè mai vi cada di memoria il vostro povero padre».
È gemito d’uomo, quale non mai risuona nelle memorie di Napoleone: ed
egli veramente apparve il più eroico fra i soldati di Napoleone, il
solo cavalleresco. Intrepido in battaglia, fu povero ed irresoluto di
consigli, e colpa in parte la sua presunzione, in parte le circostanze,
ne trasse apparenza di menzognero: ma cuore mostrò; e il popolaccio,
sparando contro lui, puniva in esso le colpe napoleoniche[146]. I suoi
seguaci furono rimandati senza processo.
La morte di esso scioglieva da gravissimi imbarazzi l’Austria che
avevagli promesso un aumento di territorio nelle Marche, e gli altri
Alleati che aveano promesso un compenso a Ferdinando in Italia. Il
quale allora ricuperava anche la terraferma; ma non che ottenere
accrescimenti come gli altri principi tutti, fu scemato de’ Presidj di
Toscana, di Piombino, e di parte dell’Isola d’Elba, posseduti da tre
secoli, per darli al granduca austriaco[147].
Contro di Napoleone intanto si era confederata tutta Europa, bandendo
due milioni sulla testa di lui, come ai tempi barbari; ricusando ogni
accordo come d’uomo alla cui parola non si può fidare. Tre eserciti
avventatigli, d’Austriaci con Schwartzenberg, d’Inglesi con Wellington,
di Prussiani con Blücher, a Waterloo (18 giugno) riescono vincitori; il
francese va sperperato; Napoleone fuggendo traverso a morti e morenti,
arriva a Rochefort per tragittarsi agli Stati Uniti, e non trovando
navi, rendesi agl’Inglesi, che considerandolo prigioniero di guerra,
lo portano a Sant’Elena, isola perduta nell’immensità dell’Oceano, dove
visse fino al 5 maggio 1821.
I sovrani alleati ripigliano il congresso per rassettare l’Europa.
Vi primeggiava fra i re Alessandro, che aveva potuto comandare
s’incendiasse la sua capitale e comandare si risparmiasse la
capitale del gran nemico: e secondo il tono di lui, liberali massime
si professavano; principi e popoli non dovere far guerra che per
indispensabile necessità; la schiavitù e il servaggio abolirsi,
qualunque ne sia la forma; connettersi religione, politica, morale; la
spada non conferire diritti; aver ognuno a rispettare l’indipendenza
dell’altro; ai Governi esser necessario fondarsi su canoni precisi
ed espressi; ai popoli competere il diritto di partecipare alla
legislazione, di determinare le imposte, di liberamente manifestare il
pensiero colla parola e colla stampa. Sciaguratamente fra le precedenti
combinazioni di difesa o di assalto nessuno erasi preparato all’opera
della restaurazione; e sbalorditi dalla rapidità degli avvenimenti,
quando uscirono trionfanti dal rinnovato tumulto operarono con maggiore
fretta e minori riguardi: non che ridurre in fatto quelle intenzioni
generose, nè tampoco seppero risolversi francamente tra la scuola
storica e la razionale, tra lo spirito teutonico e il liberale; e
tutti sentivano bisogno di riposo, d’una soluzione a tanti viluppi,
qualunque ella si fosse, comunque si sentisse non duratura. E poichè
ogni rivoluzione ed ogni riazione dee avere una parola d’ordine, qui fu
la legittimità, inventata da Talleyrand pel caso speciale di salvare la
Francia dalle minacciate sottrazioni, estesa dagli Alleati a tutte le
altre quistioni, talchè l’opera loro dovesse parere un rintegramento
del passato, una restituzione dei diritti che l’usurpatore avea tolti
ai principi.
L’Austria erasi mostrata la più pertinace, in una lotta quasi
incessante di ventidue anni non badando a sagrifizj, a spese, ad
affetti, a dignità; ultima sempre a ritirarsi dal campo, sempre nella
pace allestendosi alla guerra, e nell’alleanza col nemico spiando
le occasioni di dargli il colpo. Dritto parve dunque che, non solo
ricuperasse quanto avea perduto in tante guerre e paci, salvo i Paesi
Bassi, ma anche ringrandisse con comode comunicazioni verso Italia, e
con opportunità di tenere la briglia alla Francia. Se la legittimità
proclamata avesse riguardato i popoli, non soltanto i re, Venezia,
non rea d’avere favorito Napoleone, sarebbe dovuta risorgere: invece
fu assegnata all’Austria insieme colla Lombardia, cresciuta della
Valtellina, e col territorio dell’antica repubblica di Ragusi.
Il Canton Ticino, sotto pretesto del contrabbando, era stato
occupato dalle truppe del regno d’Italia, e le brighe per unirlo a
questo venivano secondate da coloro che ambivano cariche e denaro,
o lasciavansi abbagliare dalle gemme del diadema napoleonico, senza
vedere che eranvi incastonate col sangue. Caduto l’imperatore, anche i
vecchi signori svizzeri ridomandavano i loro sudditi: ma il congresso
di Vienna riconobbe la libertà di tutti, e il Ticino formò un cantone
della Confederazione elvetica, che dovette darsi una costituzione
ristretta, secondo il volere di chi allora poteva, ma che venne poi
riformata nel 1830, indi ancora nel 1847 quando la Svizzera abjurò le
sue locali tradizioni per aspirare alla centralità come i regni.
I Grigioni ridomandavano la Valtellina; dove in fatto il basso popolo
rimpiangeva l’antica tranquillità, e il non pagare, e il non militare,
e il sale buon a mercato, e il privilegio di commercio e di transito;
e Parravicini e Juvalta, capi della sollevazione del 1809 (pag. 191),
ora sollecitavano l’unione agli Svizzeri. Ma troppi ambivano tenersi
uniti alla ricca Lombardia, e ad una Corte che poteva dare pensioni,
titoli, impieghi; Diego Guicciardi, spedito a Vienna a invocare la
fusione colla Lombardia, ostentava le ragioni per cui la valle non
potea essere svizzera; e se Capodistria, rappresentante della Russia,
esaltava i vantaggi dello stato libero, Guicciardi rimbalzavali col
solito pretesto che i Valtellinesi non erano maturi per la libertà.
Quasi non potesse dirsi altrettanto de’ Ticinesi! L’Austria carezzò
quest’opportunità di congiungere a’ suoi dominj d’oltre alpe il
cisalpino; e l’ottenne allorchè lo sbarco di Napoleone fece sentire la
necessità di tenersela amica nel nuovo frangente; Guicciardi ringraziò
a nome del popolo, godendo di gridare egli primo — Viva Francesco I
nostro imperatore e re»; e la Valtellina rimase provincia del regno
lombardo-veneto.
Della cui istituzione Bellegarde pubblicando (16 aprile) la regia
patente, diceva: — Una tale determinazione conserva a ciascuna
città tutti i vantaggi che godeva, e ai sudditi di sua maestà quella
nazionalità che a ragione tanto apprezzano». Subito l’esercito italiano
fu sciolto, e molti uffiziali cercarono fortuna altrove, come Ventura
che andò a sistemare gli eserciti del re di Lahor nelle Indie, Codazza
che nelle repubbliche dell’America meridionale fece da ingegnere, e
colonizzò l’alta regione della Cordiliera marittima del Venezuela, e
così altri. A Venezia erano in costruzione sette grossi legni francesi
e quattro italiani, e molt’altri in armamento, e gran cumulo di quanto
occorre ad attrezzare: e furono interrotti i lavori, legnami e boschi
venduti agl’Inglesi, che li fecero spaccare.
Pertanto l’Austria che, nel secolo precedente, non teneva in Italia
che il Milanese, separato dagli altri suoi Stati ereditarj, trovossi
un regno di cinque milioni di abitanti e ottantaquattro milioni di
rendita, con Venezia e trecento miglia di litorale, e selve e uomini
per una forza marittima; da un lato aperti la Svizzera e il Piemonte,
mal guarnito dall’indifeso Ticino; dall’altro assicurato il tragitto
del Po colle guarnigioni di Ferrara, Piacenza e Comacchio; unite le sue
provincie alle transalpine mediante il Friuli e la Valtellina, potea
scendere per le valli tutte dall’Adda all’Isonzo; invece della sola
Mantova, fortezza poco rassicurante, coprivasi colle robustissime linee
del Mincio e dell’Adige; Legnago, perduta dapprima nelle basse pianure,
diveniva importante anello fra Mantova e Verona: vuole offendere?
può spingersi nella Romagna e nella Toscana, dimezzando l’Italia; è
costretta a difendersi? le si prestano le linee del Po e del Ticino,
dopo queste l’Adda, indi il Mincio, infine l’Adige, dove Verona ridotta
a campo trincerato di prim’ordine, tiene alle spalle tutte le riserve
e i depositi dello Stato, e per una serie di fortalizj da monte a
monte si connette fino colla metropoli. Collocando parenti suoi sui
troni di Toscana, di Modena, di Parma, l’Austria teneva la mano sulla
media Italia. Se non che nei paesi italici si erano diffuse, durante
la dominazione francese, idee mal consonanti col sistema di essa, onde
avrebbe a stentare nel soddisfarle e nel reprimerle.
La dinastia toscana, quantunque compensata già con lauti possessi in
Germania, ricuperò l’antico granducato, aggiungendovi que’ Presidj
e la porzione dell’isola d’Elba che tanto erano costati a Napoli;
nel principato di Piombino erano riservati i beni e i diritti proprj
della casa Ludovisi Buoncompagni, la quale poi ne fe cessione per
ottocentomila scudi romani.
La vedova del vivo Napoleone era figlia dell’imperatore d’Austria,
onde si volle fosse collocata in una reggia: e le assegnarono Parma,
Piacenza e Guastalla a vita, a scapito del Borbone già re d’Etruria,
a questo attribuendo la libera Lucca, che alla morte di Maria Luigia
lascerebbe alla Toscana per occupare Parma e Piacenza[148]: intanto
Austria e Toscana gli pagherebbero cinquecentomila lire. In quel
raffazzonamento nè tampoco si badò alle convenienze geografiche:
Benevento e Pontecorvo papali rimasero chiusi nel regno; un distretto
della Lombardia nella Svizzera; Castiglione e Gallicano lucchesi nel
Modenese: a un brano di Toscana non si giungeva che traverso a Lucca,
come i Modenesi doveano attraversare Toscana per giungere a Massa e
Carrara: la Corsica fu tolta alla vicina Liguria, a’ cui padroni si
lasciava invece la lontana Sardegna: Sicilia perdea la sovranità sopra
Malta e Gozzo, pur conservando le smarrite isolette di Lampedusa e
Pantelleria.
Il ristabilimento del re di Sardegna era sempre stato a cuore
agl’Inglesi, che pensavano anche invigorirlo perchè fosse barriera
alla Francia, attesochè soltanto per la debolezza del Piemonte era
Buonaparte potuto penetrare in Italia: anzi dei prigioni di guerra
aveano formato una legione reale piemontese. Al cadere di Napoleone
(1814 27 aprile), il principe Borghese stipulò con Bellegarde e
Bentinck che anche dal Piemonte si ritirassero le truppe francesi,
consegnando agli Alleati le cittadelle d’Alessandria, Gavi, Savona,
Fenestrelle, Torino; una dichiarazione del maresciallo austriaco
Schwartzenberg annunziò agli abitanti di terraferma e del contado di
Nizza: — I vostri desiderj sono appagati; voi vi troverete di nuovo
sotto il dominio di quei principi amati che hanno fatto la felicità
e la gloria vostra per tanti secoli»; prometteva oblìo del passato,
lodando chi, sotto al dominio straniero, avea conservato la reputazione
di valore e probità.
Tentata invano la Lombardia al momento della insurrezione di Milano,
il re e il suo ministro Agliè trescarono al congresso di Vienna
per spingere il dominio fino alla Magra e all’Adige; ciò tornar
opportuno ad impedire gl’incrementi eccessivi dell’Austria; nè potersi
considerare sicuro il Piemonte se non avesse Mantova e Peschiera. Altre
influenze impedirono la domanda.
Al ricomparire di Napoleone, il Piemonte improvvisò un esercito di
quindicimila uomini cogli avanzi del francese, e postosi in linea
cogli Alleati, occupò i dipartimenti delle alte e basse Alpi, e sperò
ottenere qualche brano che rendesse migliore questa frontiera, schiusa
colle strade del Ginevro e del Cenisio: e in fatto mediante reciproche
concessioni determinò i suoi limiti verso la Svizzera, e convenne che
le provincie del Ciablese, del Faucigny, della Savoja a settentrione
di Ugine godessero la neutralità elvetica, rimanendo sgombre di truppe
in evenienza di guerra, e il re potesse fortificare come voleva. Il
principato di Monaco fu conservato ai Matignoni, ma sotto la protezione
della Savoja.
Bentinck, avuta per capitolazione Genova, dove stavano
ducentonovantadue cannoni ma debolissima guarnigione, vedendo «il
desiderio generale della nazione genovese essere per l’antica forma
di governo, sotto cui ebbe libertà, prosperità, indipendenza, e tale
desiderio parendo conforme ai principj professati dalle Potenze alleate
di rendere a ciascuno gli antichi diritti e privilegi», ristabiliva
lo stato come nel 1797 «colle modificazioni che la volontà generale,
il bene pubblico, lo spirito dell’antica costituzione potessero
domandare». Ma il proposito d’opporre nel Piemonte una barriera robusta
alla Francia, fece che a quello si donasse Genova. Invano quel Governo
provvisorio protestò richiamandosi all’indipendenza garantitale nel
1745 ad Aquisgrana; invano Mackintosh al Parlamento di Londra mostrava
il Genovesato essere un territorio amico occupato da nemico, sicchè,
espulso questo, rientra in proprietà di se stesso.
Perduta la speranza dell’antico stato, volevano almeno formare un
principato indipendente, e si offrirono al duca di Modena, a Maria
Luigia di Spagna; poi vedendosi «dati a un principe forestiero», almeno
chiedeano assumesse il titolo di re di Liguria, con una costituzione
garantita dalle Potenze. Non ottennero se non che agli altri titoli di
re di Sardegna unirebbe quel di duca di Genova: la città avrebbe porto
franco, senato, e Università, non imposte maggiori di quelle che allora
subivano gli Stati sardi; in ogni provincia un consiglio di trenta
possidenti ogn’anno si radunasse per trattare dell’amministrazione
comunale, e dovesse aversene il voto per istabilire nuove imposte[149].
Così quella Casa che, contro il proprio interesse, erasi mostrata
avversissima alla rivoluzione, conservava tutti i suoi dominj di qua e
di là de’ monti, e veniva rinvigorita come guardiana dell’Alpi contro
i due colossi confinanti. Gli Austriaci, dopo aver fatto saltare le
mura di Alessandria e le opere esteriori in cui Napoleone aveva speso
venticinque milioni, la sgomberarono, e divenne arcifinio verso la
Lombardia l’indifeso Ticino.
Francesco IV d’Este, cugino e cognato dell’imperatore d’Austria, avea
sperato la corona d’Italia, o almeno il Piemonte, nel quale intento
aveva anche sposato Maria Beatrice figlia maggiore di Vittorio Emanuele
suo cognato; ma non ebbe che gli Stati di Modena, nei quali sedutosi
alla morte di sua madre, proclamò ancora il codice del 1774 e le leggi
vigenti prima del 97.
Si parlò di confederare gli Stati italiani fra loro; ma le gelosie
degli uni verso gli altri e di tutti contro della preponderante
impedirono un fatto, che gli avrebbe tolti dal rimanere zimbello della
politica esterna[150]. Sulle isole Jonie poteva ostentare qualche
pretensione la Russia; ma il disinteresse d’Alessandro o la gelosia
de’ suoi amici fecero riconoscerle repubblica sotto il protettorato
dell’Inghilterra, la quale vi teneva guarnigione e un lord commissario,
e nominava il presidente del senato.
Per debiti verso particolari nei paesi perduti, la Francia dovè pagare
ducenquaranta milioni, di cui toccarono cinque allo Stato pontifizio,
quattro e mezzo alla Toscana, uno a Parma, venticinque al Piemonte;
dei centrentasette impostile per costruire fortezze contro di lei,
dieci gli ebbe la Savoja per munire la frontiera. Riguardo ai fiumi che
lambono diversi Stati, fu convenuto che la loro navigazione rimanesse
libera, salvo i regolamenti di polizia; uniforme e invariabile la
tariffa dei diritti; ciascuno Stato provvedesse al mantenimento delle
sponde e del letto dalla sua parte.
Tutto ciò erasi fatto per mera utilità, senza riguardo a nazionalità,
a storia, a convenienze morali, a guisa d’un raffazzonamento
istantaneo, imposto dalla necessità, e contro cui reclamerebbero e
principi e popoli. Lord Castlereagh, plenipotente dell’Inghilterra,
reduce dal congresso di Vienna, interpellato dal Parlamento sopra il
«mercato de’ popoli fattosi colà», rispondeva che l’intento suo era
stato «di stabilire un sistema, sotto al quale i popoli potessero
vivere in pace tra loro; però non resuscitare quelli periti, il
cui ristabilimento ponesse in nuovi pericoli l’Europa. L’Italia che
fece ella per iscuotere il giogo francese? perciò non poteva essere
considerata che come paese conquistato: bisognava cederla all’Austria,
affinchè questa rimanesse strettamente unita a noi... I pregiudizj
dei popoli non meritano riflesso se non quando non si oppongono a uno
scopo prestabilito. Ora le potenze confederate essendosi obbligate a
garantire la sicurezza dell’Europa, questo obbligava a fare violenza ai
sentimenti degl’Italiani»[151].
Una rivoluzione cominciata in nome della democrazia, toglieva di mezzo
tutte le antiche repubbliche e gli Stati elettivi, mentre assodava
le monarchie: tante conquiste per l’incremento della Francia erano
riuscite a ingrandire solo i suoi nemici, poichè l’Austria si trovò
padrona dell’Adriatico e delle Alpi, del mar Ligure il Piemonte,
del Reno la Prussia, la Russia del Baltico; e l’Inghilterra n’ebbe
l’occasione o il pretesto di soperchiare ogni rivale.
Spogliati o mozzi i deboli, non restano che i colossi; ed Alessandro
stese l’atto della santa alleanza, in istile mistico come tutti i
proclami suoi, coi regnanti d’Austria e di Prussia, obbligandosi
diplomaticamente alle virtù evangeliche: singolare espressione della
politica in forma biblica, che rivela come fosse sentito generalmente
il bisogno di posarsi in qualche idea generale. Prometteano dunque,
«conforme al precetto evangelico, di restare legati indissolubilmente
d’amicizia fraterna, prestarsi mutua assistenza, governare i sudditi da
padri, mantenere sinceramente la religione, la pace la giustizia; essi
re si considerano membri d’una medesima nazione cristiana che ha per
unico sovrano Gesù Cristo verbo altissimo, e incaricati ciascuno dalla
Provvidenza di dirigere un ramo della famiglia stessa».
Un accordo fatto nel nome di Dio e pel bene dell’umanità dava lusinga
alle menti: ma queste frasi che cose significavano? ch’essi erano
padri, i quali si univano per disporre da soli ciò che credessero
il meglio de’ loro figliuoli, senza questi ascoltare. E in fatto
l’ordinamento interno di ciascun paese si considerò come sacra
proprietà del principe, il quale dovesse provvedervi secondo la sua
buona volontà, senza riconoscere diritti di popoli.
Omaggio alle idee liberali fu il restituire i capi d’arte, adunati
dalla vittoria a Parigi nel museo Napoleone; e il non darli ai nuovi
padroni, bensì ai paesi stessi; al Belgio i quadri d’Anversa, benchè
assoggettato all’Olanda; a Venezia serva quelli tolti a Venezia libera.
Allorchè Denon a Pio VII mostrava quel museo, e compassionavalo del
rammarico che proverebbe in vedervi le opere tolte al suo paese, il
pontefice gli rispose: — La vittoria le avea portate in Italia; la
vittoria le depose qui; chi sa dove un giorno le riporterà?» Ed ecco
la profezia adempiuta: ma tanto più restavano scontenti i Francesi
del vedersene spogliati, e faceano pasquinate contro il Canova, non
_imbasciatore_ ma _imballatore_, venuto a sovrintendere al ritorno
delle statue e de’ quadri italiani[152].
Un altro fatto onora quel congresso. L’Africa settentrionale fu sempre
strettamente congiunta alle vicende italiane. D’Italia, di Spagna,
dalle Baleari in ogni tempo v’affluì gente, trovandovi clima acconcio,
terre da lavorare, industria da esercitare: la pesca de’ coralli a Bona
e alla Calla v’era fatta da Siciliani e Napoletani. Nel 1520 i Turchi,
occupatala per opera del famoso corsaro Barbarossa, vi formarono Stati,
col nome di Barbareschi, che violano tutte le leggi della civiltà
insultando alle bandiere d’ogni potenza, e corseggiando le navi che
solcano il Mediterraneo, per rapirne robe e persone da rendere poi a
grossi riscatti o da tenere in servitù. L’Europa si rassegnò lungamente
a pagare loro un tributo per far rispettare questa o quella bandiera;
il reprimerli fu scopo ad imprese degli Spagnuoli, dei Veneziani, dei
cavalieri di Malta e di Santo Stefano; a volta a volta qualche potenza
vi recò guerra, ma non mai col proposito di sterminarli.
Il blocco continentale crebbe baldanza ai Barbareschi; ma venuta la
pace, l’Inghilterra fu incaricata dal congresso di Vienna di procurare
s’abolisse la schiavitù de’ Cristiani. Essa contrattò riscatti a
nome della Sardegna e di Napoli, che s’obbligavano a un tributo e
a pagar centinaja di piastre per ogni liberato; poi vergognatasi,
spedì lord Exmouth a imporre fossero rilasciati i Cristiani senza
riscatto, e abolitane la servitù. Tunisi e Tripoli sbigottite si
obbligarono a rispettare la bandiera cristiana, e rilasciarono Tunisi
ducenquarantaquattro schiavi sardi e ottantatre romani, Tripoli
molti altri. Algeri ne rendè cinquantun sardi, trecencinquantasette
napoletani, ma al prezzo stipulato: poi tardando a dichiarare
l’abolizione, l’ammiraglio bombardò la città, che vistasi incendiare la
flotta, cassò la schiavitù de’ Cristiani, e restituì quanti ne teneva
cattivi. Trovaronsene quarantanovemila fra tutti gli Stati barbareschi,
e mille cinquecento ad Algeri, di cui settecentosette napoletani e
censettantanove romani.
Effimero riparo; e la pirateria continuò finchè l’ingiuria portata
all’eccesso non recò la bandiera francese sulle mura d’Algeri.