CAPITOLO CLXXVIII.

Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville.

Ma sopra la Repubblica francese e le sue create si addensava il nembo,

tutti i nemici allestendosi a tarpare la sparnazzante democrazia. Paolo

di Russia, deliberato a ristabilire i dinasti spossessati, mandava

all’Austria sessantamila uomini; esercito terribile, di tutta la forza

che dà la barbarie a servizio dell’intelligenza. Lo comandava Suwaroff

vincitore dei Turchi, a cui una fanatica intrepidezza teneva luogo di

genio, e d’arte l’unico intento d’andar sempre avanti. Ma il Consiglio

aulico di Vienna, che poteva movere ducenventicinquemila soldati, aveva

divisato la guerra all’antica, e mirando più di tutto all’Italia.

In Francia, le finanze esauste, scarsa la subordinazione, malversata

l’amministrazione; dei paesi protetti, cioè servi, non profittavano

che gli espilatori; il suo più bello esercito e i migliori generali

campeggiavano in Egitto, nè meglio di cencinquantamila soldati

effettivi le rimaneano; di Moreau temevasi l’esuberanza repubblicana;

Joubert e Bernadotte ricusavano il comando supremo per le restrizioni

che vi si voleano mettere: sicchè attribuendo l’esercito di Napoli

a Macdonald, quello dell’Alpi fu commesso a Scherer ministro della

guerra, segnalatosi nel Belgio e nelle prime campagne d’Italia, ma

vecchio e ignaro della moderna tattica di concentrare le forze in

un punto solo, e poco amato perchè reprimeva la rapacità militare.

È prezzo dell’opera conoscere le istruzioni dategli dal Direttorio:

— La missione affidatavi dalla patria tende a rendere la repubblica

francese arbitra delle nazioni dell’universo. Nella caduta di Cartagine

Roma previde la conquista dell’Oriente; nella totale sommessione

dell’Italia sono compresi i nuovi trionfi riserbati all’eroismo

della gran nazione dall’insormontabile forza delle cose... Fin qua

il Direttorio esecutivo stimò bene celare il magnifico proposito, e

allucinar le teste italiane col fantasma della sovranità e indipendenza

nazionale: questo lenocinio, secondato dagli avidi e ambiziosi di colà,

riuscì a capello de’ nostri interessi: sedici milioni di uomini furono

sottomessi da un numero di combattenti, che potrebbero dirsi corpi

volanti anzichè esercito... L’oro e l’argento di che Italia ringorgava,

fu versato nelle nostre casse militari: ma bisognò prodigarlo a

corrompere gli amministratori dei diversi Stati, salariare i faziosi,

gli allarmisti, gli spioni che servivano la nostra causa, e fra gli

stranieri gli entusiastici apostoli dei nostri principj... Troviamo

inutile rammentarvi che la repubblica francese essendo una, tutte le

repubbliche italiane, partorite e tollerate solo per le imperiose

contingenze, devono sparire. L’esistenza politica dei vinti non

consista che in una pacifica servitù; non altre leggi conoscano che

quelle date dal conquistatore... Abolite all’istante i nomi di guardie

civiche, di legioni nazionali; soffogate nei cuori italiani ogni

favilla d’ardor nazionale».

Massena, comandante all’esercito di Svizzera, invase (1799 marzo)

prosperamente il paese de’ Grigioni che aveano chiamato gli Austriaci;

ma verso Italia il valoroso austriaco Kray sventò i divisamenti di

Scherer, ed eccitando i popoli alla rivolta, lo sconfisse a Magnano e

a Verona (5 aprile); Santa Lucia, Bussolengo, i laghi d’Idro e d’Iseo

videro combattimenti gagliardi, mentre gl’Italiani stavano guardando a

chi toccherebbero.

Il selvaggio Suwaroff sopraggiungendo, e dato lo scambio agli uffiziali

austriaci trattandoli da donnicciuole, zerbini, infingardi, aduna tutte

le sue forze sull’Adda, e dopo sanguinosi fatti a Lecco, a Verderio,

a Cassano, la passa d’ogni parte (25 aprile); lascia saccheggiare la

Lombardia da Cosacchi, appena uomini d’aspetto, sicchè vi rimasero

popolarmente terribili i nomi di Bagration, Korsakoff, Wukassovich[45].

Moreau, tardi mandato a scambiare Scherer, potè a fatica coprire Milano

sinchè fuggissero i patrioti: e testimonio dell’esultanza dei popoli

che si consideravano come liberati, e che in più luoghi lo molestarono,

voltò verso Genova, donde potrebbe e tener aperto il passo verso

Francia, e unirsi a Macdonald che, per ordine del Direttorio, veniva

da Napoli. Melas, alla testa di cinquantamila Austriaci (28 aprile), e

d’alquanti migrati francesi comandati dal principe di Rohan, entrò in

Milano.

Questa città, capo della migliore fra le improvvisate repubbliche,

focolajo della rivoluzione di tutta Italia, non oppose resistenza:

i vantatori di vittorie francesi e disastri austriaci, d’ostacoli

naturali insuperabili, d’opposizione indomita de’ liberi petti furono

primi alla fuga, alcuni squallidi e afflitti, altri lucidi e satolli,

altri s’affrettò colla viltà a meritar grazia dai nuovi padroni, e

tosto rialzansi le croci e gli stemmi, si drappellano santi e aquile,

e simboli d’una nuova trinità, Austria, Russia, Turchia; si dà nelle

campane; al grido di — Viva la religione, viva Francesco II» si

saccheggiano le case e le terre di Giacobini; il solito trionfo de’

camaleonti.

Quelli che l’altalena aveva abbassati, or si rialzano baldanzosi

e stizziti; alla forza dei vili sottentra la viltà dei forti, che

pretendono disfare il passato, punire le ingiustizie con altre, e

fin la giustizia snaturano coll’aspetto di vendetta. In tali casi un

Governo intelligente conosce unico partito il perdonare e dimenticare,

per ottenere dimenticanza e perdono, anzichè secondare le riazioni, che

scavano abissi in cui non precipita soltanto il vinto. Ma la vittoria

sa di rado moderarsi. Una congregazione delegata e tre giureconsulti

(Manzon, Drago, Bazzetta) sotto al commissario imperiale Cocastelli

presero a sindacare i fautori d’un Governo, che pure era stato

legalmente riconosciuto; molti furono cacciati prigioni, centrentuno

mandati nelle fortezze di Cataro e del Sirmio; minute persecuzioni

pubbliche e domestiche, sotto il pretesto di vendicare altari e troni,

aprivano sfogo a rancori, esacerbati da tre anni d’umiliazione. Intanto

i soldati la davano per mezzo a mille sporcizie, per quanto i paesani

sapessero ad ora ad ora pagar l’insulto col sangue.

In Valtellina, dapprima truppe cisalpine comandate da Lechi invadono o

turbano la val Poschiavo; poi una frotta di Bresciani, vantando il nome

d’Austria, taglieggia, concute, maltratta chiunque ebbe impieghi sotto

la repubblica; poi per l’imperatore vi governa dispotico il barone

Lichtenthurm; e un Parravicini valtellinese militante coi Tedeschi,

e Claudio Marlianici delegato commetteano o lasciavano commettere

arresti, perquisizioni, violenze.

Nella Svizzera italiana i malcontenti, dalle valli sbucati sopra

Lugano, cacciano prigioni alcuni patrioti, uccidono uno Stoppani,

l’abate Vanelli da gran pezzo redattore della _Gazzetta ticinese_,

e alcuni altri: finchè si mandano a chiamare gli Austriaci, che

prendono il paese «sotto gli auspicj potenti dell’imperial potere».

L’amministrazione di Torino rifugge a Pinerolo, e tutto il Piemonte

sobbolle: Brandalucioni, con bande ragunaticcie del Canavese che

chiamava masse cristiane, corre a schiantar gli alberi di libertà, e

surrogare croci, e depredare Giacobini e scannarli: il popolo aprì ai

Russi le porte di Torino (1799 20-22 giugno), ed ajutò Wukassovich ad

assediare la cittadella, capitolata la quale e quella d’Alessandria, fu

ripristinato il nome dei re di Sardegna.

Ma il solo nome; perocchè padroni erano i militari, che moltiplicavano

le esazioni, mentre Cosacchi e Panduri imperversavano al saccheggio;

le cedole infestavano il paese; i soldati davano ai cavalli la sagina

e il granturco sottratti al contadino, che moriva di fame. Molti furono

carcerati, nessuno ucciso in giudizio. Suwaroff, per quanto spaventoso

ne’ suoi manifesti, professava di combattere per difesa della religione

e delle proprietà, e pel ripristino degli antichi governi, laonde, più

che a punire, credea dovesse pensarsi a riordinare, e dal marchese

Thaon di Sant’Andrea facea raffazzonare il Governo regio: ma altri

erano i divisamenti dell’Austria.

La rivoluzione in Italia era stata desiderata o gradita solo da

negozianti, da dotti, da begli spiriti, ed anche di essi i più se ne

stomacarono appena vedutala differente dalla speranza; poca parte vi

avea preso il popolo, o solo per l’andazzo; eransi fatte piuttosto

sedizioni, collera dei pochi, che non rivoluzioni, idea ed espressione

di un’epoca, e troppo lo chiarirono le fiere tragedie realistiche,

risposte alle commedie giacobine. Roma, Ancona, Livorno ebbero effigie

divote che giravano gli occhi: alla Madonna del Conforto di Arezzo

tanto crebbe la venerazione, che colle offerte le si alzò magnifica

cappella: in via del Ciliegio a Firenze alcuni gigli selvatici, esposti

avanti una Immacolata, fiorirono, ed il fenomeno naturale eccitò

meraviglia e concorso e grazie e disordini; preludj di molto più fieri.

Nello Stato Pontifizio sobbollivano Terni, Civitavecchia, Orvieto: in

tutti i punti la guerra civile era fomentata dalle pessime nuove che a

giornata venivano d’ogni dove.

Napoli della brevissima repubblica Partenopea poco ebbe a lodarsi.

Persone di senno e di bontà l’aveano servita di cuore; nella giunta

legislativa sedettero Mario Pagano, Galanti, Signorelli, nomi

conosciuti, e per omaggio al defunto Filangieri un suo fratello; nel

direttorio l’Abamonti e il Delfico: Francesco Caracciolo brigadiere di

marina, disgustato del re, al quale serviva da trent’anni, perchè gli

mostrò diffidenza col togliere dalla nave di lui una somma depostavi,

passò nella marina repubblicana. Col nome di padri e madri dei poveri,

signori e dame andavano distribuendo denari e lavoro agli artieri

scioperi: il medico Cirillo, uno dei pochissimi che nelle rivoluzioni

mirano al pubblico bene, suggerì una cassa di soccorso, nella quale

versò quanto avea guadagnato nel lungo esercizio. Mario Pagano, da

vecchio e da storico, ripeteva non dovessero ripromettersi pace e

godimenti, ma a consolidar la repubblica volersi tributi, armi e virtù,

e che del proprio senno ciascuno ajutasse i reggitori della patria:

ma la moltitudine ascolta piuttosto a chi la assonna di facili trionfi

e beatitudini; poi quando le mancano, si chiama tradita, e ribrama il

prisco stato.

Ma la libertà era cosa insolita, insolitissima l’eguaglianza in

paese monarchico, di tenace feudalità, di fanatica ignoranza, e che

la presente condizione non avea conquistato a fatica e sangue, ma

riceveva in dono. Il sospetto era morbo inoculato dalla precedente

dominazione; i perseguitati voleano vendicar le ingiurie sofferte con

recarne di nuove; i giovani le idee di moda sorbivano coll’esagerazione

che non tollera freno; e per imitazione di Francia urlavasi contro il

tiranno, contro il papa, contro il culto, contro l’aristocrazia; nelle

sale _patriotica_ e _popolare_ formolavansi accuse contro a privati

e a pubblici, e diluviavansi parole e ineffettibili proposizioni.

Al popolo che chiedeva pane, si predicavano i beni della repubblica,

s’insegnavano i diritti dell’uomo e i destini d’Italia; i nomi di santi

imposti nel battesimo, e principalmente di Ferdinando, si cambiano nei

classici di Cassio e Armodio, o di Masaniello; e cantar Partenope e il

Sebeto, e recitar le tragedie d’Alfieri, di mezzo alle quali talvolta

uno sorgeva in pien teatro, e presone a testo qualche verso, metteasi a

sbraitare contro il dispotismo.

Acclamata la costituzione francese, si sciolsero i fedecommessi, le

giurisdizioni baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie

riservate, i titoli di nobiltà; con integrità si corressero gli

abusi delle banche, annichilando moltissima carta, e la gabella sul

pesce, sulle farine, sulle teste. Tutto bene, ma i modi precipitosi

guastavano; l’abolire le tasse senza nulla surrogarvi, scompigliò le

finanze; se non bastava che col distruggere le feudalità tutt’a un

colpo si fossero suscitate inestricabili liti coi Comuni, si beffavano

e ingiuriavano con iscritti e con atti i baroni come i preti. Il

ministero della guerra avea proclamato che «chiunque avesse servito

il tiranno, nulla sperasse da un Governo repubblicano»: onde tutto

l’esercito antico e il satellizio dei baroni (milizia già addestrata

che sarebbesi potuto utilizzare per la patria) si ridussero paltoni

o masnadieri, ribramanti il governo antico. Quindi scombussolamento

e mali umori; chiunque non sedeva in posti screditava chi vi

sedesse; chiunque trovava un freno di legge, urlava alla tirannide.

I _democratizzatori_ erano odiati nelle provincie, ove piantavano

alberi di libertà e toglieano denari. I ventiquattro del Governo, da un

lato pareano tirannici, perchè moderavano le trascendenze dei circoli

politici, peste d’ogni libertà; dall’altro fiacchi, perchè nelle

benevole fantasie non voleano persuadersi degli abominj della ciurma

qualora sormonta.

I Borboni erano fuggiti per pusillanimità, ancora integri di forza e di

tesoro, e lasciando moltissimi fedeli, ai quali aggruppavansi man mano

i malcontenti. Fidando in una vicina riscossa, i baroni, avversi al

nuovo Stato e non lo temendo, cingeansi de’ loro vecchi armigeri e de’

soldati regj congedati, e alla spicciolata combattevasi, assassinavasi,

si rinnovavano fatti esecrandi. Pronío e Rodío capibanda non cessavano

di molestare i Francesi negli Abruzzi: in Calabria uno Sciarpa, in

Terra di Lavoro Michele Pezza, famoso col nome di frà Diavolo, altri

altrove, piacevansi degli assassini, onestati dal titolo politico:

il Mammone mugnajo ornava il suo desco con teste appena recise,

beveva sangue, e se non n’avesse d’altrui, il proprio; quattrocento

fe trucidare, anche traendoli di carcere: e a cosiffatti il re dava

il titolo d’amici e generali[46]. Tali cose sono asserite dal Coco,

ma dopochè il brigantaggio infierì quest’ultimi anni contro il nuovo

regno d’Italia, l’esagerazione con cui ne sono narrate le imprese e le

atrocità dalle due parti opposte obbliga a dedurre assai da quanto fu

asserito allora. Nulla più credulo che i tempi di rivoluzione.

Altrettanto si esagerò intorno a Fabrizio Ruffo. Questo napoletano

fu assessore di governo a Roma, poi tesoriere abilissimo; avea tolti

molti abusi feudali, assicurato le rendite, stabilito un premio a chi

piantasse ulivi, e passava per riformatore; e poichè gl’interveniva,

come in tutti i tentativi, di fare e disfare, Pasquino il dipinse

con nell’una mano _ordine_, nell’altra _contrordine_, in fronte

_disordine_. Caduto di grazia, ricoverò a Napoli, ove il re lo pose

intendente di Caserta e San Leucio, ma sì poco profittò de’ suoi

posti che, quando fu fatto cardinale, per sostenere le spese dovette

ipotecare i beni della prelatura. Allora rivide Roma, e cooperò a

sostenere il coraggio di Pio VI, poi accompagnò i reali di Napoli

nella loro fuga in Sicilia, donde tornato in Calabria, vi sistemò

l’insurrezione e la guerra di bande in nome della santa fede; e al suo

esercito parea dovessero unirsi moltissimi di Sicilia, dove i baroni,

benchè non obbligati a servire fuori dell’isola, offersero di reclutare

a proprie spese novemila soldati.

Intanto legni inglesi e siculi, capitanati da Nelson, sommoveano

le coste, presero Ischia e Procida, minacciavano Toscana e Romagna,

interrompeano le comunicazioni fra Egitto e Francia, e catturavano

navi e persone: la flotta turco-russa, dopo ritolta Corfù ai

Francesi, accennava all’Italia. Della rapida conquista di Championnet

non restavano ornai che Napoli e il circondario (1799); sicchè il

Governo repubblicano dovette uscire dalla quiete, in cui lo teneano

la confidenza del bene e il desiderio di non infamarsi con crudeltà,

e cominciò rigorose repressioni. Andria fu distrutta orribilmente;

Trani col sacco e il fuoco punita dell’ostinatissima resistenza; e

così Sorrento e moltissime terre di Bari e di Calabria, senza per

questo sopire la rivolta. Macdonald mette fuori proclami ferocissimi;

prelati e preti sconterebbero colla vita le insurrezioni de’ luoghi ove

dimoravano e sarebbero uccisi appena côlti coi sollevati; autorità al

Governo d’arrestare i sospetti; ricompensa e silenzio a chi denunziasse

un migrato francese o depositi d’arme; morte a chi toccasse a stormo

le campane, o spargesse false notizie. Ettore Caraffa conte di Ruvo,

maggiordomo del re eppure mescolato nelle congiure, imprigionato,

fuggito, stimolatore e compagno di Championnet nella spedizione, ora

scontento che s’intepidisse l’ardore repubblicano, faceva ad arbitrio

leve e tolte che invelenivano.

Stretto dal bisogno di riparare la Francia minacciata, il Direttorio di

Parigi (1799 maggio) comandò a Macdonald accorresse nell’alta Italia

per congiungersi a Moreau che scendea dalla Bocchetta di Genova; ed

egli partì di Napoli, lasciando deboli guarnigioni a Capua, a Gaeta e

in castel Sant’Elmo. Trovava la Toscana con insolito furore levata alle

grida di — Viva Ferdinando, viva il papa», e dovette arrestarsi davanti

Arezzo e Cortona che osarono resistergli. Questo rubogli un tempo

d’inestimabile valore per unirsi a Moreau, e concedette agio a Suwaroff

d’interporsi grosso fra loro nel piano di Piacenza. Tre giorni di fiera

battaglia (17-19 giugno) contaminarono la Trebbia con quindicimila

cadaveri; Macdonald indietreggia, e difilatosi sopra Genova, vassene in

Francia, con lode di grande ma sfortunato valore; e Suwaroff pianta i

suoi accampamenti in modo da impedire che fossero soccorse Tortona ed

Alessandria assediate.

Ormai nelle sole fortezze trovavasi ridotta la possa francese. Il

Direttorio rinnovatosi, volendo dare prova di sè con atti robusti,

impone cento milioni sui ricchi, arma grossi eserciti, dirizza alla

volta di Genova Joubert a capo di quarantamila infervorati: ma Kray

e Suwaroff riunitisi, lo pettoreggiano e costringono a rifuggire

tra l’Appennino; e poco poi resta ucciso a Novi in una battaglia che

costò ventisettemila vite (15 agosto). Anche Moreau sottentratogli è

messo in rotta: Championnet, sceso per Cuneo sul Piemonte, dopo breve

prosperità, trova sconfitta e morte (7bre). Gli Austriaci espugnano

faticosamente Tortona; ma Alessandria, Mantova, Serravalle, Cuneo,

altre fortezze capitolano con tal rapidità che i comandanti sono

accusati di corruzione o di tepore.

Sogliono gli Italiani chiedere la loro liberazione dai Francesi:

ricevuta che l’abbiano, maledirli. Quando Macdonald la abbandonò, alla

repubblica Partenopea parve d’avere acquistata l’indipendenza, e fece

gavazze ed eccessi fino a proporre di tor d’impiego chiunque vi fosse

stato posto da’ Francesi; e intanto frati predicare la repubblica in

nome del vangelo, filosofi in nome di Rousseau; tutti assicurandola

immortale, e già aveva il rantolo della morte. Il potere fu accentralo

in Gabriele Manthoné, chiassoso repubblicano, che ravvivò gli ordini

dei più fieri comitati di Francia, e con denari levati o donati soldò

i veterani e li spedì a combattere gl’insorgenti, sistemò la guardia

nazionale e una Legione Calabra, che proclamava — Vogliamo sangue,

vogliam morte: darla o riceverla ci è tutt’uno, purchè la patria sia

libera e noi vendicati».

Pensate che orrori ne dovessero seguire: intanto che le parti

straziavano le viscere, e gl’insorgenti sbucavano d’ogni calle, d’ogni

bosco, e superando l’opposizione, assalsero la mal guarnita Napoli.

Si volle, come sempre, difendere la capitale, mentre l’abbandonarla

e difilarsi in colonna verso Capua o ai monti, avrebbe risparmiato ai

Realisti tanti assassinj. Ruffo v’entrò di viva forza, secondato dai

lazzaroni, con ferocie quali poteano attendersi da disperati contro

disperati. Le finte notizie sono sempre l’arsenale dei settarj. Come

dianzi erasi sparso che Ruffo si fosse da sè creato papa, così allora

si diè intendere ai lazzaroni che i repubblicani avessero tramato

di scannarli tutti, e i loro fanciulli educare senza religione;

ond’essi a buttarsi su quelli ferinamente, e spogliare maschi e

femmine per punirli della chioma raccorcia o per trovarvi gl’impressi

simboli repubblicani e massonici, flagellarli, straziarli a membro a

membro, arderli vivi. Guai alla casa che uno ne ricoverasse! il che

rendeva inospiti molti, altri vili sino a denunziare il figliuolo

o il fratello. Dopo due giorni il cardinale riuscì a sospendere la

carnificina, e si diresse ad espugnare i castelli Nuovo, dell’Ovo e

Sant’Elmo, dov’erano ricoverati i patrioti di miglior conto.

Di là poteano questi recare immensi guasti alla città; aveano seco

ostaggi e parenti del Ruffo, e modo di resistere finchè di Francia

venissero soccorsi; laonde dal cardinale ottennero una buona

capitolazione, libertà di partire sulle navi chi volesse, o di

restare inoffesi, e promessa di sciogliere i prigioni e gli ostaggi.

A tali patti ebbe esso i castelli, pubblicò generale perdonanza, e i

repubblicani già erano imbarcati: quand’ecco dalla regina Carolina

giunge una protesta[47], e voler morire piuttosto che patteggiare

con sudditi ribelli; spedisce Emma Leona, che coi baci compra sangue

da Nelson, il quale cassa la capitolazione (14 giugno) perchè fatta

senza di lui ammiraglio, ottantaquattro cittadini fa incatenare, e

dal francese Mejean, lasciato da Macdonald a comandare, riceve castel

Sant’Elmo cogli ostaggi e coi patrioti in esso ricoverati.

Ruffo (dicasi a sgravio di questo prete che pure si dipinge senza

costume e senza fede, dicasi a obbrobrio del Nelson) mai non aderì alla

turpe violazione; e dichiarò che, se l’armistizio fosse rotto, non

s’attendessero verun soccorso da sua parte. Non gli si badò, e alle

infamate antenne britanniche si vide appiccato il vecchio ammiraglio

Caracciolo. L’esempio incita a crudeltà i mal repressi popolani; la

plebe scanna, ruba, abbrustolisce, mangia, si mangia i patrioti: il

coltello degli assassini gareggia colla mannaja.

Il re giungeva di Sicilia (30 giugno) come in paese conquistato,

perdonava ai lazzaroni saccheggiatori fin della reggia, aboliva i seggi

e i privilegi della città, del regno, dei nobili, e dichiara ribellione

ogn’atto commesso durante la sua fuga, e ottomila sono imprigionati

nella sola capitale per avere parlato, scritto, combattuto, per avere

avuto un nemico che li denunziasse. Spie, torture, presunzioni erano

le procedure della giunta, la quale mandò a morte i generali Manthonè

e Massa, Vincenzo Russo, Nicola Fiano, Francesco Conforti che avea

sostenuto le ragioni regie contro Roma e allevato i migliori giovani

d’allora, Nicolò Fiorentino dotto matematico e giureconsulto, Marcello

Scotti autore del _Catechismo nautico_ e della _Monarchia papale_,

il conte Ruvo, il medico Cirillo, Mario Pagano, una Sanfelice[48],

ed Eleonora Pimentel, poetessa cara a Metastasio e famosa parlatrice

repubblicana.

Questi nomi immortalò il martirio con quello dell’inquisitore loro

Vincenzo Speciale, che insultava le vittime e i loro congiunti,

seduceva a confessare, alterava perfino i processi. Pasquale Baffa,

grand’erudito, ricusò dell’oppio, non credendo lecito il suicidio

neppure negli estremi: era già condannato, e Speciale assicurava

la moglie di lui non andrebbe che in esiglio. Invece Velasco,

all’intimazione dello Speciale che lo manderebbe a morte, — Non tu»

rispose, e precipitossi dal balcone. Cirillo interrogato da lui di

che professione fosse sotto il re, — Medico»; e nella repubblica, —

Rappresentante del popolo»; ed ora? — Ora in faccia a te sono un eroe»,

e ricusò chiedere grazia dal re e da Nelson che aveva curati. Vitaliani

continuò a sonare la ghitarra, e uscendo al patibolo diceva al

carceriere: — Ti sieno raccomandati i miei compagni, son uomini; e tu

pure, un giorno potresti essere infelice». Manthonè alle interrogazioni

non dava altra risposta se non: — Ho capitolato».

Furono da cento gli uccisi di nome, nobili, letterati, guerrieri,

due vescovi, giovinetti di venti e di sedici anni[49]; molti altri

andarono sepolti nella fossa della Favignana (_Ægusa_); infiniti a

minori pene. Si omisero come troppo frequenti i rintocchi dell’agonia

per giustiziati; visitatori scovavano per le provincie «i nemici

del trono e dell’altare», e due di quelli bastavano per togliere la

libertà e i beni. Se si consideri che fra quelle vittime era il fior

della nazione, non si troverà esagerato chi scrisse avere ella per

quel colpo retroceduto di due secoli. Domenico Cimarosa, cigno della

musica, per avere puntato un inno repubblicano ebbe la casa devastata,

prigionia qual soleasi allora, e per quattro mesi l’aspettazione della

morte, finchè i Russi essendo arrivati a Napoli, e chiestane invano la

liberazione, ruppero il carcere, e lasciarono andare a Venezia a morire

sbattuto e dimenticato.

Poi venivano le ricompense. Al cardinal Ruffo lautissime dal re, da

Paolo di Russia decorazioni; titoli e ricchezze agli altri, fossero

pure masnadieri e scampaforche; e più di tutti a Nelson e alla sua

bagascia, e il titolo di duca di Bronte infamò il vincitore d’Abukir.

A bastonate si svezzarono i lazzari dalla ruba e dal sangue; e il

Governo ripristinato, ravviando le consuetudini prische, avrebbe potuto

riuscire forte e farsi ancora benedire, se non fosse stato ossesso dal

demone della riazione. Il re, che mai non era sceso di nave, tornò a

Palermo festeggiato come trionfante di nemici; Canova ebbe incarico di

eternarlo in marmo sotto le sembianze di Minerva; e l’astronomo Piazzi

nominò da lui il pianeta Cerere, scoperto il primo di quell’anno.

Sol quando il risorgere della fortuna francese insinuava idee più

miti, e le favoriva il principe del Cassero vicerè, Ferdinando bandì

l’indulto (1800 30 maggio), pel quale settemila uscirono di prigione:

ma tante erano le riserve che ve ne restarono mille, tre migliaja erano

fuggiaschi, quattromila in esiglio[50].

L’esercito, rifatto coll’aggregarvi furfanti (1799), si era unito

colle bande di Rodío, di frà Diavolo e simili per avviarsi verso Roma

a ripristinare il papa. Garnier, che ne comandava lo scarso presidio,

li respinse: ma Tedeschi, Russi e Inglesi strinsero Roma così, che

i Francesi uscirono patteggiati e assicurando l’amnistia. Allora i

Napoletani entrati (30 7bre) strapazzano il busto di Bruto, svelgono

gli alberi della libertà, e ogni memoria e resto dell’esecrata

repubblica; espulsi, banditi, catturati i patrioti e tutti i

forestieri; posto un tribunale, che non mandò nessuno al supplizio,

molti nelle carceri, molti abbandonò agli insulti e all’assassinio.

Intanto si costituiva un Governo non papale ma napoletano, s’incamerano

i beni de’ fuggiaschi, si lanciano tasse fin sulle clericali immunità.

Altrettanto baldanzeggiava nelle Marche il generale Frölich, che le

teneva a nome dell’Austria.

Quattro mesi di dominazione francese aveano della Toscana scassinate

l’economia, la moralità, ogni subordinazione, e procacciatole

universale disamore. Perciò, appena si ode il prosperare de’

coalizzati, grandi dimostrazioni prorompono nel Lucchese; ma

l’intempestiva levata costa a molti la vita. Il Reinhard pubblicava: —

Gli abitanti della campagna traviati, con petulante insolenza provocano

i Francesi; con preti alla testa insultano i colori nazionali; vili

istigatori dal fondo de’ nascondigli incitano alla rivolta e appellano

i barbari del Nord... Voi che abbattete gli alberi della libertà,

dovevate nel giorno in cui furono piantati esclamare, _Vogliamo

rimanere schiavi; la ragione non è fatta per noi; ci dichiariamo

indegni d’esercitare i diritti dell’uomo_».

Il granduca Leopoldo bonificando val di Chiana, avea ridotto fertili

le circostanze d’Arezzo, e abolito le gravose eccezioni, onde quella

città gliene professava una riconoscenza, che aumentata col confronto,

indusse il maggio popolo a insorgere (maggio) gridando — Viva Maria,

viva l’imperatore, abbasso l’albero». Cacciata la debole guarnigione,

assaliti i patrioti, rialzati gli stemmi ducali, le donne incorano

alla sommossa; la campagna asseconda, Cortona vien dietro, invano le

autorità civili ed ecclesiastiche gettando parole di moderazione;

appajono un valore e un furore qual mai nessuno aspettava dai miti

Toscani, i quali si muniscono di tutte le arti della guerra paesana;

intanto accoltellano i sospetti d’avversa parzialità, o qualche

Francese che da solo si avventurasse.

In questo sopraggiungeva Macdonald da Napoli, come dicemmo, e

trovandosi chiuse in faccia le porte, e munite di risoluti le

ciclopiche mura, proclamò se tardavano ventiquattr’ore a sottomettersi,

avrebbe passato per le armi gli abitanti, rase le città ribelli. Alcuna

si sottomise, altre gli costarono sangue e, che più gl’importava,

tempo: poi appena egli sfilò verso la Trebbia, gli Aretini raddoppiano

di baldanza, e distendono la controrivoluzione, sorretta da un Windham,

già ministro di Inghilterra presso Ferdinando III, e da Alessandra

Mari sua ganza. A tutti i Toscani proclamavano essi: — Abbiamo scosso

il ferreo giogo della servitù, dispersa la straniera forza che ne

gravava il collo; nel nome del Dio delle vittorie veniamo a ridonarvi

la politica e civile libertà rapita. Coraggio, Toscani, all’armi...

L’angelo sterminatore che combatte per noi, perseguita i vostri

oppressori». La ciurma accorsa da ogni parte trasmoda; Siena è presa

dagl’insorgenti, bruciati tredici ebrei, altre persone trucidate; ai

perseguitati dai Francesi sostituivansi nelle carceri i perseguitati

dai riazionarj. Sorte gare di primazia fra le due città, Siena offre

alla Madonna del Conforto una pace d’oro, stupendo dono di Pio II, e

gli Aretini in ricambio ne riconoscono le prerogative.

Dopo la sconfitta della Trebbia, le truppe francesi sono costrette

ritirarsi da Firenze, dove non essendosi provveduto alla pubblica

sicurezza, la moltitudine alza il capo, a fatica dall’arcivescovo e

dai prudenti rattenuta da eccidj e saccheggi. Il senato fiorentino

ristabilito manda a sollecitare i Tedeschi; ma ecco gli Aretini

soprarrivano ne’ più bizzarri arredi, con coccarde d’ogni colore e

croci ed armi e cupe risoluzioni, e cominciano a violentare i patrioti.

La Mari trionfa fra il Windham e un frate; un consesso inquisitorio,

assistito dal celebre giurista Cremani, su trentaduemila processati,

ventiduemila condanna per reati politici: le fortezze di Portoferrajo,

Volterra, Livorno, Prato, Pistoja riboccano di carcerati; molti sono

esposti alla gogna, moltissimi profughi, sostenuti l’antico vescovo

Ricci, il vescovo di Massa, il preposto Fossi bibliotecario della

Magliabechiana, diciotto cavalieri di san Stefano, il cavaliere Fontana

ordinatore del museo di fisica: chiuse le Università, destituiti i

professori. È superfluo parlare dei disordini economici.

L’arrivo del tedesco D’Aspre sospende le persecuzioni; i comandanti

stranieri rimasti padroni, riescono a sottoporre al senato il Governo

provvisorio d’Arezzo; poi l’armata austro-russa-aretina s’accinge a

invadere la Romagna, e prende Perugia e le altre città fino a Roma.

Tutta Toscana allora acclama il granduca Ferdinando; ed egli, che,

al primo venire de’ Francesi, aveva imposto come segno di lealtà di

riceverli con benevolenza, istituì una giunta onde premiare quelli

che aveano dato «il grand’esempio» dell’insorgere contro di essi,

«e adoperato valore o prudenza a far nascere, fomentare o animare

la sollevazione contro i nemici»[51]. Vittorio Alfieri, che aveva

declamato tutta sua vita contro i re, poi bestemmiata la rivoluzione

francese, e fremuto a quest’alzarsi degli avvocati e dei villani

rifatti, fu visto fra la turba applaudire agli insorgenti, poi

scriveva: — Io ho passato i centodue giorni della tirannide francese di

Firenze sempremai in villa, e non ho mai messo i piedi una sola volta

nella città fin al dì 6 luglio, che fu il giorno della purificazione.

Adesso sono ancora in villa, ma vo qualche volta a Firenze, e massime

ogniqualvolta ci arriva dei soldati tedeschi, per vedere il trasporto,

il giubilo, l’espansione di cuore del pubblico intero per i suoi

liberatori, benchè gli Aretini han fatto essi il più. La Toscana è

presentemente tutta evacuata, e il sole vi ritorna a risplendere»[52].

Ai Repubblicani non restavano più che Genova ed Ancona. Questa

fu assalita dalla flotta turco-russa, e per terra da Austriaci e

Romagnoli, guidati da Lahoz, il quale dalla Cisalpina era passato agli

Austriaci, o com’egli diceva all’Italia, ingannato prima dal nome di

libertà, ora da quello d’indipendenza, ed ivi perì. Pino e Monnier

difesero quella fortezza, che poi capitolò onorevolmente (1799 6

luglio), ma fu saccheggiata da Turchi e Russi. Genova offriva l’unico

passo verso Francia; laonde i Francesi la occuparono a malgrado delle

autorità paesane, e la posero in istato di difesa.

Francia diè ricovero ai tanti profughi d’Italia, i quali alle

sventure patrie anche allora non trovavano che le vulgari cagioni. —

Il tradimento e la perfidia soli han dato la vittoria al Barbaro; e

chi più efficacemente il favoriva, reggeva allora la Francia»: così

cominciavano un indirizzo ai rappresentanti; e a grida di piazza

insistevasi perchè il Direttorio dichiarasse l’unità d’Italia,

altrimenti dall’Europa sarebbe creduto complice di quei suoi agenti

che aveano compressa la libertà, posto in impieghi gli aristocratici,

violentate le assemblee primarie, perseguitato i più fervorosi,

fomentato le sollevazioni plebee. Poi venivano le incriminazioni

fraterne, e quel che pare un bisogno degl’infelici, il volgere il dente

contro le proprie carni. Chi avea tratto la Cisalpina in postribolo,

godeva agi e onori; ad altri soccorreva la carità de’ ricchi lombardi;

il poeta e matematico Mascheroni morì di stento; di stento visse il

Monti, che metteva in versi quelle accuse e quelle ire; e trovandosi

negletti da un Governo che di loro non abbisognava, i profughi

ridestarono l’idea di rigenerare da soli la patria, e il sentimento

dell’unità italiana rinvalidarono nella mescolanza de’ patimenti.

La Francia era a tal punto, da tremare della propria, non che poter

assicurare l’altrui libertà; vinta sui campi e minacciata d’invasione,

club di fanatici, indirizzi di eserciti pretendeano dettare leggi;

baldanzosamente intaccavasi il Governo, e il Governo che non osava

difendersi col terrore, suppliva con intrighi e colla polizia. Luciano

Buonaparte, uno dei direttori, fomentava i mali umori, e diceva: — Non

più ciancie si vogliono, ma una testa ed una spada».

Per verità la rivoluzione non tolse il despotismo, ma tramutollo dal re

nel popolo, che si arrogò le attribuzioni de’ privati, della famiglia,

del Comune, assorbendo l’uomo nel cittadino, la famiglia nello Stato.

Ne seguì l’anarchia; e poichè gli uomini han più paura di questa

che desiderio della libertà, credettero primo bisogno il reprimerla,

ed unico mezzo il despotismo. Ma chi potrebbe esercitarlo se non un

soldato? E tutti gli sguardi si dirigevano all’Egitto e al Buonaparte,

di cui la gloria traeva spicco dalle presenti sconfitte e dalla

lontananza; le scarse notizie, le accorte insinuazioni facevano credere

a grandi vittorie, magnificare i divisamenti del giovane generale, e

guardarlo come l’unico capace di opporsi all’Europa congiurata e al

disordine irruente.

Ma egli non avanzava fra i trionfi; e i quaranta secoli dall’alto

delle piramidi videro alcune vittorie, ma poi una serie di disastri

e di difficoltà, davanti alle quali fiaccavasi l’animo di lui, fatto

pei colpi subitanei più che per le lente combinazioni. Trovavasi

dunque disgustato della sua impresa, quando attraverso alle navi

inglesi gli trapelarono le notizie di Francia, e i voti e le orditure

de’ suoi amici: onde risolve tornarvi a tutto rischio; e disertando

dall’esercito per correre dietro alla fortuna (29 agosto), passa non

visto di mezzo agli esploranti inglesi, approda improvvisissimo a

Frejus, e fra l’entusiasmo e la curiosità vola a Parigi, salutato da

tutti come salvatore (9 8bre).

Fin là ben poco s’era sperimentata l’attitudine di Buonaparte al

governare; sapeasi però ch’egli era fortunato, e basta: faceva mestieri

d’un uomo, che desse unità a tanti impulsi, ed egli pareva il caso; e

tutto da lui aspettavano tutti, su tutto si cercava il suo avviso. Egli

sentendosi necessario, aveva l’arte di non spingersi che a sentita:

poi tutto concertato nel secreto, volge le armi contro le toghe, e

con un colpo ardito (9 9bre) disperde il corpo legislativo, abbatte

il Direttorio, e fa eleggere un Consolato che deve assettare una nuova

costituzione, capace di difendere la libertà dentro e propagarla fuori.

O stanchi o speranti, nessuno si oppose; il popolo coprì d’applausi

l’illegalità; le deportazioni suggellarono le bocche. — Non più

Giacobini, non Terroristi o Moderati, ma soli Francesi», diceva egli;

e per verità quando il Governo non fu più arietato da fazioni, non più

fluttuò tra volontà irresolute, cessò il bisogno della violenza perchè

un solo robusto lo guidava, non a caso e passione, ma per sistema.

La costituzione allora combinata (13 xbre) riduceva a mera ombra

il diritto elettorale e la rappresentanza; cento tribuni discuteano

le leggi, proposte dal consiglio di Stato; trecento legislatori le

votavano senza discussioni; ottanta senatori vegliavano all’integrità

della costituzione; tre consoli eseguivano. Buonaparte fu il primo

di questi, anzi restava il vero padrone, e secondava l’universale

inclinazione a restaurare il passato nel governo, ne’ costumi, nella

religione. La gente di veduta corta pensava ch’e’ volesse rimettere

in trono i Borboni: ma egli lavorava per sè, e si era accorto che

al dominio non poteano portarlo se non le bajonette. Occorrevagli

dunque di compire qualche splendida impresa: e qual campo migliore

dell’Italia, dove avea colto i primi allori? A questa pertanto volse la

mira, rialzando le speranze di quei tanti Italiani che dalla Francia

rimpiangeano la patria o in patria la libertà, e che soffrivano dalle

riazioni.

Le coalizioni, se pur durano fin a conseguire l’intento, poco tardano

a scomporsi. All’Inghilterra dava ombra lo stare Russi in Italia,

i quali poteano fissare un piede sul Mediterraneo, dov’essa aspira

a predominare. Più ne ingelosiva l’Austria, ed appena le ebbero

ricuperata la Lombardia, cercò rinviarli, e col pretesto d’una

spedizione in Olanda li trasferì in Isvizzera, benchè non pratici del

terreno, e nuovi alla guerra di montagna. Pel difficile Sangotardo,

ove si scolpì un masso _Suwaroff Victori_, costui cerca la valle del

Reuss (1799 25 7bre); da Lecourbe molestato al ponte del Diavolo,

sfila con gravi perdite per una gola angustissima; e subito svallato,

trovasi Massena alle spalle. Le balze tranquille risuonano di armi

omicide, dopo una battaglia di quindici giorni, dove ventimila Russi

e cinquemila Austriaci periscono, dell’esercito conquistatore non

rimangono che poche reliquie per giungere compassionevoli al Reno; e

Suwaroff ricusando di più combattere, torna a Pietroburgo a lamentarsi

dell’Austria come traditrice, nè altro che ingorda di conquistare

l’Italia e tenerla per sè.

Davvero essa parea raccogliere tutti i frutti degli altri disastri;

considerando scaduti il papa e il re di Sardegna, bramava serbarsi

i loro dominj come conquista sopra la repubblica francese[53]; e

inorgoglita, rifiutò la pace che le offerse il primo console (1800),

e ridomandava il Belgio. Anche l’Inghilterra ricusa patteggiare con

Francia; il ministro Pitt ottiene da quel Parlamento un credito di

mille milioni per guerreggiare un consolato, che nelle casse trovò

appena censessantamila franchi[54]; e la guerra del mondo è dichiarata.

Vasto era il sistema di campagna della seconda coalizione. In Italia

Austriaci e Inglesi doveano prendere Genova, marciare sopra Nizza e di

là nella Provenza, ove li seconderebbe l’insurrezione dei Realisti;

un secondo corpo solleverebbe il Piemonte; Melas si spingerebbe nel

Delfinato, e a rattizzare la guerra in Vandea, nella Bretagna, nella

Normandia; l’imperatore stesso e gli arciduchi si metteano in campo;

centrentamila uomini guidava Ferdinando, ottantamila Bellegarde in

Italia, l’arciduca Giovanni cenventimila; mentre Carolina di Napoli

andava a sollecitare il czar di Russia.

Di mezzo a tanto fracasso d’armi, Buonaparte davasi l’aria di volere

la pace, e gemea del vedersela negata; ma intanto s’accingeva a nuovi

trionfi. Comprendendo che il caso non richiedeva piccole e solite

manovre, raccolta a Digione una riserva di sessantamila reclute,

medita sbucare tutt’insieme per le valli del Sangotardo, del grande

e piccolo Sanbernardo e del Cenisio, e intercidere così la linea del

nemico, estesa dalla Lombardia sin lungo il Varo. Moncey, staccato

dall’esercito del Reno, per la prima via comincia le operazioni;

Thureau per l’ultima; pel piccolo Sanbernardo Chabran. Secondo la

Costituzione, il primo console non poteva avere il comando delle armi;

ma egli vi sorpassa, e solo per la forma fatto nominare generale

in capo Berthier (maggio), mena trentacinquemila uomini pel gran

Sanbernardo.

Generali abili nell’esecuzione, attenti ad ogni particolarità,

solleciti della disciplina e dell’esercizio, maestri ne’ metodi e nel

meccanismo della tattica, valentissimi in tutto ciò ch’è ordinario,

mancano poi di quell’inventiva che sa rompere il circolo delle idee,

delle abitudini, de’ precetti, per ispegnersi là dove si trovano

combinazioni nuove, molteplici mezzi, insperati espedienti. Qui

sta la differenza fra il talento e il genio; indizio del quale è il

persuadersi che si possa fare cosa nuova. Delle Alpi in inverno sempre

aveasi avuto spavento; Buonaparte non vi credette, e trovò soda la

neve, belle le giornate. Avventurose quanto le sabbie d’Egitto erano le

ghiacciaje dell’Alpi, ed esalterebbero le giovani fantasie: e di fatto

restò dalla poesia e dalla pittura abbellito quel passaggio che sarebbe

terribile sol quando un pugno d’italiani vi difendesse l’indipendenza

della patria. Ma il nemico, ingannato dalla pubblicità che Buonaparte

dava al suo disegno e dall’enfasi con cui l’annunziava, lo credette

un artifizio, e non si argomentò a por riparo ad un’impresa, che

altrimenti sarebbesi condannata per temeraria[55].

In Italia i Francesi, ridotti a quarantamila uomini e penuriosi,

erano rincalzati verso le Alpi: e Massena nella Riviera di ponente

senza denaro nè munizioni, con pochi soldati, compiva atti eroici,

finchè entrò in Genova, riordinò l’esercito scompigliato per la

morte di Championnet, e vi si trovò ben presto assediato da Inglesi

ed Austriaci. Genova non era di veruna importanza all’Austria, la

quale non potea sperare di tenersela, e avrebbe dovuto comprendere

che le grandi battaglie si agiterebbero sul Po e in Lombardia; pure

ella ostinossi in un’impresa, che estendendo di troppo la fronte

dell’esercito comandato da Melas, lo indeboliva. Intanto essa lasciò

sguernita la Svizzera, e il francese esercito senza pur uno scontro

passò la montagna. Lannes, che comandava l’antiguardo, giunse a

Etroubles, il 19 maggio, il 21 Buonaparte, e per Aosta e Ivrea scesero

ne’ piani italici, tenendo la pendice meridionale dell’Alpi da Susa

fino a Bellinzona.

Melas aspettava ancora Buonaparte a Ventimiglia, quand’egli già,

preceduto dal cognato Murat, entrava in Milano (1800 2 giugno).

Senza persecuzioni la rimette in istato di popolo, nulla badando

al Direttorio Cisalpino che nei tredici mesi erasi sostenuto a

Chambéry, istituisce un comitato provvisorio di governo; ripristina

l’Università di Pavia con valentuomini; si rifocilla coi magazzini e

colle artiglierie abbandonate dal sorpreso Austriaco, che sarà battuto

dall’armi sue stesse. Murat correva a prendere Piacenza; e tagliato

così in due l’esercito nemico, i Francesi non esitano a lasciare

sguarnita la Lombardia per affrontarlo nelle pianure del Piemonte e

costringerlo ad allargare Genova.

L’esercito chiuso in questa città era destinato vittima a quella

grande spedizione, e vi sofferse martirj che onorerebbero una causa

santa[56]. Mancate le carni e i grani, mancata la cipria, s’incettò

l’orzo, il linseme, la veccia, il cacao e che che altro si potè, e

formavasene un tristissimo pane da munizione, mescolato con zuccaro

e miele; una fava fu pagata due soldi, un panetto diciotto franchi; e

dopo disputato le erbe e le radici ai ruminanti, frugavasi nelle fogne

se qualche resto di cibo si fosse sottratto all’avidità; rodeansi le

scarpe e i cuoj delle sacche; e soldati e popolo diventano eroi nel

cercar di che vivere con modi che a pena si crederebbero fra popoli

civili. Molti ogni giorno morivano di fame, o da sè aprivansi le vuote

viscere; l’abitudine toglieva il compassionarli, e l’impossibilità il

soccorrerli; e i gemiti di giorno e di notte, e i miserabili aspetti, e

le sorgiunte febbri pestilenziali facevano orribile la misera Genova.

Massena stette a parte di quei patimenti, i quali davano tempo alle

operazioni di Buonaparte, nè volea sentire di arresa, finchè il popolo

tumultuante, i soldati ridotti a ottomila ed estenuati, lo indussero

non ad una capitolazione, ma ad una convenzione, per cui tutto

l’esercito usciva colle armi, i rifuggiti restavano salvi, gli abitanti

sarebbero immediatamente provvisti di viveri.

Libero appena da quest’impaccio, Melas accorre per riaprirsi la

comunicazione con Vienna; e nella pianura di Marengo (1800 4 giugno),

fra la Scrivia e la Bormida, affronta il nemico. L’esercito di

Buonaparte, che, non aspettandosi l’attacco, si trovava disseminato,

soccombeva un corpo dopo l’altro dinanzi ai veterani austriaci e alla

cavalleria ben atteggiantesi in quei piani; allorchè sopraggiunse

Dessaix con una colonna, reduce allor allora d’Egitto, e che

improvvidamente era stata mandata altrove: con quella che pare

ispirazione e non è che un calcolo fatto rapidamente, egli si dispone

in quadrato, come aveva appreso nel combattere i Mamelucchi, compie una

felice riscossa, pagandola colla propria vita, e Buonaparte ne profitta

per riportare compiuta vittoria[57].

La battaglia di Marengo costò quattromila vite ai Francesi, novemila

agli Austriaci. Questi dunque non erano annichilati: eppure li

colse tale costernazione, che quell’esercito di cenventimila uomini,

che, dopo rimesso il giogo all’Italia, doveva invadere la Francia

meridionale, levossi in totale sconfitta. Così ancora all’esperienza

prevale l’audacia, alla guerra metodica la spicciativa, alla dottrina

l’invenzione e il concentrar le forze e accelerar le marce. Melas,

irresoluto per natura e per gli ordini viennesi, cercò un armistizio,

e in cumulo cedette le fortezze, purchè le truppe avessero licenza

di ritirarsi a Mantova; fatto che eccitò l’indignazione, e crebbe il

prestigio napoleonico. Alessandria patteggia, i Francesi tornano in

Genova, l’Italia rientra sotto la devozione di Buonaparte, il quale

non inebriato dal trionfo, all’imperatore offre pace ai patti di

Campoformio, cioè che gli Austriaci sgombrino la penisola sino al

Mincio.

Ma Francesco II, nel tempo che negoziava di pace, accettò sessantadue

milioni di sussidj e l’alleanza dell’Inghilterra, e disdicendo i

preliminari, arrestò l’ambasciadore francese. Buonaparte denunziandolo

sleale, ripiglia le mosse e comincia la _campagna d’inverno_ (9bre).

Augereau è sul Meno; Moreau sull’Inn; sul Mincio Brune, generale

mediocre, succeduto al prode ma diffamato Massena nell’esercito

italico; Murat guida verso l’Italia diecimila granatieri; Macdonald

staccatine quindicimila dall’esercito vincitore di Moreau, traversa

faticosamente la nevata Spluga, per emulare il vantato passo del

Sanbernardo, e sceso in Valtellina, risale i Zapelli d’Aprica per

calarsi nella val dell’Oglio, indi al Trentino pel Tonale, per via

inaspettatissima giungendo a formare l’ala sinistra dell’esercito

d’Italia; Moreau, vinto a Hohenlinden l’arciduca Giovanni, avanzasi

fino a Lintz sulla strada di Vienna, e agli sgomentati arciduchi

concede l’armistizio che dianzi avevano ricusato (3 xbre), patto che a

Luneville si tratti della pace senza l’Inghilterra.

Anche in Italia Brune e Macdonald, vincitori a Mozambano, nè lasciando

all’Austria che Mantova, moveansi per isboccare dall’alpi Noriche

sopra Vienna (25-30 xbre), quando il maresciallo Bellegarde che

comandava gli Austriaci, udito l’armistizio di Germania, lo patteggia

anch’esso. Alessandro di Russia erasi già staccato dalla coalizione;

tutta Germania esclama (1801 gennajo) contro la improvvida politica

dell’imperatore, che è costretto sagrificare il ministro Thugut e

surrogare Cobentzel; il quale dopo lunghe discussioni a Luneville con

Giuseppe Buonaparte, conchiude la pace (9 febbr.), dove, appellando

al trattato di Campoformio, si confermavano alla Francia il Belgio,

all’Austria gli Stati veneziani.

Buonaparte, volendo ricuperare in America l’insorta isola di San

Domingo, erasi fatto cedere dalla Spagna la Luigiana, antico possesso

della Francia, in compenso promettendo crescere all’infante di Parma

gli Stati fino a un milione e ducentomila abitanti, col titolo di

re. A tale aumento fu destinata la Toscana, che verrebbe custodita

contro gl’Inglesi dalla flotta spagnuola, al granduca assegnandosi

un’indennità in Germania.

Così Austriaci più non rimaneano di qua dall’Adige. L’imperatore,

senz’autorità della dieta germanica, riconosceva le repubbliche

Batava, Elvetica, Cisalpina, Ligure; rilasciava i prigionieri di Stato

italiani, facea nuovamente cessione alla Cisalpina di tutti i diritti e

titoli che vi avesse, e alla Ligure de’ feudi imperiali. Non parola del

papa, di cui ambiva le Legazioni; non di Napoli, non del Piemonte.

La più generale conseguenza politica della rivoluzione francese,

cioè l’ingrandimento delle grosse potenze e la ruina delle piccole,

diveniva più sempre apparente; e per indennità ai grossi Stati

spartivansi i piccoli principati tedeschi e specialmente gli

ecclesiastici. L’Austria, patteggiando di contrade e sovranità non

sue, e all’interesse della Casa sagrificando quel del corpo germanico,

si pigliò i vescovadi di Bressanone e Trento; al granduca di Toscana

diede l’arcivescovado di Salisburgo, gran parte di quelli di Cassow

ed Eichstädt, e il prevostato di Bestholdsgaden; al duca di Modena la

Brisgovia e l’Artenau[58]: compensi inadequati alle perdite in Italia,

e per soprapiù iniqui.

In Toscana, quando si udì il ritorno de’ Francesi, il senato ordinò la

leva a stormo: ma i Francesi non tardarono a entrarvi (1800 dicembre).

Sola Arezzo resistette e si fortifica, e il generale Monnier la

bombarda, e penetratovi a forza, fucila chiunque coglie colle armi,

lascia esercitar il saccheggio fin ne’ monasteri e spedali per sette

ore, poi smantellata la fortezza, mette contribuzioni, ammutite le

campane che aveano sonato incessantemente a martello. Il generale

Miollis proclamava poi il perdono, sperando «che la patria del Petrarca

non saprebbe essere insensibile alla generosità, colla quale tutto

è obliato»[59]; e poichè pizzicava di letterato, fece ristabilire

l’Accademia del Cimento, rendere onori funebri alla Corilla poetessa

e porre una lapide alla casa di lei; dagli Israeliti fece erigere una

cattedra di letteratura; protesse a Padova il Cesarotti, come a Parma

avea visitato il Mazza che ripagollo con una lettera e un sonetto: ma

quando a Firenze volle visitare l’Alfieri questo non lo accolse.

Sull’Appennino duravano molti rivoltosi, contro cui si spinsero le

colonne francesi; per tutta la campagna si assassinava; nelle città

intrigavasi e disputava. Al crescere delle vittorie francesi, il re

di Napoli, stimolato dall’instancabile moglie, propone di marciare a

difendere la Romagna e ricuperare la Toscana, e avvia truppe sopra

Siena, guidate dal francese fuoruscito Dumas: ma Miollis con Pino

affrontatolo (1801 22 gen.), il ricacciano a forza, mentre Murat,

sceso dalle Cozie con diecimila uomini, si difila su Napoli. Questa non

poteva opporre che poche truppe scoraggite ai vincitori dell’Austria;

ma Carolina corre all’imperatore di Russia, ne adula l’onnipotenza, non

volesse negar la mano a una famiglia, rea soltanto del nome borbonico e

d’essersi esposta per la sacra causa de’ troni.

Il czar le promise appoggio, e spedì il gran scudiere Levaschef

a dire al primo console come desiderasse l’integrità del regno di

Napoli. Buonaparte, vogliosissimo di tenersi amico il czar qual unico

contrappeso all’Inghilterra, si proferì disposto a sagrificare anche

i giusti suoi risentimenti al piacere di fargli piacere. Levaschef

proseguì verso Napoli, ricevuto fin con archi trionfali dall’esercito

di Murat (18 febb.); il quale arrestando l’irrefrenabile suo corso

alla parola del Russo, fece l’armistizio di Foligno (29 marzo), poi la

pace di Firenze, salvando quel regno a patto che i porti ne restassero

chiusi alla bandiera britannica e alla turca, e aperti alla francese

e alla russa; rinunziasse a qualunque ragione sull’isola d’Elba e

sullo Stato di Piombino e de’ Presidj; piena amnistia per colpe di

Stato; pagherebbe mezzo milione di franchi per restauro dei cittadini

francesi danneggiati. In segreto vi s’aggiunse, finchè durasse guerra

colla Turchia e la Gran Bretagna, guarnigioni francesi starebbero negli

Abruzzi e in terra d’Otranto, mantenute dal re.

Allora si riapersero le carceri, i proscritti uscirono dai nascondigli

e tornarono al possesso dei beni, si vietò ai repubblicani di turbare

gli ordini regj; e Buonaparte scriveva a Soult, comandante de’ presidj

francesi, che desiderava andasse alla messa coll’uffizialità a suon di

musica, e conversasse coi preti e cogli uffiziali regj. Tale spirito

nuovo e conciliativo Buonaparte voleva insinuare.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 6 / 28 题