Le vittorie aveano tolto a Napoleone il senso delle convenienze:
sicchè, afferrato lo scettro a guisa di spada, più non badava agli
interessi della sua o delle altre nazioni, ma alla propria volontà;
offesi tutti, credesi da tutti odiato: laonde rinnega le tradizioni,
vuol sovvertire l’Europa o rimpastarla a sua obbedienza, perciò
collocare sui troni i parenti suoi. E comincia con Napoli.
Ferdinando Borbone vi era stato applaudito al suo ritorno come simbolo
di pace, ma non seppe perdonare; anche cessati i pericoli, continuò
processi d’opinione. I soldati detti della Santa Fede a grosse masnade
negli Abruzzi rapinavano. L’erario esausto rifornivasi con infelici
ripieghi: intanto che l’inesorabile Carolina non requiava dagli
intrighi. Dei quali accusandola, Napoleone avea spedito trentamila
Francesi ad occupare Terra di Otranto acciocchè non vi sbarcassero
gl’Inglesi. Acton proclamò che la nazione si armerebbe come un uomo
solo, per seguire il suo re alla difesa dell’indipendenza; ma nessuno
si mosse, e il generale Gouvion Saint-Cyr dispose quelle truppe ne’
posti opportuni. I Reali, col pretesto di respingere una flottiglia
tunisina, distribuirono armi ai Calabresi, fecero reclute, negoziarono
un prestito in Olanda, lasciavano che gl’Inglesi levassero soldati, e
inseguissero i bastimenti francesi fin sotto i forti.
Se n’indispettiva Napoleone, e viepiù dacchè Carolina ricusò dare
sposa sua figlia Amalia al Beauharnais (1805), figlio adottivo di lui
e non ancora principe. Quando, per la coronazione, essa gli mandò
ambasciadore a Milano il principe di Cardíto, e’ volle riceverlo
in giorno di concorso e sfarzo straordinario onde far più pungenti
le invettive che lanciò contro la regina, fin a chiamarla Gezabele.
Esigette ch’ella congedasse Acton; e Carolina per quanto pregasse,
fremesse, si ostinasse, dovè dargli successore il duca di Luzzi. Essa
avrebbe potuto assodarsi in capo la corona soggiogandosi all’imperiosa
volontà di Napoleone, che inclinava più a riconciliarsi le vecchie
dinastie che a prostrarle; e tanto più questa, che diverrebbe un
rinfianco al regno d’Italia: ma invelenita dall’ultimo affronto, non
mettea misura alle parole, tenea carteggio con Nelson e con Elliot,
inglesi, richiamò in Corte il cardinal Ruffo, valeasi delle cognizioni
amministrative del conte di Damas generale francese migrato, tentava
sedurre l’ambasciatore francese Alquier; il quale, mosso da passioni
men che virili, incapricciavasi a mortificarla, e la trattava come niun
suole una regina, nè una donna.
Tutt’a un tratto Napoleone intima sia mandato via Damas; guai se truppe
straniere sbarcassero; la Corte faccia un trattato di neutralità,
nel qual caso l’esercito d’occupazione se n’andrà dal regno, se no
drizzerebbe sopra la capitale. Il re firmò, ed esibì sei milioni l’anno
sin al fine della guerra; e le truppe partirono per giovar l’impresa di
Massena nell’alta Italia.
Allora subitaneamente Inglesi da Malta, Russi da Corfù, Montenegrini
da Cataro spingonsi nel golfo di Napoli; e Carolina, violentata
senza rincrescimento, inalbera la bandiera della coalizione, mette
le sue truppe sotto il comando del russo Lascy; talchè sessantamila
uomini poteano, forzando la Romagna, giungere sul Po, assalire alle
spalle Massena, e dar mano agli Austriaci appostati dietro l’Adige.
Il principe Eugenio mosse ad affrontarli verso Bologna: ma intanto le
sorti italiche decideansi in Germania e nella battaglia d’Austerlitz,
dopo la quale la Corte napoletana si trovò abbandonata dagl’Inglesi
per consiglio, dai Russi per patto. E Napoleone dichiara che i Borboni
hanno cessato di regnarvi, e sfoga l’insolente verbosità contro «la
moderna Atalia, quella donna scellerata, che tante volte e con tanta
sfacciataggine avea violato quanto gli uomini han di più sacro; via
costei dal regno; vada a Londra a crescere il numero degl’intriganti;
non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza ragione;
il più bel paese del mondo non porti più oltre il giogo de’ più perfidi
fra gli uomini».
A Giuseppe, prediletto tra’ suoi fratelli, Napoleone confidava
le sue passioni giovanili, i primi accessi di sua ambizione, i
momentanei scoraggiamenti; poi venuto al potere l’adoprò, massimamente
nella diplomazia. Da lui furono condotte le paci di Lunéville e
d’Amiens, da lui sottoscritto il concordato; e col suo buon senso e
coll’osservazione dei fatti moderava gl’impeti del fratello, se non
altro temperava colle buone maniere i colpi che alla cieca avventava
la irremovibile assolutezza di quello. Napoleone avealo destinato
re dell’alta Italia; ma egli ricusò, o considerasse come precario
un regno su cui l’Austria conservava le pretensioni, o non volesse,
coll’accettare uno scettro straniero, infirmare il plebiscito che
lo designava eventuale successore all’impero (1806 31 genn.). A lui
scrisse allora Napoleone: — Intenzione mia è d’impadronirmi del regno
di Napoli, e mettervi un principe di mia casa. Massena e Saint-Cyr
vi marciano con due corpi; te ho nominato generale in capo, e re se
vorrai; se no, un altro. Quarant’ore dopo ricevuta questa lettera,
parti per Roma, e il tuo primo spaccio m’informi che sei entrato
in Napoli e ne hai snidato una Corte perfida, e messo questa parte
d’Italia sotto le nostre leggi».
Napoleone vuol dunque un re colà, non per nazionalità o per altre idee,
ma perchè gli è necessario. All’avanzarsi de’ Francesi, Ferdinando
fugge a Palermo, lasciando ordine alla reggenza di non cedere per
nessun patto le fortezze. Comandava l’eroismo fuggendo! Carolina
determinata a ceder solo alla violenza, raccozza le masnade, richiama
alle armi frà Diavolo, Nunziante, Rodío, Sciarra, terribili ad amici
e a nemici; ma le provincie non rispondono al suo impeto; arma i
lazzaroni, ma ne deriva tal minaccioso disordine, che i cittadini
assumono essi medesimi la difesa, e trovandosi l’armi in mano, chiamano
i Napoleonidi come liberatori.
Cinquantamila di questi procedono senza ostacolo, prendendo le
fortezze, salvo Gaeta che fu difesa dal principe di Assia Filippstadt,
e Capri occupata dagl’Inglesi: ed entrano a Napoli (13 febb.) nel punto
che n’esce la regina. Quel Vanni ch’era stato stromento alle vendette
di lei, non potè farsi raccogliere con essa, onde si ammazzò e la sua
fine serva d’esempio a’ pari suoi. Lo Speciale era già morto pazzo in
Sicilia. Una colonna, condotta da Regnier e Gouvion Saint-Cyr, andò a
sottomettere le Calabrie, ove si sosteneva Damas col principe reale,
ben presto costretto egli pure tragittare in Sicilia.
I Francesi erano accolti con favore dai borghesi, e con isdegno dalla
plebe; e Giuseppe, qual luogotenente del fratello a Napoli, protegge la
sicurezza, disarma il vulgo, ricompone l’esercito, ravvia i tribunali,
pianta un Governo provvisorio, promettendo migliorare senza sovvertire.
Egli visitava Scigliano al fondo della Calabria ulteriore, quando
ricevette un decreto che lo dichiarava re delle Due Sicilie (1806 31
marzo), «cadute in potere di Napoleone per diritto di conquista e come
formanti parte del grand’impero»: da questo voleva tenerlo dipendente
col crearlo grand’elettore.
I Napoletani non aveano più che un amore d’abitudine per la dinastia
caduta; mentre il partito vinto nelle sanguinose riazioni precedenti,
favoriva i Francesi, e sperava usufruttarli. Abbondarono dunque le
feste e le codardie come sempre; i più devoti al re antico accorsero
primi al re nuovo; il marchese del Gallo[105], ambasciadore di re
Ferdinando a Parigi, diveniva ministro di re Giuseppe; lo stesso
cardinal Ruffo lo incensava. Giuseppe non trovò difficoltà ad applicare
il sistema francese; la benevolenza con cui fu accolto gli permetteva
di collocare nel ministero e negli alti impieghi i nazionali: ma non
ebbe la delicatezza di non porvi forestieri, quantunque lodevoli, quali
furono Dumas ministro della guerra, Röderer delle finanze, Miot degli
affari interni, Saliceti della polizia, intanto che gli eserciti facea
comandare da Massena e Jourdan, eccellenti spade. Avido di piaceri,
di ricchezza, di fasto come uom nuovo, e cercando conciliar la parte
esecrata di capitano d’esercito straniero con quella di riformatore
e pacificatore, Giuseppe sperò farsi ben volere e mostrarsi italiano.
Conservò sul trono le idee e le simpatie della rivoluzione, per quanto
può un re; si tenne amici tra i filosofi; amava la discussione,
il miglioramento, la giustizia distributiva; proponeasi di farsi
amare, non crescere le imposte, prevenire le insurrezioni, promovere
gl’interessi del regno; abolendo, non i titoli, ma i privilegi e le
giurisdizioni della nobiltà, estese l’amministrazione della giustizia
a paesi fin allora tiranneggiati dai feudatarj. S’introdusse il
codice Napoleone; e sebbene senza giurati e con commissioni speciali e
tribunali d’eccezione, la giurisprudenza e la giustizia migliorarono
dall’esser esposte al dibattimento, come l’amministrazione dalla
semplicità e robustezza. Il Tavoliere di Puglia[106] fu dato a censo,
e in parte anche donato a poveri per moltiplicare i proprietarj,
estendere la coltura e crescere la produzione; al qual uopo
svincolavansi le manimorte e i fedecommessi, e alle ventitre tasse
dirette venne sostituita la fondiaria, senza esenzioni ma senza
catasto. Le finanze furono tolte dallo scompiglio, riducendo nel
solo Gran Libro tutte le rendite e le spese, in un sol banco tutto il
denaro entrante o uscente. Si ordinò l’istruzione pubblica, favorendo
le accademie Pontaniane e d’incoraggiamento, e istituendo la Reale di
storia, antichità, scienze ed arti. Case di giuochi e di voluttà furono
sistemate per lucro del fisco; illuminate le strade, e apertane una da
Toledo a Capodimonte.
Giuseppe alla moglie scriveva: — Le cedole del banco di Napoli, che
perdevano il venticinque per cento, or vanno al pari. Co’ miei proprj
mezzi ho fatto la guerra e l’assedio di Gaeta, che costò sei milioni di
franchi: trovai modo a nutrire e assoldare novantamila uomini; giacchè
oltre sessantamila di terra, ne tengo trentamila fra marini e invalidi,
pensionati del vecchio esercito, guardacoste, cannonieri litorali; ed
ho mille cinquecento leghe di costa, cinte, bloccate, spesso attaccate
dal nemico. Con tutto ciò non iscontentai colle imposte i proprietarj
nè la plebe, e posso senz’imprudenza viaggiare quasi solo dappertutto:
Napoli è tranquilla quanto Parigi, trovo imprestiti, do esempio di
moderazione e d’economia; non ho nè amanti, nè favoriti, nè chi mi
meni pel naso; e generalmente si sa che, se non fo di meglio, non è
colpa mia. Leggi ciò a mamma e a Carolina, per torle d’inquietudine;
assicurale che mai non ho cambiato, e che cittadino oscuro,
coltivatore, magistrato, sempre sagrificai volentieri il mio tempo a’
miei doveri...».
Ma sprovvisto delle robuste qualità che voglionsi a un capo di
dinastia, sospettoso ne’ pericoli fin all’ingiustizia, volente docilità
perchè docilissimo al suo padrone, Giuseppe, ben presto sentì che
eragli cinta una corona di spine; e ai primi soliti applausi successero
dappertutto le solite scontentezze, e sollevazione, e guerra di
briganti. Essendo gl’Inglesi col generale Stuard sbarcati nel golfo
Sant’Eufemia (1 luglio), le Calabrie divamparono; Morte ai Francesi fu
il grido generale; ed a Regnier, che era stato respinto a Maida, fu
duopo di gran coraggio e prudenza per trincerarsi a Cassano e salvar
le sue truppe, finchè Massena, costretta Gaeta a capitolare dopo
vigorosissima resistenza, accorse ad allargarlo, fucilando, impalando,
lapidando, bruciando.
Il ritirarsi degl’Inglesi non lasciò più sussistere che qualche banda,
fra cui quella di Michele Pezza detto frà Diavolo, a lungo imbaldanzì
fra la Romagna e il Volturno, piombando sui Francesi, assalendo i
convogli e i quartieri, ov’era meno aspettato. Battuto a Sant’Oliva,
sparpaglia i suoi, e rifugge in Sicilia; poi tornato li raccozza, e
fortifica un quartier generale; sconfitto in campagna, è vincitore
nelle montagne; e con mille uomini tien testa a tutte le forze del
paese, e specialmente al colonnello Hugo, destinato contro di lui;
perdutane la traccia, i Francesi lo credono perito, ed ecco uno dice
averlo trovato sulla destra del Tiferno, altri sulla sinistra, chi
negli Abruzzi, chi presso Napoli o nella Puglia. Così lungamente
stancò i nemici, finchè fu preso e decapitato. Ad egual fine andarono
pure Rodío e molti briganti, fucilati, impiccati sommariamente, e non
soltanto da parte de’ militari, e fin sotto la fede di amnistia, eppure
senza estirparli; quando le prigioni fossero zeppe, parte mandavansi
a Fenestrelle e ad altre fortezze lontane, parte si uccideano
compendiosamente.
Così ordinava Saliceti, astuto côrso e giacobino, che fatto ministro
di polizia, credeva o fingeva dappertutto congiure[107], o le lasciava
tessere a bella posta per istracciarle con tremendo rigore: gran
signori e titolati, nobili donne, un vescovo, preti, frati, sin monache
furono mandati alla prigione, alla morte orribilmente esacerbata: e
perchè il popolo tumultuò gridando grazia al supplizio del marchese
Palmieri, al domani nuove forche portarono i promotori di quella
dimostrazione. Una volta fu infocata una mina sotto al palazzo del
Saliceti, ma egli campò; alfine morì di colica e si disse di veleno.
Tali persecuzioni e tali arbitrj sapeano più del crudele essendo
commessi da coloro che non rifinivano di pomposamente incolpare il
vecchio governo, del quale perciò rinasceva il desiderio. Carolina
dalla Sicilia, sempre fissa gli occhi al continente, mandava diplomi
e cappelli a quei ch’essa chiamava realisti e indipendenti, e gli
altri chiamavano assassini, e amicavasi la Russia, per cui interposto
Napoleone le assegnò in compenso le isole Baleari, senza tampoco
interrogarne i re di Spagna a cui esse appartenevano.
Ad ogni bene del regno di Napoli si opponevano lo stato vacillante del
paese, la continua guerra, l’incerto avvenire: pure il re debolmente
buono era compatito, e della coscrizione o dei rigori versavasi ogni
colpa su Napoleone suo padrone. Il quale con una politica egoista
che non lasciava campo a discutere nè consigliare, a que’ suoi re da
scena infliggeva prove crudeli, dolorose umiliazioni; ripeteva loro,
come a tutti i suoi satelliti, — Non avete appoggio altro che me; s’io
cadessi, cadreste; previsione vera, e ch’è la peggior condanna del
suo sistema. A Giuseppe dirigeva rimproveri da padrone, tacciandolo
di debole, inoperoso, vano, irresoluto, che voleva tenere un esercito
eppure non incarire le tasse, non prendea Gaeta, non allestiva una
spedizione contro la Sicilia. — Il Napoletano (gli dicea) deve fruttar
cento milioni, quanto il regno d’Italia, e trenta bastano per pagare
quarantamila uomini. I vostri piacentieri vi dicono che siete benvoluto
per la vostra dolcezza. Follia! che domani io perda una battaglia
sull’Isonzo, e saprete qual conto fare della popolarità vostra e
dell’impopolarità di Carolina. Trista figura d’un re fuggitivo!»
Altrove disapprova l’istituzione delle guardie nazionali. — Costoro
inorgogliano, e credono non essere conquistati: popolo straniero che
abbia tali bizzarrie non è sottomesso. Volete una guardia reale? ebbene
prendete quattromila Napoletani, nulla più, padri di famiglia ben
fiacchi e vecchi, buoni di custodire la casa dai ladri; altrimenti vi
preparate gravi sciagure... Un esercito napoletano? ma il solo grido
di _Via i Barbari_ ve lo torrà. Coscrivete tre o quattro reggimenti,
e mandateli a me, che colla guerra darò a loro disciplina, coraggio,
sentimento d’onore, fedeltà, e ve li rimanderò capaci di divenire
nocciolo d’un esercito napoletano. Intanto assoldate degli Svizzeri,
dei Côrsi, dei Tedeschi, che io non posso lasciarvi cinquantamila
Francesi, quand’anche foste in grado di pagarli». E qui divisava le
guise di difendere il regno con poche truppe, distribuite da Napoli
sin in fondo alle Calabrie; si munisse una gran piazza al centro
del regno, ove il re potesse gettarsi col tesoro e gli archivj e le
reliquie dell’esercito, e resistere sei mesi a sessantamila Inglesi e
Russi. Oltre che un re straniero non istà senza pericolo in mezzo ad
una popolazione numerosa, necessariamente nemica, Napoli pareagli poco
acconcia; meglio Castellamare, e all’uopo dovrebbero destinarsi cinque
o sei milioni annui per dieci anni[108].
Erano a cozzo la bontà senza genio col genio senza bontà. Giuseppe, che
avrebbe voluto esser re del suo popolo, non satellite dell’imperatore,
provava qual tristo dono fosse quello d’un trono; Napoleone invece
proclamava senza riserva la ragion di Stato e l’indifferenza a ogni
altro affetto; e — Giuseppe deve intendere che tutte le affezioni
ora cedono alla ragion di Stato; sappia dimenticare quando occorre
tutti i legami d’infanzia; facciasi stimare, acquisti gloria. Io non
posso avere parenti oscuri; non amare e riconoscere per tali se non
quelli che mi servono; non al nome di Buonaparte è attaccata la mia
famiglia, ma a quel di Napoleone; ed io fo una famiglia di re che si
connetteranno a un sistema federativo»[109]. In fatti egli volle i
parenti mutassero il lor nome di casa in quel di Napoleone; pretendeali
esaltati sopra milioni di sudditi, ma umiliati sotto di sè; escludeva
la famigliarità antica, ordinava con durezza talvolta mista d’ironia, e
diceva a re Giuseppe: — Se le contingenze non vollero che aveste grandi
movimenti militari a compire, vi resta la gloria di saper nutrire il
vostro esercito».
E quanto alla guerra, chi meglio poteva dare suggerimenti opportuni? Ma
non conoscendo i luoghi, e presumendo dirigere fino le particolarità,
sbaglia spesso. Da prima vuole si conquisti la Sicilia: è necessario
e facile. Ma ecco resistergli lo scoglio di Gaeta: allora impone
si convergano qui tutti gli sforzi, tutti, eppure senza stornarsi
dalla Sicilia. Poi gli bisogna soccorrere Corfù: tutto si faccia a
quest’uopo. Ordini sopra ordini, che imbarazzano gli esecutori, e fanno
stizzire il padrone. Vuol si compia la guerra? rinfaccia a Giuseppe
d’avergli lasciato 45,000 uomini. Ma Giuseppe gli dice, — Datemi dunque
il denaro da pagarli», esso risponde che effettivamente non passano i
25,000. Nel resto poi mostrava quel disprezzo delle nazioni e delle
proprietà, che infangò la sua gloria; a severa risolutezza spingeva
il fratello timido e circospetto, e ne combatteva gli scrupoli: — Gli
arrendimenti non hanno nulla di sacro, perchè nulla è sacro dopo la
conquista. In un paese che paga ventisei milioni di debito pubblico,
si ritarda il pagamento di un anno, ed ecco ventisei milioni belli e
trovati».
Giuseppe proponeva clemenza, riconciliazione, rispetto alle leggi e
alla nazionalità? Napoleone gli rispondeva come chi, per la prima
volta trovandosi a fronte una popolazione armata a difesa delle
leggi e dell’indipendenza, crede facile il domare i popoli quanto i
re; giudica oltraggio e scandalo pericoloso ogni opposizione alla
vastità de’ suoi disegni, all’immensità della sua potenza; — Ho
inteso (gli dice) che avete promesso non imporre tasse di guerra, e
proibito ai soldati di esigere la tavola da’ loro ospiti. Piccolezze!
Non colle moine si guadagnano i popoli; decretate trenta milioni di
contribuzione: a Vienna dove non c’era un soldo, appena arrivato io ne
posi una di cento milioni, e fu trovata ragionevole[110]. Così pagate i
soldati, rimontate la cavalleria, abbiate abiti e scarpe. Avrei gusto
che la canaglia di Napoli s’ammutinasse: in ogni popolo conquistato
un’insurrezione è necessaria. Non sento abbiate fatto saltar le
cervella a un solo lazzarone, eppure essi adoprano lo stilo.... Ho
udito con piacere la fucilazione del marchese di Rodio.... Mi fu
gusto il sapere che fu incendiato un villaggio insorto: m’immagino
lo avrete lasciato saccheggiare dai soldati.... Gli Italiani, e in
generale i popoli, se non s’accorgono del padrone, propendono alla
rivolta. La giustizia e la forza sono la bontà dei re, che non bisogna
confondere colla bontà di uom privato. Aspetto d’udire quanti beni
avete confiscato in Calabria, quanti insorgenti giustiziati. Niente
perdono; fate passar per le armi almeno seicento rivoltosi, bruciare le
case de’ trenta principali d’ogni villaggio, e distribuite i loro averi
all’esercito. Mettete a sacco due o tre delle borgate che si condussero
peggio: servirà d’esempio, e restituirà ai soldati l’allegria e la
voglia di operare»[111].
E perchè un far simile doveva necessariamente procacciare nemici,
e quindi paure, gli soggiungea: — Vi fidate troppo de’ Napoletani.
Occhio alla vostra cucina; non abbiate che cuochi e scalchi francesi;
sempre in guardia a Francesi; di notte non entri a voi se non il vostro
ajutante di campo, che deve dormire nella camera precedente; e anche
a lui non dovete aprire se non dopo ben riconosciutolo; ed egli non
deve battere alla vostra porta se non dopo chiusa la sua». Vedete, o
oppressi, che i vostri oppressori non dormono tutti i sonni.
La pace di Lunéville aveva scomposto l’impero germanico, e tolta
la supremazia dell’Austria, in cui vece si formò una confederazione
del Reno sotto la protezione di Napoleone (1805 12 luglio); sicchè
Francesco II, «non sentendosi in grado di corrispondere alla confidenza
degli elettori e dei principi, e di soddisfare ai doveri di cui era
incaricato», rinunziò alla corona germanica, che così cessò d’esistere;
e in quella vece eresse ad impero gli eterogenei Stati ereditarj della
sua Casa, e non più Francesco II di Germania, ma s’intitolò Francesco
I imperator d’Austria. La Germania, fremendo del sentirsi serva allo
straniero, e trovandosi abbandonata dall’Austria, fece capo alla
Prussia, e insorse a nome della libertà nazionale: ma nella battaglia
di Jena Napoleone sfasciò la monarchia prussiana, e andò a troneggiare
nella reggia di Berlino (1806 14 8bre), come già in quella di Vienna;
poi menò i soldati di Francia e d’Italia sotto al rigido settentrione
nel cuore dell’inverno per sconfiggere i Russi ad Eylau e Friedland. Il
colloquio di Tilsitt lo riconcilia con Alessandro czar; e i due giovani
ambiziosi s’accordano di rinnovare l’uno l’impero d’Occidente, l’altro
quello d’Oriente: intanto Napoleone si fa assicurare le Bocche di
Cataro e le isole Jonie, compendio dell’eredità dell’uccisa Venezia.
Non contento delle opere di leone, volle ricorrere a quelle di volpe,
ciuffando il trono di Spagna per sostituirvi un re della sua razza. E
fu Giuseppe, al cui posto in Napoli destinava il generale Murat, come
appunto si cambierebbero le sentinelle d’un posto, senza sentire nè il
popolo cui toglieva, nè quello cui dava questi fantocci di re.
Giuseppe se ne andò nè rimpianto nè insultato, e da Bajona diede una
costituzione (1808 20 giugno) per le Due Sicilie, ma senza garanzie,
e vantatrice fra le miserie[112]. La Spagna, mercè delle istituzioni
comunali e di quel cattolicismo che, a sentire certi uni, credono causa
dell’indebolimento degl’Italiani, aveva conservato un vigore primitivo;
e insorse contro l’oppressore con una risolutezza, inaspettata
dall’Europa, avvezza a non considerar la libertà che sotto le forme
francesi, e che allora si avvide come dalle bande popolari potrebbe
essere fiaccato l’indomabile vincitore degli eserciti regj, il quale in
sei campagne dal 1808 al 1814 vi sacrificò centomila uomini all’anno.
Gioachino Murat nasceva alla Bastide sul pendio dei Pirenei; dal
mestiere paterno di oste passò soldato nell’87; e la migrazione degli
ufficiali nobili gli schiuse il passo ai primi gradi. Ben presto si
segnalò in Italia, sostenne or il coraggio or le imprese di Buonaparte,
di cui sposò la sorella Carolina; salì col salire di lui; fu intitolato
granduca di Berg e di Cleves; mandato a conquistar la Spagna, avea
creduto cogliervi un trono, del quale parvegli inadeguato compenso
quello di Napoli e la dignità di grand’ammiraglio dell’impero.
Eccellente in attacco e in una pompa più che nel governare, bello,
entrante, manieroso, tutto sfarzo di pennacchi e decorazioni, piaceva
più che non fosse amato. Giurò egli lo statuto di Bajona, ma non
l’effettuò mai, almeno quanto il convocare il Parlamento: pure, entrato
appena (6 7bre), rallenta molti rigori dello stato di guerra, cresce
le rendite alla cappella di san Gennaro, visita l’ospedale e regala,
scioglie i disertori ed i carcerati per piccoli delitti, e i sequestri
sui migrati in Sicilia, sollecita la liquidazione del debito pubblico
e le paghe ai soldati vecchi; fa attuare i codici francesi e le leggi
abolenti la feudalità; sopprime i monasteri possidenti, non quei
mendicanti; vietato ai vescovi di non stampar pastorali senza regia
approvazione; società d’agricoltura in ogni provincia, con terreno per
esperimenti, e a Napoli un giardino botanico; riservata la coltivazione
del tabacco. Molte opere pubbliche si compiono, e principalmente la
bella strada da Mergellina a Posilipo, il campo di Marte, la casa
de’ pazzi in Aversa, l’osservatorio astronomico. Estinse 57 milioni
del debito con possessi nazionali, ma moltissimi ricusarono riceverli
come di illecita provenienza: molti altri ne distribuì a Napoletani
e stranieri per farsene appoggio. Carezzava i militari, carezzava
i baroni e chiunque portasse un titolo: ma il popolo ne restava
sagrificato; e i soldati, sentendosi necessarj, divenivano licenziosi,
insolenti, e col pretesto di trame e d’accordo coi briganti vessavano
la quieta popolazione.
Tutto armi egli stesso, e conoscendo unico merito il guerresco,
per secondare e imitar l’imperatore voleva avere molti soldati, e
coscrivendo due uomini per mille, senza le antiche esenzioni della
città di Napoli e d’alcune famiglie, ne ebbe 60,000 di regolari, 20,000
di guardia nazionale; moltiplicati i gradi, pomposissime le divise, e
continue mostre, e scuole di genio e d’artiglieria; ma poi non sapeva
esigere l’obbedienza, perchè egli stesso nè imperava risoluto, nè
sottomettevasi alle leggi. Non si rassegnò come Giuseppe all’indecorosa
vicinanza degl’Inglesi, e assalita Capri difesa da Hudson Lowe, futuro
carceriere di Napoleone, venne a capo di prenderla.
Più gli doleva portare il titolo di re della Sicilia, mentre questa
restava ai Borboni; e tra per dignità di re, tra per imitare lo
sbarco meditato da Napoleone a Boulogne, divisò una spedizione contro
la Sicilia. Grandi preparativi fece in Calabria; grandi gl’Inglesi
sull’altra sponda; e guerra da briganti cominciò anche sul mare, con
gran sangue, grande spesa e nessuna conclusione. Ne prendeano spirito
in Calabria i briganti, e Gioachino pronunziò ordini ferocissimi; i
beni dei loro capi fossero venduti per compenso ai danneggiati e premio
agli zelanti; i soldati borbonici sarebbero trattati come ribelli; in
ogni Comune si facesse una lista de’ briganti, e qualunque cittadino
dovesse arrestarli, le commissioni condannarli compendiosamente: e
le liste mostrarono esser tanti, che sciagura se avessero operato
d’accordo! Responsali i Comuni dei danni arrecati nel loro territorio;
si arrestavano i parenti dei briganti e i loro fautori, parola di
spaventoso arbitrio; si esercitava contro di essi una caccia da
selvaggi, spezzando ogni legame di natura. Guaj a chi li ajutasse o
nascondesse! guai a chi non li rivelasse! D’un padre fu preso l’ultimo
supplizio per aver dato pane al figlio brigante: la moglie d’un altro,
dopo aver partorito, va affidare il neonato a una donna di Nicastro, e
questa n’è denunziata e messa a morte. Il generale Manhés faceasi fiero
esecutore dei fieri ordini, con supplizj spettacolosi e feroci, ch’essi
incontravano con intrepidezza.
Infine gl’insorgenti furono parte sterminati, gli altri ridotti a
tacere ed aspettare; allora si potè sistemare la giustizia, moderare la
polizia, attuare le riforme decretate, e principalmente l’abolizione
della feudalità col dividere e assegnare i beni a privati o a Comuni,
senza troppo farsi coscienza d’ingiustizia e d’abusi.
Non per questo rimase sicuro il regno, e sempre durò lo stato di guerra
civile cogli orrori che lo accompagnano; e la maschera di partito
toglieva vergogna ad infamie inarrivabili. Gli Inglesi mandavano in
Sicilia denari e truppe, e di 400,000 lire annue sussidiavano la Corte:
eppure riprovavano il brigantaggio che in Calabria si manteneva a nome
di Ferdinando, levarono ogni protezione a chi si rendesse colpevole di
delitti, poi si dolsero dell’aggravio dell’un per cento messo su tutti
i contratti, e che sconcertava i negozianti inglesi; anzi essendosi,
per una trama a Messina, arrestate molte persone di basso stato, e
voluto estorcerne la confessione mediante le basse prigioni che ivi
chiamano _dammusi_, e i ferri infocati ai piedi e le funicelle alle
tempia, gl’Inglesi non vollero tollerare tali sevizie in un forte da
loro presidiato, e non mancò chi nel Parlamento britannico chiamasse
quello il peggior Governo e il più oppressivo. Frasi che ripeteronsi
quando giovò, smentironsi quando giovò.
Rottasi la guerra del 1809, Steward e Carolina, sempre in occhio a
ricuperare la terraferma od almeno turbarla, mandarono in Calabria
sessanta legni da guerra e ducentosei da trasporto, quattordicimila
uomini di sbarco, oltre i briganti buttati in varj punti sotto
lo Scarola, il Bizzarro, il Francatrippe e altri nomi scherzosi o
spaventevoli. Gioachino avventurò la sua debolissima flottiglia contro
l’inglese (1809 25 luglio); Napoli vide fiera mischia nel suo golfo;
ma memore di Nelson, respinse con estremo sforzo gl’irreconciliabili
Borboni. Gl’Inglesi sbarcano a Procida; ad Ischia trovano resistenza,
a Scilla sono rituffati in mare: ma essi tentano pigliar terra sulle
coste Adriatiche, spingono masnade fino a Roma, dove Miollis stava in
gran punto se Gioachino nol soccorreva. La vittoria di Wagram disperò
gli assalitori; ma rimasero a migliaja i briganti in Puglia, nella
Basilicata, nella Calabria, attizzati da Carolina, che per lusso e per
corrompere vendeva fin le gioje della Corona e intaccava l’erario. Per
opporsi ai preparativi di Gioachino si chiesero straordinarj sussidj
al Parlamento siciliano (1810 15 febb.), il quale decretò 793,000
onze l’anno, oltre le 328,000 di contribuzioni indirette, e i beni
sequestrati a stranieri che ne rendeano 200,000. Ma di quell’occasione
si valse il Parlamento per domandare al re la riforma del codice
criminale e di abolire le servitù prediali. Poi non bastando le
percezioni, il re ne mise di nuove, senza il voto di esso Parlamento;
donde gravi lamentanze, e arresto de’ più arditi reclamanti, e odio
contro il cavalier Medici, succeduto al morto Acton nel favore della
regina.
Bentinck, generale inglese e liberale, interpostosi invano, ne informò
il suo Governo; dando sospetto che Carolina, divenuta zia di Napoleone
per la moglie, pensasse avvicinarsi a questo, cacciar gl’Inglesi
dall’isola, e aprirla ai Francesi; onde il Governo inglese ordinogli
d’occupar militarmente l’isola per mettervi la tranquillità. Bentinck,
che odiava Carolina, lo eseguì con durezza (1811); e Ferdinando non
potendo resistere alle domande di lui, si ritirò, destinando vicario
il figlio Francesco. Questi revocò i baroni sbanditi, mutò i ministri,
convocò un Parlamento, da cui fu compilata una costituzione. Era
foggiata sul modello inglese: non si potessero far leggi o mettere
tasse che dal Parlamento, composto di 61 pari spirituali e 124
laici, e di 154 deputati de’ Comuni, eletti per quattro anni con
certe condizioni di censo; indipendente il regno, quand’anche il re
ricuperasse la terraferma; non censura; abolita la feudalità e le
angherie[113]. Con ciò e coll’assumere il comando militare, Bentinck
conservava la pace in Sicilia; e quel Governo libero, quantunque
snobilitato dall’ingerenza forestiera, tolse l’onnipotenza delle
spie, la baldanza dei sicarj. Gl’Inglesi spendevano profusamente;
commercio faceasi vivissimo, come emporio al contrabbando di tutto il
Mediterraneo; molti paesi in prima sottoposti alle bandite, fruttarono
riccamente; cessavano infiniti legami della proprietà e servigi di
persona.
Intanto che la Sicilia godeva questa superficiale prosperità, la
terraferma era sommossa da sêtte, varie di ordinamento e di scopo,
quali intente a rintegrare Ferdinando, quali a fargli cedere anche la
Sicilia mediante un compenso, quali all’assoluta indipendenza d’Italia.
Fra questi ultimi furono i Carbonari.
Derivavano essi dai Franchimuratori, e di questi adottarono alcuni riti
e la gerarchia; non si limitarono però come loro alla beneficenza e a
godimenti, ma tolsero per iscopo l’indipendenza nazionale e il Governo
rappresentativo.
Il principe di Moliterno, antico repubblicano, suggeriva agl’Inglesi,
che unico modo di prevalere a Francia era il dichiarare l’unità e
l’indipendenza d’Italia. E non ascoltato appunto perchè repubblicante,
si pose in Calabria a capo d’un’antica banda, diffondendo le stesse
idee, secondato anche dalla regina e al tempo stesso ascoltato dai
Carbonari; de’ quali alcuni s’acconciarono alle lusinghe della Corte
che prometteva una costituzione; altri, fedeli a un simbolo più puro,
stabilirono una repubblichetta a Catanzaro sotto un Capobianco. La
polizia illusa favorì la setta; per quanto il conte Dandolo dal regno
d’Italia la denunziasse a Murat come minacciosa ai troni: onde quella
si propagò per la sua sistemazione mirabilmente diffusiva, e per la più
mirabile arte de’ Napoletani a conservare il secreto; ed abbracciando
anche il resto della penisola, divenne stromento di future mutazioni.
I patrioti studiarono usufruttare la mal dissimulata ambizione di
Murat, il quale porse orecchio alle loro insinuazioni, ma le tenne in
petto finchè Napoleone potente: pure lasciava intendere che potrebbe
aver bisogno della loro cooperazione, che solo quel despoto impedivagli
di rendere nazionale e indipendente il suo Governo.