III.

La qual cosa non vuol dire che i tentativi per ottenere qualche

temperamento siano biasimevoli. Il Payot avverte accortamente

che un grande ostacolo all'impresa dell'educazione della

volontà è nelle teorie del determinismo e del libero arbitrio.

Esse sono diametralmente opposte, ma fanno male egualmente. I

deterministi, sostenendo che l'uomo non è capace di fare ciò

che vuole, o meglio che egli vuole ciò che deve volere, che la

sua libertà è illusoria, che tutti i suoi atti e tutti i suoi

pensieri sono rigorosamente prescritti, alimentano la sfiducia

generale, una sfiducia fatale. Bisogna negare questo

determinismo per poter attendere ad affrancare, a liberare la

volontà. Così noi abbiamo veduto che Sully Prudhomme,

determinista, finisce con l'essere fatalista; mentre il

Maeterlinck espressamente afferma che «il carattere è ciò che

più facilmente si modifica in un uomo di buona volontà». Ma se

l'opera della padronanza di noi stessi ha fondamento sul

concetto del libero arbitrio, questo può riuscirle, e le riesce

infatti pericolosissimo, facendola credere troppo facile,

semplice e naturale. «Alla formula del Fouillée», dice il Payot

«secondo la quale l'idea della nostra libertà ci fa liberi, il

Marion oppone precisamente questa affermazione più praticamente

vera ed utile: che, stimandoci liberi, noi omettiamo di

assicurarci di quale e quanta libertà possiamo godere... La

libertà morale, come quella politica, come tutto ciò che ha

qualche valore in questo mondo, dev'essere conquistata

lottando, e continuamente difesa. Essa è la ricompensa dei

forti, degli abili, dei perseveranti. _Nessuno è libero se non

merita di esser libero_. La libertà non è né un diritto, né un

fatto; è una ricompensa, la ricompensa più alta, la più feconda

di felicità...».

Abbiamo detto nel precedente capitolo come il Dugas consigli di

combattere il vizio dei timidi; la conquista della libertà

morale, l'educazione della volontà è un'impresa molto simile e

per certi rispetti quasi identica. Questa è la ragione per la

quale il Payot consiglia lo stesso metodo del Dugas a coloro

che egli chiama abulici, e che noi diremo svogliati, nolenti.

Come quel timido che ricorreva alla cocaina per dar fermezza al

proprio sguardo, chi vuol vincere il torpore fisico o

intellettuale, o domare le eccitazioni dei sensi, può adoperare

qualche farmaco; ma su questi mezzi fisiologici il Payot

riconosce che non vale la pena di fermarsi. Egli si ferma sui

mezzi morali, e ricorre, come il Dugas, all'autorità del

Pascal, non che di Ignazio di Loiola, i quali raccomandano gli

atti esteriori della fede come espedienti molto adatti a far

nascere nell'animo il sentimento corrispondente. Tuttavia a

questo processo il Payot non attribuisce un'efficacia unica e

illimitata. Noi non possiamo qui seguirlo in tutta

l'esposizione dei mezzi diretti a compiere l'affrancazione

della volontà. Egli comincia col dimostrare la qualità

sentimentale della facoltà volitiva, quindi afferma la

necessità di coltivare gli stati affettivi; enumera poi i

benefici effetti dell'attenzione e dell'azione che, con l'aiuto

del tempo, diventa consuetudine; non che gli effetti funesti

delle illusioni, dei sofismi. Abilmente espone tutte le

difficoltà che si oppongono all'educazione della volontà, ma

spiega come si possano vincere, e come le nostre stesse

disfatte non siano inutili, poichè ci scottano, ci ammaestrano

e ci preparano ad ulteriori trionfi. Le sue dimostrazioni, se

anche non fossero feconde di pratici risultati, sono almeno

confortatrici; se non ci dànno la possibilità di affrancarci,

ce ne dànno l'illusione e la speranza. E in questo nostro tempo

di colore oscuro, pieno di gemebondi predicatori della sciagura

universale e irreparabile, di cogitabondi solutori di problemi

insolubili, di critici dilettanti ed impotenti, non è piccola

cosa.

Il colore del tempo · 第 55 / 86 题