CAPITOLO CLXXVI.

Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia.

Ogni rivoluzione divora i proprj figli; e come i monarchici erano stati

uccisi dai costituzionali, poi i costituzionali dai repubblicanti,

e questi dai puritani, e tutti dai terroristi, così venne il giorno

che anche i teschi ferini di Danton, Robespierre, Carrier furono

gettati nella pozza del sangue da loro versato (1794 luglio). Allora

in Francia si osò mostrare umanità e quasi anche giustizia, a qualche

innocente aprire le carceri, perdonare, permettere fino il culto; i

moderati ripresero aura; i tanti arricchiti coi beni nazionali, colle

forniture, colle eredità cascate dalla ghigliottina, col disordine ove

sempre guadagnano gli scaltri, bramavano godere dopo tante privazioni

e tanti sgomenti; sicchè invocavasi fine alle stragi, riposo dalle

sanguinarie convulsioni. Ma poichè a quel terribile agguagliamento non

era sopravvissuta che la forza, alla forza si dovette ricorrere per

disarmare la plebaglia (1795) e trucidare i Giacobini più ostinati:

nel che alla vigorìa di Barras servì l’inesorabile mitraglia del

Buonaparte, richiamato dalle Alpi alla caduta di Robespierre. Allora

si stabilì una nuova costituzione che tutelasse le acquistate libertà

e la repubblica una ed indivisibile (9bre); visto che una Camera

sola facilmente diveniva precipitosa e violenta, si volle associare

la ragione e l’immaginazione istituendo un Consiglio di cinquecento

persone, almeno trentenni, rinnovatesi per terzo ogn’anno; ed uno

di ducencinquanta anziani sopra i quarant’anni, ammogliati o vedovi,

rinnovatesi al modo stesso, che sanzionava le leggi proposte da quelli,

ma che poteano discutersi soltanto dopo tre letture. Tutti i cittadini,

dai ventun anno in su, nelle assemblee primarie nominano i membri

delle assemblee elettorali, che eleggono i due Consigli, e questi

il Direttorio esecutivo, di cinque membri, con ministri responsali;

elettivi sono pure i magistrati giudiziali; libera la stampa,

ma vietate le società popolari; espulsi per sempre quei ch’erano

fuorusciti; sanzionata la vendita dei beni nazionali; liberi i culti,

nè stipendiati dal Governo.

Raffazzonata così la civile convivenza, il Direttorio sconnette la

coalizione nemica facendo pace con Prussia e Spagna; e poichè la

principale sua avversatrice era l’Austria, pensò portarle guerra in

Germania non meno che in Italia. E qui comincia l’età omerica della

rivoluzione, colle grandi conquiste che le erano necessarie per farsi

riconoscere e per diffondere le idee e i sentimenti suoi. Il generale

Scherer ingrossato sulle Alpi, con Massena e Serrurier batte Devins

e Colli (22-28 9bre), in una serie di fatti che denominaronsi la

battaglia di Loano, prendendone tutta l’artiglieria ed il carreggio:

i vinti precipitandosi in fuga, non meno che i vincitori stuprando

e devastando, lasciarono tutta la Liguria esposta ai Francesi; onde

se Scherer allora drizzava sopra Torino, non trovava ostacolo: ma

ebbe paura dell’inverno; poi non finiva di rimostrare i bisogni d’un

esercito che lasciavasi mancante di tutto; e non vedendosi ascoltato,

mandò la dimissione, e fu surrogato da Napoleone Buonaparte (1796 23

febb.).

Discendeva questo da un Guglielmo di Pistoja, che nelle guerre del

Quattrocento si stabilì a Sarzana, donde Francesco nel 1530 tramutò

la famiglia in Corsica. Ivi i Buonaparte coi Saliceti parteggiavano

per Francia; onde al sormontare del Paoli e dei Pozzodiborgo andarono

proscritti. Ricoverati a Marsiglia, madama Letizia rimasta vedova,

vivea dimessamente; le avvenenti sue figliuole facevano i servigi

della casa; i molti maschi correano le fortune di quel tempo, e

tra essi Napoleone, nato il 5 agosto 1769, educato dallo zio prete,

scriveva in sentimento giacobino, firmandosi Bruto Buonaparte. Entrato

nell’esercito, lo trovammo in Sardegna, poi alla difesa di Tolone come

artigliere, poi a sedare sanguinosamente le insurrezioni in Parigi.

Ora spedito sopra l’Italia, di cui le barriere in ogni parte già erano

superate, prometteva, — Fra tre mesi sarò reduce a Parigi, o vincitore

a Milano».

Al crescere del pericolo, l’Austria mandò sull’Alpi Beaulieu, generale

esercitato sotto il maresciallo Daun, poi segnalatosi nel Brabante e a

Fleurus e nel liberare Magonza dai Francesi, e che alla sperienza di

vecchio univa spiriti giovanili. Ma non guidava più di trentaduemila

soldati, oltre mille ducento cavalli napoletani; e la gelosia toglieva

che gli alleati operassero d’accordo. I quali, mentre vantavano

tutelare i troni e la società, ruminavano parziali ambizioni; il

Piemonte sperava guadagnare la Lombardia a scapito dell’Austria sua

alleata, dalla quale non volea lasciar occupare le fortezze; l’Austria

di rimpatto sperava ciuffare il Veneto, e ricuperare la Lomellina

e il Novarese, sicchè parve poco curare i disastri del Piemonte,

persuasa a vicenda che a questo non rincrescerebbe vederla espulsa

dal Milanese dov’è destinato a succederle. Il Direttorio dava dunque

incarico a Buonaparte di rincacciare gli Austriaci oltre il Po, sicchè

i Piemontesi isolati dovessero piegare a buoni accordi.

Buonaparte, moderato nell’ardimento, vedea bisognare altro sistema

che le campagne metodiche; e che, colpita l’Austria, ai principotti

italiani nulla resterebbe a fare; ma insieme che bisognava smettere la

propaganda sovvertitrice; e «se noi (pensava) colla libertà attizziamo

la guerra civile in Piemonte e a Genova, e solleviamo le plebi contro

i nobili e i preti, ci facciamo rei degli eccessi di tali lotte.

Sull’Adige invece possiamo eccitare il patriotismo contro lo straniero,

senza nimicare le classi, le quali tutte alla parola _Italia Italia_,

bandita non dal Ticino, ma da Milano o da Bologna, si accorderanno a

ristabilire la patria italiana».

A Nizza (20 marzo) egli trovò trentaseimila Francesi in condizione

deplorabile; non vesti, non denaro, non cavalli, non viveri; ma

coraggio, costanza, impeto repubblicano e bravi capitani, quali Massena

senza paura, Augereau spadaccino che trasfondeva il proprio valore

ai soldati, il coraggioso ed istrutto svizzero Laharpe, il prode e

metodico Serrurier, Berthier eminente nelle particolarità e nel colpo

d’occhio, e Miollis, Lannes, Murat, Junot, Marmont, destinati a vivere

nella storia quanto gli eroi di Grecia e Roma. Fra loro Buonaparte,

smettendo le famigliarità repubblicane, si dà aria di capo benchè sia

il più giovane; ai generali distribuisce quattro luigi per uno; ai

soldati dice: — Voi male vestiti, male pasciuti; e il Governo che tutto

vi deve, nulla può per voi. Io vi condurrò nel paradiso terrestre, dove

piani ubertosi, grandi città, laute provincie; dove troverete onore,

gloria, ricchezze».

Mentre Beaulieu aspettava d’essere attaccato per Genova, egli procede

per la valle della Bormida; e vincitore la prima volta a Montenotte,

poi al passo di Millesimo (11-14 aprile), sapendo profittare di quei

quarti d’ora che decidono delle battaglie, sbocca sovra il centro

nemico, separa gli Austriaci dai Piemontesi, avventasi sopra questi,

e da Cherasco proclama: — Italiani, l’esercito di Francia viene a

frangere le vostre catene; il popolo francese è amico di tutti i

popoli; corretegli incontro; le proprietà, le usanze, la religione

vostra saranno rispettate. Faremo la guerra da nemici generosi, e solo

coi tiranni che vi tengono servi»; e vincitore a Ceva, Mondovì, difila

sopra Torino.

Il re di Sardegna, inquieto anche per le turbolenze sarde (28 aprile),

impetra un armistizio: ma tale debolezza, non che salvarlo, mette il

suo paese al pieno arbitrio dei nemici, ai quali se avesse tenuto

testa, poteva cambiare il corso delle vicende italiche. E nobili e

Corte diedero il primo pascolo di adulazioni servili al giovane prode:

il quale impose di cedere la Savoja, Nizza e le fortezze di Ceva,

Cuneo, Alessandria, Tortona, strada fornita tra Francia e Lombardia;

altre smantellarne; amnistia ai repubblicanti; pagar taglie e viveri

pei soldati. La Brunetta, con tant’arte e tesori resa insuperabile

chiave d’Italia, fu sfasciata senza ostacolo.

Buonaparte, con esercito pasciuto, coll’artiglieria acquistata,

con volontarj accorsi, «riportate (com’egli diceva) sei vittorie in

quindici giorni, presi ventisei vessilli, cinquantacinque cannoni,

molte piazze, quindicimila prigionieri, guadagnato battaglie

senz’artiglieria, passato fiumi senza ponti, marciato senza scarpe,

serenato senz’acquavite e talora senza pane»[10], per la destra del Po

cala verso Lombardia, in pingui convalli, sopra terreno proporzionato

alla forza dell’esercito. Entrato sugli Stati di Parma e Piacenza,

che sotto i Borboni si erano ristaurati dalle guerre e fiorivano

d’agricoltura, arti, commercio, concede al duca armistizio per due

milioni di lire, milleseicento cavalli e grano, oltre venti quadri

dei migliori. E mentre i Tedeschi l’attendono dritto a Valenza, egli

obliquamente passa il Po a Piacenza, batte Beaulieu tardi accorso (9

maggio), a Lodi varca sanguinosamente l’Adda (11 maggio), e arriva a

Milano, donde l’arciduca era partito senza resistenza nè compianti,

ma con grand’accompagnamento di persone, che dai repubblicani si

salvavano sul territorio veneto. Ivi pure rifugge Beaulieu colle truppe

austriache, sol tenendo Mantova; poichè il castello di Milano capitolò

(29 giugno), e i disertori e migrati che v’erano furono consegnati al

generale francese.

Egli, prendendo possesso della Lombardia, bandiva che «ognuno dovesse

contribuire al bene generale; goder sicuro delle sue proprietà;

esercitare i proprj diritti sotto la scorta della virtù; riconoscendo

un Dio, praticando il culto che la sua coscienza gl’ispira; non

altra distinzione fra gli uomini che il merito; si ricordassero che

verun’opera riesce perfetta di primo getto, e i grandi errori si

riparano colle virtù e colla moderazione». Lascia armare le guardie

nazionali, fare grandi allegrezze, prevalere quelli ch’erano già

capi nelle loggie massoniche, stabilire ritrovi politici e gazzette

declamatorie; e tutt’insieme gitta venti milioni per tassa di guerra,

cioè il quintuplo di quanto pagavasi in un anno ai tiranni espulsi, e

non equamente ripartiti sul censo, ma riscossi arbitrariamente sopra

gl’individui. In nome della libertà fece deportare i sessanta membri

dell’antica congregazione di Stato; in nome della democrazia rapiva al

povero il suo pane, cioè i pegni che aveva deposti ne’ Monti di pietà,

e il suo lusso, cioè gli ornamenti delle chiese; tra i vanti di fede

pubblica sospendeva i pagamenti del Monte; tra i vanti di protezione

rubava i capi d’arte, mascherando d’entusiasmo i calcoli dell’egoismo.

Per dieci altri milioni e viveri e quadri concede armistizio ad Ercole

III duca di Modena, buon uomo che, per ammansarlo, aveagli detto,

— Ricordatevi che siete de’ nostri» e si udì rispondere, — Io son

francese»; e che coi tesori adunati pagando i danni dei sudditi ai

quali avea cercato far del bene, si ritirò a Venezia[11].

Buonaparte, alimentato l’esercito, può spedire al bisognoso Direttorio

trenta milioni e cento cavalli di lusso, ed altro denaro all’esercito

del Reno; atto inusitatissimo fra generali che solo pensavano a

rubare e godere. Era suo divisamento di voltare nel Tirolo, e per la

valle del Danubio ricongiungersi a Moreau e Jourdan sul Reno: ma il

Direttorio ingelositone lo dichiarò chimerico e pericoloso, e ordinogli

di lasciare mezzo l’esercito con Kellermann in Lombardia, col resto

difilarsi sopra Roma e Napoli. Buonaparte che badava a vincere non

a fare dispetti al papa o a un re, conobbe quanto pregiudicherebbe

lo spartire il comando e addentrarsi nell’Italia come Carlo VIII; e

per mezzo di Giuseppina, amante sua e dapprima amante del direttore

Barras trafficante di favori, a disposizione del quale egli mise un

milione depositato a Genova, stornò il Direttorio da quel proposito.

Al quale scriveva: — Ho fatto la campagna senza consultare nessuno;

a nulla di buono sarei riuscito se fosse bisognato acconciarmi col

vedere d’un altro. Vinsi forze superiori sebben privo di tutto, perchè

persuaso che voi fidavate in me: la mia marcia fu pronta quanto il mio

pensiero. Se mi ponete pastoje, non v’aspettate nulla di buono: se mi

indebolite dividendo le mie forze, se rompete in Italia l’unità del

pensiero militare, avete perduto la più bella occasione d’imporre leggi

all’Italia».

Allora egli si dispose ad assediare Mantova, ultimo ricovero della

bandiera austriaca, e procedere su per l’Adige. Enumerati pomposamente

i trionfi all’esercito, diceva: — Altre marcie forzate ci restano,

nemici a sottomettere, allori a cogliere, ingiurie a vendicare. Quei

che aguzzarono i pugnali della guerra civile in Francia, tremino:

i popoli stieno sicuri; noi siamo amici de’ popoli. Ristabilire

il Campidoglio, risuscitare il popolo romano da molti secoli di

schiavitù, sarà frutto delle nostre vittorie. Il popolo francese,

libero, rispettato da tutti, darà all’Europa una pace gloriosa che

la compenserà de’ seienni sagrifizj. Voi tornerete allora ai vostri

focolari, e i concittadini additandovi diranno, _Egli era nell’esercito

d’Italia_».

Il pericoloso entusiasmo per la forza fortunata, allora fa eccheggiare

dei vanti dell’eroe la Francia, che divezzandosi dall’anarchia,

all’ebrezza della libertà va sostituendo quella della gloria;

e l’Italia, sospesa fra ansietà, meraviglia e speranza. Egli a

ventott’anni carezzato, adulato, chiamato Scipione, Cesare, Giove,

sentì svilupparsi la grande ambizione, e conobbe di poter divenire un

attore decisivo nella scena politica. — Io era giovane, balioso nella

conoscenza di mie forze e avido di cimentarle. I vecchi mustacchi che

sdegnavano questo imberbe comandante, ammutolirono davanti alle mie

azioni strepitose: severa condotta, austeri principj pareano strani in

un figlio della Rivoluzione. Io passava, e l’aria sonava d’applausi;

tutto pendeva da me, dotti, ignoranti, ricchi, poveri, magistrati,

clero, tutto ai miei piedi; il nome mio sonava caro agl’Italiani.

Questo accordo d’omaggi mi invase così, che divenni insensibile a

ciò che non fosse gloria; invano le belle italiane faceano pompa de’

loro vezzi; io non vedea che la posterità e la storia. Che tempi! che

felicità! che gloria!»

Così, allorchè a Sant’Elena soccombeva al peso di importune memorie,

tornava Buonaparte con compiacenza su questa spedizione, ch’è uno

splendido episodio per tutta Europa, e una storia delle più attraenti

per noi; vi tornava, e con rimorso invano dissimulato vedeva il bene

che avrebbe potuto fare alla patria nostra; egli italiano come noi,

egli braccio d’un popolo libero; egli capace di sentire la potenza

dell’unione e l’efficacia dell’ordinata libertà: pure, dopo cessati gli

adulatori, egli si adulava da sè, e, come quelli, arrestavasi sempre

sulla gloria militare.

Dalla quale affascinati, i colti Lombardi che aveano letto gli

Enciclopedisti poi le gazzette, partecipato a loggie massoniche,

librato le innovazioni dei proprj principi, da lui ripromettevansi

patria, gloria, libertà, e di diventare nucleo dell’Italia, risorta in

poderosa nazione per volontà d’un popolo libero e liberatore. La turba

stupiva delle subitanee vittorie dell’eroe italiano, e abbandonavasi

volentieri al tripudio del fanciullo che improvvisamente si trova

sfasciato, e alle illusioni d’un fausto avvenire; si affezionava a

que’ Polacchi che, invano difesa la nazionale libertà, ora combatteano

per la nostra; a quei Francesi vivaci, gentili, spassoni, che da lerci

e cenciosi rimessi in panni e in carne, faceansi amare dagli uomini

e più dalle donne, brillavano in frequenti rassegne, narravano le

romanzesche vicende della rivoluzione e della guerra, e le stranianze

d’una società che ridendo passò dalle cene voluttuose della Reggenza

alla ghigliottina, dagl’idillj di Rousseau alla idrofobia di Marat; e

colle canzoni sanguinarie e generose spargeano le idee d’una libertà

soldatesca.

Dappertutto agli antichi Governi si sostituirono le municipalità,

primo elemento delle nazioni che sorgono, ultimo rifugio dell’autorità

che tramonta. A principio vi si collocarono persone, di cui il senno,

la ricchezza, la dottrina fossero garanzia d’onorato operare, e fra

essi a Milano Pietro Verri e Giuseppe Parini. Ma furono bentosto

soppiantati dalla turba impacciosa, ch’è pronta sempre ad usufruttare

di vittorie ch’essa non preparò, e che si regge adulando la ciurma

colle smargiassate, adulando gli scribacchianti colle parole pompose,

adulando i padroni colla codardia e i ladri colla connivenza.

Anche allora il primo uso della libertà consistette nel restringere

le libertà; vietato l’andare in volta, e fin l’uscire di città senza

passaporti; vietata ogni pubblicità di culto, anche il portare il

viatico o sonare le campane; obbligati i preti a montare la guardia

nazionale; vietati certi tagli d’abiti, sotto pena dell’arresto;

il matrimonio fatto meramente atto civile; violato il secreto delle

lettere; intercetti i giornali esteri; imposto agl’impiegati di giurare

«odio eterno al governo dei re, degli aristocratici ed oligarchi». I

nobili, in paese dove non esistevano nè servaggio nè banalità nè caccie

riservate, erano bersaglio di scherni e di accuse quotidiane; e non che

abolirne i titoli e spezzarne gl’inconcludenti stemmi fin sui sepolcri

aviti, si obbligarono a pesi speciali in nome dell’eguaglianza;

richiamati dalla campagna, costretti a tenere i servi, malgrado le

decimate fortune. I preti, che non vollero buttarsi nell’orgia, nè

menare una donna all’albero per isposarla, doveano subire frequenti

insulti in mezzo alla popolazione che continuava a venerarli, ma non

aveva energia a difenderli.

Adunque preti, frati, nobili e l’estesissima loro clientela

sbigottivano delle irruenti novità, spargeano un cupo sgomento pei

regicidi, pei terroristi, pei sovvertitori dei troni e della fede;

e quando si videro le larghe promesse riuscire al latrocinio, alle

insaziabili imposte, allo sprezzo della religione e delle consuetudini,

il popolo fremette e si agitò.

Pavia era occupata da Augereau e Rusca, tutt’altro che moderati, i

quali pronunziarono stava male in faccia all’albero della libertà la

statua d’un tiranno; tale giudicando quel monumento di bronzo antico,

detto il Regisole che non si sa qual cosa rappresenti. E subito la

plebe gli fu attorno a ruinarlo, urlando morte agli aristocratici e

ai preti. Questi invece pascolavansi della speranza che l’occupazione

fosse momentanea, e ad un giorno fisso insorgerebbe Milano (23 maggio),

e dal Ticino tornerebbero i Tedeschi. Due soldati prigionieri fuggiti

si credettero l’avanguardia; si diè nell’armi; le campane delle

ventotto chiese toccarono a martello, e barricate, e lumi; i soldati

che non cadono uccisi hanno appena tempo di ricoverare nel castello,

ove non avendo da vivere e da curare i feriti, capitolano in numero di

quattrocento. Pensate che feste, che trionfi, che accorrere di popolo

dalla campagna, che trescare di capitani improvvisati! Ma Buonaparte

saputone, accorre; manda a fuoco e sacco Binasco che resiste; e poichè

a Pavia spedì invano l’arcivescovo di Milano persuasor di pace, v’entrò

a forza e abbandonolla al saccheggio. Molti perirono, fra cui il

vicario d’esso arcivescovo; e Buonaparte giurava di volere la testa

di cento aristocratici; poi s’accontentò di far passare per l’armi

il curato di San Perone, il cancelliere di Bereguardo e alcuni altri,

colpevoli o no; portare ostaggi sessanta fra nobili e preti; gettare

una tassa; contento di atterrire coll’esempio in su quelle prime[12].

Anche altrove il popolo, sturbato nelle sue abitudini, offeso nelle

sue credenze, si stomacava a subbugli di cui non sentiva i vantaggi,

e di cui vedeva profittare soltanto i birbi e i trasmodanti. Quindi

in molti luoghi insurrezioni: sul lago di Como si stringeva un’armata

cattolica per scortare il Viatico e difendere il culto: a Como

s’insultò all’albero, e benchè il vescovo e buoni cittadini calmassero

l’improvvida turba, si volle sbigottirla con supplizj; così altrove,

usando la ferocia d’un governo militare, mentre se ne facea testo a

declamare contro i preti e gli aristocratici, imputati al solito di

congiure. Saliceti, compatrioto di Buonaparte e famoso commissario, che

dava mano agli esagerati, teneva mano ai ladri, scriveva al Direttorio:

— Per assicurare la calma ho tolto le armi a qualunque abitante, di

nessuno essendo a fidarsi. Da un ventesimo in fuori tutti affezionano

l’antico Governo; e di quel ventesimo anche i più dichiarati pe’

Francesi sono spinti da interesse e cupidigia. Li conosco, ne cavo

quanto posso, e non mi lascio togliere la mano».

Allora una febbre di mutare mestiere; un cattivo abate si rendeva

politico, finanziere un filologo, oratore demagogo uno screditato

giornalista, arruffatore di plebi un adulatore di re, libellista un

serio filosofo inascoltato; alla democrazia, che schiude un’arena a

tutte le forze e capacità, sottentrava quella che porta a spallucce

i nani, che produce apoteosi senza virtù, avanzamenti senza merito,

cariche senza cognizione nè probità; che alla moderatezza, alla

riflessione, alla gravità, necessarj contrappesi dello smanioso moto,

impongono di tacere e tirarsi da banda. Audacia, ciancie e convulsioni

bastavano ai saccenti che vengono a galla ogniqualvolta si scuota la

feccia, più abbondanti ov’è più negletta la politica educazione, e

che per l’ingordigia d’essere qualcosa affollano mozioni e decreti,

antesignani ogniqualvolta si tratta di diletticare i potenti del

giorno, siano i re o i piazzajuoli, purchè lascino loro una settimana

onde soddisfare un’ambizione, un rancore, una cupidigia. Il vulgo

scribacchiante che pretende avere diretto il torrente, da cui si lasciò

strascinare, e crede sue le voci di cui non è che l’eco, arrogavasi

di rappresentare il popolo e l’opinione, gridando alto affinchè

non s’udissero le ragioni. Quella bordaglia giornalistica, che ogni

cominciamento di libera stampa contamina quasi col proposito di farla

detestare, imbrattava fogli, tutti iracondia, fraterni vituperj ed

empie diatribe, istigando contro chi non partecipasse al suo delirio, o

non ne accettasse servilmente tutte le opinioni; scaraventava proclami,

in cui la sola cosa degna di considerazione è il vederli, sentimenti

e frasi, ripetuti in pari circostanze un mezzo secolo più tardi.

Apostolavano un sistema di cui non comprendevano le obbligazioni;

destri alle schermaglie della rivoluzione, non alle battaglie della

libertà, usavano talento ov’era mestieri di carattere; e coll’audace

franchezza onde aveano rovesciate le prime barriere, sfrenavansi da

principj e da costumi, in libertà di oltraggio se non anche di delitto.

Quanto di più fermentativo aveano le varie provincie d’Italia,

accorreva a Milano, portando lingue e penne anzichè braccia e spade:

ivi il metafisico Poli e lo statistico Melchior Gioja, più esagerando

per farsi perdonare l’unzione sacerdotale; il Valeriani, autore

dell’esame delle XII Tavole; il valente medico Rasori; il Barbieri

architetto romano; l’erudito Tambroni, lo storico Beccatini, il Custodi

economista; ivi Latanzio, Salvadori, Salfi, Poggi, Abamonti stendeano

giornali smargiassi, con lusso d’ingiurie e col limaccioso vezzo di

voltare tutto in celia; ivi Ceroni, Fantoni, Foscolo producevano versi

accademicamente rivoluzionarj; ivi il romano Gianni[13] improvvisava

vituperj ai re ed apoteosi a Buonaparte, incontrastato Tirteo della

Cisalpina, finchè non vi capitò il Monti a redimersi delle esagerazioni

papali con esagerazioni regicide. Il fermento ne cresceva, e tanto più

dacchè, a imitazione sempre di Francia, si apersero i club e il circolo

Patriotico, ove persone, balzate dalla venerazione illimitata del

potere all’idolatria dell’illimitata libertà individuale, gareggiavano

a chi ne scaraventasse di più badiali, pindareggiando un eroismo

scevro di pericolo: non v’era persona, non cosa che si rispettasse,

non violenza che non si suggerisse o applaudisse, non verità che si

tollerasse; bruciando i libri che opinassero diversamente dalla moda,

o i giornali che dessero notizie non volute; tacciando di terrorista

chi avvisasse de’ pericoli, e intanto supponendo pericoli immaginarj

per giustificare provvedimenti smoderati. Da quei circoli partivano

le proposizioni di non far assistere da preti i condannati per non

allungare il supplizio; d’imporre la tassa progressiva sulle sostanze;

d’istituire opifizj nazionali, e accomunare le proprietà; da quelli i

sospetti lanciati al popolo in momenti in cui facilmente si convertono

in furori; da quelli le denunzie contro vescovi che aveano visitato la

loro diocesi senza permesso, o parrochi che aveano fatto una festa:

tutto ciò in nome della libertà ed uguaglianza. Altri smaniavano

d’originalità con proposte ridicole al buon senso, col guidare feste,

organizzare dimostrazioni: fra i quali primeggiò un prete Ranza,

maestro d’umanità a Vercelli, le cui smancerie divennero la parte

comica di quegli avvenimenti e l’esercizio alle descrizioni del Botta.

Polacchi, Piemontesi, Papalini, Napolitani migrati vi portavano

ciascuno declamazioni contro il tiranno del proprio paese; e

quale esortava a far rinascere dalle ceneri del Vaticano la fenice

dell’antica Roma; quale a sepellire nel Vesuvio i Borboni di Napoli;

quale a sperdere le ceneri regali di Superga, e surrogarvi quelle

de’ patrioti uccisi; tutti smisurati come chi parla e non opera. Le

dottrine indecise di que’ declamatori palesano l’ignoranza delle grandi

quistioni messe a dibattimento, ove la sapienza accumulata da’ nostri

padri in diciotto secoli si vituperava per razzolare nelle ceneri di

Bruto e Timoleone; vedeansi Regoli e Scevola e Scipj e Menenj Agrippa

in ogni caporale, in ogni magistrato: in ogni donna prometteansi Clelie

e Cornelie. Eppure tutto quel lancio era pretta imitazione; non si

sapea che ripetere le massime divulgate in Francia; ogni re essere

tiranno; puntelli suoi i preti e i nobili; sovrano unico il popolo, che

può in qualsiasi tempo e modo recuperare gli usurpatigli diritti; unico

Governo legittimo la repubblica democratica; unica fedeltà quella al

popolo, e lode il tradire i principi; nessun intermedio fra l’uomo e

Dio, e perciò non dogmi, non culto; tutti pari davanti alla legge, e la

legge è arbitra delle vite e delle sostanze, come dominatrice del patto

sociale. Dietro a ciò, fare elegie sul popolo, compatire come martire

ogni uomo colpito dalla legge, come vittima chiunque fosse gravato da

una tassa, o traversato in un suo desiderio; vedere oppressione in ogni

ritegno alle inclinazioni, in ogni sacrifizio del comodo o dell’utile

individuale al pubblico; iniquità in ogni disuguaglianza, despotismo in

ogni autorità.

Fortunatamente v’era più da ridere che da fremere, più illusione

negli spiriti, che non viltà e corruzione ne’ cuori: nè degli errori

possiamo chiedere conto rigoroso ai nostri, giacchè non erano che

stromenti ed ombre degli onnipotenti governatori militari. Un Despinoy

comandante di piazza era il despoto di Milano: guai se la municipalità

si raccogliesse senza sua saputa! guai se un provvedimento emanasse non

da lui autenticato! Fu volta che snudò la spada e la battè fieramente

sulla tavola dove si deliberava, intimando la sua volontà; sicchè il

Parini abbrancando la sciarpa tricolore che portava sul petto, — Chè

non ce la cingete al collo e la stringete?» A Como l’agente Valeri

côrso, avuta in mano una satira a sua derisione, ordina che un tal

giorno tutti i cittadini in su dai dodici anni si radunino in duomo. In

tempi così sospettosi ne nacque un turbamento generale, un interrogarsi

a vicenda su quell’ordine misterioso. Ed ecco arrivare i parrochi con

dietro la loro plebe, arrivare frati, e tutti in pensosa apprensione:

poi come furono dentro, egli ordinò che ciascuno scrivesse il proprio

nome, sperando dal confronto de’ caratteri scoprire l’autore di quel

libello.

E ferocie e lepidezze molte potrei narrare di costoro; e i nostri

gl’imitavano. Un comitato di polizia, sostituendo l’arbitrio dell’uomo

all’imparzialità della legge, destituiva, deportava per colpe

d’opinione, per antichi meriti, per supposta malevolenza; pretendeva

mettere in onore lo spionaggio, e apriva un’urna, ove ciascuno potesse

deporre le accuse od offrirsi a delatore, sicuro d’una ricompensa e

d’inviolabile segreto[14].

Cangiata la frasca, restava dunque eguale il vino; al posto d’un

imperatore e d’un arciduca faceano da tiranno molti generali,

commissarj di guerra, municipalisti, più duri perchè nuovi, più avidi

perchè sorti di ventura, più tediosi perchè vicini. Peste di quella

spedizione, i commissarj di guerra dilapidavano le provincie per

impinguare sè e le bagascie; e dappertutto prezzi ad arte rincariti,

finte carestie, contratti finti, finti soldati, finti magazzini; si

requisivano tele per gli ospedali, e andavano in vendita; prometteasi

preservare da imposte chi pagasse, e pagato che avesse veniva

disanguato; della chinachina allora costosissima, faceasi traffico,

mentre i soldati morivano di febbre; e Italiani teneano il sacco, e

la connivenza de’ superiori compravano a prezzo della coscienza, delle

mogli, della patria.

Buonaparte chiedeva, non già che costoro non rubassero, ma che, rubando

a sazietà, rendessero almeno i servigi necessarj: ma «rubano (scriveva

al Direttorio) in maniera così grottesca e sfacciata, che non uno

sfuggirebbe al supplizio s’io avessi un mese di tempo». Per liberarsi

da questi vampiri, i nostri offersero contribuire un milione al mese

alla repubblica francese: fu accettato il patto, non cessò quella

rabbia. Il Direttorio di Parigi faceva a mezzo, nè avea riguardo che

all’esercito; l’Italia era pingue, e bisognava smungervi principi

e repubblicanti; il Milanese sarebbe buono per dare in cambio della

Savoja al Piemonte o de’ Paesi Bassi all’imperatore, dunque era bene

rovinarlo sicchè men fruttuoso arrivasse a quelli; e senza pudore

scriveva a Buonaparte: — Alla prima occasione di terrore, strizzate

dai Lombardi quanto potete; fate di guastare anche i loro canali

e l’altre opere pubbliche; ma prudenza!» Buonaparte guardavasi dal

lasciarne trapelare, anzi blandiva le idee sempre allettatrici di

libertà e indipendenza, e ripeteasi amico a tutti i popoli, e massime

ai discendenti degli Scipioni e dei Bruti.

Intanto il contagio repubblicano s’appiglia a tutta Italia; e patrioti

come si chiamavano da sè, o giacobini come erano chiamati dagli altri,

scassinavano il vecchio edifizio. Ad esortazione di Buonaparte che,

se non altro aveva il merito di mostrare la colpa e il danno delle

nostre divisioni, deputati cisalpini andavano attorno a fraternizzare;

la media Italia bolliva d’indipendenza, e Reggio per la prima mandava

Paradisi e Re in Milano a festeggiare coi Cisalpini l’incipiente unità

italiana. Modena resistette ai patrioti; ma Buonaparte, allegando

violato l’armistizio e che «que’ ridicoli principotti cospiravano,

ond’egli dovea prevenirli», dichiara decaduto quel duca e libero il

suo paese. Bologna e Ferrara ergevansi in repubblica; e Lugo che

fece movimento contrario, ebbe sanguinosa punizione da Augereau.

Nella legione lombarda Italiani d’ogni paese dimenticavano le annose

divisioni; nella polacca i compagni di Kosciusko e i profughi di

Germania offrivano il loro valore per noi; i Reggiani affrontandosi

cogli Austriaci, offersero le primizie dell’italico valore.

Buonaparte risolve costituire Modena, Bologna, Ferrara, la Romagna, la

marca d’Ancona e Parma in repubblica Cispadana; la quale restasse alla

Francia qualora dovesse restituire la Lombardia; in compenso al duca di

Parma darebbe Roma; potrebbesi anche unire il Piemonte alla Francia, e

attribuire a quel re la Lombardia: soliti azzeccamenti della diplomazia

sia regia o repubblicana.

Di rimpatto aristocratici, Austriaci, Inglesi, il papa faticavano a

puntellare il crollante edifizio con armi e con denaro. L’Austria,

sentendo che, se perdesse Mantova, si troverebbe scoperta da questo

lato, spedì pel Tirolo e la val Sugana il maresciallo Wurmser (1796

luglio) con sessantamila combattenti. Secondati da diecimila che

trovavansi chiusi in quella fortezza, e dai devoti Tirolesi, erano

per varcare l’Adige in ogni punto, e prendere Buonaparte in mezzo;

onde cadde il cuore ai patrioti, risorse ai rammaricosi. Ma Buonaparte

osa abbandonare Mantova inchiodando le artiglierie (30 agosto), e

concentrasi alla punta del lago di Garda: ben tosto colla battaglia di

Lonato rintegra la sua fortuna; poi a Castiglione compie la campagna,

sessantamila uomini avendo superati con trentatremila e colla sua

risolutezza.

In Germania il giovane arciduca Carlo spiegava più fortunata strategia

contro Jourdan e Moreau: e Buonaparte volea correre a sostenerli; ma

Wurmser, accinto a una terza riscossa, divallasi dal Tirolo lungo il

Brenta, e lo costringe a dare indietro. Qui si ravvivano le speranze:

ma Wurmser battuto a Bassano riuscì a fatica a buttarsi in Mantova (8

7bre), ove rinnovato l’assedio, s’ebbe a soffrire orribile stretta di

vittovaglie.

L’Austria, a cui nessuno sforzo parve mai eccessivo per conservare la

Lombardia, manda ancora il maresciallo Alvinzy; e questo rinnovellarsi

di lotte scoraggia i soldati, non Buonaparte. Vedendo minacciata la

linea dell’Adige, gli uffiziali persuadevano di tagliare la costa di

Castagnaro, sicchè il fiume, disalveando, sarebbesi misto col Tartaro

e colla fossa d’Ostiglia, allagando quant’è fra l’Adige, il mare e il

Po sotto Legnago, e con ciò assicurando l’ala destra ed accorciando

la linea militare: ma Buonaparte non volle quel guasto. Dopo fiere

battaglie attorno ad Arcole (15 novembre) e a Rivoli (16 gennajo

1797), gli Austriaci furono costretti ancora a ritirarsi a Mantova

e capitolare (1797 2 febb.), così assicurata l’Italia superiore alla

Francia, dopo dieci mesi di mirabili operazioni.

Ma non soltanto come gran guerriero va lodato Buonaparte. Misto

portentoso di mobilità e profondità, di audacia e di previdenza, di

calcolo e d’entusiasmo, ardito ne’ concetti, prudente nell’esecuzione,

affettava ancora il tono di rivoluzionario, e al direttore Röderer

scriveva, — Sono un soldato, figlio della rivoluzione, uscito dal

popolo, e non soffrirò d’essere insultato come un re»; ma in effetto

aspirava a comporre e riordinare; rubava meno degli altri, sebbene

accettasse regali per sè, per la donna, pei parenti, e di continuo

inviasse denaro alla sua famiglia per educare i fratelli, per dotare le

sorelle, per procacciarsi una casa ove riposare se le vicende d’allora

lo riducessero ancora al nulla[15]; e sentendosi forte in mezzo ai

mediocri, operava senza ed anche contra le istruzioni del Direttorio,

concedeva pace e tregua a principi, rimbrottava i commissarj che non

facessero a suo modo, guadagnava quelli che, come Clarke, fossero

mandati ad esplorarlo.

Da un pezzo egli consigliava al Direttorio di far pace coi più forti

Stati d’Italia, e dichiarare l’indipendenza negli altri: di fatto un

armistizio egli concesse al re di Napoli (1796 10 8bre), onorevole

perchè il sapeva bene armato, ma a patto richiamasse i sussidj forniti

all’Inghilterra e all’Austria, aprisse i porti alle navi repubblicane,

desse sei milioni per Francia, la quale non favorirebbe l’insurrezione

nel paese: dei tanti prigioni di Stato non fece parola.

Morto di colpo Vittorio Amedeo III, che avea messo sua gloria nelle

armi, e n’era riuscito povero, vinto, disonorato, Carlo Emanuele IV

succedutogli (1796 15 8bre), di santi costumi, di malotica salute e

d’immaginazione turbata, comprò l’amicizia di Francia cedendole la

Savoja e Nizza, e liberi i passi. Quest’amicizia metteva in pericolo

Genova. Ad essa Buonaparte imponeva di frenare i Barbetti che

assassinavano i Francesi, e cacciare alcune famiglie suddite ad Austria

ed a Napoli, e dare a lui il passo per la Bocchetta. Divincolavansi

que’ padri con umilissime scuse; quand’ecco l’ammiraglio inglese Nelson

assalta una nave francese in rada e la rapisce: dalla quale prepotenza

disgustati, i Genovesi accettano l’amicizia di Francia, escludendo la

bandiera britannica.

La Toscana tenevasi quieta e spettatrice della generale effervescenza,

ma che giova? Buonaparte ha in pronto querele di proprietà francesi

violate; e pur confessando che il granduca serbò imperturbata la

neutralità, e che il Direttorio lo trattò vituperosamente, per ordine

di questo fende la Toscana a bandiere spiegate, spinge una divisione

sopra Livorno (1797 27 giugno), e cacciatane la squadra inglese, col

pretesto di vedere se negozianti britannici vi tenessero merci nascoste

ordina un generale esame dei libri mercantili, rabbuffa il governatore

conte Spanocchi come traditore perchè lasciò sfuggire gl’Inglesi. I

mercanti si ricomprarono dalla visita con cinque milioni, fu ordinata

una spontanea illuminazione delle case, e gl’impiegati si rassegnarono;

ma la popolaglia insorgeva se il municipio e l’arcivescovo di Pisa non

l’avessero rattenuta. Buonaparte, confiscate le sostanze d’Inglesi e

di Napoletani, occupate le fortezze, pensa spossessare il granduca,

soltanto perchè austriaco: intanto solleva la Lunigiana e Massa e

Carrara, piantandovi la libertà o almeno l’albero, e suggendone denaro.

La Corsica era ambita dall’Inghilterra, e solo Paoli poteva sostenerne

l’indipendenza in faccia alla Francia. — Il popolo côrso che tanto fece

per la propria libertà (diceva egli), darà l’ultimo de’ suoi figli,

anzichè andare confuso con un altro»; e a chi chiedeva se tanto sangue

non dovesse servire che a tingere la porpora d’un principe straniero,

— Prima i coralli sormonteranno l’isola, che Paoli s’infami di ciò».

Chiamato a Londra e ricevuto con grandi onori, stipulò l’annessione

della sua isola colla britannica, conservando nazionalità, religione,

leggi. Male vi s’acconciarono i Côrsi; fomentati dai Buonaparte,

scossero quel dominio; e Saliceti andò a fare giurare odio alla

monarchia, e disporre i suoi patrioti alla nuova servitù. Paoli,

perseguito dalla calunnia, rassicurato dalla coscienza, prese allora

l’estremo congedo dalla patria: — Saluto tutti i buoni; nè di quelli

a cui il mio nome potesse recare qualche rimorso, ricordo altro che le

buone azioni. Insorgemmo per la libertà: questa ora si gode nell’isola;

che importa da quali mani vi sia derivata? Tutto andrà bene se non

più castelli in aria, ma ciascheduno procurerà vantaggiare nella

propria sfera, anzichè come pulcini a bocca aperta aspettare da altri

l’imbeccata. Chiuderò gli occhi al gran sonno, contento e senza rimorsi

sulla mia condotta politica: Iddio mi perdoni il resto». E ritiratosi

a Londra, visse fino al 1807, vedendo un suo compatrioto assidersi sul

primo trono d’Europa, eppure non rinnegando la fede repubblicana.

Ma l’esercito giacobino non dovea solo spandere rugiada di libertà

sui popoli, sibbene turbinare su Roma la vendetta dei tanti mali, che

proverbialmente imputavansi al clero di tutta Europa. Il Direttorio

scriveva a Buonaparte[16], la religione cattolica sarebbe sempre

irreconciliabile colla libertà, e il maggior ostacolo a consolidare

la repubblica in Francia; andasse dunque, ne distruggesse il centro,

e o la desse a un’altra potenza, per esempio alla Spagna in compenso

di Parma, o v’istituisse un Governo che rendesse spregevole quello de’

preti, e papi e cardinali lasciasse annidarsi fuori d’Italia.

Altrimenti la pensava Buonaparte, egli nato non a distruggere ma a

sistemare: pure propose di fare una cavalcata sopra gli Stati del

papa, e raccorvi il denaro che gli occorreva per difilarsi sopra

Vienna. Mosse dunque, e posta all’avanguardia la legione lombarda

col generale Lahoz, invano contrastato dal generale Colli a capo

de’ Napoletani, depreda Loreto (1797 13 febb.), arricchito di voti

da tutto cristianità, e la madonna ne manda a Parigi. Allora fra il

popolo pretino di Roma più non si parla che d’Attila e del Borbone; si

trafugano robe e persone verso Terracina; e lo scompiglio universale

non lascia al papa altro scampo che di venire a patti. Il cardinale

Mattei presentatosi umilmente a Tolentino al vincitore, ne accetta

una pace (19 febb.), per cui sono ceduti alla repubblica francese il

contado Venesino con Avignone, e alla cispadana Bologna, Ferrara e la

Romagna; libero passo alle truppe; il papa disapprova l’assassinio

di Bassville, e ne risarcisce la famiglia; darà manoscritti e capi

d’arte preziosi, fra i quali Buonaparte, egli devoto repubblicano,

nominatamente inchiuse i busti di Giunio e Marco Bruto.

Il Governo pontifizio, che già per gli allestimenti avea domandato dai

ricchi metà delle gioje, degli ori, degli argenti, dovette chiederne

l’altra; buttò carta monetata, e dal clero riscosse un prestito

corrispondente al sesto de’ beni che godeva: anche dopo la pace quattro

milioni esigettero le truppe, oltre bovi e bufali e allume in quantità

e accatti d’ogni maniera. Intanto i commissarj andavano a levare la

Bibbia greca, e il Dione Cassio del V secolo, il Virgilio del VI, il

Terenzio dell’VIII, la Trasfigurazione di Rafaello, il San Girolamo di

Domenichino, l’Apollo e il Laocoonte; d’un altro milione gravando lo

Stato per trasportarli.

Nè Carlo VIII di Francia, nè Carlo V d’Austria aveano rapito i capi

d’arte a Roma; Federico II di Prussia era entrato due volte in Dresda,

due i Russi e gli Austriaci in Berlino, senza toccarne le famose

gallerie: ora il latrocinio nuovo mascheravasi di civiltà o d’amore

alle arti; e in quest’offesa al diritto delle nazioni, alla politica,

al gusto adopravansi Francesi d’alto ingegno e di buon cuore, e dagli

Italiani ricevevano somme onde rapire di meno[17]; talmente quella

nazione perde ogn’altro vedere quand’è abbagliata dalla gloria. Essa

vantava di regalarci ancora a buon prezzo la libertà conquistata col

suo sangue: ma l’Italia, se era disgustata dei nobili, dei re, dei

preti, serbava affetto per la religione e per le arti; e in questo

duplice culto appunto trovavasi oltraggiata imperdonabilmente.

Buonaparte crebbe le fortificazioni d’Ancona, i cui cittadini

aveano piantato l’albero, e raccomandava al Direttorio che nella

pace la conservasse, come opportuna a dar padronanza nell’Adriatico

e predominio sulla Turchia. Avendo egli mandato complimenti alla

vicina repubblica di San Marino, e offrirle cannoni ed un aumento

di territorio, que’ magistrati risposero: — Semplice costume;

intimo sentimento di libertà sono l’unico retaggio tramandatoci dai

nostri padri; l’abbiamo conservato fra l’urto de’ secoli; nè conati

d’ambizione, nè odio di potenti, nè insidie di nemici potrebbero

impunemente attentarci. Questa repubblica, contenta della sua

picciolezza, non ardisce accettare l’offerta generosa dell’eroe, nè

aspira a un ambizioso ingrandimento, che col tempo potrebbe mettere

in compromesso la sua libertà». Fra le gonfiezze universali d’allora

ricrea questa semplicità; piace una lezione di temperanza data da pochi

montanari all’idolo e terrore del mondo; lezione inutile[18].

Allora Buonaparte torna sull’Adige per assalire Vienna. Audace mossa

chi consideri ch’e’ lasciavasi a spalle un paese appena conquistato e

molti nemici. Così la campagna d’Italia diveniva principale, e qui,

non più in Germania s’aveva a forzare l’imperatore. Al Tagliamento

Buonaparte vince (1797 11 marzo) e passa, incalzando l’arciduca Carlo;

superate le alpi Noriche, tiene il Tirolo, la Stiria, la Carintia,

Trieste, Clagenfurt; e se all’esercito che trionfa sul Reno con Moreau

e Jourdan, viene fatto di congiungersi a questo, l’Austria è cancellata

dalla carta d’Europa. Ma il Direttorio non ha denari per sostenere

quella marcia, sicchè Buonaparte propone pace all’arciduca Carlo, e a

Leoben se ne segnano i preliminari.

Colla vecchia Europa riconciliavasi dunque (18 aprile) la Francia

repubblicana, ormai convinta che non era possibile farla tutta

democratica. Ben seguitavano a predicarlo per sentimento i

rivoluzionarj, per maschera i governanti: ma i proclami dei generali

dissonavano dalle trattative de’ ministri, il linguaggio diretto ai

popoli da quello tenuto coi re. Piantar alberi, drappellare bandiere,

mantacare paroloni lasciavasi in Lombardia, eppure il Direttorio avea

prestabilito darla all’Austria in cambio dei Paesi Bassi. Se non che

Buonaparte le avea posto affezione come a sua creatura, o come al primo

gradino d’una grande scala; sicchè pensò cercare qualch’altro compenso

per l’Austria, e stabilì di tradire Venezia.

Quelli che contro ai turbini della forza credono valga la prudenza,

tacciano Venezia d’avere smentito l’antica reputazione politica

coll’affettare sicurezza mentre le tribune parigine rintonavano

d’imprecazioni contro la sua nobiltà, i suoi Dieci, i suoi Inquisitori,

i suoi piombi, i suoi pozzi. Accuse convenzionali, mentre vera colpa

n’era l’ostinarsi a custodire gli ordini, anzichè lo scopo a cui quegli

ordini erano diretti. Da ottant’anni sussisteva essa unicamente perchè

mancava chi la soggiogasse.

Minacciata dai democratici, essa diffidava dei despoti, e

principalmente dell’Austria di cui sapeva esser lungo spasimo; ma

credette stornare il pericolo col non confessarlo, e gl’Inquisitori di

Stato vietarono di comunicare al senato i sinceri ragguagli, togliendo

così il fare proposizioni opportune. Nella micidiale perplessità potea

più durarsi quando l’esercito francese già dilagava sul suo territorio?

Gli oligarchi proponeano d’armare, e guaj a chi primo violasse

i confini. — Abbiamo quindici milioni di sudditi; sul continente

italiano venti città popolose e ricche: soldati trarremo dalle isole

e dall’Albania, addestrati nell’incessante nimicizia coi Turchi; le

cerne della Carnia e del Friuli ci daranno bellissimi granatieri;

robusta gioventù le valli della Brenta, dell’Oglio, del Serio, come le

pianure del Polesine, del Trevisano, del Veronese, e i colli padovani e

bellunesi: pieno è l’arsenale, e le vittorie recenti dell’Emo attestano

che l’antica bravura non è morta: buoni ingegneri restaureranno le

fortezze: restano risparmj abbondanti, e il patriotismo de’ privati

verrà a soccorso». Così gli animosi, mentre i timidi avrebbero

preferito gittarsi in braccio all’Austria; ma altri: — Perchè non

piuttosto alla Francia? essa vincitrice e repubblicana, essa non

interessata a distruggere la nostra repubblica, ma solo a svecchiarla

secondo le sue idee».

Si scelse il peggio, la neutralità inerme; e invitata a fare lega colla

Francia, la Spagna, la Turchia contro l’Austria, la Signoria protestò

che la esistenza riponea nella felicità e nell’affetto de’ sudditi, non

aver altra ambizione che di non esporre questi ai mali d’una guerra.

Parole d’oro per un congresso della pace, e che avranno solleticato a

riso i generali combattenti.

Di fatto, come le operazioni belliche lo portarono, Buonaparte entrò

sul Bresciano, protestando non intendeva fare il menomo torto alla

Serenissima; Beaulieu coi Tedeschi ne toglie pretesto di violare

anch’egli il territorio, e sorprendere Peschiera: ma quando Buonaparte

ebbe vinto a Borghetto e passato il Mincio, quegli dovette lasciarla

e ritirarsi pel Tirolo, mentre i Francesi presero stanza in quella

fortezza, e invasero anche Verona (1796 giugno). L’ordine di mandarla

in fiamme come ricovero del conte di Provenza, fratello dell’ucciso

re; Buonaparte non l’eseguì, ma ebbe tutta la linea dell’Adige, e così

agevolato l’assedio di Mantova. Con altrettanta buona fede il generale

Cervoni aveva sorpreso il castello di Bergamo, levato le lettere da

quella posta, e dalla casa Terzi il tesoro depostovi dall’arciduca

quando fuggiva da Milano; del quale una preziosa scatola di viaggio, da

Maria Antonietta regalata alla nostra Beatrice, crebbe il corredo della

donna di Buonaparte[19].

A tal modo trattavasi una repubblica, addossandole poi tante accuse

quante si suole a chi vuolsi sagrificare, e ritessendo con essa i

turpi maneggi, praticati dianzi dai re colla Polonia. Singolarmente

vi si mantenevano emissarj «per promuovere lo spirito pubblico,

sviluppare l’energia, consolidare la libertà»; cioè fomentare gli

odj e le fazioni. I nobili esclusi dal libro d’oro macchinavano

contro l’oligarchia, i poveri contro i ricchi, i gentiluomini della

terraferma contro quei della dominante. In Milano un comitato espresso

attendeva a rivoltare la terraferma veneta, capi il Porro milanese,

i bresciani Lechi, Gámbara, Beccalosi, i bergamaschi Alessandri,

Caleppio, Adelasio. In fatto il 12 marzo si solleva Bergamo, ai 18

Brescia, poi Crema, cacciando i magistrati veneti. La Serenissima

mandò a querelarsene; e Buonaparte le esibì di venire colle armi a

sottometter egli stesso le città ribelli; la repubblica nol consentì

ma doveva aspettar inerme il proprio sfasciamento, e intanto mantenere

con un milione al mese le truppe francesi: le quali non solo volevano

i viveri, ma toglievano i bovi e i cavalli occorrenti all’agricoltura,

disperdeano il vino nelle cantine, tagliavano gli alberi fruttiferi,

batteano, violavano, uccideano, mentre gli abbondanzieri impinguavano

della miseria de’ soldati e degli abitanti. Perchè gl’imperiali

avrebbero operato più moralmente che i Repubblicani? e chi n’andava

di mezzo era la neutra Venezia, era il popolo innocente. I paesani

domandavano armi per difendersi; ma la Signoria calmava, assopiva,

esortava a pazienza; chiunque mostrasse sdegno o compassione veniva in

grido d’aristocratico ed austriacante.

Ma i montanari delle valli Camonica, Trompia, Sabbia insorsero (1797

marzo) armati contro le novità, capitanati dal conte Fioravanti: Salò

respinse i repubblicani, comandati da Lechi, e lui fecero prigioniero.

Verona, ridotta a puzzolenta caserma, facea schifo agli stessi

cittadini; e se non bastavano le violenze a’ privati, furono rotte le

porte delle fortificazioni, tolte le chiavi della città, le artiglierie

dalle mura, le munizioni dai magazzini, i ponti. La gente indignata

afferrò le armi, e trucidò da quattrocento Francesi in cinque giornate.

Il fatto deplorabile grida vendetta: accorrono Francesi e Lombardi

con Lahoz e Buonaparte, che affrettatosi a soscrivere l’armistizio di

Leoben, punì ferocemente Verona, e le impose taglie così esorbitanti,

che Augereau stesso dovette mostrargliele impossibili.

Buonaparte attribuiva ogni colpa al senato, mentre i democratici nella

capitale urlavano contro il patrio Governo, come contro i re e il papa.

Secondo soleasi nei frangenti, Venezia aveva intimato che nessuna nave

estera penetrasse nell’estuario. Un legno francese di corso, inseguito

dagli Austriaci, ricoverò sotto il cannone di Lido, e fu fulminato

e preso dagl’indignati Schiavoni (1797 17 aprile). Crebbe allora lo

scalpore, e Buonaparte ai deputati spediti a scagionarsi rispondeva:

— Quando avevo a fronte il nemico, offersi l’alleanza di Francia e

fu ricusata: ora che dispongo di ottantamila uomini non voglio udire

condizioni, ma dettarle. Io sarò un altro Attila per Venezia; più

inquisitori, più libro d’oro, rimasugli della barbarie; il vostro

Governo è decrepito»; e dopo minaccie, promesse, lungagne le indíce

guerra, senza brigarsi che questo diritto era riservato ai Cinquecento.

Anche dopo perduto il continente, Venezia potea reggersi, ove le

fosse bastato costanza quanto al tempo della lega di Cambrai, o

quanto poi nel 1848. Essa contava ventidue vascelli dai settanta ai

cinquantacinque cannoni, quindici fregate, ventitre galere e molti

legni minori, e un ricchissimo arredo di bocche da fuoco e d’ogni

occorrente per allestire la flotta e le fortezze. Per munire le lagune

e provvedere al passaggio delle truppe straniere impose il dieci per

cento sulle pigioni, una tassa sulle gondole e i servi, una taglia

sulle arti; ma appena ricavò seicensessantaduemila ducati, mentre i

doni spontanei salsero a novecentomila: fece prestiti, levò i pegni

ai Monti di pietà, le argenterie alle chiese e alle confraternite,

ricchi e grandiosi corpi, i quali per la patria non ricusavano verun

sagrifizio[20]. Se avesse adoprato tutti i suoi mezzi, chi potea

valutare quanto tempo costerebbe ai Francesi l’impresa? e per poco

che durasse (riflette Buonaparte)[21] qual effetto la resistenza

produrrebbe sul resto d’Italia?

Ma ai consigli mancava la risolutezza che salva; l’occupazione de’

beni in terraferma desolava i patrizj; d’altra parte trapelava che

a Leoben già si fosse patteggiata la vendita delle provincie venete.

Dal terrore altrui prendeano spirito i democratici, cioè i fautori dei

Francesi, i quali imitandone le arroganze, davano d’urto a tutto che

sentisse d’italiano. Sperossi salvare il leone col torgli dalle branche

il vangelo e mettergli i diritti dell’uomo, ma non bastò e veniva

abbattuto da ogni parte: Padova minacciava interrompere i canali che

avvicinano l’acqua dolce alla metropoli: molti agognavano d’essere i

primi a disertare dalla patria per avere posti e guadagni nell’ordine

nuovo.

Mentre i patrioti gridano Viva la libertà, il popolo grida Viva san

Marco, e infuria contro di quelli; gli Schiavoni saccheggiano le case,

i Dalmati, avversi sempre ai Francesi, e più dacchè questi aveano

vilipesi i loro soldati a servizio della Serenissima, si ammutinano,

trucidano i novatori, e bisogna domarli col cannone.

I Manini di Firenze, mutatisi per le patrie turbolenze a Udine,

col soccorrere generosamente ai bisogni di Venezia v’ottennero il

patriziato. Lodovico, discendente da quelli, come procuratore di

Vicenza, di Verona, di Brescia, tanto ben meritò, che la Serenissima

lo elesse procuratore di San Marco, poi doge il 1789, quantunque non

venisse dalle antiche famiglie tribunizie. Splendidissimamente si

solennizzavano queste elezioni[22], e in quella del Manin fu gittato

denaro a profusione alla plebe nel giro consueto della piazza,

diecimila ducati ai nobili poveri, pane e vino a chi ne volle: ma

basta leggere la promissione ducale impostagli per tor molta ragione

alle accuse che gli si danno di negligenza e debolezza, chè male

può fasciarsi un uomo, poi dirgli cammina. In fatto egli non seppe

che esibire di rinunziare la sua carica ai rivoltosi; pusillanimità

applauditagli come eroismo; e l’unico lamento di lui sonò: — Non semo

nemmanco sicuri sta notte nel nostro letto».

Mandasi a Parigi a trattare a qualunque siansi condizioni, e per

averlo meno triste si profonde oro al venale direttore Barras[23]: poi

il granconsiglio rinunzia all’ereditaria aristocrazia, riconosce la

sovranità del popolo, e alla repubblica francese consente sei milioni,

venti quadri e cinquecento manoscritti: per ordine di Francia si

scarcerano i detenuti politici, cioè quelli che tramavano contro la

repubblica, si puniscono gl’Inquisitori e il comandante di Lido, si

licenzia la milizia schiavona.

Con tante bassezze speravasi salvar almeno l’indipendenza; ma dentro

trescavano i demagoghi, e n’era centro Villetard segretario della

legazione francese, e principale turcimanno il Battagia. I cospiratori

spingono il granconsiglio (1797 12 maggio) a decretare sia introdotta

guarnigione francese, e viene istituita una nuova municipalità. Coloro

che aveano trionfato del demolire la Bastiglia, e trionfato al paro

dello scannare migliaja d’ingiudicati all’Abadia e al Carmine, gemeano

e fremeano sull’efferatezza delle carceri di Venezia; e dimenticando

quanti patrioti giacessero in ben altro squallore nelle regie carceri

sottomarine di Messina e nelle alpestri di Fenestrelle, vollero

s’aprissero (16 maggio) gli orribili pozzi e i piombi ricantati, e vi

trovarono... un prigioniero.

Buonaparte, lieto d’un’occasione che diminuiva infamia ai preliminari

di Leoben, finse un accordo col granconsiglio: ma, secondo avea

concertato, il Direttorio francese[24] ricusa le stipulazioni fatte con

un corpo che avea cessato d’esistere; ricusa le riserve, pur tenendo

saldi gli obblighi che v’erano convenuti; onde si decreta abolita

l’aristocrazia, diano tre milioni in denaro, tre in munizioni navali,

tre vascelli di guerra, due fregate[25].

Stabilita la municipalità democratica, cominciano le solite gazzarre

popolane contro tutti i resti dell’antico dominio; si rilasciano i

condannati in galera, si distribuiscono al popolo quattordicimila

ducati; il dì della Pentecoste piantasi l’albero parodiando il _Veni

Creator_, e si manda a sperpero e saccheggio il palazzo ducale,

testimonio di tanta sapienza politica, tanta virtù patriotica, tanti

omaggi di re, tante devozioni di ministri; e i tributi di tutto il

mondo, e le rarità di cui da secoli i viaggiatori faceano patriotica

offerta, e i doni dei sultani di Bagdad, d’Egitto, di Costantinopoli,

vanno preda del popolo sovrano e degli speculatori; stracciansi le

bandiere, monumenti d’insigni vittorie; si pone il fuoco al seggio

ducale, e il libro d’oro è arso con ischiamazzante solennità[26]. Poi

vennero le consuete depredazioni delle casse, fra cui ducentomila

zecchini depositati dal duca di Modena, poi dei capi d’arte nelle

chiese e ne’ musei, il Giove Egioco della biblioteca, il san Pietro

martire, la Fede del doge Grimani, il Martirio di san Lorenzo del

Tiziano, lo schiavo liberato e la sant’Agnese del Tintoretto, il ratto

d’Europa, una Madonna, il convito in casa di Levi di Paolo Veronese,

una Madonna di Gian Bellino ed altri dipinti, e ducento preziosi

codici. Dal tesoro di San Marco si trassero le gemme de’ reliquarj,

e l’oro si mandava alle zecche: delle armi bellissime e storiche

conservate presso il consiglio dei Dieci, fecero preda gli uffiziali:

saccheggiato l’arsenale che aveva quarantasette cale, nove tettoje

acquatiche, trentatre cantieri pel legname, una corderia unica al

mondo, arricchita dai boschi di Montello, di Cansiglio, dell’Istria,

dal rame d’Agordo, dalla canapa ferrarese e bolognese; il bucintoro

e i peatoni, di cui la ricchezza e gl’intagli destavano meraviglia

nelle feste del doge, andarono arsi o sconquassati; affondaronsi

alcune navi. Non bastando il denaro, Haller e Serrurier facevano darsi

per ducencinquantamila franchi in catrame, il doppio in sartiame,

altrettanto in àncore e ferraglie, trecencinquantamila in sevo e ragia,

quattrocentomila in tela da vele, settecentomila in canapa; e si tentò

spegnerne fin le ultime industrie veneziane[27]. Altrettanti segni

di rapacità lascia Massena a Padova; e vuolsi valutare a cinquanta

milioni di ducati lo spoglio pubblico. Fin dalle gallerie private

si tolsero quadri e medaglie e cammei, e per ultimo insulto il leone

della Piazzetta, e i cavalli che diconsi di Lisippo. A Lallemant, capo

del sistematico ladroneccio, furono regalati sette cammei. Il vulgo,

vedendo i Francesi rubare, rubare i municipalisti, si buttò a rubare

anch’esso; altri Veneziani, e non tutti ebrei, compravano il rubato dai

Francesi e dal vulgo. Il municipale Dandolo ordinava una nota di tutti

i benestanti per confiscare quel che avessero d’oro, argento, contanti,

gioje di là del necessario: e solo l’accidente impedì d’attuare un

insano decreto della municipalità, che traeva al fisco le sostanze

eccedenti la rendita di cinquemila ducati.

Intanto un avviso esortava gli artisti: — Orsù, incisori, dateci

l’effigie di quel grande che beneficò l’umanità col sublime trattato

_Dei delitti e delle pene_; sia quella effigie incoronata dalla

filosofia; le stia presso in atto riconoscente Italia, cinta degli

emblemi della libertà; l’immortalità dall’altro canto tenga in mano

il maraviglioso sapiente dettato». Le procuratìe nuove e le vecchie

doveano nominarsi galleria della libertà e dell’eguaglianza: sul libro

del leone si scrisse, _Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino_; e

tutti a leggere giornali, tutti accorrere ai teatri, sonanti d’insulti

ai re, ai nobili, ai preti, ai magistrati; i cittadini indossavano

la carmagnola degli operaj; le donne procedeano seminude in tuniche

_all’ateniese_ aperte sul fianco, in farsetti _all’umanità_, cappellini

_alla Pamela_, chioma raccorcia _alla ghigliottina_; e satire e

caricature scompisciavano il lacero manto e le glorie di sedici secoli.

Vero è che non mancavano insulti all’albero della libertà, ed alla

figura di questa surrogavansi in più luoghi le aquile e _Viva l’Austria

e l’arciduca Carlo_; il che causò qualche supplizio. I Dalmati

infuriati trucidarono alcune truppe giacobine a Sebenico, e il console

di Francia e la moglie; apersero le prigioni, s’impossessarono delle

artiglierie dicendo voler adoprarle contro i democratici di Venezia:

così a Trau, a Spalatro, a Zara, dove la gente di campagna accorse

distruggendo quanto sapesse di rivoluzionario, uccidendo chi in fama di

democratico, deliberata piuttosto a darsi a Casa d’Austria.

L’Austria, non che lamentarsi che i Giacobini scorressero a nuovi

acquisti, pensò trarne profitto, ed occupò l’Istria e la Dalmazia,

possessi veneti, «volendo l’imperatore preservare la tranquillità de’

suoi sudditi dallo spirito di vertigine delle vicine provincie»; e si

stese fin a Cattaro, facendosi giurar fede da quello strano misto di

razze, di culti, di lingue. Venezia chiedeva a Buonaparte snidasse

quegl’invasori; ed egli le permise d’allestire una spedizione pel

Levante. Era una nuova perfidia di Buonaparte per trarre la flotta

fuori del porto, e così sguarnire la capitale. Veleggiò essa in fatto a

Corfù, ma con insegne francesi, e da Francesi fu preso il governo anche

delle Jonie[28].

Buonaparte facea far feste a Venezia, e vi mandò la propria moglie, che

fu caricata di doni nella speranza che ammanserebbe il liberticida,

come l’avea sperato Pio VI nell’offrirle statue e una collana di

cammei: egli intanto a Campoformio (1797 16 8bre) conchiudeva il

mercato[29]. Il Direttorio aveagli imposto l’emancipazione dell’intera

Italia; ma egli dissobbedisce e assegna l’Adige e Mantova alla

riconosciuta Cisalpina, Magonza e l’isole Jonie alla Francia; obbliga

l’imperatore a dare la Brisgovia in compenso al duca di Modena; a

Casa d’Austria abbandona la lungamente agognata Venezia col Friuli,

l’Istria, la Dalmazia, le Bocche di Cattaro. Sì bene il ministro

Cobentzel avea saputo carezzare l’indovinata ambizione di Buonaparte,

che tutto il profitto toccò all’Austria; la quale, colla perseveranza

che si ammira anche in causa che si disapprova, dopo tante sconfitte si

rifacea della perdita de’ Paesi Bassi aquistando il mare e l’immediata

congiunzione delle provincie italiane colle sue slave, toccando anche

alla Turchia ond’essere pronta a partecipare al più o men vicino ma

inevitabile spartimento di quella. Quanto alla Cisalpina essa confidava

ricuperarsela. I Parigini mostrarono tanta esultanza della conchiusa

pace, che il Direttorio non osò palesarsi scontento dell’operato di

Buonaparte.

Trattavasi di metter le catene a quella Venezia, che aveano suscitato a

rivoluzione col pretesto di liberarla. Già le si era tolta la flotta, e

distrutto quanto potesse servire all’imperatore per crearne una nuova.

Il Villetard, fanatico se non colpevole stromento di quella tradigione,

dovette annunziare alla donna dell’Adriatico la sorte destinatale (1798

gennajo), promettendo ricovero e patria in Francia o nella Cisalpina

a chi volesse. Come un compenso, ai magistrati suggerì d’arricchirsi

colle spoglie della patria; ma dovette rescrivere al Buonaparte: —

Trovai ne’ municipali animo troppo alto sicchè volessero cooperare

a quanto per me proponeste: _Cercheremo libera terra_, risposero,

_preferendo all’infamia la libertà_». Buonaparte rispondeva insultando:

— E che? la repubblica francese spargerà il suo prezioso sangue per

altri popoli? I Veneziani sono ciarlieri dissennati e codardi, che non

sanno se non fuggire. Se rifiutano arricchirsi delle prede pubbliche,

non è probità, non altezza d’animo». Ma quando ai loro lamenti egli

replicò, — Ebbene difendetevi», il veronese De Angeli proruppe: —

Traditore, rendici quell’armi che ci hai rapite».

Venezia ch’era vissuta tredici secoli, con pochissime sommosse e neppur

una guerra civile, finì spossata; eppure fra tante ruine di quel tempo

destò vivo rammarico pei vilissimi artifizj, e lasciò un affettuoso

desiderio in quegli stessi che erano compianti come suoi servi. Gli

abitanti dell’Istria e della Dalmazia non sapeano darsene pace, e nel

consegnare all’austriaco generale il vessillo di San Marco, versavano

lacrime solenni al cospetto de’ nuovi padroni; alcuni ne mostravano

tale accoramento, che fin i soldati austriaci commossi lasciavano

che il conservassero. A Zara, lo stendardo si porta in duomo, il

maresciallo Strático lo consegna al vicario generale monsignor Armani

che intonato il _De profundis_ e lasciatolo baciar con entusiasmo ai

cittadini lo sepellisce: così a Pirano, così altrove; intanto che i

vincitori e i venduti tentavano strappar a Venezia fin la pietà, ultimo

diritto della sventura, diffamandola a guisa del giovinastro che espone

alle risa la donna ch’egli contaminò.

Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) · 第 4 / 28 题