II.

E il Payot non tiene conto di un'altra fatalità del nostro

tempo, dalla quale anche dipende l'abulia, l'incapacità di

volere e di agire. Questa fatalità è il trionfo dell'analisi.

La psicologia dimostra che un atto concepito è un atto

cominciato, che fra l'idea dell'atto e l'atto stesso non c'è

differenza essenziale. Dobbiamo concluderne che pensiero ed

azione sono tutt'uno? In fisica abbiamo un certo numero di

forze: la luce, il calore, l'elettricità. Uno studio attento ha

portato ad affermare che esse non sono tanto diverse quanto

sembrano, che anzi l'una si può mutare nell'altra, e che

insomma la forza è unica e varie ne sono soltanto le

manifestazioni. Ma che cosa importa questa nozione? Perchè

l'elettricità è o può essere calore, diremo noi ad un

assiderato di prendere in mano i fili di una corrente elettrica

per riscaldarsi? Perchè il calore è luce, consiglieremo a chi

non ha candele di mettersi a scrivere dinanzi alla bocca di un

forno? Nel mondo delle forze vi sarà unità fondamentale; ma le

manifestazioni dell'unica forza sono tanto diverse come se

dipendessero da forze realmente diverse. Così nel mondo della

materia. Abbiamo in chimica una quantità di sostanze che si

possono considerare come risultanti dal diverso aggruppamento

molecolare di una sostanza unica, elementare, primordiale; ma

il fiele ed il miele, l'acqua e la pietra saranno perciò la

stessa cosa?

Altrettanto dicasi del mondo morale. Vedemmo già che la

riflessione dalla quale dipende la scienza, e l'ispirazione

dalla quale nasce l'arte, sono in fondo tutt'uno: ma vedemmo

pure che arte e scienza, non che confondersi, si sono sempre

più distinte. L'energia vitale è una sola: non si può agire

senza pensare, non si può pensare senza agire; ma ciò non vieta

che questi due modi dell'attività umana si distinguano sino ad

opporsi e ad escludersi. Chi si butta a capo fitto in una

pugna, e dà e riceve colpi mortali, non può risolvere casi di

coscienza. Archimede che medita sopra un problema, non solo non

fugge all'avvicinarsi del nemico, ma non lo sente neppure

avvicinarsi. Ora l'abito di riflettere continuamente,

assiduamente, troppo, impedisce, od ostacola la capacità di

risolversi, di agire; viceversa l'azione incessante diffusa,

febbrile, non è compatibile con la meditazione. Per crederle

compatibili, il Maeterlinck ha dovuto dire che agire è

«aspettare, tacere e raccogliersi». Appunto uno dei caratteri

del nostro secolo, di questo tempo progredito, sapiente,

cosciente, troppo cosciente, è la preminenza del raccoglimento,

dell'analisi di coscienza, dell'esame interiore, del pensiero

speculativo. Quella stessa moltitudine di cognizioni che

disvoglia tanti dallo studio per la sua troppa varietà,

invoglia altri allo studio; e che altro è lo studio se non

riflessione ed analisi? E gli uomini di studio non sono, per

l'esperienza che ogni giorno ne vediamo, tutto il contrario

degli uomini d'azione? L'infiacchimento della volontà operosa,

fattiva, non è soltanto effetto del pensiero riflessivo; ma

anche causa. Noi non operiamo molto perchè pensiamo troppo; e

pensiamo troppo perchè operiamo poco. I due fenomeni sono ad un

tempo causa ed effetto l'uno dell'altro. La guerra contro i

simili e contro la natura è la dura legge dei popoli selvaggi:

essi non hanno dimora stabile, errano di luogo in luogo come un

gregge, si riparano, combattono, agiscono; non pensano, o

pensano quel tanto che bisogna per agire. Le società civili,

che non emigrano più, che non si dilaniano più--o quasi--che

sono assicurate quanto è possibile dai nemici naturali,

studiano, meditano, pensano. Cercate un Amiel tra gli Unni:

sarà alquanto difficile trovarlo; viceversa gli Attila

sono--almeno per ora--scomparsi. Noi non abbiamo grandi cose da

fare, perciò pensiamo; e quanto più pensiamo, tanto meno capaci

diventiamo di operare.

Il Payot, mettendo come condizione della volontà operosa la

riflessione meditativa, nega che tra le due vi sia antinomia.

Egli dice che il concetto dell'incompatibilità dipende da una

confusione. Azione e riflessione sono incompatibili, spiega, se

si confondono gli _agitati_ con gli uomini d'azione veramente

degni del nome. «L'agitato è il contrario dell'uomo d'azione.

L'agitato ha bisogno d'agire: la sua attività si manifesta con

l'azione frequente, incoerente, fatta giorno per giorno. Ma

siccome nella vita, in politica, etc., si riesce soltanto per

mezzo della continuità dello sforzo in una stessa direzione,

quest'agitazione sussurrona fa molto rumore, ma poco o punto

profitto. L'attività orientata, sicura di sè stessa, implica la

meditazione profonda. E tutti i grandi attivi, come Errico IV e

Napoleone, hanno, prima d'agire, lungamente riflettuto». Alle

quali osservazioni si risponde che la distinzione fra

agitazione e attività è giusta, ma non prova nulla, o ben poco.

Certo: fra il pensiero profondo e l'agitazione scomposta e

pazzesca c'è opposizione evidente; ma ciò non vuol dire che tra

riflessione indefessa e attività fruttuosa vi sia identità. In

alcuni grandi uomini, molto rari, che sono per ciò oggetto di

tanta ammirazione, pensiero ed azione possono darsi la mano;

ma, se è vero che essi sono eccezioni, non bisogna addurli come

prova della regola. Il gas dà luce e calore insieme, ma ciò non

vuol dire che non vi siano calori oscuri e luci fredde. E poi,

se la grandezza dell'azione implica la grandezza del pensiero,

la reciproca non è altrettanto vera. Per fare grandi o anche

piccole cose, bisogna certo aver pensato poco o molto; ma si

può pensare moltissimo senza far quasi nulla. E questo è

appunto il pericolo, anzi l'inconveniente lamentato. Suggerire

di meditare per agire è inutile, se non dannoso. Non il

pensiero ci fa difetto; al contrario: noi pensiamo troppo. A

chi affoga non pare che sia da offrire un bicchier d'acqua.

È vero che il Payot consiglia la riflessione meditativa come

mezzo di affrancarsi dai pregiudizî, di confutare i luoghi

comuni del pensiero volgare, pigro e fiacco, di eccitare

nell'animo gagliardi impulsi e vivaci repulsioni. Non è

possibile, in questo senso, negare l'efficacia dell'abito

riflessivo. I cretini e gli apati non riescono a far niente. La

grandezza del pensiero interiore è condizione delle grandi

cose, dei grandi fatti; ma il pensiero può esaurirsi

sterilmente, inutilmente; e l'abuso è da evitare.

Altro punto della quistione. L'energia della volontà non è

possibile in un corpo debole: l'educazione dev'essere dunque

non soltanto intellettuale e morale, ma anche fisica. E questa

cosa è certa. Certa cosa è pure, come nota il Payot, che non

bisogna confondere la salute con la forza muscolare, e che gli

esercizî violenti in onore presso gl'Inglesi e gli Americani

sono tanto criticabili quanto lodevoli i razionali esercizî

ginnastici ai quali si dà la gioventù svedese. «Le grandi

vittorie umane non si guadagnano più in nessun luogo coi

muscoli, bensì con le scoperte, con i grandi sentimenti, con le

idee feconde: e noi daremmo i muscoli di cinquecento lavoratori

della terra, più quelli totalmente inutili di tutti gli uomini

sportivi, per la poderosa intelligenza di un Pasteur, di un

Ampère o di un Malebranche». Ma la quistione è appunto questa:

che il numero dei pensatori, o più semplicemente degli

individui pensanti, tende sempre a crescere; e se i Pasteur,

gli Ampère, i Malebranche sono rari, numerosissimi sono invece

gl'infelici che pagano col nervosismo, con la neurastenia, con

la rovina della salute, l'abuso delle facoltà intellettuali. «È

cosa evidentissima», dice il Payot, «che l'ufficio della forza

muscolare diminuisce di giorno in giorno, poichè l'intelligenza

la sostituisce con le forze incomparabilmente più potenti delle

macchine; e da un'altra parte la sorte degli uomini dotati di

muscoli possenti è di essere assimilati sempre più alle

macchine...». Ma, se l'ufficio della forza muscolare diminuisce

di giorno in giorno, diminuisce per conseguenza la stessa

forza: un organo non adoperato s'indebolisce, una forza non

esercitata si perde. E questo è il danno del quale siamo

spettatori: nelle vene della classe pensante e dirigente scorre

un sangue pallido; i suoi muscoli sono flaccidi, i suoi nervi

troppo impressionabili. Non è sempre vero, come afferma il

Payot, che «la debolezza corporea va accompagnata con la

fiacchezza della volontà, con la brevità e il languore

dell'attenzione». Se ci fosse bisogno di addurre esempî per

dimostrare come una mente altissima, un'intelligenza sovrumana,

un'anima miracolosa possano sussistere in un corpo stremato ed

agonizzante, basterebbero gli esempî del Leopardi e dello

Spinoza. La sensibilità, l'immaginazione, tutte le facoltà che

dipendono dal sistema nervoso, sono grandi, squisite,

straordinarie, a costo troppo spesso del sistema nervoso, del

suo equilibrio, della sua salute. Questo fatto dà appunto

ragione della teoria lombrosiana sulla nevrosi del genio.

Vedete: ciò che si chiede è una generazione capace di volere,

di volere fortemente, indefessamente; orbene: Vittorio Alfieri,

per aver voluto in questo modo, è stato ascritto, forse non

senza ragione, tra i psicopatici.

Ma, lasciando stare i genî e la psicopatia, guardando la media

umanità, noi vediamo che l'abuso delle facoltà mentali

corrisponde alla depressione della volontà e allo squilibrio

nervoso. Dallo scoppio dell'epidemia romantica sino ai nostri

giorni il danno è andato crescendo. Esso è fatale, è lo scotto

che bisogna rassegnarsi a pagare.

Il colore del tempo · 第 54 / 86 题