CAPITOLO CLXXIX.

Buonaparte ordinatore. Rimpasto di paesi. Concordato. Pace di

Presburgo. Regno d’Italia.

Le paci di Campoformio e di Lunéville ripristinavano dunque il

diritto pubblico, dalla rivoluzione abbattuto; e dopo le radicali

dottrine e le pompose promesse, la Francia stessa immolava popoli e

nazionalità al vecchio sistema dell’equilibrio. Buonaparte, benedetto

dall’Europa come il genio dell’ordine, del buon senso, della pace, ai

migrati restituì la patria e i beni non ancora venduti, schiudeva una

società nuova al calore della sua gloria, e avviavasi alla dittatura:

ma non che ripudiasse i costosi frutti della rivoluzione, li fece

ordinare e sanzionare nel Codice, costruito sull’individuale libertà

e sull’eguaglianza di tutte le persone e tutte le cose sotto leggi e

tribunali identici, pareggiando i cittadini nella società, i figliuoli

nella famiglia; svincolando la proprietà, sicchè ognuno potesse

disporne co’ soli limiti imposti dall’utilità pubblica; secolarizzando

l’ordine politico e il civile.

Alle idee riordinatrici di Buonaparte confacevasi il ripristino della

religione, sentimento che tocca più degli interessi. Il culto era

stato abolito, abolito Dio sotto il Terrore, quasi a dimostrare che

una società non poteva imbrutire a quel segno se non rinnegando Iddio.

Sentì quel vuoto il Direttorio, e mediocre come era, credè surrogarvi

l’assurdo culto teofilantropico, i cui sacerdoti, alla ricorrenza

di certe feste della Virtù, venivano a deporre fiori su quegli

altari, donde erasi eliminato il sacrosanto rito dell’espiazione.

Pio VI, cacciato da Roma poi anche da Firenze, fuggì a Parma e di

là a Valenza di Francia, meglio accompagnato nella nobile miseria

da dimostrazioni popolari, che dalle cortigianesche nel fastoso e

umiliante pellegrinaggio a Vienna. Quando colà morì di ottantun anno

(1799 29 agosto), i filosofi dissero, — Ecco sepolto l’ultimo papa»,

e Revellière-Lépaux, inventore del culto teofilantropico, scriveva a

Buonaparte impedisse di eleggere un successore, e profittasse della

circostanza per istabilire a Roma un Governo rappresentativo, e

sottrarre l’Europa dalla supremazia papale.

Ma Buonaparte avea trattato il papa da vincitore bensì, pur con

riguardi, e «come avesse centomila soldati». Rientrato in Milano,

assistette ai Tedeum che qui celebravano le sue vittorie, e potè

chiarirsi che il popolo nostro era e voleva essere cristiano. Onde

raccolti i parroci di Milano disse loro: — Persuaso che la religione

cattolica è la sola che possa procurare felicità vera ad una società

ben ordinata, e assodar le basi di un Governo, volli accertarvi che

metterò ogni cura a proteggerla: avrò come perturbatori del pubblico

riposo e nemici del ben comune, e punirò rigorosamente e fin colla

morte chiunque le farà il minimo insulto: voglio sia conservata nella

sua interezza, pubblicamente esercitata e libera come la prima volta

ch’io entrai in questo felice paese. I cambiamenti posteriori avvennero

contro l’inclinazione e il veder mio, nè potevo oppormi ai disordini,

ad arte eccitati da un Governo, sprezzatore della religione cattolica.

I filosofi vollero dipingerla nemica d’ogni sentimento democratico e

del Governo repubblicano. L’esperienza disingannò i Francesi; ed io,

che pur sono filosofo, so che nessuno potrebbe passare per virtuoso se

non sa donde viene e dove va; nè saperlo si può che dalla religione,

senza di cui la società è vascello privo di bussola. Dei trattamenti

usati al papa defunto, han colpa gl’intrighi di quelli in cui avea

posto confidenza, e la crudele politica del Direttorio. Col nuovo papa

spero tôrre gli ostacoli all’intera riconciliazione della Francia. Voi

so quanto soffriste nella persona e nei beni, e vi provvederò; e quel

che vi dico, desidero sia noto non solo all’Italia e alla Francia, ma a

tutta Europa»[60].

Anche in Francia, se per moda, per idolatria a Voltaire, per rispetto

umano, durava ancora fra la gente colta l’empietà, il popolo tornava a

sentir bisogno del Redentore, che riabbellisse la natura, benedicesse

le cune e i feretri, giudicasse le iniquità de’ forti: i pensatori

disingannati vedeano dover rintracciare un’eguaglianza più vera, una

libertà più salda e meno fallibile, meditavano melanconicamente sulle

ruine che da tre secoli le sêtte religiose e filosofiche facevano

nel cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell’uomo e

del mondo, senza trovare un essere intermedio fra il gran tutto che

rapivano all’umanità, e il nulla in cui la sobbissavano.

Sarebbesi detto che le vittorie de’ Nordici in Italia s’effettuassero

al solo fine, che all’ombra loro fosse in Venezia (1800 14 marzo)

adunato il conclave[61], dove avendo l’Austria dato l’esclusione al

famoso Gerdil, uscì papa Barnaba Chiaramonti. Stando vescovo d’Imola,

aveva questi pubblicato in una pastorale che «la libertà cara a Dio

ed agli uomini, è la facoltà di poter fare e non fare, ma sempre sotto

la legge divina ed umana; la forma democratica non repugna al vangelo,

anzi esige quelle sublimi virtù che s’imparano soltanto nella scuola di

Cristo; esse faranno buoni democratici, d’una democrazia retta, forbita

da infedeltà e da ambizioni, e intesa alla felicità comune; esse

conserveranno la vera eguaglianza, la quale, mostrando che la legge

si estende su tutti, mostra insieme qual proporzione deva tenere ogni

individuo rispetto a Dio, a sè, agli altri. Ben più che le filosofie,

il vangelo e le tradizioni apostoliche e i dottori santi creeranno la

grandezza repubblicana, gli uomini rendendo eroi di umiltà e prudenza

nel governare, di carità nel fraternizzare con sè e con Dio. Seguite

il vangelo, e sarete la gioja della repubblica: siate buoni cristiani e

sarete ottimi democratici».

Questa moderazione parve attagliata ai tempi; ed egli, assunto il

nome di Pio VII (1800 3 luglio), comparve a Roma, dove la noja della

dominazione forestiera il faceva invocato: scelse a segretario di

Stato il cardinale Consalvi, destro quanto moderato; ricostituì il

governo all’antica, proclamando il perdono, e invitando i sudditi

a imitarlo col sopire gli odj e le querele reciproche. Toltigli

settecentomila sudditi delle Legazioni, gliene aveano lasciato un

milione e settecentomila, ma intero il debito di settantaquattro

milioni di scudi, di cui da tre anni non si pagava l’interesse. Si

cercò sistemare l’imposta in modo d’ottenere una rendita di quattro

milioni di scudi; fu proclamata la libertà di commercio, riconoscendo

«che tutte le leggi proibitive o vincolanti l’industria e il commercio

erano perniciose quanto vane[62]»; il papa diminuì le spese di corte;

condiscese ai teatri; impose una tassa speciale sui terreni incolti,

sciolse i vincoli di fedecommesso, di manomorta, di pascolo; dava premj

a chi piantasse, prometteva edificare casali, via via che la cultura

si estendesse. Secondando le istanze di Paolo I e di Ferdinando IV,

ristabilì i Gesuiti in Russia e nel Napoletano.

Con un papa sì conciliativo e pien d’amore per la Francia,

d’ammirazione per l’eroe che la dirigeva, non sarebbe possibile

ravvicinarla alla Chiesa? Tre giorni dopo la vittoria di Marengo,

Buonaparte ne gittò parola al cardinale Martiniana; poi Consalvi e

Giuseppe Buonaparte ne trattarono a Parigi (1801): ma ricuperare questo

regno primogenito del cristianesimo non poteasi senza grandi sagrifizj.

Voleasi il matrimonio de’ preti: e Pio rispose, potersi assolvere gli

ammogliati, ma autorizzarlo per massima no. Sui possessi tolti alle

manimorte non si fe malagevole, le ricchezze non essendo essenziali al

clero. E così tra cedere e negare si conchiuse il famoso concordato.

La Francia ebbe un ministro pel culto (Portalis); la pasqua del 1802 i

cannoni salutarono di nuovo una festa cristiana; il Caprara legato a

latere cantò messa in Nostra-donna, mentre l’aerea armonia de’ sacri

bronzi richiamava il popolo ai riti solenni e all’ineffabile gusto

della parola divina.

Tutto ciò dava lusinghe di ordine all’Europa: la coalizione regia s’era

sconnessa: anche l’Inghilterra ascoltò proposte di pace, la quale fu

conchiusa ad Amiens (1802 27 marzo). L’Inghilterra si era avventata

alle armi per difendere la minacciata libertà europea, ed ecco neppur

motto ne fa nelle stipulazioni: avea posto come preliminare lo sgombro

di tutt’Italia, poi lasciava al nemico il Piemonte e gl’emporj di

Genova e Livorno; Francia sgombrerebbe il Napoletano e il Romano, e

gl’Inglesi ogni posto nel Mediterraneo e nell’Adriatico, e Malta che si

restituirebbe all’Ordine.

A Buonaparte, volontà ineluttabile, sistematore risoluto, bastava

un atto per riunire un paese che la natura fece uno e le convenzioni

sbranarono: ma già il Piemonte consideravasi fuso colla Francia, come

Venezia coll’Austria; Buonaparte volle fossero distrutte le fortezze

che davano soggezione alla Francia, quali Arona, Bard, Ceva, Cuneo,

Tortona, Serravalle; smurata Torino, come il castello di Milano,

e Forte Urbano sul Bolognese. La Toscana era stata eretta in regno

d’Etruria per un infante di Spagna; al papa riconciliato bisognava

confermare il patrimonio; al regno di Napoli serviva di scudo la

protezione della Russia: e i fantastici Italiani piansero svanita

ancora la speranza che la vittrice spada e la ferrea volontà d’un loro

paesano ricostruisse la patria una e libera.

Ne’ varj Stati furono poste una commissione esecutrice e una consulta

legislativa, ma tutto pendea dai ministri di Francia[63]. Del bello

e forte paese cisalpino, con cinque milioni d’abitanti, settanta in

ottanta milioni d’entrata, e quarantamila uomini in arme, Talleyrand

avrebbe voluto si formasse un regno, da dare a qualche principe

austriaco siccome compenso e pegno di pace: ma Buonaparte stabilì

conservarlo repubblica, estesone il limite fin alla Sesia col

recuperare gli sbrani dell’antico Milanese, cioè Novara, Vigevano,

la Lomellina; buone fortificazioni la difenderebbero dagli Austriaci

assisi di là dall’Adige, e la terrebbero sempre aperta alla Francia,

che ne conservava il protettorato, e ne ricevea venticinque milioni

all’anno di tributo, e di qua manderebbe i suoi ordini al paese

meridionale, aspettando che i casi la elevassero a capo d’una

federazione italica.

Per togliere la Cisalpina ai disordini della prima sua età, e

concentrarla sotto una mano vigorosa che la proteggesse di fuori

mentre la reggeva dentro, Buonaparte convocò a Lione una consulta.

Quattrocencinquantadue rappresentanti, scelti fra il clero, i

tribunali, le accademie, le amministrazioni dipartimentali, le quaranta

primarie città, la guardia nazionale e l’esercito, e in essi il

cardinale Bellisomi e nove vescovi, nel cuor del dicembre passarono

i monti, e nella seconda città di Francia ebbero suntuosa ospitalità,

adunanze splendide quanto le antiche sessioni reali, lauto trattamento,

e fra altri spettacoli, quel dell’esercito che tornava d’Egitto, misto

di veterani francesi con arabi e mori e mamelucchi.

Divisi in cinque classi (1802) secondo gli antichi dominj, presedevano

ai Lombardi già austriaci il Melzi, ai Veneti il Bargnani, ai

Pontifizj l’Aldini, ai Modenesi il Paradisi, ai Novaresi e Valtellini

il De Bernardi, a tutti in apparenza il Maniscalchi ambasciadore

della Cisalpina, in fatto Talleyrand, il quale senza quasi lasciarli

discutere, fece che accettassero per acclamazione lo statuto da lui

modellato sul francese dell’anno VIII. Portava esso tre _collegi

elettorali_ permanenti e a vita, completatisi da se medesimi: uno di

trecento grossi possessori risedeva a Milano; uno di ducento negozianti

a Brescia; uno di altrettanti dotti ed ecclesiastici a Bologna. Essi

sceglierebbero dal proprio grembo una _commissione di censura_ di

ventun membro, che eleggesse tutte le magistrature dello Stato; otto

_consultori_, che vegliassero sulla costituzione, deliberassero sui

trattati, e nominassero un presidente della repubblica, decennale

e rieleggibile, con cinquecentomila lire, incaricato del potere

esecutivo, e che eleggerebbe un vicepresidente con centomila lire e

ministri[64]. Il ministro del tesoro presenterebbe ogni anno il conto,

e non consentirebbe verun pagamento se non per legge o decreto del

Governo. Un _consiglio legislativo_ di dieci membri compilerebbe le

leggi e i regolamenti, e li sosterrebbe davanti al corpo legislativo.

Questo ha settantacinque membri, quindici de’ quali sono nominati

oratori per discutere le leggi prima di votarle.

La giustizia era resa con sapiente progressione, da arbitri, giudici di

prima istanza, tribunali d’appello e revisione, ed uno di cassazione;

oltre le camere di commercio per le cause mercantili: inamovibili i

giudici e il grangiudice. Eguaglianza fra i cittadini; nessun vincolo

all’industria e al commercio se non quelli dalla legge stabiliti;

uniformità di pesi, misure, catasto, istruzione; dichiarati nazionali

i debiti e crediti delle provincie; lo Stato assegna la congrua a

vescovi, capitoli, seminarj, parroci e alle fabbriche delle cattedrali.

Fatti intesi della volontà del primo console, i nostri, dilungandosi

dai sistemi particolari per osservare l’intera popolazione senza

preoccupazione d’abitudini, lasciaronsi bassamente porre in bocca

la confessione della propria inettitudine, dichiarando non conoscere

alcun italiano valevole ad essere presidente della repubblica (1802

26 gennajo), gli uomini che presero parte ne’ cambiamenti o non aveano

sostenuto funzioni pubbliche, sì da poter reggere lo Stato, o le aveano

sostenute fra l’agitazione delle opinioni e sotto estranee influenze,

in modo da non meritarsi la pubblica fiducia: d’altra parte la recente

repubblica non avere truppe sufficienti ad assicurarsi, nè poter

sperare dagli altri Stati la considerazione necessaria per consolidarsi

dentro e fuori: trovare insomma necessario di essere retta da Napoleone

Buonaparte, due nomi che allora per la prima volta trovansi uniti.

E Buonaparte degnava aggradire, e diceva: — La repubblica Cisalpina,

invasa e omai perduta, fu una seconda volta dal popolo francese resa

all’indipendenza. D’allora che non si tentò per ismembrarvi? ma la

Francia vi protesse, e foste novamente riconosciuti. A Lunéville

cresciuto il territorio d’un quinto, esistete con maggiore forza e

maggiore speranza. Dandovi magistrati, non badai a terre o a fazioni,

ma solo ai vostri interessi. Per le eminenti funzioni di presidente,

non trovando persona fra voi abbastanza reputata, benemerita e

spregiudicata, aderisco al voto espressomi, e conserverò, quanto fia

necessario, il gran pensiero de’ vostri affari».

La repubblica, composta, com’egli diceva, di dieci popoli, cioè

Milanesi, Mantovani, Bolognesi, Novaresi, Valtellini, Romagnuoli,

Veneti, divisi in Bergamaschi, Cremaschi, Bresciani, s’intitolò

italiana (1 febb.), e pensò ad organarsi in modo d’essere, com’egli

voleva, «la prima potenza d’Italia». Restavano sue le artiglierie

esistenti nelle piazze fin al valore di quattro milioni; si doveano

preparare armi e ponti; trentaduemila soldati in tempo di pace, con

una riserva che si porterebbe a sessantamila, coscrivendo dodicimila

giovani ogni anno, oltre due mezze brigate e un reggimento di

cavalleria di Polacchi, ceduti alla nostra dalla repubblica francese;

alla tranquillità vigilavano mille seicento gendarmi, e la guardia

nazionale di tutti i cittadini dai diciotto ai cinquant’anni. La spesa

era bilanciata su novanta milioni di lire milanesi, di cui cinquantadue

erano assorbiti dalla guerra e dal tributo alla Francia. Libera la

stampa, sotto la responsabilità dell’autore e dello stampatore, i

quali, avanti divulgarle, doveano presentare le opere alla revisione,

che poteva sospenderle; soggetti a censura i fogli periodici, le

composizioni teatrali e i libri che si introducevano.

Ai comizj di Lione i preti non aveano potuto ottenere si dichiarasse

unica religione la cattolica, ma solo che si farebbe una legge

organica pel clero, da approvarsi dal papa. Di fatti un concordato

speciale (1803 16 7bre) con questo riconosceva come religione della

repubblica la cattolica; al presidente concessa la nomina de’ vescovi;

libero a questi il comunicare con Roma, il promuover agli Ordini e ai

benefizj i meritevoli, e punire i colpevoli anche col rinchiuderli in

conventi o seminarj: non si sopprimerebbero fondazioni ecclesiastiche

senza approvazione della Sede apostolica; non sarebbero molestati i

compratori di beni ecclesiastici. Tal era quel concordato: ma come

erasi fatto in Francia cogli articoli organici, nel promulgarlo a

Milano si aggiunse che nuove professioni non potrebbero farsi se non

negli Ordini applicati all’educazione o a cura degl’infermi; e, come

all’ordinazione dei preti, volervisi l’assenso del Governo, e così per

dare valore alle bolle e ai brevi della santa Sede. Di quest’intrusione

si dolse invano il pontefice.

Corse allora uno de’ più floridi e quieti tempi per la Lombardia;

lontano il presidente, buono e amato Melzi che ne sosteneva le veci;

distrutto ogni privilegio aristocratico, favorito il sapere; si

citavano ancora i patrj esempj, si ristampavano i nostri classici

e i nostri economisti, come ripigliavasi l’êra cristiana; facili i

pagamenti, prospere l’agricoltura e il commercio, crescente l’esercito,

non febbrili le speranze. La libertà della stampa era sì poco valutata,

che Melzi potè senza difficoltà stabilire la censura preventiva de’

giornali e de’ libri provenienti di fuori. Gl’interessi materiali

eccitavano più gelosie che non le garanzie della libertà[65]; nè

l’iniziativa, nè l’esame erano liberi, e scarsa capacità mostravano le

persone incaricate del potere. Soprattutto mancava la prima condizione

d’ogni felicità, la fiducia della durata. Da una parte gli accorti

s’avvedeano che questa repubblica era l’embrione d’un regno; tanto più

che, ad ogn’ombra d’opposizione, Buonaparte minacciava dar un calcio a

questo sistema rappresentativo, che pareagli un’organizzata ostilità:

dall’altra il titolo d’italiana inchiudeva una minaccia agli Stati

della penisola. Fra gli stranieri poi i rancori erano stati sopiti

non tolti, e ben presto posero novamente a soqquadro tutt’Europa.

L’Inghilterra, cogliendo gli appigli che troppi offriva il trattato

d’Amiens, ricusa sgomberar Malta, cavilla i patti, e getta in mezzo la

questione italiana, persuasa d’avvilupparvi anche l’Austria.

Questa avea subìto i trattati di Campoformio e Lunéville come

una necessità, e colla fiducia di ripigliare la Cisalpina, donde

padroneggiare la media e la bassa Italia. Unico mezzo a sbarbicarla

sarebbe stato il rendere l’Italia a se stessa: ma Napoleone, che

credeva al potere non alle nazionalità, impose al fratello Giuseppe

che negli accordi di Lunéville non parlasse del papa, del Piemonte, di

Napoli, sicchè lasciava in pendulo gravissime questioni: nè l’Europa

potea soffrire che, con una nominale indipendenza, al vassallaggio

austriaco fosse surrogata la dominazione francese.

Alessandro di Russia, succeduto all’assassinato suo padre, ricusava

ravvicinarsi alla Francia se non ripristinasse il re di Sardegna e

assicurasse quello di Napoli: anche la Prussia chiedeva che Francia

sgombrasse il Napoletano, distaccasse Parma e Piacenza, le Jonie e

Malta si dessero in compenso al re di Sardegna. Austria, col pretesto

di un cordone contro la febbre gialla sviluppatasi a Livorno, ingrossò

sulla frontiera dell’Adige; e viepiù quando Buonaparte scrisse in

persona a Francesco II (31 xbre) voler ridurre la repubblica italiana a

monarchia, distinta dalla Francia. La fede mentita all’Italia metteva

dunque la Francia in guerra coll’Europa, e subito Inghilterra empì

d’armi il Mediterraneo: di rimpatto Buonaparte allestì a Boulogne un

famoso campo per tentare uno sbarco in Inghilterra; deriso dai più come

una sublime follìa, lodato da altri perchè valse di palestra a’ suoi

soldati. A quel campo la repubblica italiana mandò un corpo sotto il

general Pino, e decretò quattro milioni per costruire due fregate e

dodici scialuppe.

Ma non di guerra soltanto erano i divisamenti di Buonaparte, che

credette venuto tempo alle lunghe speranze. Col prestigio della

gloria egli avea fatto credere ancora al rinnegato entusiasmo; coi

comporti in Italia avea mostrato di saper ridestare il passato e

le relazioni consuete fra popoli civili: onde parve l’unico capace

di rimettere Francia nella grande comunanza delle nazioni, senza

sagrificare la libertà e l’orgoglio, come avrebbero fatto i Borboni.

Francia sfiduciata delle libertà promesse da filosofi, da avvocati,

da giornalisti, da legislatori, implorava il despotismo, e nol vedea

che sotto la forma d’un soldato: uscendo dall’oppressione sanguinaria

o ladra di tiranni abjetti e persino vili, meno male pareale la

tirannide della gloria e del genio: cessato di credere alle idee,

credea a un uomo. E Buonaparte racconciava all’obbedienza l’epoca

più indisciplinata; e indotta la ragione a confessare la propria

insufficienza, al ricostruire adoprò gli uomini ch’eransi mostrati

più attivi a demolire. In paese stanco ed abbagliato dalla sua

gloria, pochi ostacoli ebbe ad afferrare la dittatura. Interrogata

colla ciurmeria de’ registri, la nazione prorogò il console per dieci

anni: interrogata se il volesse a vita, disse sì; la costituzione fu

modificata alla monarchica: ma poichè il nome di re facea mal suono

a quelli che, in annuale funzione, giuravano odio sempiterno ai re,

fra le reminiscenze d’Augusto e di Carlo Magno egli ripescò il titolo

d’imperatore dei Francesi (1804 18 maggio).

Al potere nuovo facevano di mestieri tutte le forme che gli

conciliassero rispetto. Dopo che i registri, aperti in tutti i Comuni,

gli diedero la sanzione popolare, Napoleone volle anche quella della

religione, e domandò che Pio VII venisse a coronarlo. Gran disparere

in Roma. Piaceva che un eroe soffogasse nelle proprie braccia quella

repubblica sovvertitrice degli altari e della società, e che una nuova

dinastia all’Europa e alla civiltà assicurasse ordine e conservazione.

Qual trionfo per la Chiesa di vedere questo figlio della rivoluzione

invocare dal pontefice il sacro crisma, e credere legittimazione della

temporale quella potestà pontifizia che dianzi trascinavasi nel fango!

Anche nei possessi il papa potrebbe altrimenti che ingrandirsene?

Ma gli zelanti, alla cui testa erano il sapiente Antonelli, il severo

Litta, il dotto Di Pietro, l’abile Pacca, avvezzi a credere la nave

di Pietro insommergibile fra le transitorie tempeste, aveano tenuto

il concordato come una dura necessità. — E chi è (rifletteano)

questo Buonaparte? Un soldato di ventura, che a Tolentino strappò

alla Chiesa le più belle provincie e tesori artistici; che tiene il

contado Venesino e i feudi in Piemonte, roba della Chiesa: che colla

spada suggellò il concordato, e pur subito lo eludeva cogli articoli

organici; che stipulò la spogliazione de’ principi ecclesiastici di

Germania; che in Egitto proclamava la tolleranza fino dell’islam. Or

domanda la mano del papa, ma a qual fine: unicamente per sorreggere

la personale ambizione, contentata la quale, si torcerà contro quelli

che adesso accarezza. Che cosa risponderà il papa ai rimproveri

degli Austriaci, da tanto tempo investiti del sacro romano impero?

che cosa ad altri re che lo domandassero a coronarli? E i Borboni, a

cui la violenza non tolse d’essere i cristianissimi, i primogeniti

della Chiesa, con qual occhio vedrebbero il santo padre cingere

colla corona di san Luigi uno, le cui mani stillano ancora del sangue

dell’assassinato duca d’Enghien?

Pio VII aveva attinto nel chiostro virtù semplici e rassegnate, e

l’abitudine di elevare gli occhi al cielo, più che scrutare le cose

della terra. Il recuperare una tale preponderanza sulla Francia,

il restituire alla tiara lo splendore offuscato, e al patrimonio le

tre Legazioni pareangli interesse della religione; e riprometteasi

ottenerlo a Parigi ne’ colloquj col nuovo Cesare, da cui farebbe

cassare gli articoli organici, e ripristinare gli Ordini religiosi.

Volle che venti de’ più creduti cardinali in tutta secretezza e

coscienza gli esponessero il loro sentimento sul quesito «Sua santità

deve, può andare a consacrare e coronare l’imperatore de’ Francesi?»

Cinque dissero un no riciso; gli altri furono pel sì, ma con diverse

condizioni, o di cassare gli articoli organici, o di attendere che il

nuovo imperatore se ne fosse mostrato degno come Carlo Magno, o che

venisse egli stesso di qua dell’Alpi, come aveano usato gli antichi

fino a Clemente VII; o che almeno assicurasse gli atti riverenziali

dovuti al sacro suo carattere, specialmente il bacio del piede: viepiù

s’insisteva contro il giuramento che l’imperatore farebbe d’attenersi

al concordato, di far rispettare la libertà de’ culti.

Pio VII fece dal cardinale Caprara sottomettere tali riserve a

Napoleone; questi le repudiò tutte, e Pio VII si rassegnò, sempre

confidando ottenere in persona quel ch’eragli fallito per intromissione

de’ ministri; tollerò che l’imperadore si mostrasse aridissimo

nella lettera d’invito, e voless’esserne unto sì, non coronato; e di

sessantadue anni si pose in viaggio. Tutti gli ordini dello Stato

vennero a fargli riverenza, come tutti dianzi avevano rinnegato e

papa e Cristo; e Pio li guadagnava colla dolcezza. Dando un giorno la

benedizione al popolo inginocchiato, vide un giovane tenersi ritto e

col cappello in testa: — Giovinotto, se non credete all’efficacia della

benedizione del pontefice, credete almeno che quella d’un vecchio non

porta sventura».

Nella solennità (2 xbre), allestita collo sfarzo teatrale che

illude e cattiva, Napoleone si pose da sè la corona; poi incoronò

Giuseppina sua donna, che il giorno innanzi avea avuto la benedizione

nuziale. I sinceri repubblicanti, che l’aveano proclamato un Camillo,

un Washington redivivo, non sapeano darsene pace; i non sinceri

s’affrettarono a divenire ciambellani, ministri, uffiziali, cavalieri,

tutto quel ch’egli volle, anche più di quel che volle. Napoleone

evitò di trovarsi testa testa con Pio VII, alle cui preghiere dolci

e ragionate non potrebbe opporre le escandescenze; sicchè al papa non

restò che avventurare le sue domande alle solite lungagne degli uffizj,

e le esortazioni al magnanimo perchè imitasse anche in ciò Carlo Magno,

il quale spontaneo restituì alla santa Sede quanto le armi sue aveano

ritolto ai Longobardi.

Napoleone fece rispondere che avea giurato non alterare i confini

della Francia; neppur poteva cincischiare la repubblica italiana, in

lui confidatasi; prometteva però trovare congiunture d’estendere e

consolidare il dominio del santo padre, e intanto presterebbegli mano

soccorrevole per uscire dal caos dove l’hanno trascinato le presenti

vicende, e assicurargli il pacifico godimento de’ beni rimastigli; e

così darebbe all’universo una prova della sua venerazione al pontefice,

della protezione alla capitale della cristianità, del desiderio

costante di vedere la _nostra_ religione non inferiore a nessuna nella

pompa delle cerimonie e in quel decoro che alle nazioni può ispirare

venerazione. Il papa si dovette contentare di vedersi reso il cadavere

del suo predecessore, e la statua della Madonna di Loreto, spogliata è

vero delle gemme.

Carlo Magno era anche re d’Italia, nè questo titolo dovea mancare

a Napoleone, il quale anzi nella nostra patria avea fatto il passo

d’esperimento verso l’impero[66]. Ad assistere alla sua coronazione

invitò dunque il vicepresidente Melzi e la consulta di Stato; e chiesti

di _liberamente_ significare come in pratica riuscisse la costituzione

avuta a Lione, liberamente risposero essere quella evidentemente

provvisoria nè compatibile coi tempi, nè gl’Italiani ancora maturi per

la repubblica; e lo scongiuravano a dare loro un re, foss’egli quello,

erigesse il paese in regno con uno statuto. Rispose: — Ho sempre

pensato a creare indipendente e libera la nazione italiana, ma capisco

la separazione tornerebbe pericolosa or che la perfida Albione rinnova

le minaccie; verrò dunque a Milano a cingermi la corona di ferro per

ritemprarla e rinvigorirla, e perchè l’Italia più non si spezzi fra le

tempeste che la minacceranno: ma affretterò il momento di deporla s’una

testa più giovane».

E venne (1805); e gl’Italiani, con quell’entusiasmo che spesso non

è se non l’esternazione della speranza, e che con quella svanisce,

affaccendaronsi a preparare archi di trionfo con quelli che prima erano

alberi della libertà[67]. Napoleone fissò tutto, sin le divise teatrali

dei magistrati e de’ cortigiani; nel duomo di Milano (1805 16 maggio),

con una pompa che più non fu superata, venne unto dall’arcivescovo

Caprara; e ponendosi di propria mano la corona ferrea esclamò: — Dio me

l’ha data, guaj a chi la tocca». Il qual motto perpetuò sulle insegne

d’un nuovo ordine cavalleresco. Secondo lo statuto, giurò mantenere

l’integrità del regno, la religione dello Stato, l’eguaglianza dei

diritti, la libertà politica e civile, l’irrevocabilità delle vendite

de’ beni nazionali; non levar imposizioni o por tasse che in virtù di

legge; governare solo per l’interesse, la felicità e la gloria del

popolo italiano, e non dare impieghi a forestieri. Eppure destinò

vicerè Eugenio Beauharnais, figlio di sua moglie e da lui adottato,

uom mediocre, buon soldato, attivo e intelligente, sommessissimo

all’imperatore, ignaro e non curante del farsi amare dai popoli, il cui

bene perorava. Aprì in persona il corpo legislativo (7 giugno) lodando

sè, di quanto avea fatto, e nominò guardasigilli il Melzi, che poi col

pingue assegno e col titolo di duca di Lodi ridusse alla nullità.

Insieme cogli applausi del popolo, qui ricevette gli omaggi dei re.

Corsini e Fossombroni, deputati dell’Etruria, lo chiarirono come il

lor piccolo paese dopo il 96 avesse consunto in spese straordinarie

cenventi milioni, trovandosi sempre gravato da una guarnigione

francese; Verdier comandante a Livorno erasi prese le casse regie; le

reclute côrse colà sbarcate permetteansi ogni prepotenza. Napoleone

diede parole; ma con un fare soldatesco che trascendeva le convenienze,

soggiungeva: — La regina d’Etruria è troppo giovane, e il ministro

troppo vecchio per governare a dovere». Insultò l’ambasciadore di

Napoli e la sua regina; a quel della repubblica Ligure disse: — M’era

accorto ch’era impossibile i Liguri facessero cosa degna del loro

padri»; a quello di Lucca: — Sarete meglio governati da un principe

francese». Insomma nè re egli risparmiava nè popoli; e sebbene avesse

rassicurato e il senato di Francia e i principi nostrali che non

dilaterebbe i confini, trovava necessarie Genova, Lucca, Livorno, onde

impedire gli sbarchi de’ _perfidi_ Inglesi.

A Genova, multata da’ Tedeschi che se n’andavano e da’ Francesi che

vi venivano, afflitta in conseguenza dell’assedio da un’epidemia, per

cui l’ordinaria mortalità di tremila settecento crebbe a dodicimila

cinquecento, fu dai Francesi trattata come vinta, pur affidata

dell’indipendenza; ma riformasse la propria costituzione sul modello

consueto. Buonaparte nel 1802 la approvò eleggendo doge Girolamo

Durazzo, ma aveva detto: — Genova è destinata a formare marinarj;

ha seimila uomini sulle squadre, ed io n’ho bisogno», e la volle.

I patrizj, spinti dal Saliceti che dimostrava impossibile sostenere

l’immenso lor debito[68], gliel’offersero, si aprirono gl’ingannevoli

registri, dove pochissimi ebbero coraggio di votare per l’antico

stato, e il doge Girolamo Durazzo andò a Milano a supplicare Napoleone

«accordasse ai Genovesi il bene di divenire suoi sudditi». Metteva

alcune condizioni a cui non si badò. L’arcitesoriere Lebrun mandato

a sistemarli, era uomo moderato e prudente; ma quando egli palesò

lo scontento de’ Genovesi e le loro ragioni, Napoleone rispose: — Ho

riunito Genova per avere de’ marinarj. Chi può governare popoli senza

scontentarli in sulle prime? In fatto di Governo, giustizia vuol dire

forza: sarei io così barbogio d’avere paura del popolo di Genova? La

sola risposta che vi fo è _Marinari, marinari_»[69].

Lucca, sovvertita nel 1800, dagli avvicendati conquistatori spogliata

di denaro e d’armi, nel 1801 fu ordinata in repubblica democratica

dal Saliceti, al quale in più volte quel tesoro sborsò _brevi manu_

618,750 lire[70]. Così pagavasi la libertà. Divenuto imperatore

Buonaparte, que’ cittadini furono tratti a domandargli una nuova

costituzione, e col mezzo de’ soliti registri presso le parrocchie, il

corpo degli anziani e il popolo chiesero signore (23 giugno) Pasquale

Baciocchi ed Elisa cognato e sorella di Napoleone, ai quali parea

poco il già attribuito principato di Piombino; avrebbero la lista

civile di quattrocentomila franchi; un consiglio di Stato, un senato

di trentasei membri: faceasi l’unica riserva di restare esenti dalla

coscrizione, ma tutti i cittadini sarebbero sistemati militarmente.

E così quest’aristocrazia di jeri trangugiavasene un’altra di

seicentotrentanove anni. A Lucca furono annesse per l’amministrazione

la Lunigiana ed anche Massa e Carrara, feudo ducale dell’Impero;

caricavansi due milioni di lire al piccolo principato; il quale

però, per ordine di Napoleone abolendo i quindici conventi d’uomini e

diciassette di donne, i capitoli, le confraternite, i luoghi pii e fino

i semplici benefizj laici, acquistava un patrimonio di venti milioni.

Con questi la vivace ed ingegnosa Elisa, oltre tesoreggiare per sè,

dotava spedali, soccorreva a poveri e invalidi, aprì strade, incoraggiò

artisti e studiosi e l’Accademia, che cominciò l’importantissirna

pubblicazione dei documenti della storia patria; provvide d’acque la

città, riformò le leggi penali e la procedura[71].

Nella pace coi Borboni di Spagna, Buonaparte avea stipulato che

il duca di Parma divenisse re d’Etruria: ma egli non accettò il

baratto; e quando morì nel 1802, Francia fece occupare il ducato,

serbandolo come un allettativo sia al papa che chiedeva un compenso

alle rapitegli Legazioni, sia alla Casa di Sardegna, sia all’Etruria

che, incorporando questo paese, sarebbe divenuta la seconda potenza

d’Italia. La rottura colla Russia avendo poi dispensato dai riguardi,

fu aggregato alla vigesimottava divisione militare della Francia, poi

ridotto a dipartimento del Taro. La repubblica Etrusca convertita in

regno, fu investita a Lodovico infante di Spagna, figlio del duca

di Parma, il quale ne trovava sconfitte le finanze, esorbitanti le

imposizioni, interrotto il commercio perchè gl’Inglesi minacciavano

da Porto Ferrajo; abbandonata l’agricoltura, soldati da costare un

milione al mese, eppure necessaria ancora la guarnigione francese;

nel 1801 l’entrata portava dodici milioni contro la spesa di sedici,

e la Corte fu sin ridotta a far coniare i proprj argenti. La vera

regnante era Luigia figlia del re di Spagna, tanto più quando, al morto

padre, succedette Carlo Lodovico (1803 27 maggio) di quattro anni. Ai

liberali costei metteva i brividi ripristinando le fraterie, le libertà

clericali, di coscienza, di corrispondenza col papa, l’indipendenza

de’ vescovi coll’ispezione sui libri e sui luoghi pii; la deploravono

santocchia e raggirata, e le apponevano di avere «spezzato il suo

scettro, e buttatone la metà nel Tevere».

L’isola d’Elba rimase alla Francia, spogliandone la famiglia

Buoncompagni, i cui avi n’aveano compro il dominio nel 1634 per

un milione e cinquantamila fiorini, e che allora ne ritraeva

ducensettantatremila l’anno.

Vittorio Emanuele, succeduto re di Piemonte (1802 4 giugno), si tenne

in Sardegna, e avendo gl’Inglesi offertagli guarnigione e’ la ricusò

per non dare appicco di querela a Napoleone. Eppure questi non cessava

di lamentarsi perchè ricoverasse navi britanniche, e servisse al

contrabbando. Secondo gli accordi di Tilsitt colla Russia, avrebbe

dovuto riavere gli Stati di terraferma o un compenso, e Napoleone

glielo esibì sulle coste d’Africa; poi guastatosi colla Russia,

neppure a questa celia badò, e tenne il Piemonte come ventisettesima

divisione militare sotto l’amministrazione di Jourdan, distribuito ne’

dipartimenti di Po, Marengo, Sesia, Dora, Stura. Concessa amnistia ai

fautori degli antichi re; soppressi gli Ordini religiosi; coscritti

quattromila giovani; assettata la taglia fondiaria a nove milioni

di franchi, e la personale a un milione e ducentomila; soppresse sei

abadie e nove vescovadi, restando solo quelli di Saluzzo, Acqui, Asti,

Alessandria, Vercelli, Ivrea, Mondovì e Cuneo, colla periferia stessa

de’ dipartimenti, e suffraganei all’arcivescovo di Torino, non più a

quelli di Genova e Milano.

Il Governo del Piemonte e del Genovesato fu più tardi (1808) eretto

in gran dignità dell’impero, a favore del principe Borghese, cognato

dell’imperatore; il quale così traeva la Francia dai limiti naturali,

e stabiliva un altro dominio forestiero in quell’Italia che dai

forestieri egli avea promesso riscattare[72]. E già col professarsi

successore di Carlo Magno, palesava aspirare a un predominio; e

coll’occupare nuovi Stati anche dopo la coronazione, parve gettare

il guanto. Tutti dunque i dominanti ne protestavano; Pitt, ministro

inglese, ottenuti settantacinque milioni per sostenere la sicurezza

delle Potenze europee, e collegatosi colla Russia propone (1805 aprile)

che Napoleone sgombri il nord della Germania, l’Italia, l’isola d’Elba;

Olanda, Svizzera, Napoli sieno lasciate indipendenti; ripristinato il

re di Sardegna, al quale si aggiungerebbero Genova ed eventualmente il

Lionese e il Delfinato; restituite Firenze e Modena ai prischi dinasti,

e all’Austria la Lombardia, cresciuta col Veneto[73].

Patti simili appena si possono imporre dopo irreparabili sconfitte:

pure fu il programma a cui si attese in dieci anni di guerra. Alla

quale tutta Europa sorgeva, avendo per tesoriere l’Inghilterra, per

retroguardo la Russia; e non più per estinguere la libertà in un paese

che se l’era conquistata, bensì proclamando l’indipendenza dei popoli

contro un’ambizione che la pericolava. Era insomma la Rivoluzione che

proclamava i proprj trionfi per bocca dell’esercito coalizzato contro

di lei.

L’Austria mise in essere trecenventimila guerrieri; e ricevendo

dall’Inghilterra settantacinque milioni per quell’anno, si assunse

l’impresa d’Italia, mandò sull’Adige cenventimila uomini coll’arciduca

Carlo, altri trentacinquemila coll’arciduca Giovanni in Tirolo, per

connetterlo coll’esercito di Germania, a cui gl’imperadori Francesco

e Alessandro farebbero una terribile retroguardia in Moravia e

Gallizia; Russi e Inglesi doveano sbarcare a Malta e Corfù, e uniti

co’ Napoletani, opprimere i trentamila Francesi che presidiavano Terra

d’Otranto, e spingersi in su per l’Italia fino a congiungersi cogli

arciduchi. Napoleone sentì che «gli bisognava un altro Marengo, e

subito»; e con uno di quei colpi arditi che solo l’esito giustifica,

gira alle spalle di Mack (1805 8 7bre), famoso per le rotte napoletane,

lo chiude in Ulma, e fa prigionieri trentatremila Austriaci senza

stilla di sangue. Obbrobrio, che fu chiamato tradimento, e il generale

condannato ai lavori in una fortezza.

Il principe Carlo, udita la turpe capitolazione, per proteggere Vienna

abbandona l’Italia; onde Massena, che con trentamila uomini occupava

Verona, cresciuto di coraggio, lo attacca a Caldiero (19 9bre); per tre

giorni combattendo con grande strage, e inseguendolo fin oltre le Alpi,

non solo toglie all’Austria tutte le terre italiche eccetto Venezia,

ma occupa Trieste, Gorizia, Gradisca, Villac, e quivi si congiunge

con Ney; i Francesi sono a Vienna, e Napoleone ad Austerlitz (2 xbre)

riporta una vittoria, dove restarono quarantamila Russi e Austriaci

feriti o morti, nove generali e ottocento uffiziali prigionieri, e a

Presburgo obbliga Francesco II alla pace (26 xbre). Separare l’Italia

dalla Francia, ed escluderne l’Austria rimettendo repubblica Venezia,

togliendole il Tirolo e la Svevia, in modo che fosse discostata dal

regno d’Italia, dalla Svizzera e dalla Germania meridionale, pareva a

Talleyrand l’unico modo di spegnere le guerre, da secoli alimentate per

le pretensioni de’ Tedeschi sul bel paese; l’Austria, padroneggiando

tutto il corso del Danubio e parte delle coste del mar Nero, diverrà

vicina e perciò emula della Russia, quanto allontanata dalla Francia,

e perciò sua alleata. Napoleone non volle nè guadagnarsi il vinto

nè distruggerlo, fedele al sistema suo d’indebolire i territorj,

col quale non fece che creare malcontenti, e condannare se stesso a

combattere sempre coloro che non sempre potrebbe vincere; laonde le

sue paci furono quasi tappe dell’esercito. Dall’Austria fece dunque

cedere al regno d’Italia Venezia colla Dalmazia e l’Albania, alla

Baviera il Tirolo, e pagare cenquaranta milioni per le spese. Tali

scambj di dominio scioglievano i legami tra popoli e re, ed irritavano

oltraggiando le nazionalità.

Al cadere della Repubblica veneta, il procuratore Francesco Pésaro, che

n’era stato uno de’ più devoti, vi venne pienipotente dell’Austria,

sicchè gli uni stupivano che l’imperatore ad un patrizio concedesse

piena autorità nel proprio paese; gli altri esecravano il Pésaro

d’aver accettato di comandare a quelli che testè erano suoi pari, e di

rappresentare la straniera dominazione nel paese di cui avea difeso la

libertà; altri invece il glorificavano d’essersi così messo in grado

d’alleviare i mali della patria: ma dopo pochi giorni egli morì. Altri

patrizj non tardarono a conciliarsi coll’Austria e servirla; e Zusto,

Contarini, Erizzo, Gradenigo, Almorò Tiepolo, Giustinian, Quirini

Stampalia accettando alti impieghi, diminuirono il ribrezzo del dominio

forestiero. La guerra dell’800 avea conturbato la terraferma; e i

patimenti, gli esigli, il mal cibo vi svilupparono il tifo, del quale

molti morirono, fra cui il friulano medico Capretti che l’avea studiato

e curato.

Ora Venezia acquistava un terzo padrone in otto anni; riceveva la

costituzione di Lione (1806 3 febb.) e le altre forme del regno

italico; ed Eugenio vicerè andava ad accogliervi il giuramento e le

feste. Vi venne poi Napoleone stesso (1807 29 9bre), e vi godette

lo spettacolo ond’era più ghiotto, di una vistosa forza marittima;

emanò molti ordini per la salute e il prosperamento di quella città,

riconobbe cento milioni che la Repubblica doveva alla zecca e al

banco, un quarto pagandone con beni demaniali, il resto iscrivendo

sul Monte Napoleone; fece ingrandire il porto, che volea rendere

atto a bastimenti grossi, incaricando Lessau d’una via diretta per

trarre dall’arsenale in mare vascelli da 80; munì le lagune coi forti

di Marghera e e Bróndolo; assegnò centomila lire annue a riparare i

porti e i canali. Allora venne aperto un giardino pubblico, abbattendo

edifizj ricchi di pitture e di sepolcri; si eresse un palazzo regio:

Antonio Selva, scolaro del Temanza, ridusse la Carità ad accademia di

belle arti, a cui fu preposto Leopoldo Cicognara ferrarese. Malgrado

di ciò, e sebbene decorata del titolo di seconda città del regno

e portofranco, Venezia si vide tolto ogni commercio, perito sin il

traffico delle conterie, e i beni nazionali non trovando compratori che

lo Stato o forestieri.

Solo Padova aveva accolto l’imperatore col silenzio, che è la lezione

dei re; ed egli, che non era uomo da inghiottirsela, maturava il

castigo, quando la città spedì il Cesarotti a placarlo: accolto con

amorevolezza, fatto sedere a tavola fra l’imperatore e il vicerè,

blandito con decorazioni e pensioni, il perdono lo ripagò colla

_Pronea_. Ma Vittorio Barzoni di Lonato già prima nel _Solitario delle

Alpi_ avea posto a dialogare un entusiasto della rivoluzione e un

Veneto, una volta assalì il Villetard con una pistola: fu fatto passare

per pazzo; ora non perdonando a Napoleone il tradimento di Venezia,

lo descrisse sotto il personaggio di Flaminio ne’ _Romani in Grecia_,

e collocatosi a Malta, perseverò nell’infervorare gli odj contro di

esso[74].

Restava ancora il regno d’Etruria; e la regina Luigia, repugnante da

Napoleone e come borbonica e come devota, lasciava che merci coloniali

e manifatture inglesi, coperte dalla bandiera americana, affluissero a

Livorno, donde si propagavano ai mercati di Roma, di Napoli, dell’alta

Italia, anzi sin alla fiera di Lipsia. Napoleone non volle soffrire

questa disobbedienza, e ordinò al generale Miollis di marciare sopra

Firenze, indi a Livorno, e sorprendervi le merci inglesi; poi col

trattato di Fontainebleau (1807 30 agosto) assegnava le provincie

settentrionali del Portogallo in cambio dell’Etruria, la quale

veniva riunita alla Francia, e divisa nei dipartimenti dell’Arno, del

Mediterraneo, dell’Ombrone.

La pia donna neppure udienza potè avere da Napoleone a Bajona; fu

lasciata prendere e ammobigliare una casa a Passy; poi quando montava

in carrozza per condurvisi, un uffiziale la impedisce; le vengono

assegnate quattrocentomila lire, ma le si stentano, e le sono usate

cento soperchierie. Domanda di passare a Parma suo dominio, e n’ottiene

promessa, poi invece la fermarono a Nizza. Dopo spossessati i reali

di Spagna, mandò a Londra alcuno per far valere le proprie ragioni:

ma il duca di Rovigo ministro di polizia arrestò Francesco Sassi della

Tosa e Ghifenti di Livorno, e come colpevoli di tale incarico, li fece

condannare a morte, eseguita sul Ghifenti; la regina come rea d’aver

tentato fuggire, venne chiusa nel convento de’ santi Domenico e Sisto a

Roma colla figliuola; Miollis le fece levare sin i giojelli, le assegnò

duemila cinquecento lire al mese, e sol qualche volta lasciavale

vedere il figliuolo alla presenza di testimonj. Ella scrisse le proprie

memorie.

Menou, soldataccio d’Egitto che aveva sistemato alla peggio il

Piemonte, fu messo a regolare la Toscana, temperato è vero da una

giunta di buone persone, fra cui il Degerando, che i severi ordini

imperiali moderava alla mitezza toscana: ma il peggior male di quei

tempi era l’incessante cangiare d’ordini e padroni pel talento d’un

solo, trattandosi le nazioni come fattorie, gli uomini come armenti. In

fatti ben presto un senatoconsulto (5 marzo 1809) erige i dipartimenti

toscani in dignità dell’impero, col titolo di granducato, investendone

Elisa sorella di Napoleone, alla quale parea scarso il principato di

Lucca e Piombino; la lingua italica possa adoprarsi promiscuamente alla

francese negli atti; cinquecento napoleoni ogni anno siano premio agli

autori, le cui opere meglio contribuiscano alla purezza della lingua; a

custodire la quale fu rinnovata l’Accademia della Crusca[75].

Allora si videro, contro gli usi leopoldini, inceppata la

circolazione delle merci, del frumento, del vino, fissati i prezzi

delle vittovaglie, posti nuovi balzelli, introdotta la coscrizione;

insieme si portarono via altri quadri[76], i codici e la tipografia

orientale. Pure vennero favorite la coltura del gelso e le manifatture

delle berrette a Prato, degli alabastri a Volterra, dei coralli a

Pisa e Livorno, de’ cappelli di paglia a Firenze; i beni tolti alla

corporazione servirono a spegnere il debito del Monte Comune; il

codice napoleone emendò molti abusi del leopoldino. Non pochi Toscani

furono chiamai a Parigi in uffizj, e principalmente don Neri Corsini

consigliere di Stato, e Vittorio Fossombroni senatore. I dicasteri

corrispondevano direttamente col ministero di Parigi; talchè la

granduchessa Elisa, non figurando se non nelle pompe, e vedendo alle

sue proposizioni non darsi retta a Parigi, si limitava a sfoggiare in

lusso e in beneficenze.

La più nobile creazione di Buonaparte fu il regno d’Italia. Già nella

pace di Presburgo aumentato di vastissimo territorio e dell’Adriatico,

nel 1808 vi furono annesse le legazioni di Romagna, a’ cui deputati

in Parigi Napoleone diceva: — Gli ecclesiastici regolino il culto e

l’anima, insegnino teologia, e basta. Italia scadde dacchè i preti

pretesero governarla. Sono contento del mio clero d’Italia e Francia;

ma se ne’ vostri paesi qualche fanatico od ambizioso volesse valersi

dell’ingerenza spirituale per turbare i popoli, io saprò reprimerlo».

Dalla Baviera si fe cedere il Tirolo meridionale, e col nome di

dipartimento dell’alto Adige lo congiunse al _bello italo regno_,

che così, oltre l’antico Stato di Milano, comprendeva il Novarese,

la Lomellina, il Vigevanasco tolti al Piemonte, la Valtellina con

Chiavenna e Bormio tolte ai Grigioni, il Bergamasco, il Bresciano, la

riviera di Salò, il Veronese, il Polesine di Rovigo, il Vicentino, il

Padovano, il Veneto, il Friuli, il Trevisano, il Cadorino, il Feltrino,

il Bellunese tolti a Venezia, il Tirolo meridionale, cioè Roveredo,

Trento e Bolzano; e Reggio, Correggio, Novellara, Guastalla, Modena,

Mirandola, Carpi, il Frignano, parte della Lunigiana, le legazioni

di Ferrara, Bologna, l’Emilia, la marca d’Ancona, il ducato d’Urbino,

Macerata, Camerino, gli Stati liberi di Sanseverino, Fabriano, Loreto,

Sassoferrato, parte del Perugino, i Governi di Fermo e d’Ascoli,

la presidenza di Montaldo. Formavano ventiquattro dipartimenti[77]

suddivisi in distretti, e questi in cantoni; contenendo 2303 Comuni con

settantanove città, sei milioni e mezzo d’abitanti sulla superficie di

83,447 miglia quadrate. Ed erano de’ più grati e varj paesi d’Italia,

con laute pianure e boscose montagne, con gelsi e castani, abeti e

ulivi, praterie e risi, miniere d’ogni metallo, acque medicinali, vene

di marmi, coi bei fiumi Po, Adige, Mincio, Ticino, Adda, Reno, coi

laghi alpini, con stupendi canali e irrigue derivazioni. Il vicerè

Eugenio, al quale l’imperatore avea data, anzi imposta per moglie

una principessa di Baviera, tanto bella quanto savia[78], aprendo

il senato consulente (1807 1 aprile), si congratulava che, invece di

tanti staterelli senza coesione nè forza, vi fosse oggimai una nazione

italiana d’un medesimo spirito, sotto il medesimo scettro.

Quando mai la speranza d’unità entrò più ragionevolmente negl’Italiani?

I quali allora imparavano a congiungere il rispetto alla legge

coll’amore della rivoluzione. Cancellati 18 secoli di storia, la

federazione soccombeva alla dittatura francese: per tutta Italia

uniformità di leggi, di codici, di idee; la vanità conducea gli

aristocratici nelle anticamere dei villani rivestiti, e la perdita

delle libertà era compensata dal trionfo dell’eguaglianza. Ma tutto ciò

era dato, non acquistato; Napoleone considerava il paese nostro come

consacrato al meglio della Francia, l’accresceva o mozzava a volontà,

costituiva e disfaceva signorie, pur sempre lasciando sperare che, alla

nascita d’un secondo figlio, assicurerebbe l’indipendenza italiana[79].

Il Governo napoleonico si bilicava tra l’eguaglianza civile che

accordavalo colla democrazia, e la gradazione gerarchica che secondava

le idee d’ordine e stabilità. Il capo supremo dello Stato, eletto dal

popolo, rappresentante della nazione, unico potere ereditario; tutti

gli impieghi e le dignità eletti da lui secondo il merito. Il vicerè

comandava l’esercito e la guardia nazionale, nominava agl’impieghi

fino al viceprefetto e al tenente, e presedeva al consiglio di Stato

e ai lavori de’ ministri; godeva estesi poteri, ma sempre legati alla

sovrana volontà. Seguivangli le gran dignità, fra cui contavansi gli

arcivescovi di Milano, Venezia, Ferrara, Bologna; tutto disposto

per lo splendor della Corona che doveva imitare la francese, ad

essa appartenevano due palazzi di Milano, quelli di Monza, Mantova,

Modena, Venezia, quelli dei Bargnani a Brescia, dei Caprara a Bologna,

dei Pisani a Stra, con larghe caccie riservate, massime ne’ boschi

del Ticino e nel parco di Monza, ampliato pel giro di tredicimila

metri[80]. Oltre la guardia d’onore e i veliti, una folla di cortigiani

dovevano prestare servizio alla persona del vicerè, e di sua moglie;

ventotto ciambellani, ventiquattro dame, dodici scudieri, sedici

paggi dipendevano dal gran maggiordomo e dai prefetti di palazzo, e

si godeva contarvi i nomi de’ Cicogna, de’ Serbelloni, de’ Trivulzj,

dei Borromeo, dei Bentivoglio, dei Frangipane, dei Visconti, dei

Montecuccoli, dei Mocenigo, dei Michiel, dei Gradenigo, dei Martinengo.

Modificando alla monarchia lo statuto, il corpo dei consultori fu

convertito in senato consulente, che dovea votare sopra gli statuti, le

leggi, l’operare de’ ministri, i bisogni della nazione, gli abusi della

libertà civile: e in esso raccoglieansi gli uomini insigni, a pompa non

a temperamento, nè tampoco a consiglio, giacchè nessuna libera sentenza

v’era ascoltata. Il corpo legislativo di giuniori ed anziani dovea

votare alla muta; ed una volta essendosi avventurato a qualche appunto

sopra la nuova legge del registro, Napoleone si stizzì contro questi

poltroni[81], e al Taverna presidente scrisse da Boulogne l’agosto

del 1805: — Le assicurazioni devote del corpo legislativo viepiù

gradisco, quanto la sua condotta mi mostrò che non camminava nella

mia direzione. Io mi servo delle cognizioni de’ corpi intermediarj,

ogniqualvolta tendano dov’io; qualora nelle deliberazioni porteranno

spirito di fazione o turbolenza, o intenti contrarj a’ miei, non

coglieranno che vergogna, perchè loro malgrado io compirò quello che mi

parrà necessario all’andamento del mio Governo, e alla grande idea di

ricostituire e illustrare il regno d’Italia». Pure il corpo legislativo

potea porre qualche limite all’arbitrio dei ministri; onde fu abolito

non per decreto, ma unicamente col depennare nel bilancio le spese che

lo concerneano: e gl’Italiani poterono chiarirsi che erano meri nomi la

costituzione, il tribunato e i censori di quella[82]; tutto riduceasi

ai decreti di Napoleone e del vicerè.

Il consiglio di Stato discuteva le leggi, il culto, gli affari interni,

le finanze, la guerra, la marina. Dai ministri restavano indipendenti

le direzioni dell’insegnamento, delle pubbliche costruzioni,

dell’amministrazione comunale e la Polizia. L’amministrazione era

affidata a prefetti e viceprefetti, con esteso arbitrio. Ai Comuni

maggiori presedevano un podestà triennale, e sei o quattro savj: ai

minori un sindaco annuo e due decani. Due volte l’anno s’accoglievano

i consigli comunali pel conto da discutere o da approvare. Il re

poteva convocare il consiglio dipartimentale di trenta o quaranta

membri: uno di undici possessori per ogni distretto determinava

ciascun anno la sovrimposta. In ciascun dipartimento i collegi

elettorali di possidenti, dotti, negozianti proponeano al Governo i

membri del consiglio generale e i giudici di pace, i quali risolveano

le controversie d’azione personale, o di cose mobili, o di polizia

giudiziaria. I giudizj erano resi da una corte civile e criminale con

dibattimenti pubblici, da cinque corti d’appello, oltre la cassazione

che vegliava l’esatta applicazione delle leggi, non decidendo sui fatti

particolari ma sulle sentenze dei tribunali. Nel Monte Napoleone fu

consolidato il debito pubblico: l’unità di pesi e misure fu almeno

decretata.

Quando l’Europa ammutoliva davanti al Massimo, che in tre giorni aveva

abbattuto a Jena il regno di Prussia, e ad Eylau sconfitto il russo ed

obbligatolo alla pace di Tilsitt, anche l’Italia mandò il patriarca di

Venezia a ringraziare Napoleone della pace e della felicità procurata,

e supplicarlo di beare di sua visita l’Italia, per lui viva, per

lui diva. Venne in fatti (1807 7bre), e viaggiando interrogava, ma

voleva risposte pronte come l’obbedienza; vere o no, poco importava: e

quegli sguardi fulminei, e quell’affollamento soverchiatore di domande

confondevano chi volesse riflettere prima di rispondere: in ogni

provincia e città informavasi dei bisogni, e dava ordini e decreti,

poco brigandosi poi dell’esecuzione. Ora ad una gran dama chiedeva se

fosse la moglie di quell’appaltatore arricchito; or a un’altra se quel

che l’accompagnava era il marito o l’amico di casa; ora quanti figli

maschi avesse, quasi nelle viscere materne cercasse soldati.

Raccolti i collegi elettorali, si congratulò dei progressi che in

tre anni si erano fatti, molto però rimanere per cancellare le colpe

degli avi, le cui intestine divisioni e il miserabile egoismo di città

affrettarono la perdita dei diritti; considerassero i Francesi come

fratelli maggiori, e vedessero la sorgente e l’assicurazione della loro

prosperità nell’unione della corona di ferro coll’imperiale. Queste

lezioni ci dava. Insieme aspreggiò il Taverna presidente al consiglio

legislativo, perchè gli si presentò in piccolo uniforme; domandò al

ministro Spanocchi quanto si spendesse nella giustizia, e uditolo,

esclamò, — Troppo»; e avendo quegli soggiunto, — Spende ben più il

ministro della guerra, — Imbecille!» proruppe Napoleone, voltandogli le

spalle, e nominò a succedergli il Luosi.

Consultati Romagnosi a Piacenza, Renazzi a Roma, Paolini a Pistoja,

Cremani a Pisa, fu compilato un codice penale, e sottoposto all’esame

delle varie corti di giustizia; ma dopo lunghi lavori, Napoleone che

non sapeva aspettare, e che aveva mandato il senatore Abrial per

organizzare la giustizia in due mesi, ordinò si attuasse qui pure

il Francese, ove fa sentirsi la fierezza d’un Governo che esce da

sanguinosa rivoluzione. Anche il codice di commercio fu traduzione

del francese. Romagnosi «con altri giureconsulti pieni di dottrina e

d’amore pel bene degli uomini e per la gloria del Governo italico[83],

fu chiamato a compilare un codice di procedura che il francese mitigava

con opportune cautele; e benchè non si avessero i giurati, la difesa

pubblica fin per delitti di Stato temperava l’atrocità di quello, e

formò prolissi parlatori anzichè oratori, se giudichiamo dalle arringhe

messe a stampa.

Era dunque il regno un’edizione dell’impero, non governato da

Italiani, sibbene per mezzo d’Italiani: ma quella operosità allettava o

sbalordiva i popoli, che soffrivano di sentirsi dire tralignati perchè

egli prometteva di restaurare le prische virtù; vedeano alle speranze

e alle ambizioni aperto un campo; credevano men duro l’obbedire a colui

che vinceva al Nilo come alla Vistola, al Tago come al Reno.

Al pari d’Augusto voleva egli favorire il sapere, purchè gli stesse

ligio. Abolite le fraterie eccetto le suore della Visitazione, e

ridotto l’insegnamento a libri e a lezioni uniformi, ne’ collegi e nei

licei la gioventù nostra era allevata per farne soldati. Napoleone,

che sapeva quanto importi recarsi tutta in mano l’educazione, raccolse

a Parigi circa settecento giovani di ragguardevoli famiglie, di cui

cenventisei erano dei dipartimenti italiani; semenzajo d’uffiziali e

d’impiegati, e insieme ostaggi: altri vi chiamò per istruirli nelle

arti meccaniche. Secondo il decreto della repubblica italiana si

mantenevano a Roma dodici allievi a studiare belle arti; le favorivano

le accademie di Milano, Bologna, Venezia, che colle spoglie de’

monasteri formavano gallerie. Un Istituto nazionale aveva attribuzioni

effettive, invece di starsi a sbadigliare dissertazioni o mandare

diplomi alle accorte mediocrità. Intanto operavasi ad abbellire le

città: a Verona si sgombrarono l’Arena e l’arco de’ Gavj e de’ Borsari;

a Milano si finì la facciata del Duomo, assegnandovi cinque milioni

sulle proprietà di quello vendute; si spianò il Foro Buonaparte,

ideando trasportarvi tutti gli stabilimenti pubblici e dicasteri, il

che avrebbe sostituito una nuova alla città storica; e Antolini n’avea

preparato il disegno tutto classico, ma non si fece che l’Arena, e

si cominciò il magnifico arco del Sempione, che dovea poi portare

il nome e i fasti de’ suoi nemici. Il Foppone vi era destinato ai

cenotafj degli uomini illustri: si aprì la strada di circonvallazione;

si fecero le porte Nuova e Marengo; s’istituì una scuola di musaici

per eternare la deperente Cena di Leonardo, ch’erasi fatta copiare da

Giuseppe Bossi; si commise a Fidanza di ritrarre tutti i porti del

regno, ad Andrea Appiani di dipingere il palazzo reale e trentamila

franchi per far incidere i suoi disegni della campagna d’Italia: si

allogarono a Canova il Teseo per ornare la piazza reale e una statua

dell’imperatore[84].

Nel palazzo di Venezia, Moro, Borsaio, Bertolani, Demin, Giani, Hayez

ingegnavansi di emulare i grandi che aveano decorato le sale della

repubblica: dal Beltrami di Cremona Napoleone faceva intagliare

in un’agata il proprio ritratto, e Giuseppina in sedici corniole

bionde la storia di Psiche, altri lavori Eugenio, e per imitazione

i cortigiani; a Thorwaldsen fu commesso un gran bassorilievo del

trionfo d’Alessandro pel palazzo Quirinale; ad Amici di lavorare

nelle fonderie di Pavia uno specchio riflettore di cinque piedi di

diametro. Napoleone assegnò ottomila lire ad Oriani, tremila a Volta,

il quale volle andasse ad esporre la sua grande scoperta all’Istituto

di Francia: nelle Università collocava uomini illustri, istituiva

anche cattedre speciali, come a Milano quelle di letteratura per Salti,

d’ostetricia pel Giani, di chimica pel Porati, d’alta legislazione pel

Romagnosi, ove dare cognizioni di fatto e di ragione per norma alla

legislatura e all’amministrazione pubblica: nel senato annicchiava i

più rinomati, e ne ornava il petto colla corona di ferro e la stella

d’onore. Il reggiano Luigi Lamberti grecista e bibliomano riceveva

dodicimila lire per la magnifica edizione bodoniana di Omero; Strático,

autore d’un dizionario di marina, sopraintendeva alle acque e strade;

il repubblicano Compagnoni redigeva i protocolli del consiglio di

Stato; quelli del senato Luigi Mabil parigino, divenuto diligente

scrittore italiano; all’Accademia di belle arti era segretario lo

Zanoja, all’Istituto Luigi Bossi; Gherardini compilava la gazzetta;

Onofrio Taglioni di Bagnocavallo pubblicava il _Codice Napoleone col

confronto delle leggi romane_; Melchior Gioja presso il ministero

dell’interno ammassava la statistica di ciascun dipartimento; il

fiorentino matematico Brunacci, lavorava al naviglio di Pavia, e

meglio l’ingegnere Parea; Giovanni Rasori, negli ospedali militari

e come protomedico, diffondea la dottrina del controstimolo; il

Testa di Ferrara, autore dell’opera _Sulle malattie del cuore_, fu

direttore generale degli ospedali; Marzari intraprendeva la descrizione

geologica del Vicentino, del Bergamasco e de’ colli Euganei;

Breislak, amministratore delle polveri, quella del Milanese; Brocchi

sopraintendeva alle miniere, Gautieri ai boschi, Mengotti alle finanze

e Cossali alle acque e strade del Veneto: Oriani misurava l’arco

meridiano fra Rimini e Roma; nelle scuole militari insegnavano Collalto

e Caccianini[85], in quella dei paggi Urbano Lampredi ellenista;

Longhi incideva Napoleone ad Arcole e il ritratto del vicerè con

mirabili piume; una compagnia drammatica reale, diretta da Fabrichesi,

atteggiava le migliori commedie e tragedie; Bonifazio Asioli da

Correggio dirigeva il conservatorio di musica; Salvatore Viganò facea

stupire cogli epici suoi balli, come Rossini colle strepitose armonie.

Era ministro della giustizia Luosi, destro modenese, di molta sapienza

legale e sostenitore dello stretto diritto; segretario di Stato

Aldini, che come professore a Bologna aveva acquistato nome di valente

giurista; Moscati, esperto chimico, presedeva all’istruzione pubblica;

alle acque e strade Paradisi reggiano[86], figlio di Agostino poeta,

e scrittore felice egli stesso, che avventatosi de’ primi nella

rivoluzione, si costituì mecenate degli scrittori liberali, favorì

Buonaparte a diventare re, e ne fu fatto conte e gran dignitario; e

adempiva la raccomandazione ch’e’ solea fare a ministri e ambasciatori

— Tenete buona tavola e mostratevi garbati colle donne». In fatto alle

sue cene adunavasi quanto v’avea d’eletto nel regno, e vi si tesseano

gli intrighi letterarj a favore delle mediocrità e a depressione di chi

osasse tenersi indipendente.

Vi primeggiava Vincenzo Monti da Fusignano, poeta de’ migliori fra

l’antica scuola, finchè gli avvenimenti nol tolsero dai soggetti

arcadici per lanciarlo nell’attualità, donde trasse e gloria e

disonore, perchè, invece di signoreggiare gli eventi col carattere,

vi si abbandonò. Sul trucidato Bassville fece un poema, ove conducea

l’ombra di questo a vedere i _mali e gl’infiniti guaj_ di Francia,

bestemmiando i capi di quella, già solcati dal fulmine di Dio. Francia

invece trionfa, improvvisa repubbliche nell’alta Italia, donde violenti

sarcasmi sono avventati al cantore della tirannide; ed egli, più

insofferente degli emuli nel proprio paese che pauroso de’ nemici

nell’altrui, viene nella Cisalpina, e di sua conversione dà prova in

articoli e canzoni, spiranti esagerazione feroce. Un’ode, ove impreca

al «sangue del vile Capeto, succhiato alle vene dei figli di Francia

che il crudo tradì», rimarrà immortale quanto il poema in cui lo

deplora come il «re più grande, il re più mite».

Dalla morte del matematico Mascheroni deduce un altro poema a strazio

dei Bruti e dei Licurghi della repubblica Cisalpina, allorchè questa

perisce, va esule e trae nuovi spettri a bestemmiare quel Direttorio

che non soccorre la diroccante Italia; inneggia la vittoria di Marengo,

assicurando che il giardino di natura non è pei Barbari, e che dove è

Buonaparte son vittoria e libertà. Questo Buonaparte ch’egli salutava

«rivale di Giove perchè rivali in terra non poteva avere», numera le

vittorie coi giorni, e il Monti le canta, invocando che Giove lo assuma

tardi ai meritati onori dell’Olimpo: appena si accorge che Buonaparte

aspira alla corona, glielo fa consigliare da Dante, benchè sapesse che

tutt’altro era il voto della nazione[87]; e ne ebbe una tabacchiera

d’oro, cinquemila franchi, la croce di cavaliere e titolo e pensione di

storiografo. In tale qualità applaudiva ad ogni avvenimento di quella

Corte, colla _Jerogamia di Creta_ alle nozze di Napoleone, colle _Api

Panacridi_ al figlio che ne nacque, colla _Spada di Federico_ e col

_Bardo della selva nera_ alle vittorie, ammantando l’adulazione con

isfolgorante mitologia, interrotta da comparse di ombre, e avventando

all’Inghilterra imprecazioni ch’erano parte necessaria dell’adulazione.

E l’adulazione era profusa da una letteratura obbligata a fare

l’esercizio e presentare l’arme; sicchè nè feste sacre, nè gioje

private, nè discorsi d’accademia o di scuola poteano passare senza

incensi al regnante e ai ministri. Quirico Viviani preparava canzoni,

con cui i coscritti dovessero esalare un entusiasmo che non provavano;

applaudivano all’eroe il dilombato poeta Luigi Cerretti reggiano, e

il didascalico Arici, e Perticari, e Carlo Porta, e Angelo Mazza,

e l’improvvisatore Gagliuffi, e Bettinelli, e Paolo Costa; Gianni

era improvvisatore imperiale con seimila lire l’anno; Sgricci facea

stupire coll’improvvisare tragedie, ajutato da bella voce e mirabile

pronunzia[88]. Bottazzi traduceva in latino le adulazioni del Monti,

e sino il Codice fu voltato in esametri: Stefano Petroni napoletano

fece la _Napoleonide_, con cento medaglie emblematiche, illustrate

da altrettante odi: e l’adulazione non parea avere bastanti formole a

lodarlo, neppure chiamandolo Dio[89]. Scriveva il _Giornale italiano_

un Guillon lionese, che avendo parlato contro Fouché, fu messo

prigione, poi relegato in Italia, ove gl’Italiani dichiarava inetti

alla filosofia, alla tattica, alla poesia, alla musica, e li esortava

a scrivere piuttosto in francese; laonde si credette o si finse di

credere fosse incaricato dall’alto di preparare ad introdurre quella

lingua negli atti. V’avea commedia francese stipendiata; in francese

usavasi la conversazione, perchè così alla Corte: riconosceansi come

invenzione o introduzione francese istituti, franchigie, garanzie che

da un pezzo erano in vigore fra noi, con nome e forme nazionali.

Non sempre le adulazioni erano viltà, giacchè l’uomo si compiace

d’ingrandire quello cui è sottomesso, quasi a scusa del suo obbedirgli;

ma guaj a chi osasse non incensare e conservare il silenzio! Un

giornalista Lattanzio, che non lasciò contro al Paradisi, avventò

i _Costumi della rivoluzione_, avendo presagito le ambizioni

napoleoniche, fu posto nei pazzarelli. Ebbe gli arresti Giambattista

Giovio, perchè si credette peggiorativo il termine di _fetuccia_ da lui

dato alla decorazione della corona ferrea. Alcuni versi di Ugo Foscolo

nell’_Ajace_, ove deplorava l’avere tratto tanta gioventù a «giacersi

in esule tomba e vivere devota a morte», fecero proibire quella

tragedia, punire il censore, e relegare l’autore in Toscana[90]. Avendo

il Lampredi criticato un elogio funebre del Compagnoni, gli si intimò

non censurasse opere d’impiegati regj. Il capitano Ceroni per avere

poetato sull’indipendenza italiana, fu messo agli arresti[91]; involto

nella disgrazia sua il generale di brigata Tullié, credutone complice.

Chi non volesse lasciarsi schiacciare dalla forza, era schiacciato

dall’opinione, atteggiata nei circoli de’ ministri, nei caffè, nei

ridotti, nelle loggie massoniche, nelle consorterie letterarie.

Per verità, distrutto tutto il passato, a chi non volesse accettare la

rivoluzione, non restava che di rimpiangere e isolarsi: trista figura

in una società gaudente, nella quale invece esultavano abbondanzieri

impinguati sulle forniture militari, ricchi improvvisati colle spoglie

di luoghi pii, bagasce pompeggianti. Le loggie dei Franchimuratori

erano divenute stromento di Governo, e basti dire che Giuseppe

Buonaparte era granmaestro dell’ordine; granmaestro aggiunto Murat;

Beauharnais venerabile nella loggia di Sant’Eugenio, poi granmaestro

in quella di Milano, e sovrano commendatore del supremo consiglio

del trentesimosecondo grado; i ministri e primarj impiegati del regno

v’erano ascritti; e impieghi e onori si distribuivano a suggestione

della società.

Insomma adopravasi ogn’arte per illudere l’opinione; e per verità

non tutto era illusione. Ingegneri francesi lavoravano la via del

Moncenisio, e con italiani quella del Sempione, sulla cui galleria fu

scolpito _Al re italico_, si cominciò la via della Cornice tra Genova

e Nizza; Carlo Mallet gittò un ponte sul Po a Torino; si apersero

due strade dal Veneto al Tirolo; altre nell’Alpi e negli Appennini,

oltre le comunicazioni interne. Il canale di Bologna accorciò di venti

miglia il corso del Reno, e dopo Cento lo immetteva nel Po; quel di

Pavia congiunse il lago di Como e il Maggiore coll’Adriatico; se ne

progettò uno dal lago d’Iseo a Canneto che metterebbe in comunicazione

la valle Camonica col mare; quello del Mincio univa i laghi di Garda

e di Mantova; e un più grandioso fu divisato dal conte di Chabrol

fra Alessandria e Savona, valendosi del Tánaro e della Bormida per

congiungere l’Adriatico al Mediterraneo. Prony e Sganzin ebbero ad

esaminare i porti di Venezia, di Ancona, di Pola, di Ragusi; uno

ne fu costruito a Genova; il golfo della Spezia dovea divenire un

porto immenso, spendendosi venti milioni pei lavori di difesa, cinque

per fare la nuova città, uno pe’ sei cantieri. Insomma dal 1805 al

14 in opere nuove e manutenzione il ministero dell’interno erogò

settantacinque milioni[92].

Tutto poi che faceasi in Francia s’imitava qui pure, onde avemmo

gabinetto numismatico e conservatorio di musica; educandati femminili

a Milano, Verona, Bologna; scuola di veterinaria, d’acque e strade,

di genio militare, d’equitazione, di sordimuti; un’Accademia agraria

e un liceo in ciascun dipartimento, ove alla futile letteratura[93]

surrogavansi cattedre di storia e d’istituzioni civili, con solennità

d’esami e pubblicità di premj, il cui più ambito effetto era

l’esenzione dalla coscrizione: le Università di Padova, Pavia, Bologna

fiorivano. Una stamperia reale fu eretta a Milano. Un magistrato

presedeva alla salute pubblica, e si provvide alle tumulazioni

intempestive o insalubri, all’innesto del vaccino, alle quarantene.

Noi diligenze e messaggerie, noi telegrafi, noi case d’industria pei

poveri, noi case di correzione e prigioni migliorate, noi pompieri, noi

annue esposizioni e premj d’arti belle e d’industria. All’agricoltura

si dava pensiero fondando scuole, sistemando la custodia delle selve,

ordinando la vendita de’ beni comunali, ponendo a Monza un piantonajo.

Gautieri scrisse sui boschi, Re sull’agricoltura, Dandolo sui vini

e sui bachi da seta, Mabil sui giardini e su altri punti agricoli;

incoraggiavasi la coltura del colsa, della patata, del lino, delle

api, e chi cavasse zuccaro dall’uva o dalla barbabietola, coltivasse

il cotone, o facesse macchine per filare questo o il lino o la

canapa. Il toscano Morosi, dopo mandato a vedere i migliori opificj

stranieri, piantò la prima filatura di cotone, regolò la manifattura

de’ tabacchi, la polveriera a Lambrate, la fabbrica di falci a Castro,

e principalmente le zecche di Venezia, Milano, Bologna, ove si coniava

con macchine sue e di Gengembre. Si munirono Genova, le lagune venete,

e Ancona; Alessandria dovea congiungersi con Milano, Tortona, Torino,

formando una base alle operazioni militari, e un ricovero all’esercito

e alle provvigioni, in caso che dovessero aspettarsi rinforzi da

Francia. Tutto questo ed altro faceasi in tempo d’agitazione, fra

concatenate guerre, fra insaziabile smania di nuovi acquisti.

La rivoluzione, quantunque fra noi trapiantata, non isviluppatasi nè

maturata da lunghe lotte e da passi successivi e spontanei come in

Francia, avea tuttavia diffuso molto di vero, di giusto, di generoso,

di conforme ai tempi; dal cicisbeismo e dalle frascherie gl’ingegni

furono richiamati ad occupazioni serie, agl’impieghi, al militare, al

genio; nei consigli di Stato, nelle pubbliche arringhe rinnovavasi

l’eloquenza politica: e una Corte fastosa, ministri magnifici,

ambasciadori, istituto nazionale, scuole speciali, pompe frequenti,

fabbriche grandiose orgogliarono Milano d’una prosperità di parata.

Ma troppo sentivasi come e popoli e principi non fossero che stromenti

di Napoleone[94]. Egli erasi riservato sul regno d’Italia la somma

di venticinque, poi trenta milioni per l’esercito; sei milioni erano

dotazione della Corona, oltre i dominj particolari e pubblici; un

milione pel vicerè, al quale pure destinava il ducato di Francoforte;

le provincie di Dalmazia, Istria, Friuli, Cadore, Belluno, Conegliano,

Treviso, Feltre, Bassano, Vicenza, Padova, Rovigo rimaneano feudi

dell’impero francese, e col titolo di ducati l’imperatore le assegnò

a suoi generali col quindicesimo della rendita di esse; oltre che

l’imperatore vi si riservava quaranta altri milioni di fondi nazionali

per l’uso stesso. Era un ritorno ai tempi del più servile feudalismo,

alla brutale investitura della spada, alla differenza delle terre, e

sviliva il suolo della nostra patria, facendola vassalla de’ Francesi.

Fino i maggioraschi furono rimessi in vigore, e il titolo di barone;

nuove lusinghe agli ambiziosi e mangiapane, scandalo ai liberali,

che vedeano rinascere quelle aristocrazie che le nostre repubbliche

aveano distrutte, e l’oppressione essere conseguenza della uniformità

alla parigina. Titolati, ciambellani, consiglieri di Stato, ministri

e loro attaccati predicavano la beatitudine del tempo[95]: ma tutto

era un’imitazione o contraffazione della Francia la cui tirannica

e instabile uniformità trovavasi imposta a tanti paesi di vita e

carattere proprio; tutto sentiva della prepotenza soldatesca; quella

suddivisione in tanti dipartimenti[96] cagionava una profusione

d’impiegati e di spese; i prefetti erano piccoli sovrani: del che

Napoleone non sa giustificarsi se non collo stato di guerra che

sempre durò. Continuavasi anche ad asportare capi d’arte: e Venezia,

a cui gli Austriaci nel 1805, emulando Napoleone, aveano tolto alcuni

manoscritti, fra’ quali i Diarj del Sanuto, libri e quadri dovette dare

al museo Napoleone[97]; altri le gallerie di Milano e Bologna. Nè dopo

la consulta di Lione si trattò più politicamente dell’Italia, ma solo

degl’interessi della dinastia; e Napoleone scriveva al vicerè: «I miei

popoli d’Italia mi conoscono abbastanza per non dimenticare che il mio

dito mignolo ne sa più che tutte le loro teste»[98].

Quasi presentendo la breve durata, ogni cosa faceasi a precipizio

e coll’aspetto di rivoluzione, il che portava a mille arbitrj. Più

disgustavano le enormi imposte e i modi d’esazione spesso aspri, talora

assurdi; i salnitraj entravano in qualunque casa a raccogliere il

nitro; si moltiplicarono le estrazioni del lotto; il registro colpiva

le proprietà ad ogni trapasso. La taglia prediale, per la sola parte

dell’erario importò denari settantuno e mezzo per scudo nel 1799,

novantadue nel 1800, quarantotto nel 1802, quarantanove ne’ successivi,

sessantuno nel 1805 e 6: inoltre più che duplicate le imposte comunali,

per modo che nel 1811 la fondiaria gittò all’erario 51,581,130 lire,

oltre 4,561,024 di parte dipartimentale, e 10,036,968 di comunale.

Il dazio consumo nel 1805 fruttava lire 8,116,117; nel 1811 quindici

milioni pei Comuni murati, e sette milioni per gli aperti: e non

bastando al crescente preventivo, che negli ultimi anni sommò a

cenquarantaquattro milioni, si ricorse al tristo spediente delle

anticipazioni[99].

Ciascun ministro smaniava di presentare floridissimo il suo

dipartimento, e collo spendere faceansi ammirare, mentre gl’imbarazzi

e l’esecrazione ricadeano su quel di finanza. Giuseppe Prina avvocato

di Novara, al re di Piemonte soprattutto inculcava l’alienazione dei

beni ecclesiastici; poi venuta la rivoluzione e posto nel Governo

piemontese, avea suggerito a Napoleone di staccarne il Novarese:

questi, conosciutolo secondo il suo cuore, lo costituì ministro

delle finanze. Tutto spedienti per soddisfare le crescenti esigenze

dell’imperatore, non badava a reclami di popoli e di magistrati: scarso

d’inventiva, non faceva quasi che tradurre in italiano le ordinanze

francesi, e nel consiglio di Stato le sostenea coll’unica ragione

che venivano di Francia: insensibile a ogni cosa fuorchè ai premj del

sovrano, al quale non offriva mai i lamenti de’ popoli, ma gli applausi

degl’impiegati, sapeva disporre i conti discussi con tal arte, da

mostrare un non credibile fiore[100].

Napoleone, inebriato dagl’incensi di tutta l’Europa che stavagli

a’ piedi, più s’indignava che l’Inghilterra osasse resistergli, ed

esercitasse sul mare quella potenza ch’egli per terra. Risolse dunque

imporre a tutta Europa (1807 xbre) che non ricevesse più nave nè merce

d’Inghilterra, sicchè, non trovando più spacci alle sue manifatture

e ai prodotti delle sue colonie, questa morisse di fame. Da Berlino

prima, poi più estesamente da Milano emana quel decreto terribile;

sia prigione di guerra ogni Inglese; di buona presa qualunque

nave, merce, proprietà, magazzino di essi che venga côlto in paesi

occupati; respinto ogni bastimento proveniente da porti britannici;

non rispettato il vascello neutro che avesse subìto la visita inglese,

il che impedendo le navigazioni dei neutri, diede l’ultimo colpo al

commercio.

Gli uomini dovranno dunque condannarsi a privazioni insopportabili, i

re spiegare un’assolutezza che non tutti hanno nè tutti vogliono usare;

roghi accendonsi per ardere le derrate delle colonie, e le manifatture

della _perfida_ Albione: poi si vuol trarne guadagno col permettere

alcuna parziale introduzione a chi paghi il cinquanta per cento al

demanio imperiale; o si danno licenze particolari che mantellano il

contrabbando, sicchè l’onesto negoziante va in ruina, mentre sterminate

fortune fanno gli audaci. Allora si comminano dieci anni di lavori

forzati e la berlina e il marchio ai frodatori; e l’enormità della pena

fa che i giudici studiino di non trovare il delitto, benchè i delatori

di professione crescessero e lucrassero fino quindicimila lire l’anno.

Saccheggio, confisca, spionaggio ne conseguono in tutta Europa; violati

magazzini e lettere; spente le città trafficanti; reso necessario un

despotismo, qual neppure negl’impeti del Terrore; necessarie nuove

guerre per avere in dominio o in dipendenza tutte le coste dall’Olanda

alle Jonie.

Di qui lamenti e resistenze dappertutto; chiunque sente bisogno di

caffè, di zuccaro, di china, di cotone maledice all’imperatore: le arti

mancano di molti ingredienti e materie prime; il circondario confinante

era sottoposto a interminabili vessazioni; la coltivazione del nostro

canape restò per sempre rovinata, cercandolo altrove gl’Inglesi e gli

Olandesi; il commercio, che ha bisogno della stabilità, barcollava fra

sempre cambiati regolamenti; era un lusso la biancheria di tela cotone,

il prendere il caffè o la cioccolata, e i gelati che sono una necessità

ne’ meridionali; e intanto sulle piazze vedeansi bruciare balle di

merci inglesi, impinguare contrabbandieri. Con questo errore economico

Napoleone si pregiudicò più che con qualunque errore politico; giacchè

tale violenza mettevalo in contraddizione con tutta la civiltà,

pretendendo ridurre a traffico locale il commercio che già abbracciava

l’intero mondo. Da quell’istante restò data una formola alla politica

di Napoleone e a quella dell’Inghilterra; egli l’inceppamento, essa

la libertà del commercio; e su questo titolo si chiarirono le guerre

successive, non più di re ma di popoli, e perciò più difficili a

vincersi.

Aggiungasi che la nostra industria era sagrificata alla francese; i

trattati di commercio coll’impero tornavano a solo utile di questo,

come avviene in tutti quelli tra il forte e il debole; inceppavansi le

nostre manifatture perchè non mancasse sfogo alle francesi; i ferri e

gli acciaj del regno si trovarono esclusi dal Parmigiano, dal Piemonte,

dalla Toscana, dalla Romagna dacchè appartennero all’impero; le saje, i

pannilani, le berrette, i tessuti di seta, d’oro, d’argento, i velluti,

i damaschi che Venezia spediva in Levante, cessarono per la concorrenza

de’ francesi.

Napoleone avrebbe ambito la potenza sul mare, ma non ne toccava che

mortificazioni. Allestiva una fregata in Venezia? Appena lanciavasi

in acqua, ecco gl’Inglesi bruciargliela. Pellew scorreva i due mari

italiani, sempre minaccioso; coglieva le squadre di carico; presso

Lissa nel 1811 sbaragliò la flotta francese prendendo le fregate la

_Corona_, e la _Bellona_, mandando a male la _Favorita_, e salvandosi

la _Flora_.

Questi mali faceano allora sconoscere il bene, come poi del solo bene

si volle menar vanto. Che se nell’antica Lombardia l’amministrazione

procedeva regolare, non così ne’ paesi nuovi abituati a lasso governo

e a tenuissime taglie. Nei paesi a mare riusciva insopportabile la

privativa del sale, condimento che la natura profuse, e che doveasi

lasciare intatto per comprarlo caro dalla gabella, punito chi appena

attingesse acqua dal mare. Nelle Legazioni fremeasi delle insolite

gravezze, ed Eugenio proclamava: — Vi lagnate che ogni decreto

pubblicato ne’ vostri dipartimenti è una nuova gravezza. Che? Non

sapete voi leggere? vedreste al contrario come non v’ha un solo di

questi decreti che non sia per voi un benefizio»[101].

La trapotenza de’ prefetti e il despotismo soldatesco disagiavano

quel bell’ordine amministrativo; nella giustizia faceva orrore la

fucilazione, inflitta a chi tenesse coltelli aguzzi, foss’anche per

uso di tavola; la berlina e il marchio pareano voler togliere fin la

possibilità di ravvedersi e rigenerarsi; il Bellani procuratore regio e

il Luini presidente d’appello mandarono tanti al supplizio, che qualche

giudice rinunziò all’impiego. Vi si aggiungano le corti speciali e la

legge marziale. Eppure sempre durarono masnade, ingrossate da quelli

che sotterfuggivano alla coscrizione. Nel 1805 la terra di Crespino nel

basso Po, avendo tumultuato, fu messa al bando, e lasciata alla mercede

d’un brigadiere di gendarmeria, finchè l’imperatore s’accontentò di

perdonare se gli consegnassero quattro capi, di uno dei quali prese

l’ultimo supplizio[102].

Nel Veneto molti piccoli possessori abbandonarono i fondi anzichè

pagarne le taglie; i terreni abbandonati metteansi all’asta, e non

trovandosi chi li comprasse, forza era restituirli da amministrare

al possessore primitivo. Si affrettò dunque l’operazione del censo,

che ridusse d’un quarto l’estimo, e si perdonò un milione e mezzo

del debito. Nel 1809 s’introdusse un dazio sulla mácina, che con

vessatorie cautele esponeva a violazioni e a tirannide. Fu un grido

universale d’indignazione: alcuni lo repulsarono coll’armi, onde si

dovette ritrattarlo; ma nei dipartimenti del Reno, del Panáro, del

basso Po si piantarono tribunali, che fecero da trecento vittime. Altre

sollevazioni avvennero nell’antico Friuli pei censiti ingiustamente

(1806). Bartolomeo Passerini, curato della Vallintelvi sul lago di

Como, credette che, dove Napoleone avea promesso l’indipendenza poi

mentito, bastasse una voce per sollevare i popoli alla riscossa de’

loro diritti; e con pochi preti e villani e qualche fucile rugginoso e

pali abbronzati, proclamò l’indipendenza. Un pugno di gendarmi bastò

a sperdere quell’adunata, ma i capi furono guasti dal boja, benchè e

giudici e avvocati li trattassero da romanzeschi e da pazzi.

Ma bisognava spaventare, diceano: e per verità, mentre Napoleone

prodigava sangue, l’Inghilterra prodigava oro per suscitargli nemici

dappertutto. Le Bocche di Cataro avrebbero dovuto, secondo i trattati,

venire all’Italia; ma il marchese Ghislieri di Bologna, che le

custodiva a nome dell’Austria, le consegnò ai Russi. Napoleone si pose

al duro di non voler rendere Branau sull’Inn, tantochè l’Austria ebbe

a pregare i Russi di cedere esse Bocche, le quali con la repubblica

di Ragusi, occupata anch’essa col solito pretesto di preservarla

dagl’insorgenti, furono aggregate al regno d’Italia. Ma realmente

non stettero mai sottomesse: il generale Marmont, spedito a frenare i

Croati e Montenegrini che incessantemente le rincorrevano, moltissimi

ne uccise, ed essi uccisero e presero moltissimi soldati di Francia.

Altri nemici erano eccitati in Olanda, in Germania, nel Tirolo; le

Calabrie rigurgitavano di briganti e di Carbonari; i re aveano imparato

a valersi dell’armi popolari, e secondati dalle bande insurrezionali

si accingeano a un nuovo duello (1809): l’Austria stessa, fatta

assalitrice per la libertà dell’Europa, sollecitava i popoli di

Germania e d’Italia a difendere la nazionalità. L’arciduca Giovanni,

che campeggiava nel sollevato Tirolo, diresse a noi un proclama

dicendo: — Italiani, voi siete schiavi della Francia; voi prodigate per

essa oro e sangue; chimera è il regno d’Italia; realtà la coscrizione,

i carichi, le oppressioni d’ogni genere, la nullità di vostra

esistenza. Se Dio seconda l’imperatore Francesco, Italia tornerà felice

e rispettata in Europa. Una costituzione fondata sulla natura e sulla

vera politica, renderà il suolo italiano fortunato e inaccessibile

a qualsiasi forza straniera. Europa sa che la parola di Francesco è

sacra, immutabile, pura. Svegliatevi, Italiani, rammentatevi l’antica

vostra esistenza! basti volerlo, e sarete gloriosi al par de’ vostri

maggiori»[103].

Gli diedero ascolto alcuni in Valtellina, paese a cui la povertà

rendeva insopportabili le imposizioni, massime del sale e del

testatico; emissarj austriaci un Juvalta e un Parravicini vennero

a sommuoverla; le autorità fuggirono (maggio); si tempellarono le

campane; si volle polenta e vino e sale; ma dodici soldati di deposito

sbrancarono quel tumulto; i due sommovitori andavano ad ottenere premj

a Vienna e Pietroburgo; dei sedotti si colpirono molti coll’estremo

supplizio.

Il tirolese Hoffer, ricco tavernajo, spertissimo cacciatore, di statura

atletica, insieme con Speckbacher e col cappuccino Haspinger si era

posto a capo dell’insurrezione del suo paese, a nome della Madonna

e dell’imperatore d’Austria menando terribilmente quella guerra di

bande cui gl’Italiani non seppero mai affidare la loro indipendenza;

sconfisse più volte i nemici; fin due reggimenti obbligò a deporre

le armi innanzi alle carabine de’ suoi intrepidi briganti, i quali,

cacciati i Bavaresi dal Tirolo, proseguirono le vittorie, finchè

non vennero interrotte dall’armistizio Znaym. Hoffer non sa credere

che l’Austria abbia fatto la pace, solleva di nuovo il Wintschgau

e l’Oberinnthal, onde i Francesi lo dichiarano fuori della legge

(1809); sicchè quando, fidato all’amnistia, scese dai monti, fu preso

e processato a Mantova. Benediva agli altri prigionieri, e — il Tirolo

tornerà sotto Francesco»; non volle gli si bendassero gli occhi nè

inginocchiarsi quando fu fucilato.

Per secondare le evoluzioni di Germania, Marmont bezzicava gli

Austriaci dalla Dalmazia, dall’Italia Beauharnais, glorioso di trovarsi

alfine alla testa d’un esercito. Ma non avendo ancor raccolta tutta

la truppa sull’Isonzo, si ritirò sulla Livenza: onde gli Austriaci

occuparono Udine, passarono il Tagliamento, vinsero a Pordenone e

a Sacile (16 aprile) nella prateria di Camollo, sulle sponde del

Collicel, dopo un’azzuffata di sei ore e di copiosissimo sangue[104].

Il regno fu in desolazione, tutti pensando a fuggire, nessuno a

difenderlo; l’arciduca Giovanni occupò Padova e Vicenza, assalse il

forte di Malghera; e poteva facilmente spingersi fin alla capitale, se

non l’arrestavano le nuove di Germania, per le quali si ritirò onde

soccorrere Vienna. L’esercito d’Italia rincorato, e avuti rinforzi

dal Tirolo e dalla Toscana, lo incalza con brave battaglie fino al

Raab, dove, essendosi congiunto coll’esercito di Macdonald, misero a

sbaraglio l’arciduca (6 luglio), redimendo così la sconfitta di Sacile.

Bizzarro travolgimento! L’Austria si trovava a capo de’ popoli,

senza alleanze di re, e persuasa della possa delle moltitudini;

mentre Napoleone trascinava un corredo di re alleati, ma aveva

contrario lo spirito popolare, e dava colpa ai nemici del ricorrere

all’insurrezione, cioè alla voce del popolo. Al pericolo oppone

tutto il suo genio, e per ferire con colpo decisivo, marcia grosso e

impetuoso sopra Vienna, e dopo pochi giorni la prende; passa il Danubio

e lo ripassa, e nel piano di Wagram (6 luglio) riporta una vittoria

sanguinosissima.

L’Austria era in situazione tutt’altro che disperata, eppure nella

pace (14 8bre) si rassegnava a sfasciare le mura di Vienna, perdere

duemila miglia quadrate con tre milioni e mezzo d’uomini, le ricche

miniere di Salisburgo, e ottantacinque milioni di fiorini, e aderire al

sistema continentale: umiliata dunque non distrutta, e perciò attenta

alla riscossa. Alle provincie da essa cedute sulla destra della Sava

vennero unite Ragusi e la Dalmazia col nome di Provincie Illiriche.

Nel tempo che queste erano appartenute al regno d’Italia, si era dovuto

usar riguardi a una civiltà sì differente, ma si procurava migliorarle,

disseccavansi molte paludi, si restauravano strade; Vincenzo Dandolo,

farmacista veneziano, divenuto senatore, fatto provveditor generale

di que’ paesi v’incoraggiò la pastorizia, l’agricoltura, i mercati,

le saline, le vetriere; s’istituirono un vescovado e un seminario

greco, un liceo; si abolirono i fedecommessi; domandando però il solito

tributo di sangue, un contingente di tremila ottocento uomini. Essendo

di spesa più ch’altro, la perdita di quel paese non rincrebbe al regno

d’Italia, se non per cotesto disporne ad arbitrio.

Napoleone, disgustati i popoli, sente bisogno d’appoggiarsi ad alleanze

di re, e dalla propria _officialità_ diocesana fa cassare il suo

matrimonio con quella Giuseppina a cui tanto doveva; e al costei figlio

Eugenio vicerè d’Italia dà incarico (1807 marzo) d’annunziarle ch’essa

non è più sua moglie, e d’andare a cercargliene una in quella Casa

d’Austria dond’era Maria Antonietta. I buoni Viennesi gemevano su Maria

Luigia, vittima offerta a placare un nemico, e null’altro che ostaggio

in mano della Francia, e fabbricatrice d’un erede (1811 marzo). Nato

il quale, e intitolato re di Roma, parve consolidasse la dinastia

napoleonica, e un impero che allora toccò all’apogeo.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 7 / 28 题