I libri sacri dicono che l'uomo fu condannato, per non aver
osservato la legge divina, a guadagnarsi il pane col sudore
della fronte. Sarà forse per il fallo antico; ma quello di
guadagnarsi il pane, come ogni altro lavoro, attento, paziente,
continuato, fu ed è tuttavia considerato, da tutti quanti gli
uomini, come una pena. Dai selvaggi ai fanciulli, che sono i
selvaggi delle società civili, mettersi a fare qualche cosa che
richieda attenzione e perseveranza, è difficile e repugnante.
Ciò accade anche agli uomini ragionevoli. Il più gran numero
delle persone che finiscono gli studî conseguendo una laurea o
un diploma, spendono nel rimanente della loro vita la scienza
acquistata in gioventù, giudicandola sufficiente, rinunziando
ad accrescerla. I più forti lavoratori, quelli cui più sorride
il premio delle fatiche scientifiche, letterarie o artistiche,
conoscono quell'istinto d'inerzia, quel senso di fastidio,
d'anticipata stanchezza e di sfiducia che bisogna
ordinariamente superare prima di mettersi all'opera.
Questa universale indolenza non impedisce gli scatti
dell'energia. Se di tanto in tanto gli uomini non fossero
capaci di risoluzioni e d'azioni, perirebbero certo in poco
tempo tutti quanti. Quando gli istinti gridano, quando i
bisogni urlano, la volontà opera; ma, ottenuto l'appagamento
necessario, lo sforzo cessa, e il _dolce far niente_ torna ad
essere lo stato prediletto. L'uomo è tanto superiore al bruto,
possiede tante facoltà alte e nobili che sono la sua forza e il
suo orgoglio; pure, nella maggior parte dei casi, la sua
attività tende a manifestarsi come quella degli animali, a
scatti, volta per volta, secondo che la necessità del momento
richiede. Lo sforzo è penoso; senza immediato bisogno non si
affronta. Il bisogno, la necessità, che sono per conto loro
altrettante pene, lo fanno accettare come il solo mezzo adatto
ad acquetarle; durante lo stato penoso determinato dal bisogno,
la pena dello sforzo passa inavvertita, assorbita dalla pena
maggiore. Le facoltà intellettuali, che sono privilegio degli
uomini, dovrebbero, facendo antivedere i futuri bisogni,
dandoci coscienza delle molte e continue difficoltà,
persuaderci della convenienza dello sforzo continuato,
dell'energia costantemente sostenuta, dell'attenzione sempre
vigile; ma queste cose repugnano. Se gli uomini ne fossero
capaci, se ne fossero capaci tutti, chi può dire che cosa
sarebbero la scienza e la civiltà?
Uno psicologo francese, Giulio Payot, facendo queste
osservazioni nell'_Educazione della volontà_, crede, col Ribot,
che i primi sforzi di attenzione volontaria furono dovuti alle
donne delle tribù selvagge, costrette, per evitare le
bastonate, a un lavoro regolare, mentre i loro uomini si
riposavano beatamente. Questo giudizio, fra parentesi, potrebbe
far credere che l'autore sia femminista; ma, se egli trova la
capacità riflessiva nelle donne selvagge, dice pure che le
nostre donne sono altrettante marionette--«marionette
artificiosamente composte, e coscienti senza dubbio, ma col
principio di tutti i loro movimenti nella regione dei desiderî
involontarî e delle suggestioni esteriori»; e che si ha un
bell'impartir loro gli alti insegnamenti: «esse non arrivano
alla solida cultura. Possono mandare a memoria una quantità di
cose; ma non aspettate da loro nessuno sforzo d'immaginazione
creatrice. Difficilmente si ottiene che esse abbiano una
_personalità_; e il Manuel, da lunghi anni presidente della
_Giuria d'aggregazione_ delle signorine, lo accerta in molti
dei suoi rapporti annuali».
Ma lasciamo stare il femminismo, del quale abbiamo già tenuto
troppo lungo discorso, e torniamo alla volontà. Il Payot dà un
buon esempio storico dell'indolenza abituale e degli impeti
momentanei di tutto un popolo. «Gli Arabi», dice, «hanno
conquistato un vasto impero. Essi non lo hanno conservato
perchè è loro mancata la costanza degli sforzi con la quale si
ordina l'amministrazione di un paese, si fondano le scuole, si
creano le industrie». Un esempio più semplice, ma più vicino a
noi, è quello offerto dal novanta per cento degli studenti, che
tutti gli anni, d'estate, insaccano scienza per passar l'esame,
e che, ottenuta la promozione, tornano all'ozio consueto. Un
certo numero di essi studenti stanno di mezzo tra gli oziosi e
i diligenti: il Payot li dice intenti ad un «lavoro ozioso:».
Sono quelli la cui attività manca di direzione; «poichè
l'energia della volontà si rivela non tanto negli sforzi
molteplici, quanto con l'orientazione verso un medesimo fine di
tutte le potenze dello spirito. Ecco qua un tipo di ozioso
molto frequente: è un giovane vivace, gaio, energico. Resta di
rado senza far nulla. Durante il giorno ha letto qualche
trattato di geologia, un articolo di Brunetière su Racine,
sfogliato alcuni giornali, riletto qualche nota, abbozzato uno
schema di dissertazione, tradotto alcune pagine d'inglese. Non
un solo istante egli è rimasto inattivo. I suoi compagni lo
ammirano per la potenza del lavoro e la varietà delle
occupazioni. Per lo psicologo, c'è in questa molteplicità di
lavori soltanto l'indizio d'una attenzione _spontanea_
abbastanza ricca, ma non ancora divenuta attenzione
_volontaria_. Cotesta pretesa potenza di lavoro svariato non
rivela se non una gran debolezza di volontà».
Fermiamoci qui un momento. Il Payot se la piglia legittimamente
contro questo tipo di studente che chiama _sparpagliato_; ma
non pensa che la colpa non è tutta imputabile all'infelice.
L'attività dello studente si sparpaglia perchè egli non è
capace di concepire e di porre in esecuzione un piano di studî;
ma a produrre quest'effetto non ha anche contribuito
l'eterogenea molteplicità delle cose che gli hanno dato da
studiare? Il Payot parla della geologia, della letteratura e
della lingua inglese; ma bisogna mettere nel conto la fisica e
la geografia, la chimica e la storia, la filosofia e la
botanica, il latino e la zoologia, la statistica e il greco.
Diremo noi, come il Payot inclina a credere, che la colpa sia
di chi ha compilato i programmi degli studî? La riforma dei
programmi eviterà mai questo prodigioso cumulo di discipline?
Non dipende esso dal prodigioso accumularsi del sapere umano? E
che diremmo di programmi i quali trascurassero la diffusione di
parte del sapere? Ecco qua: mentre scrivo, Errico Panzacchi
pubblica un articolo, che è molto lodato, per dimostrare la
necessità d'impartir nelle scuole l'insegnamento della storia
dell'arte, e Ugo Ojetti lo approva, notando come un caso
scandaloso che uno studente di lettere ignorasse dove è posta e
da chi scolpita la statua di San Giorgio. Non è veramente
scandaloso? Non bisogna istituire il nuovo insegnamento? La
storia dell'arte, necessaria agli artisti, non è utilissima a
ognuno? E, con la storia dell'arte, non vi sono tante altre
cose non meno utili e necessarie a sapersi? Tutte le volte che
il patrimonio intellettuale si accresce,--e questo fatto accade
tutti i giorni,--non è naturale che le nuove nozioni siano
partecipate agli studiosi, a tutti gli studiosi? E il
patrimonio intellettuale non è di tanto cresciuto, che abbiamo
visto la necessità di creare nuove scienze, di conferire la
dignità di discipline indipendenti ai rami delle antiche
discipline? Non abbiamo creato la psicologia, la statistica, la
fisiologia, la sociologia, la biologia, la chimica organica,
l'antropologia, la psichiatria, e via discorrendo? Se i
cervelli non ci resistono, se le attenzioni più deboli si
sparpagliano, la colpa non è tutta loro; la colpa è anche del
tempo troppo sapiente, della civiltà troppo progredita in mezzo
alla quale sono nati. L'avvocato, il medico, il professore
hanno una biasimevole tendenza a vivere della scienza
acquistata bene o male durante gli studî; ma, se anche essi
volessero, potrebbero seguire tutto quanto il movimento delle
loro discipline? Non avrebbero, in verità, neppure il tempo di
sfogliare quel che si stampa. Il progresso della scienza è
dovuto agli specialisti, a quelli che scelgono un capitolo, un
paragrafo, un comma del gran libro dello scibile, e che
dimenticano interamente il resto. Dall'altra parte stanno i
volgarizzatori enciclopedici, quelli che sanno di tutto un poco
e niente a fondo. Noi parlavamo, iniziando questi nostri
ragionamenti sopra alcuni caratteri del tempo presente, della
rarità delle opere di lunga lena, organiche, metodiche.
Guardiamoci intorno: quali sono le pubblicazioni più copiose?
Sono le _memorie_ e i giornali. La _memoria_, che in poche
pagine presenta il frutto di anni e anni di ricerche sopra un
punto particolarissimo della scienza; il giornale, che sfiora
la sociologia, la statistica, l'etnografia, la psicologia, la
storia, la letteratura, la biologia, tutte quante le scienze.
Il Payot nota bensì il danno prodotto dal giornale; ma non
pensa che il giornale prospera appunto perchè soddisfa un
bisogno della nostra società; e il bisogno di tutti quanti noi
è quello di far presto; ai nostri giorni si corre, bisogna
correre, sui tranvai, sulle ferrovie, sui piroscafi o sulle
biciclette; bisogna volare col pensiero sui fili elettrici e
sulle colonne del giornale. Presto e bene raro avviene, dice il
motto; e la mediocrità è naturale conseguenza della fretta. Il
trionfo delle velleità sulle volontà, l'esaurimento delle
energie ne è un'altra.