CAPITOLO CLXXVII.

La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte.

La repubblica francese toccava all’apogeo; estesa dai Pirenei al Reno,

dall’Oceano al Po; sostenuta da generali prodi, non ancora disonorati

da egoistica ambizione; rinnovato colla Spagna il patto di famiglia;

l’Impero e l’Austria ridotti ad accettar la pace; Inghilterra non

avea potuto impedirle di acquistare i Paesi Bassi e di predominare

nell’Olanda, e mal reggeva da sola alla guerra, di cui era stata

l’anima e la cassiera. Il mareggio che succede alla procella non era

finito, ma la durata di quindici mesi già dava qualche consistenza al

Direttorio, che venuto in credito per le vittorie di Buonaparte, potè

reprimere violentemente e i Realisti, e i Terroristi, e circondatosi di

altre repubbliche, pensava a sistemarle.

Primogenita di queste, la Cisalpina fin allora restava ad uno di que’

governi militari, che fanno schifo a chi abbia sentimento dell’ordine

e del dovere. Buonaparte, uom di guerra e di disciplina, teneva altro

linguaggio che il gonfio e iracondo de’ repubblicanti; non irritava

i preti, blandiva i ricchi, e pensando che mal si costruisce sul

popolo mobile e capriccioso, repudiava gli esuberanti per rannodarsi

i moderati, e cingeasi coi nomi storici de’ Visconti, de’ Melzi, de’

Litta, de’ Serbelloni, de’ Contarini, de’ Morosini. Ergevasi anche

protettore de’ dotti, e appena entrato in Milano scrisse all’astronomo

Oriani: — Le scienze e le arti devono nelle repubbliche essere onorate,

e chi vi primeggia nel sapere è francese, ovunque sia nato. So che a

Milano i dotti non godono la considerazione che meritano; ritirati ne’

gabinetti o ne’ laboratorj, credonsi fortunati quando i re e i preti

non li molestino. Oggi tutto mutò; il pensiero è libero in Italia; non

più inquisizione, non intolleranze, non diverbj teologici. Invito i

dotti a farmi conoscere come dare alle scienze e alle arti belle nuova

vita ed essere nuovo. Chi di essi vorrà andare in Francia, sarà accolto

con onore; il popolo francese stima più l’acquisto d’un matematico,

d’un pittore, d’un erudito, che della città più ricca. Cittadino

Oriani, spiegate voi questi sensi del popolo francese ai dotti di

Lombardia».

Il nostro patriotismo suole andar in solluchero allorchè qualche

straniero sparla di noi, consolazione che non ci si lascia

scarseggiare. L’Oriani, più semplice e perciò più vero, rispondeva alla

superba compassione del Buonaparte che «i letterati di Milano non erano

stati negletti nè vilipesi dal Governo, anzi godeano oneste pensioni

e stima proporzionata al merito; anche nella guerra presente n’erano

stati puntuali gli assegni, i quali sol da poche settimane cessarono,

a gran costernazione di poche famiglie; sicchè l’unico modo di farne

cessare le calamità e d’affezionarli alla repubblica francese, sarebbe

di rimetterne in corso i soldi». Soggiungeva volesse il generale

attribuire tali parole all’amor suo per la verità e la giustizia: chè,

quanto a lui, avea pochi bisogni, ed era sicuro di trovar da vivere in

qualunque paese, ed anche allora stava in lui l’accettare una cattedra

ben provveduta in una delle più celebri Università[30]. I democratici

non avranno fatto mente al coraggio della semplicità, ma è tristo modo

di rigenerare una nazione il cominciare dal deprimerla con insulti, col

raffaccio iroso, colla servile imitazione forestiera.

Buonaparte, a dieci valentuomini, tra cui il padre Gregorio Fontana,

commise di preparare una costituzione per la Cisalpina; ma il

Direttorio ordinò vi si applicasse la francese (1797 8 luglio). Dopo

le consuete dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino,

essa portava la repubblica una e indivisibile, distribuita in

dipartimenti, distretti, Comuni. Al 21 marzo gli abitanti di ciascun

distretto si uniscono per nominare i giudici di pace e gli elettori

del dipartimento, uno ogni ducento teste. Le assemblee elettorali al

9 aprile nominano i membri del corpo legislativo e del tribunale di

cassazione, i giurati, gli amministratori de’ dipartimenti, i giudici e

presidenti de’ tribunali, l’accusatore pubblico. Il corpo legislativo

consta di quaranta in sessanta seniori; di ottanta in cenventi membri

il granconsiglio: questo propone le leggi, quello le approva o rigetta,

insieme stabiliscono l’annua imposta. L’esecuzione è commessa a cinque

direttori nominati dal corpo legislativo, i quali scelgono i ministri

responsali; un’amministrazione centrale in ogni dipartimento, una

municipale in ogni distretto; un’altra corte di giustizia pondera

le accuse contro il Direttorio o i legislatori. Libero a tutti di

scrivere, parlare, stampare; l’esercito è per essenza obbediente.

Allora si abolirono maggioraschi e fedecommessi; si posero all’asta

le commende maltesi; i beni e debiti delle provincie e de’ Comuni

si riconobbero nazionali. La repubblica fu dichiarata libera; ma

l’esercito cisalpino era comandato dal côrso Fiorella; truppe francesi

per tutto il territorio e nelle fortezze; molti Francesi in uffizi

principali; e per un anno sospesa la libera stampa. Così a noi, che

già godevamo una forma di libertà municipale, era tolta per imporci

la costituzione d’un paese che non l’aveva; e Buonaparte nominò egli

stesso per la prima volta i direttori, i consigli legislativi, e

quattro congregazioni, di costituzione, di giurisprudenza, di finanza,

di guerra. La libertà molti l’aveano sulle labbra, alcuni nella testa,

pochi nel cuore; gli uni la simulavano per farsi perdonare l’antica

servilità; gli uni per impinguarsi mercanteggiandone, o per brogliare

contro le leggi e la giustizia; molti, sinceramente scambiando la

conquista per emancipazione, esultavano di vederci dati un nome, una

bandiera, un esercito; speravano che il governo militare finirebbe,

e ce ne rimarrebbero i frutti; lasciavansi ingenuamente lusingare a

quelle apparenze di governo popolare, ed all’indestruttibile fiducia

dell’indipendenza. Buonaparte li conosceva, gli accarezzava, e ne

rideva; trattava superbamente i deputati e le dignità che venivano a

inchinarlo nella villa di Montebello, che già chiamavasi sua reggia, le

api del manto imperiale trasparendo dalla tracolla repubblicana[31]; ma

pure veniva ripetendoci le triste conseguenze delle nostre scissure, il

bisogno d’acquistare il sentimento della propria dignità e d’avvezzarci

alle armi; «proponete (raccomandava) le persone meglio conosciute

per attitudine, onestà, _civismo_, non i terroristi e i patrioti

intemperanti e ringhiosi, amici del sangue e della guerra, che in ogni

cosa trascendono, e non sanno che diffamar il Governo».

La Cisalpina non era soltanto una conquista, sì bene un inoculamento

della rivoluzione in Italia, e bisognava estenderla per conservarla.

Avea vicina la Svizzera, repubblica all’antica, divisa in Cantoni

formanti una confederazione debole e viziata di feudalità.

Nell’interno, le classi godeano i diritti in differente grado, e

molte servivano di sgabello alle privilegiate; alcuni paesi giaceano

sudditi di altri, che liberi dentro, erano tiranni fuori. Di qua dai

monti avevano signoria il Cantone di Uri sulla Leventina: Uri, Schwitz

e Unterwald sulla Riviera e Bellinzona; i dodici Cantoni insieme

su Lugano, Locarno e Valmaggia; sulla Valtellina i Grigioni. Paesi,

lasciati in balìa di magistrati ignoranti, che comprata la carica di

governatore o di giudice, pensavano a rifarsene con usura. Le più volte

il balio non faceva che venir di qua per rivendere la carica a qualche

suddito, e dopo un buon pranzo tornava indietro col titolo e coi

quattrini. Quindi giustizia vendereccia, prepotenze tollerate; che più?

vendute impunità in bianco per delitti da commettersi[32].

Nella val Leventina gli abitanti viveano de’ pingui pascoli e dei

trasporti pel Sangotardo, riconoscendo i loro padroni con lievi pedaggi

e scarsa imposta. Avendo gli Urani negato dar il soldo ai Leventini

che aveano militato, questi fecero turba, cacciarono il balio (1713),

nè si quetarono finchè i cinque Cantoni cattolici non decretarono

dovuti i soldi. La giustizia ripristinò la pace, e furono detti cari e

fedeli alleati: ma più tardi vennero portati ai padroni lamenti (1755)

contro tutori che malversavano le sostanze de’ pupilli; e gl’imputati

pensarono coprire colla sommossa le colpe, e levatisi in armi

imprigionarono il balio. Uscirono gli Urani a domarli; Orso di Rossura

ed altri capi furono decollati davanti a tremila popolani, che a testa

scoperta e a ginocchio piegato dovettero sentir proferita l’abolizione

di tutte le franchigie e garanzie, e giurare la servitù.

Anche nella Valtellina poteasi redimere a contanti ogni delitto,

salvo l’omicidio qualificato; e poichè i processi fruttavano denaro,

i podestà erano attenti non solo a scoprire delitti, ma a farne

commettere; tenevano sciagurate che seducessero, poi accusassero

il correo, desiavano sommosse per toglierne pretesto a confische.

L’immoralità de’ dominanti e le discordie invelenite fra i Planta

fautori dell’Austria e i Salis inchini a Francia, incancrenivano i

patimenti della Valtellina. Quante volte non aveva essa ricorso al duca

di Milano per far osservare il capitolato che aveva ottenuto dopo il

sacro macello del 1620, e di cui esso era garante!

Cessata la confidenza fra governanti e governati, cresceano le gozzaje;

il giureconsulto Alberto Desimoni di Bormio, per avere scritto a

difesa della costituzione della Valtellina, fu condannato a morte in

contumacia: sommovimenti interni cominciarono prima de’ francesi,

i quali gl’incalorirono. Ben presto tutta Svizzera ribolle contro

le annose tirannidi (1797); a nome della libertà rovesciansi le

repubbliche; i Francesi, invitati a sostenere i democratici insorgenti,

s’impossessano delle casse, e dichiarano che le leggi e i decreti del

Governo paesano non varranno se contrarj alla Francia. I repubblicani

di Milano e di Como aveano tentato sollevare i baliaggi italiani, e

alcune guardie nazionali penetrarono fino al lago di Lugano piantandovi

l’albero. Furono respinti, e i commissarj svizzeri vennero a tenere in

dovere il paese: ma una mano di patrioti si presenta a loro, e colla

sicurezza che dava la vicinanza della Cisalpina, domanda i diritti

dell’uomo; essi fuggono, e l’albero è piantato, non col berretto

frigio, ma col cappello di Tell. Quando poi furono dichiarati liberi

ed eguali tutti i sudditi della Svizzera, essi baliaggi divennero

membri della repubblica Elvetica, destinata a ben altra vita che non

l’effimera della Cisalpina, a cui ricusarono aggregarsi.

La Valtellina pensò ella pure novità; ma alcuni preferivano unirsi ai

Grigioni come quarta lega in eguaglianza di diritti, altri attaccarsi

alla Cisalpina; e intanto la plebe assaliva i signori, le chiese,

principalmente le cantine, ballonzando e cantando secondo la moda,

spezzavansi gli stemmi de’ vecchi pretori, pur non mancando chi

mettesse fuoco agli alberi della libertà. Un conte Galliano Lechi,

prepotente e dissoluto bresciano, fuggito a Bormio per sottrarsi ai

castighi meritati in patria, e di nuovi meritandosene con braverie ed

altro, eccitò l’ira del popolo, che lo uccise con due suoi bravacci.

Le gazzette li presentarono come martiri della libertà; i comitati di

Bergamo e Brescia inveivano contro le persecuzioni fatte in Valtellina

ai patrioti; il generale Murat, scesovi da Edolo colla sua brigata,

intimò amnistia e pace; e Buonaparte offertosi mediatore, chiamò a sè

deputati grigioni e valtellinesi. Quelli non ascoltarono: questi sì,

e chiesero d’unirsi alla Cisalpina; ma voleano riservare per unica

religione la cattolica, immunità di fôro per gli ecclesiastici, non

partecipare all’ingente debito della repubblica nè alle inesplebili

contribuzioni; a tacere le meschinità da campanile, per cui Bormio

voleva stare disgregato da Sondrio, e Chiavenna fare casa a parte.

Lunghissime anticamere dovettero durare i deputati al quartiere

generale d’Udine: infine Buonaparte proferì (28 8bre) che, non essendo

comparsi i Grigioni, ai Valtellinesi restava facoltà d’unirsi alla

Cisalpina; andassero ad aspettarlo a Milano. V’andarono; e quivi

seppero che «la loro sorte e felicità era ormai fissata stabilmente con

quella dell’Italia libera»; e perchè rimostrarono che ciò trascendeva

il loro mandato, Buonaparte li sbraveggiò come non fossero «compresi

dal gran principio dell’unità e indivisibilità della repubblica, la

quale deve formare una famiglia sola».

Così quella valle divenne parte della Cisalpina; confiscati i beni

che i Grigioni vi possedevano; a Murat, per le gravi spese che diceva

incontrate, si regalarono una ricca sciabola e mille luigi, estorti a

forza dalla valle, dove fra le allegre spensieratezze si cominciò lo

spoglio delle chiese, e l’altre novità religiose. Queste eccitavano

maggior indignazione perchè rammentavano quelle del 1620; nessuno

andava alle assemblee primarie che doveano accettare la costituzione;

v’ebbe congiure e sommosse, domate colla fucilazione; e il tribunale

istituito a Bergamo contro gli _allarmisti_ esercitava tremenda azione

anche nella valle.

Vedemmo come l’Emilia fosse eretta in repubblica Cispadana; e il

congresso accolto a Modena aveva compilato una costituzione alla

francese, e nominato direttori Magnani, Ricci, Guastavillani, persone

moderate: ma Buonaparte ordinò che quella repubblica fosse unita

alla Cisalpina. La quale così abbracciò l’antica Lombardia, Mantova,

Modena con Massa e Carrara, le legazioni di Bologna, Ferrara, Romagna,

oltre Bergamo, Brescia, Crema, Peschiera, cioè i paesi veneti sulla

destra dell’Adige; più Campione e Macagno, feudi imperiali presso

gli Svizzeri, la Valtellina e il ducato di Parma. Divisa in venti

dipartimenti, contava tre milioni e ducentomila abitanti, coll’Adige,

Mantova, Pizzighettone per difesa, e grandi elementi di prosperità.

Nel lazzaretto di Milano solennizzossi la federazione italiana (1797

9 luglio), i deputati e le guardie nazionali sull’altare della patria

giurando libertà ed eguaglianza: una di quelle feste, che fanno vivere

un popolo intero d’una vita sola, e battere all’unissono migliaja di

cuori; ma non dovea lasciare se non un mesto desiderio.

A Genova, straziata come il debole in mezzo ai forti litiganti,

osteggiavansi a morte aristocrati e democratici, e a questi ultimi

erano stimolo i giornali ed emissarj milanesi; il commissario Faypoult

facea colà quello che Bassville a Roma, e Villetard a Venezia,

viepiù da che quest’ultima fu perita, e ai lamenti de’ nobili

rispondendo, — I tridui e l’altre santocchierie non ritarderanno

i lumi, e meglio fareste a dirigervi regolarmente verso là dove è

inevitabile l’arrivare». In fatto i patrioti insorsero (maggio), ma

il popolo ricordandosi del grido con cui avea cacciato i Tedeschi,

ai tre colori oppone le effigie della Madonna; nella Polcevera e

nel Bisagno si diffonde la sommossa non senza sangue; i patrioti

soccombono; e Buonaparte manda querele pei Francesi trucidati, e

rabbuffi contro l’aristocrazia; fa arrestare alcuni (14 giugno),

esige soddisfazioni, modifica la costituzione sul taglio di moda,

all’antico senato sostituendo i due consigli legislativi, ed un senato

esecutivo preseduto dal doge; garantiti la religione cattolica, il

banco di San Giorgio e il debito pubblico; cassati i privilegi; nei

posti colloca persone moderate e delle varie classi, e scrive alla

repubblica: — Non basta astenersi da ciò che contraria la religione;

bisogna non inquietar neppure le più timorate coscienze... Illuminate

le plebi, mettetevi d’accordo con l’arcivescovo per dare loro buoni

curati, meritate l’affetto de’ vostri concittadini». Ma il popolo

coi soliti impeti, brucia il libro d’oro (9bre); abbatte la statua

d’Andrea Doria «il primo degli oligarchi»[33]; consacra alla ligure

rigenerazione la casa dello speziale Morando, culla delle adunanze

repubblicane. Il piccolo Genovesato, unitevi per forza Arquata, Ronco,

Torreglia e i feudi imperiali, è diviso in quattro dipartimenti, e

ordinato militarmente all’uopo di trarne soldati. Ai nobili spiaceva la

prepotenza straniera, ai preti l’incameramento dei beni ecclesiastici e

il distacco da Roma, al popolo gl’insoliti accatti; onde violentemente

si ammutinarono le valli, e la forza e la forca bisognarono per domarli

(7bre).

Buonaparte, che rappresentava la forza espansiva della rivoluzione,

allorchè partì dalla Cisalpina lasciandovi Berthier con trentamila

uomini, le diceva: — La libertà donatavi senza fazioni, senza morti,

senza rivoluzioni, sappiate conservarla. Voi, dopo Francia, la più

ricca e popolosa repubblica, siete chiamati a gran cose. Fate leggi con

saviezza e moderazione, eseguitele con vigore, propagate le dottrine,

rispettate la religione; riempite i vostri battaglioni, non di

vagabondi ma di cittadini leali e caldi d’ardore repubblicano; sentite

la forza e dignità vostra, quale richiedesi a liberi. Dopo tanti anni

di tirannide, non avreste da voi potuto ricuperare la libertà, ma fra

breve potrete da voi tutelarla. Io vado, ma ricomparirò fra voi non sì

tosto un ordine del mio Governo o il pericolo vostro mi richiami. Anche

lontano amerò sempre la felicità e la gloria della vostra repubblica».

Il suo ritorno in Francia (9 xbre) fu un continuo trionfo: all’esercito

fu dal Direttorio presentata una bandiera, ove leggevasi in oro:

«L’esercito d’Italia fe cencinquantamila prigioni, prese censettanta

bandiere, cinquecentocinquantacinque pezzi d’assedio, seicento da

campagna, cinque equipaggi da ponte, nove vascelli, dodici fregate,

dodici corvette, diciotto galee. Armistizio coi re di Sardegna e

di Napoli, col papa, coi duchi di Parma e di Modena. Preliminari di

Leoben. Convenzione di Montebello colla repubblica di Genova. Pace di

Tolentino e di Campoformio. Data libertà ai popoli di Bologna, Ferrara,

Modena, Massa, Carrara, della Romagna, della Lombardia, di Brescia,

Bergamo, Mantova, Cremona, parte del Veronese, Chiavenna, Bormio, la

Valtellina; ai popoli di Genova, ai feudi imperiali, ai dipartimenti

di Corcira, del mar Egeo e d’Itaca. Spedito a Parigi i capolavori di

Michelangelo, Rafaello, Leonardo. Trionfato in diciotto battaglie

ordinate: Montenotte, Millesimo, Mondovì, Lodi, Borghetto, Lonato,

Castiglione, Roveredo, Bassano, San Giorgio, Fontanino, Caldiero,

Arcole, Rivoli, la Favorita, il Tagliamento, Tarvis, Neumarckt. Dato

settantasette combattimenti».

A quei vanti sarebbonsi potuti aggiungere almeno cinquanta milioni

di lire, che Buonaparte mandò per servizio dello Stato: egli che

in contribuzioni avea tirato venticinque milioni dalla Lombardia,

ottocentomila lire da Mantova, ducentomila dai feudi imperiali,

seicentomila da Massa e Carrara, dieci milioni da Modena, venti da

Parma e Piacenza, trenta dal papa, sei da Venezia, otto dallo spoglio

de’ magazzini inglesi. Le feste non finivano al giovane vincitore:

i giornali ne riferivano ogni atto o gesto, come di re; il popolo

cominciò a guardarlo come l’uomo suo, e stupiva che, in tanta gloria,

avesse sì poca ambizione. Non avea di fatto quella piccola che esala

in intrighi, e portando gli sguardi ben alto, meditava un’impresa che

crescesse la sua gloria senza dar ombra a una rivoluzione, la quale

aveva schiacciato chiunque avea voluto imbrigliarla.

L’India non è il paese da cui l’Inghilterra trae tutta la potenza, e

quelle droghe e quel cotone che le fanno tributario tutto il mondo? Se

dunque si voglia spegnere quest’implacabile nemica della repubblica

francese, bisogna ferirla in quel suo cuore; e via per giungervi non

può essere che l’Egitto. Conquistato questo il Mediterraneo è reso

un lago francese, e per l’istmo di Suez e pel mar Rosso è dominata

la via diretta alle Indie. Le navi e le isole carpite a Venezia, tre

milioni sottratti al tesoro di Berna, i suoi veterani d’Italia gli

varranno ad un’impresa che più gli arride perchè straordinaria; e

fatti in gran secreto i preparativi, salpa da Tolone (1798 19 maggio),

con cinquecento vele, quarantamila uomini, diecimila marinaj e sommi

capitani.

L’Ordine di Malta, ultima reliquia delle Crociate, da un secolo viveva

in depravata oscurità, fra minuti litigi interni e dissipate congiure.

Pingui commende in tutti i regni erano investite a cavalieri discoli

e gaudenti, cadetti d’illustri famiglie, cui il voto di castità non

serviva che a sacrilegio, e quello di povertà a lauti ozj. La marina,

ond’essi avrebbero dovuto assicurare il Mediterraneo dai Barbareschi,

conservava qualche galera appena per corse di piacere, nè tampoco

impedendo agli Algerini di corseggiare le coste d’Italia. Dovea dunque

perire; e prevedendo che l’Inghilterra alla prima occasione metterebbe

le mani su quell’isola, Buonaparte vuole prevenirla; e di sorpresa

sbarcato (12 giugno), l’ha dopo lieve ostacolo. Non veduto procede di

mezzo alle crociere inglesi; là pure proclamando libertà (luglio),

conquista Alessandria, vince al Cairo, e sottrae dai Mamelucchi il

basso Egitto.

I trionfi d’Italia e d’Egitto erano la sola parte nobile negli

avvenimenti d’allora. Il Direttorio di Francia, debole come tutti

i Governi che sbocciano da una rivoluzione, parea volesse spingerla

anzichè sistemarla allorquando tutti sentivano bisogno di riposo e di

legalità; fuori menava intrighi politici, insultava papi e re; dentro

accusava incessantemente i realisti e i preti, vantava legalità e la

ledeva, era a continue baruffe in consiglio, mentre la calma rimetteasi

nelle strade, usava violenze nel governare, mentre la gente era caduta

nella noncuranza; a Buonaparte invidiava la gloria mentre vivea del

riflesso di questa.

Di tale vanitosa debolezza risentivansi le nostre repubbliche. Oltrechè

niun popolo ama una costituzione, che una volontà estranea gli diede e

può togliere e mutare, il governare riusciva difficile dove la libertà

e l’eguaglianza essendo intese nel senso più materiale, tutti credeansi

in diritto di comandare e nessuno in dovere d’obbedire; le plebi si

lagnavano dei Governi municipali, questi degli eserciti, eserciti e

popolo dei commissarj di Francia: ed è in questi rammarichi che si

logorano i nervi d’una nazione.

Quasi fosse fatale a tutte le nostre rivoluzioni di pensare meno a

consolidare la nazione, che a scinderla in partiti, nella Cisalpina

tutto andava in baruffe: aristocrati, democratici, preti, giacobini,

agenti del Direttorio, emissarj dell’Austria, milanesi, novaresi,

transpadani, veneti, formavano altrettante consorterie, che si

contrariavano, rinterzavano gl’intrighi, e voleano ognuna trarre a

vantaggio proprio la pubblica cosa. L’indipendenza non erasi ancora

acquistata, e già sull’uso da farne vituperavansi a vicenda federalisti

e unitarj; questi rinnegando tutta la storia per voler fondere i

piccoli Stati in un unico potente, quelli risparmiare la soverchia

scossa col lasciare a ciascuno la propria individualità; gli esagerati

sorretti dagli uffiziali, otteneano predominio nei consigli e nella

legione lombarda; e neppure i piccoli dissensi possono conciliarsi

quando uno è appoggiato dalla forza esterna. Tutto poi era guasto

dalla prepotenza militare: gli uffiziali come in paese di conquista

comandavano a bacchetta, esigevano, tassavano senza dare ragione;

coi commissarj di guerra si conchiudeano turpi baratti; la società

degli abbondanzieri col quattro per cento sugli appalti comprava la

connivenza dello stato maggiore; ne’ quadri appariva il doppio di

soldati che in realtà, e lo Stato li pagava.

Non bastando tre secoli di sanguinosi eventi a mostrarle che il tenere

serva una porzione d’Italia la obbliga a conflitti incessanti, la

repubblica francese non si contentò d’essere protettrice della nostra,

e la volle ausiliaria, obbligandola ad un trattato d’alleanza e uno di

commercio, e a pagare diciotto milioni l’anno per un corpo francese

da mantenervi. I nostri respingeano gagliardamente questi patti di

servitù; ma il generale Brune, succeduto nel comando a Berthier,

imprigionò i più caldi patrioti, fra cui Melchior Gioja; ai direttori

Moscati e Paradisi sostituì Lamberti e Testi, gittò una contribuzione

militare, e fece approvare i trattati.

Trouvé, giovane ingegnoso e caldo, redattore del _Moniteur_, mandato

a Milano perchè modificasse la costituzione, per quanto gli uffiziali

protestassero vedervi uno smacco a Buonaparte, coi moderati sormonta

(1798 1 7bre); dimezza i consigli, designando quali persone conservare;

sulla sistemata imposizione fonda il diritto elettorale, e pone al

direttorio Adelasio, Alessandri, Luosi e l’avvocato e poeta Sopransi.

Ma un nuovo intrigo del Direttorio sostituisce a Trouvé l’esagerato

Fouché, manutengolo di Barras, che tutto sovverte; le bajonette

del generale Brune collocano direttori Brunetti, Seletti, Smancini;

quand’ecco il Direttorio di Francia gli manda lo scambio, e Joubert

surrogatogli ripristina la costituzione di Trouvé.

Questi mensili avvicendamenti toglievano ogni fiducia di durata,

ed esaurivano le finanze in modo, che dopo gli accatti e le tolte,

si dovette por mano anche ai beni dei capitoli, dei vescovi, delle

confraternite. Ne conseguiva una malavoglia universale, e il ricordo di

quei tempi fa molti aborrire anche adesso dalla libertà repubblicana,

non volendo accorgersi che quel che mancava era appunto la libertà.

Nulla al certo è più detestabile che il despotismo militare; ma almeno

allora si avea speranza che fosse precario, e avvierebbe ai beni di cui

siamo più sitibondi, la libertà e l’indipendenza.

E a questi mirando, formossi allora un partito nazionale; e Pino,

Lahoz, Teulié, Birago, altri militari legaronsi nella società de’

Raggi che aspirava all’indipendenza, favoriva i Francesi come barriera

contro i Tedeschi, ma sperando potere poi anche quelli escludere con

forze italiane. Fu la prima manifestazione del voto _Italia farà da

sè_: ma per effettuarlo occorreva anzitutto un buon esercito; poteva

la Cisalpina formarselo, costretta a mantenere venticinquemila soldati

forestieri?

Quella libertà alla francese continuava a distruggere le libertà

italiane. Sebbene il Direttorio raccomandasse di non fomentare

le insurrezioni, la casa di ciascun diplomatico francese era un

focolajo, dove scaldavansi quelli che febbricitavano di repubblica.

Roma, sfiancata dall’umiliazione, era aggredita da ogni parte, e

più dai paesi statile tolti; preti e papi erano il comune bersaglio

dei giornali e delle tribune; e sul teatro di Milano si sceneggiò

il conclave. Pio VI era stato costretto a imitare i rivoluzionarj,

pigliando gli ori delle chiese e i beni di manomorta, aggravezzando

gli ecclesiastici, avendo smesse le spese e le pompe, con cui pareva

fare rivivere il secolo dei Medici. Ne mormoravano i sudditi, già

scandolezzati dall’arricchirsi del suo nipote Braschi; i nobili

parlottavano di ristabilire un senato all’antica; i Giansenisti

rigalleggiavano; pertutto non si discorreva che del rancidume pretesco,

di superstizioni tarlate, di regno dei cieli staccato da quello della

terra, di riformare, di secolarizzare. La creazione d’una carta moneta

portò al colmo il disgusto contro il Governo di preti: un Ceracchi

scultore s’arrischiò di piantare l’albero sul monte Pincio: gli allievi

dell’Accademia di Francia tentarono levare rumore, nel qual fatto (1797

26 xbre) sventuratamente cadde ucciso il generale francese Duphot.

— Assassinio, violazione del diritto pubblico» si grida allora;

Giuseppe Buonaparte ambasciadore abbassa lo stemma e se ne va; e il

Direttorio, declamando contro «quella potenza che sembrava essere

nata sotto il regno di Tiberio per appropriarsi i vizj del padre di

Nerone, e della quale da mille quattrocentun anni l’umanità domandava

la distruzione»[34], ciuffa molti milioni in diamanti del papa deposti

a Genova[35], e ingiunge a Berthier di menare l’esercito contro la

Babilonia, e «sbigottire il preteso gerarca della Chiesa universale

colla sua tiara in capo». Berthier ai già volenterosi soldati porge

nuovi eccitamenti a punire quel Governo, ma risparmiare il popolo

innocente e i riti; e senza dare spiegazione nè trovare resistenza

arriva a Roma (1798 15 febb.), vuole Castel Sant’Angelo, promettendo

rispettare il culto, gli stabilimenti pubblici, le persone e le

proprietà: ma subito la fa da padrone, congeda le truppe pontifizie,

arresta e prende ostaggi; getta contribuzioni, sequestra i beni

d’Inglesi, Russi, Portoghesi.

Appena si vedono drappellati i tre colori, una folla, di concerto con

Cervoni e Murat, proclama il popolo libero, nomina consoli: Berthier

trionfalmente s’insedia nel Quirinale; a Pio VI intima d’abdicare la

sovranità temporale, atteso ch’egli ne sia soltanto il depositario; e

perchè ricusa, gli ingiunge d’andarsene in Toscana. Il papa pregava

che, vecchio e convalescente, lo lasciasse morire in pace col suo

popolo, a’ suoi doveri; — Morire si può in qualsia luogo», gli fu

risposto. E dovette andarsene (19 febb.) non prima d’avere subito le

insultanti indagini di Haller, avidissimo fra gli avidi commissarj,

che gli tolse fin il bastone, fin un anello di dito: e talmente erano

sbigottiti gli animi, che nessuno protestò. Pio VI rifuggì in quella

Toscana, donde erangli venuti tanti disgusti; e al ministro Manfredini

diceva: — Queste disgrazie mi fanno sperare ch’io sia non indegno

vicario di Gesù Cristo; mi rammentano i primi anni della Chiesa, e

quelli furono gli anni del suo trionfo»[36].

I cardinali ed altri prelati sono mandati via; di quelli forestieri

si spogliano i palazzi, e così le chiese; è soppressa la Propaganda

«istituto affatto inutile», sperperandone la preziosa biblioteca e per

poco anche gli archivj; da’ palazzi pontifizj si levano fino le porte

e i gangheri; si predano i vasi sacri come quei di cucina, e bruciansi

i paramenti per cavarne l’oro; grosse taglie sono imposte a privati,

trecentomila scudi alla famiglia Chigi, dodicimila all’incisore

Volpato, e spesso non erano se non minaccie affinchè a pronto prezzo

se ne redimessero; vendute a vil costo le sculture degli Albani e del

Busca che non fossero scelte pel museo nazionale.

Se n’impinguava la turba, che dietro all’esercito traeva, di commissarj

per rubare, mediatori ed ebrei per comprare il rubato; intanto che

nello scialacquo i militari giacevano sprovvisti di viveri e di paghe

comuni. Protestarono essi contro quello sperpero; ma fu risposto

che all’esercito era proibito deliberare. Ne nascevano scissure, e i

soldati guardavano di mal occhio Massena che rubava e lasciava rubare:

di che preso speranza, i Transteverini si sollevarono (2 marzo); «colla

fiducia di potere sorprendere Castel Sant’Angelo, Monte, Transtevere,

Borgo, si danno al diavolo; e con Cristi e Madonne gridando _Viva

Maria_, si avventano contro i Francesi e contro i neonati repubblicani

romani. Qualche centinajo tra morti e feriti; un altro centinajo

arrestato da popolo barbaro; de’ fucilati alla piazza del Popolo

ventidue; altri se ne fucileranno, e forse alquanti preti»[37].

Anche nelle altre città v’ebbe ammutinamenti e con esito eguale; le

bande del prete Taliani d’Ascoli e la squadracela d’Imola si sostennero

a lungo; sul Trasimeno, nella Campagna, nella Marittima le domò

il terrore; al saccheggio furono abbandonati Ferentino, Frosinone,

Terracina, e molti passati per le armi: ed è notevole come solo nel

paese che dicesi governato peggio di tutti, incontrasse resistenza la

Rivoluzione.

Allora Faypoult, Florent, Daunou, Monge, uomini famosi, compilano per

Roma una tapina costituzione, notevole unicamente perchè nel centro

del cattolicismo non facea motto della religione. Secondo il consueto,

dovea giurarsi odio alla monarchia: ma Pio manda per enciclica, che il

Cristiano non deve odiare nessun Governo; basta si giuri sommessione

alla repubblica, e di non fare trame contro di essa. Queste temperanti

parole furono bestemmiate dai patrioti, i quali, in piazza del

Vaticano, celebrarono la festa della federazione, imitando quella di

Milano, che aveva imitato quella di Parigi.

Subito Bruto e Scipione sono su tutte le lingue: consoli, senato,

tribuni allettano con rimembranze di un tempo troppo diverso. Ma i

primi consoli erano nominati, poi rimossi dai generali, e non essi,

non i tribuni poteano[38], bensì Massena, Saint Cyr, Championnet,

insomma le sciabole. Si arma la guardia nazionale, ma il Direttorio

scriveva: «Non si lasceranno in Roma che millecinquecento fucili per

la guardia nazionale, coll’avvertenza però che n’abbia soli ducento

buoni a sparare[39]. Positivo soltanto il pagare; tre milioni di

scudi all’esercito d’Italia in denaro, seicentomila lire in abiti, un

milione sui beni nazionali; poi contribuzioni, poi prestiti forzati,

e torre gli argenti e fino le posate (1798), metter ipoteche su beni

di particolari, poi la carta moneta, poi il fallimento. Pochi voleano

comprare i beni ecclesiastici _nazionalizzati_, chi per coscienza, chi

per paura che un cambiamento di cose invalidasse i contratti: onde

all’asta liberavansi a pochi speculatori audaci, che con tenuissimo

profitto dell’erario facevano ingenti acquisti. Il depauperamento de’

ricchi sottigliava le entrate indirette: non si potè pagare i Monti,

non gli stipendj: gl’impiegati, amando i posti non i pesi annessi,

avrebbero voluto tante vacanze quante ai vecchi tempi: il popolo

sobbolliva: i patrioti si disingannavano d’una libertà così costosa,

d’una repubblica affatto serva della francese. Di sì varj scontenti

arrivavano i gemiti o le grida a Parigi, gittavano zizzania fra i

governanti, esacerbati dai disastri, e trovavano appoggi nel Direttorio

stesso, massime in Luciano Buonaparte, desideroso di rendere necessario

il fratello eroe.

Perocchè i nemici armavano, e la diplomazia trescava. La Francia,

benchè stesse in pace con Napoli, occupò i beni che in Romagna aveva il

re ereditati dai Farnesi; poi gli mandò intimare congedasse Acton e i

migrati francesi; alla repubblica romana pagasse il tributo che dovea

come vassallo della santa Sede; lasciasse passare l’esercito francese

per occupare Benevento e Pontecorvo. Ferdinando sì poco avea creduto

alla pace, che da quattro anni teneva in piedi sessantamila uomini, per

ciò diffondendo carta moneta, levando bestie e uomini all’agricoltura;

gridava per l’occupata Malta, su cui pretesseva l’antica superiorità,

e negava mandarle dalla Sicilia i provvigionamenti senza cui essa

non vive; lagnavasi che le irrequietudini della repubblica romana si

propagassero anche ai paesi limitrofi, e per non lasciarli invadere

dai Francesi, occupava egli stesso Benevento e Pontecorvo. Francia per

ciò gli tenea il broncio, e per aver accolto vascelli inglesi nei suoi

porti, mentre se n’approdavano di francesi il popolo gli offendeva e

derubava: e la vicinanza delle stazioni d’Egitto e di Malta dava a tali

lamenti il peso di minaccie.

Ferdinando era stimolato al rigore da Nelson, famoso ammiraglio

inglese, il quale, sconfitta e mandata a fondo la flotta di Buonaparte

nella rada di Abukir, avea menato la sua a Napoli, e ricevuto in

trionfo, v’era trattenuto dai vezzi di Emma Leona, fanciulla divulgata

in Inghilterra, poi modello di pittori, prima che l’ambasciatore

Hamilton se le facesse marito connivente e peggio.

Ferdinando faceva predicare che la religione periva dovunque

Francesi arrivassero, che bisognava rassodare la fede e l’autorità;

e quand’egli, condottosi in gran pompa alla basilica, lo scettro,

il diadema, il manto deponeva sull’altare, quasi collocandoli in

protezione dei santi, la ciurma applaudiva, esaltavasi, giurava

difenderli. Udito poi che Buonaparte si trovava a cattivo partito

in Egitto, intima a Francia che sgombri lo Stato pontifizio e Malta,

per rispetto alle stipulazioni di Campoformio, e conchiude alleanza

difensiva coll’Austria, la quale obbligavasi ad avere sessantamila

uomini in Tirolo, mentr’egli ne porrebbe trentamila alle frontiere,

e tre o quattro fregate nell’Adriatico; colla Russia, la quale

prometteva mandare truppe a Zara, donde Ferdinando le tragitterebbe

nel suo regno; coll’Inghilterra, la quale avrebbe una flotta nel

Mediterraneo; colla Porta, la quale manderebbe diecimila Albanesi.

Ferdinando accelera i provvedimenti; levando otto uomini ogni mille

ne raduna settantacinquemila; mancando però di generali, è costretto

chiedere l’austriaco Mack, il quale la sapeva lunga in fatto di storia

e d’arte bellica, e non si metteva in marcia che con cinque carrozze.

L’esercito francese di Roma contava soli sedicimila uomini sotto

Championnet, e sparsi qua e là per vivere; onde i Napoletani avrebbero

potuto sorprenderlo, e piantandosi fra Roma e Terni, separare la destra

dalla sinistra, vincerli disgiunti, e sottoporre mezza Italia. Mack

invece (1798), all’antica, sparte i suoi corpi in tre colonne: una

che tagli ai Francesi il ritirarsi nella Cisalpina per Ancona; una che

copra la Toscana, ove Inglesi e Portoghesi occuperanno Livorno; una con

Ferdinando trionferà nella capitale del cristianesimo.

In fatto il re, vincitore senza merito, entra in Roma (29 9bre),

richiama il papa, e alla guarnigione di Castel Sant’Angelo intima che,

per ogni cannone sparato, darebbe al furore del popolo un de’ Francesi

feriti. Intanto sollecitava Piemonte e Toscana a fare causa seco

contro Francia; il principe Belmonte Pignatelli suo generale chiedeva

al Priocca ministro del re di Piemonte: — Perchè il tuo padrone

tarda a frangere i patti impostigli dalla forza? Forse è assassinio

sterminare i proprj tiranni? I Francesi vagano sicuri pel paese.

Eccitate a furore il popolo; ogni Piemontese voglia aver atterrato un

nemico della patria. Parziali uccisioni varranno meglio che fortunate

battaglie; nè la giusta posterità chiamerà assassinj gli atti vigorosi

d’un popolo, che sui cadaveri oppressori sale a recuperare la libertà.

Primi i Napoletani sonarono l’ora fatale de’ Francesi, e dall’alto

del Campidoglio avvisano l’Europa che i re sono risvegliati. Su,

Piemontesi, spezzate le catene, opprimete gli oppressori». Questo

foglio (se pure non fu finto ad arte) si disse intercetto dai Francesi,

e pubblicato diede pretesto al Direttorio di volere occupare la

cittadella di Torino, mentre i patrioti moltiplicavano sforzi per

ammutinare il Piemonte.

A Roma intanto nei Napoletani apparivano il disordine, l’inobbedienza,

l’inesecuzione, soliti in esercito nuovo; a gara colla ciurmaglia

trascorreano ad ogni abuso, diedero il sacco, affogarono Ebrei,

guastarono le camere vaticane, e se alcun che di prezioso era sfuggito

al Direttorio: costosa lezione all’Italia di quel che vagliano i

liberatori armati. Championnet che si era ritirato concentrandosi,

presto si sente in grado di tornare alla riscossa; rientra in Roma (14

xbre), donde il re fugge travestito; e pensa profittare dello sparso

sgomento per assalire il Reame.

Frontiera eccellente ha questo; a sinistra appoggiandosi a Terracina

sul Mediterraneo, a due marcie da Roma, nel centro, fra Rieti e Civita

Ducale, a quindici miglia da Terni; e a destra verso l’Adriatico,

linea di cencinquanta miglia, che non può essere girata perchè mette

capo nel mare. Se il nemico si dirizzi sovra Terracina e Roma, possono

i Napoletani riuscirgli alle spalle per Rieti e Terni, ed occupare

le strade che volgono a Foligno: se forza il centro o la destra,

s’implica in montagne o gole pericolose: se neglige il Tronto e le rive

adriatiche, possono i Napoletani in due giorni essere ad Ancona. Perchè

dunque sì belle posizioni furono sempre inutili o superate?

Nè allora seppe profittarne Mack, il quale turpemente fugge sin a Capua

e sulla linea del Volturno. Il popolo di Napoli gridandosi tradito,

invoca armi, e avutele, si fa padrone della città (1799): il re, la

regina, Acton, con venti milioni in denaro e sessanta in gioje[40],

fingendo andare a ingrossarsi di rinforzi, salpano per Sicilia sulla

flotta di Nelson senza lasciar ordini o provvedimenti; fanno bruciare i

vascelli e le navi incendiarie e cannoniere e il corredo dell’arsenale,

lungo e costoso studio di Acton, quasi temessero nel popolo quella

risoluta difesa di cui essi non sentiansi capaci. Ben se ne sentivano

capaci i paesani, che insorti per tutta la campagna, trucidano i

Francesi, tagliano i ponti, rapiscono le artiglierie, rattengono

Championnet: se non che Mack, inetto a combinare la tattica scientifica

coll’impeto popolare, conchiude un armistizio (11 genn.), dando Capua e

una contribuzione di otto milioni.

Il popolo abbandonato giura per san Gennaro di morire respingendo i

Francesi; — Viva la patria, viva il re»; quelli che il re fuggiva

per paura d’esserne tradito, se ne costituiscono unici difensori;

universale disordine baldanzeggia, si trucidano persone di nome e

di senno, il duca della Torre e suo fratello Filomarino trucidati,

Moliterno e Rôccaromana, ch’erano stati messi a capo del Governo, non

valgono a frenare i lazzaroni, non valgono le processioni col sangue

di san Gennaro: la campagna li seconda, talchè Mack non vede altro

partito che darsi in mano ai Francesi (1790 23 genn.). Championnet

guida i suoi Giacobini sopra la città; assalto pericolosissimo contro

arrabbiati plebei, che non curavano la propria purchè togliessero la

vita ai Francesi, e resistettero anche quando egli per intelligenza co’

repubblicani ebbe avuto castel Sant’Elmo: ma egli, che fra l’orrore

della mischia non avea deposto la speranza di riconciliazione, col

trattare bene uno dei capi preso e col mostrare venerazione a san

Gennaro induce la plebe a cessare le armi[41].

Detto fatto, il furore si converte in giubilo: fra mille cadaveri

francesi e tremila napoletani si proclama la repubblica Partenopea, coi

tripudj soffogando i gemiti, cogli applausi i dissensi; quei ch’erano

perseguitati trionfano, quei che fremeano nelle prigioni pompeggiano

nella reggia; e l’esercito francese piglia il nome di esercito

napoletano «per combattere con loro e per loro, e del difenderli

domandando unico premio l’amore». Così diceva Championnet, uomo di

sincere intenzioni, e promettea libertà, indipendenza, e lasciava

piantar alberi, e dichiarare cittadino san Gennaro, imponendogli

il berretto tricolore. Sì, ma le dimostrazioni bisognava pagarle; e

l’esercito liberatore imponeva diciotto milioni di ducati, che bisognò

tor per forza e a capriccio, ponendo mano fino agli argenti e alle

orerie delle case, e perchè il popolo fiottava, Championnet ne ordinò

il disarmo.

Cessò allora d’essere l’idolo della plebe, mentre il Direttorio

disapprovava quel darsi aria di liberatore e legislatore; ed a

regolare la parte economica vi spedì quel Faypoult, che aveva espilato

Roma, e che quivi pure cominciò confische. Il generale, cui l’avere

conquistato il paese pareva ragione di farvi ogni suo talento, ingiunse

soldatescamente a’ commissarj d’andarsene; ma quest’atto gli meritò

d’essere destituito e arrestato, surrogandogli l’emulo Macdonald,

mentre Faypoult dichiarava beni della Francia quei della Corona, degli

ordini cavallereschi, de’ monasteri, e le anticaglie. Se una repubblica

credeasi in diritto di togliere questi al re ed alle corporazioni, non

avrebbe dovuto restituirli alla nazione? ma il diritto suol guardarsi

sempre da un lato solo, e alla Francia allora occorreva denaro, denaro;

e l’Italia n’aveva ancora.

E senz’altro titolo che di trarne due milioni per l’esercito, i

Francesi invadeano la repubblica di Lucca con Serrurier, poi con

Miollis: dalla cui presenza inanimati, i democratici domandarono

l’abolizione della nobiltà e delle leggi del 1556 e del 1628; e

all’antico venne surrogato uno statuto popolare, che fu il francese;

intanto moltiplicandosi le tolte fin a tre milioni di scudi, cui

tennero compagnia la consueta ruba dell’erario, delle armerie, e il

dovere mantenere i soldati.

Si domandò ragione alla Toscana d’aver accolto Pio VI, e non escluse

le navi napoletane dal porto di Livorno; e in conseguenza, e col

pretesto di salvarla da altrui invasioni, fu occupata (25 marzo). Il

granduca parte per Vienna, i ministri per Sicilia; Gautier e Miollis

scacciano i migrati francesi, reprimono le opposizioni di Firenze e

Pistoja, poi derubano i beni del duca, gli argenti, sessantatre de’ più

bei quadri, fra cui otto di Rafaele, il Virgilio della Laurenziana:

ventidue tavole in pietra dura, e cammei e medaglie voleansi mandare

via, se risolutamente non si fosse opposto il Puccini, presidente alle

gallerie.

Il Piemonte non avea veduto salvezza che nell’attaccarsi al carro

trionfale di Francia, e il Direttorio avea fatto rispondere al nuovo

re, «La nazione francese non dimenticherebbe mai ciò che da principio

avea fatto per la Francia». Erano ministri Prospero Balbo e Damiano

Priocca, valente giureconsulto e sperto diplomatico; e per quanto

repugnanti, dirigevano le attenzioni, gli uffizj, la corruzione ad

amicarsi il Direttorio. Neppure nella depressione dimenticando le

lunghe speranze, gli mostravano come a Francia importasse l’aversi a’

fianchi uno Stato amico e robusto, e tale renderebbero il Piemonte

coll’aggiungervi Genova e quella Lombardia, tutte le cui forze

non valeano quanto un battaglione piemontese; diecimila Piemontesi

dispenserebbero la Repubblica dall’occupare i suoi prodi a custodire

quel lato. In fatti Buonaparte avea conchiuso alleanza in questo

senso: ma il Direttorio or si faceva scrupoloso su tale mercato

di popoli, or ricusava garantire al re gli Stati, essendo i popoli

in diritto di scegliersi un governo al modo di Francia; quanto ai

diecimila uomini, bastava si aprissero i ruoli nella Cisalpina, e ne

accorrerebbero altrettanti e più a combattere per la libertà; a ogni

modo si desser parole al re fino alla pace. Intanto però si lasciava

che il suo territorio fosse sommosso dai novatori e dai profughi, i

quali è vero non riuscivano che a moltiplicar le vittime[42]. Giovani

improvvidamente animosi furono passati per le armi, e contaminarono

col sangue la storia di quel re; fra i quali Carlo Tenivelli, mediocre

storico, che a Moncalieri avea predicato idee democratiche, e vivrà

in una pagina caldissima di Carlo Botta suo scolaro. Crescevano lo

scontento le tante gravezze necessarie per soddisfare a Francia: ma per

quanto Carlo Emanuele IV odiasse questa, e le potenze confederate lo

stimolassero ad avversarla, egli reggeasi fido ai trattati.

Facea da ambasciatore a Torino il Ginguené, repubblicano caldo e

sincero, accademicamente dissertatore, che in prima fu nelle carceri

del Terrore, poi messo nella commissione d’istruzione pubblica,

approvò il regicidio, ed è memorevole per una _Storia letteraria

d’Italia_, più lodata qui che nel suo paese. Egli si tolse l’indegno

incarico di perdere i reali di Piemonte, cercando esacerbarli con

piccole persecuzioni, e sollecitare i popoli a sollevazioni che ne

giustificassero la cacciata. Volle ricevuta a Corte sua moglie, e ve

la mandò in abito peggio che plateale (_en pet en l’air_); il maestro

delle cerimonie la respinge; ma perchè il marito domanda i passaporti,

è ricevuta, ed egli spedisce un corriere per annunziare al Direttorio

questo trionfo sovra i pregiudizi e Talleyrand ne pubblica nel

_Monitore_ un ridicolo ragguaglio[43].

Ma la scintilla era gettata, e le sommosse in paese non tardarono;

Genova le seconda sul mare e a Carrosio; la Cisalpina sul lago Maggiore

e a Pallanza: ma i regj combattendo presso Ornavasso, prevalgono

(1798); moltissimi insorgenti sono uccisi in Domodossola e a Casale per

legge di guerra. Il Priocca si lagna di queste subornazioni, asserisce

il diritto di difendersi: ma Francia assume il tono di oltraggiata;

Ginguené parlando retoricamente di stiletti, di fonti avvelenate,

d’oro inglese, di migrati, di barbetti, d’un tramato vespro siciliano,

intima al re che cessi i supplizj dei patrioti e le spedizioni contro

gl’insorgenti di Liguria. Intanto il Direttorio domanda sempre nuove

concessioni, onde avvilire il re prima di prostrarlo; ora vuole che

estradica i fuorusciti, or che tolga di grado alcuni suoi sudditi, or

arresti quello, or perdoni a questo; che più? dovette dar la chiave del

proprio regno, cioè lasciar occupare la cittadella di Torino, a patto

venissero acquetati i patrioti sul lembo della Cisalpina.

Così egli trovossi sotto al cannone francese; obbligato allora a

disarmarsi, vide ripigliar baldanza i patrioti e tentare Alessandria;

e sebbene respinti colla morte di seicento côlti in un’imboscata,

pure crescono dappertutto, e raddoppiano gl’insulti al re; con buffe

mascherate, provocano la Corte e il popolo, mentre il Direttorio

pretende che il re congedi, anzi consegni il Priocca, il suo miglior

ministro, e un de’ pochissimi che tenessero la testa alta in quel tempo

di depressione, mandando fuori una _notificanza_, ove protestava della

lealtà del re e snudava la perfidia degli oppressori.

Ma quando arrivò notizia della nuova lega tessuta contro Francia,

il Direttorio temette che Carlo Emanuele cogliesse il destro per

vendicarsi; Joubert che comandava la cittadella, butta fuori le solite

accuse generiche, chiama dalla Cisalpina (1798 xbre) uno stuolo che

_per cautela_ occupa le fortezze e fa prigionieri i presidj. Carlo

Emanuele, che aveva esortato i cittadini a tenersi quieti, e avea

perduto il suo miglior sostegno, cessa dall’esercitar il potere, e non

togliendo nè le gioje nè settecentomila lire che aveva in tasca, per

risparmiare al paese i guaj d’una resistenza inutile, se ne va. Passò

per Firenze, dove a Vittorio Alfieri, che come gentiluomo era andato

a riverirlo, disse: — Vedete cos’è un tiranno», e pianse. Arrivato in

Sardegna (1789 5 marzo), protesta contro la violenza usatagli, poi si

dà a vita di quiete e di pietà: nessun libro nuovo più volle leggere,

salvo le poesie vernacole del Calvi, ammirandone la naturalezza,

e diceva: — Così non si scrive se non nella lingua della balia; se

avessi continuato, anch’io avrei scritto a questo modo». Mortigli poi

i fratelli duchi di Monferrato e di Moriana, morto l’unico maschio

del duca d’Aosta, successore designato, morta la moglie Clotilde

sorella di Luigi XVI, per le austerità sue dichiarata venerabile, il re

soccombente a tante sventure, rinunziò la corona al fratello Vittorio

Emanuele, e si ritirò a Roma.

In Torino, dove si trovarono mille ottocento cannoni, centomila fucili,

provvigioni abbondanti e denaro, s’istituì governo a popolo, o più

veramente militare sotto Eymar. Costui vedendo scontenti i soldati dal

trovarsi sottomessi a coloro che fin là aveano osteggiato, il popolo

dalla riduzione delle cedole, i preti dall’incameramento dei beni, i

ricchi dalle implacabili imposizioni, vuol prevenire una sommossa col

rapire i capi di famiglie nobili, e mandarli ostaggi a Grenoble. Subito

si usurpano le preziosità della Corona, dal re illibatamente lasciate;

depredansi i musei per arricchire il parigino; i titoli di nobiltà

sono arsi in piazza Castello. Erogati in tre mesi da trentaquattro

milioni per mantenere l’esercito, ridotto a un terzo il valore della

carta moneta, stremate le finanze, più non vedendo altro spediente, si

propose la fusione colla Francia.

Aperti ne’ Comuni i registri per votare su ciò, colla solita

maggioranza il plebiscito domandò che il Piemonte facesse parte della

Francia. Carlo Bossi, fautore delle nuove idee, e che aveva celebrato

con un’ode le innovazioni di Giuseppe II onde fu mandato a viaggiare,

rimpatriato verseggiò sugli eventi de’ tempi; poi al minacciar della

guerra fu spedito al re di Prussia; a Pietroburgo, infine a Buonaparte.

Dal quale avendo udito esser proposito della Francia tenersi il

Piemonte e ingrandire la Cisalpina, pensò meglio smettere i pensieri

d’italianità che con Carlo Botta avea coltivati; ed essi due fecero lo

spoglio de’ quattromila processi verbali che conteneano meglio d’un

milione di firme, e portò la domanda della fusione al Direttorio,

che si degnò esaudirla[44]. Non pochi avversavano alla perdita

dell’indipendenza; in Acqui vi si oppose una risoluta sollevazione, ma

fu repressa; e venne istituito in Piemonte il Governo francese.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 5 / 28 题