E il Payot non tiene conto di un'altra fatalità del nostro
tempo, dalla quale anche dipende l'abulia, l'incapacità di
volere e di agire. Questa fatalità è il trionfo dell'analisi.
La psicologia dimostra che un atto concepito è un atto
cominciato, che fra l'idea dell'atto e l'atto stesso non c'è
differenza essenziale. Dobbiamo concluderne che pensiero ed
azione sono tutt'uno? In fisica abbiamo un certo numero di
forze: la luce, il calore, l'elettricità. Uno studio attento ha
portato ad affermare che esse non sono tanto diverse quanto
sembrano, che anzi l'una si può mutare nell'altra, e che
insomma la forza è unica e varie ne sono soltanto le
manifestazioni. Ma che cosa importa questa nozione? Perchè
l'elettricità è o può essere calore, diremo noi ad un
assiderato di prendere in mano i fili di una corrente elettrica
per riscaldarsi? Perchè il calore è luce, consiglieremo a chi
non ha candele di mettersi a scrivere dinanzi alla bocca di un
forno? Nel mondo delle forze vi sarà unità fondamentale; ma le
manifestazioni dell'unica forza sono tanto diverse come se
dipendessero da forze realmente diverse. Così nel mondo della
materia. Abbiamo in chimica una quantità di sostanze che si
possono considerare come risultanti dal diverso aggruppamento
molecolare di una sostanza unica, elementare, primordiale; ma
il fiele ed il miele, l'acqua e la pietra saranno perciò la
stessa cosa?
Altrettanto dicasi del mondo morale. Vedemmo già che la
riflessione dalla quale dipende la scienza, e l'ispirazione
dalla quale nasce l'arte, sono in fondo tutt'uno: ma vedemmo
pure che arte e scienza, non che confondersi, si sono sempre
più distinte. L'energia vitale è una sola: non si può agire
senza pensare, non si può pensare senza agire; ma ciò non vieta
che questi due modi dell'attività umana si distinguano sino ad
opporsi e ad escludersi. Chi si butta a capo fitto in una
pugna, e dà e riceve colpi mortali, non può risolvere casi di
coscienza. Archimede che medita sopra un problema, non solo non
fugge all'avvicinarsi del nemico, ma non lo sente neppure
avvicinarsi. Ora l'abito di riflettere continuamente,
assiduamente, troppo, impedisce, od ostacola la capacità di
risolversi, di agire; viceversa l'azione incessante diffusa,
febbrile, non è compatibile con la meditazione. Per crederle
compatibili, il Maeterlinck ha dovuto dire che agire è
«aspettare, tacere e raccogliersi». Appunto uno dei caratteri
del nostro secolo, di questo tempo progredito, sapiente,
cosciente, troppo cosciente, è la preminenza del raccoglimento,
dell'analisi di coscienza, dell'esame interiore, del pensiero
speculativo. Quella stessa moltitudine di cognizioni che
disvoglia tanti dallo studio per la sua troppa varietà,
invoglia altri allo studio; e che altro è lo studio se non
riflessione ed analisi? E gli uomini di studio non sono, per
l'esperienza che ogni giorno ne vediamo, tutto il contrario
degli uomini d'azione? L'infiacchimento della volontà operosa,
fattiva, non è soltanto effetto del pensiero riflessivo; ma
anche causa. Noi non operiamo molto perchè pensiamo troppo; e
pensiamo troppo perchè operiamo poco. I due fenomeni sono ad un
tempo causa ed effetto l'uno dell'altro. La guerra contro i
simili e contro la natura è la dura legge dei popoli selvaggi:
essi non hanno dimora stabile, errano di luogo in luogo come un
gregge, si riparano, combattono, agiscono; non pensano, o
pensano quel tanto che bisogna per agire. Le società civili,
che non emigrano più, che non si dilaniano più--o quasi--che
sono assicurate quanto è possibile dai nemici naturali,
studiano, meditano, pensano. Cercate un Amiel tra gli Unni:
sarà alquanto difficile trovarlo; viceversa gli Attila
sono--almeno per ora--scomparsi. Noi non abbiamo grandi cose da
fare, perciò pensiamo; e quanto più pensiamo, tanto meno capaci
diventiamo di operare.
Il Payot, mettendo come condizione della volontà operosa la
riflessione meditativa, nega che tra le due vi sia antinomia.
Egli dice che il concetto dell'incompatibilità dipende da una
confusione. Azione e riflessione sono incompatibili, spiega, se
si confondono gli _agitati_ con gli uomini d'azione veramente
degni del nome. «L'agitato è il contrario dell'uomo d'azione.
L'agitato ha bisogno d'agire: la sua attività si manifesta con
l'azione frequente, incoerente, fatta giorno per giorno. Ma
siccome nella vita, in politica, etc., si riesce soltanto per
mezzo della continuità dello sforzo in una stessa direzione,
quest'agitazione sussurrona fa molto rumore, ma poco o punto
profitto. L'attività orientata, sicura di sè stessa, implica la
meditazione profonda. E tutti i grandi attivi, come Errico IV e
Napoleone, hanno, prima d'agire, lungamente riflettuto». Alle
quali osservazioni si risponde che la distinzione fra
agitazione e attività è giusta, ma non prova nulla, o ben poco.
Certo: fra il pensiero profondo e l'agitazione scomposta e
pazzesca c'è opposizione evidente; ma ciò non vuol dire che tra
riflessione indefessa e attività fruttuosa vi sia identità. In
alcuni grandi uomini, molto rari, che sono per ciò oggetto di
tanta ammirazione, pensiero ed azione possono darsi la mano;
ma, se è vero che essi sono eccezioni, non bisogna addurli come
prova della regola. Il gas dà luce e calore insieme, ma ciò non
vuol dire che non vi siano calori oscuri e luci fredde. E poi,
se la grandezza dell'azione implica la grandezza del pensiero,
la reciproca non è altrettanto vera. Per fare grandi o anche
piccole cose, bisogna certo aver pensato poco o molto; ma si
può pensare moltissimo senza far quasi nulla. E questo è
appunto il pericolo, anzi l'inconveniente lamentato. Suggerire
di meditare per agire è inutile, se non dannoso. Non il
pensiero ci fa difetto; al contrario: noi pensiamo troppo. A
chi affoga non pare che sia da offrire un bicchier d'acqua.
È vero che il Payot consiglia la riflessione meditativa come
mezzo di affrancarsi dai pregiudizî, di confutare i luoghi
comuni del pensiero volgare, pigro e fiacco, di eccitare
nell'animo gagliardi impulsi e vivaci repulsioni. Non è
possibile, in questo senso, negare l'efficacia dell'abito
riflessivo. I cretini e gli apati non riescono a far niente. La
grandezza del pensiero interiore è condizione delle grandi
cose, dei grandi fatti; ma il pensiero può esaurirsi
sterilmente, inutilmente; e l'abuso è da evitare.
Altro punto della quistione. L'energia della volontà non è
possibile in un corpo debole: l'educazione dev'essere dunque
non soltanto intellettuale e morale, ma anche fisica. E questa
cosa è certa. Certa cosa è pure, come nota il Payot, che non
bisogna confondere la salute con la forza muscolare, e che gli
esercizî violenti in onore presso gl'Inglesi e gli Americani
sono tanto criticabili quanto lodevoli i razionali esercizî
ginnastici ai quali si dà la gioventù svedese. «Le grandi
vittorie umane non si guadagnano più in nessun luogo coi
muscoli, bensì con le scoperte, con i grandi sentimenti, con le
idee feconde: e noi daremmo i muscoli di cinquecento lavoratori
della terra, più quelli totalmente inutili di tutti gli uomini
sportivi, per la poderosa intelligenza di un Pasteur, di un
Ampère o di un Malebranche». Ma la quistione è appunto questa:
che il numero dei pensatori, o più semplicemente degli
individui pensanti, tende sempre a crescere; e se i Pasteur,
gli Ampère, i Malebranche sono rari, numerosissimi sono invece
gl'infelici che pagano col nervosismo, con la neurastenia, con
la rovina della salute, l'abuso delle facoltà intellettuali. «È
cosa evidentissima», dice il Payot, «che l'ufficio della forza
muscolare diminuisce di giorno in giorno, poichè l'intelligenza
la sostituisce con le forze incomparabilmente più potenti delle
macchine; e da un'altra parte la sorte degli uomini dotati di
muscoli possenti è di essere assimilati sempre più alle
macchine...». Ma, se l'ufficio della forza muscolare diminuisce
di giorno in giorno, diminuisce per conseguenza la stessa
forza: un organo non adoperato s'indebolisce, una forza non
esercitata si perde. E questo è il danno del quale siamo
spettatori: nelle vene della classe pensante e dirigente scorre
un sangue pallido; i suoi muscoli sono flaccidi, i suoi nervi
troppo impressionabili. Non è sempre vero, come afferma il
Payot, che «la debolezza corporea va accompagnata con la
fiacchezza della volontà, con la brevità e il languore
dell'attenzione». Se ci fosse bisogno di addurre esempî per
dimostrare come una mente altissima, un'intelligenza sovrumana,
un'anima miracolosa possano sussistere in un corpo stremato ed
agonizzante, basterebbero gli esempî del Leopardi e dello
Spinoza. La sensibilità, l'immaginazione, tutte le facoltà che
dipendono dal sistema nervoso, sono grandi, squisite,
straordinarie, a costo troppo spesso del sistema nervoso, del
suo equilibrio, della sua salute. Questo fatto dà appunto
ragione della teoria lombrosiana sulla nevrosi del genio.
Vedete: ciò che si chiede è una generazione capace di volere,
di volere fortemente, indefessamente; orbene: Vittorio Alfieri,
per aver voluto in questo modo, è stato ascritto, forse non
senza ragione, tra i psicopatici.
Ma, lasciando stare i genî e la psicopatia, guardando la media
umanità, noi vediamo che l'abuso delle facoltà mentali
corrisponde alla depressione della volontà e allo squilibrio
nervoso. Dallo scoppio dell'epidemia romantica sino ai nostri
giorni il danno è andato crescendo. Esso è fatale, è lo scotto
che bisogna rassegnarsi a pagare.