La qual cosa non vuol dire che i tentativi per ottenere qualche
temperamento siano biasimevoli. Il Payot avverte accortamente
che un grande ostacolo all'impresa dell'educazione della
volontà è nelle teorie del determinismo e del libero arbitrio.
Esse sono diametralmente opposte, ma fanno male egualmente. I
deterministi, sostenendo che l'uomo non è capace di fare ciò
che vuole, o meglio che egli vuole ciò che deve volere, che la
sua libertà è illusoria, che tutti i suoi atti e tutti i suoi
pensieri sono rigorosamente prescritti, alimentano la sfiducia
generale, una sfiducia fatale. Bisogna negare questo
determinismo per poter attendere ad affrancare, a liberare la
volontà. Così noi abbiamo veduto che Sully Prudhomme,
determinista, finisce con l'essere fatalista; mentre il
Maeterlinck espressamente afferma che «il carattere è ciò che
più facilmente si modifica in un uomo di buona volontà». Ma se
l'opera della padronanza di noi stessi ha fondamento sul
concetto del libero arbitrio, questo può riuscirle, e le riesce
infatti pericolosissimo, facendola credere troppo facile,
semplice e naturale. «Alla formula del Fouillée», dice il Payot
«secondo la quale l'idea della nostra libertà ci fa liberi, il
Marion oppone precisamente questa affermazione più praticamente
vera ed utile: che, stimandoci liberi, noi omettiamo di
assicurarci di quale e quanta libertà possiamo godere... La
libertà morale, come quella politica, come tutto ciò che ha
qualche valore in questo mondo, dev'essere conquistata
lottando, e continuamente difesa. Essa è la ricompensa dei
forti, degli abili, dei perseveranti. _Nessuno è libero se non
merita di esser libero_. La libertà non è né un diritto, né un
fatto; è una ricompensa, la ricompensa più alta, la più feconda
di felicità...».
Abbiamo detto nel precedente capitolo come il Dugas consigli di
combattere il vizio dei timidi; la conquista della libertà
morale, l'educazione della volontà è un'impresa molto simile e
per certi rispetti quasi identica. Questa è la ragione per la
quale il Payot consiglia lo stesso metodo del Dugas a coloro
che egli chiama abulici, e che noi diremo svogliati, nolenti.
Come quel timido che ricorreva alla cocaina per dar fermezza al
proprio sguardo, chi vuol vincere il torpore fisico o
intellettuale, o domare le eccitazioni dei sensi, può adoperare
qualche farmaco; ma su questi mezzi fisiologici il Payot
riconosce che non vale la pena di fermarsi. Egli si ferma sui
mezzi morali, e ricorre, come il Dugas, all'autorità del
Pascal, non che di Ignazio di Loiola, i quali raccomandano gli
atti esteriori della fede come espedienti molto adatti a far
nascere nell'animo il sentimento corrispondente. Tuttavia a
questo processo il Payot non attribuisce un'efficacia unica e
illimitata. Noi non possiamo qui seguirlo in tutta
l'esposizione dei mezzi diretti a compiere l'affrancazione
della volontà. Egli comincia col dimostrare la qualità
sentimentale della facoltà volitiva, quindi afferma la
necessità di coltivare gli stati affettivi; enumera poi i
benefici effetti dell'attenzione e dell'azione che, con l'aiuto
del tempo, diventa consuetudine; non che gli effetti funesti
delle illusioni, dei sofismi. Abilmente espone tutte le
difficoltà che si oppongono all'educazione della volontà, ma
spiega come si possano vincere, e come le nostre stesse
disfatte non siano inutili, poichè ci scottano, ci ammaestrano
e ci preparano ad ulteriori trionfi. Le sue dimostrazioni, se
anche non fossero feconde di pratici risultati, sono almeno
confortatrici; se non ci dànno la possibilità di affrancarci,
ce ne dànno l'illusione e la speranza. E in questo nostro tempo
di colore oscuro, pieno di gemebondi predicatori della sciagura
universale e irreparabile, di cogitabondi solutori di problemi
insolubili, di critici dilettanti ed impotenti, non è piccola
cosa.