II.

Molto acute sono le osservazioni dell'autore intorno al

sentimento di vergogna che accompagna la timidità: i timidi si

guardano dalla gente dalla quale temono di essere scoperti; ma

se la pigliano anche con loro stessi, per l'incapacità di fare

come gli altri. «La timidezza», ha detto Benjamin Constant,

«ricaccia nel nostro cuore le impressioni più profonde, snatura

sulla nostra bocca tutto ciò che tentiamo di dire e ci consente

di esprimerci soltanto con parole ambigue, o con un'ironia più

o meno amara, come se noi volessimo vendicarci sui nostri

sentimenti del dolore di non poterli manifestare». Ma se la

timidezza è spesso una falsa vergogna, essa è anche una specie

di pudore. Dinanzi a certi spettacoli che li commuovono sino

alle intime fibre, i timidi restano muti; quantunque sappiano

che i loro sentimenti, se li significassero, sarebbero

approvati e lodati, essi tacciono per discrezione, per rispetto

di sè stessi, per non scemare e disperdere i sentimenti loro,

comunicandoli. Un poco d'egoismo non si trova in fondo a questo

stato d'animo che il Dugas approva?

Un appunto che non si può tralasciare di fargli è il seguente:

assegnando come causa della timidezza una sensibilità

eccessiva, egli dimentica di notarne un'altra, che è la smodata

immaginazione. Se i timidi sono impressionabilissimi, se non

credono di essere indifferenti a nessuno, se dovunque vedono

testimonî intenti a spiare e a giudicare i loro atti e i loro

pensieri, questo effetto è in gran parte dovuto a

un'immaginazione vivace e incapace di sottoporsi alla realtà. I

maggiori timidi che il Dugas cita ad esempio nel suo libro si

trovano fra i romantici, a cominciare dal Rousseau; ora i segni

particolari dei romantici sono la sensibilità troppo acuta e

l'immaginazione disordinata. Il Dugas si accosta anch'egli a

questo giudizio, ma per altre vie, quando osserva che nei

timidi, con l'esaltazione e la sottigliezza dei sentimenti, si

produce la coscienza d'essere originali, la presunzione

d'essere rari ed unici; coscienza e presunzione che sono comuni

a tutti i romantici.

Da questa idea della propria singolarità, i timidi sono spinti

ad isolarsi; e la solitudine, se da una parte genera egoismo,

procura dall'altra aspirazioni nobili ed alte. Giacchè la

timidezza ha del buono e del cattivo: è una disposizione

morbosa, ma anche una crisi normale, e pertanto può essere

incoraggiata e combattuta, secondo i casi. Come difficoltà di

adattamento, essa è un fatto ordinario. L'uomo non nasce con la

scienza della vita; questa scienza dev'essere appresa a poco a

poco: tutte le volte che noi abbiamo il sentimento della nostra

imperizia siamo intimiditi, la qual cosa, naturalmente, ci

accade molto più spesso nella fanciullezza che non nella

maturità. E come stimolo a vincere le difficoltà che ci si

presentano, a riflettere sui nostri atti, a saperli adattare al

conseguimento dei fini, la timidezza è giovevole. Il timido non

è sempre inventivo; ma chi non prova mai difficoltà di sorta è

sempre un mediocre imitatore degli altri. Esser sicuri di sè

stessi è senza fine preferibile ad esser timidi; ma la

sicurezza vera e degna dell'uomo non è quella che dipende dalla

cecità mentale o morale, o della presunzione; sibbene quella

che proviene dalla timidezza superata e vinta. Ma quando la

timidezza è tale che, invece di stimolarci a trionfarne, ci

accascia e confonde, allora è di grave danno.

Anche in tali casi, tuttavia, essa può avere qualche vantaggio.

L'incapacità di adattarsi alla vita pratica, che è dei timidi

nati ed ostinati, spinge alla vita speculativa o immaginativa,

alla scienza o all'arte. Il Wagner ha detto: «Se noi avessimo

la vita, non avremmo l'arte. Se io potessi ritrovare la mia

gioventù, la salute, la natura, una donna veramente amante,

guarda: darei tutta l'arte mia.» E i difetti del timido nella

vita, la sua smania di originalità, il suo scrupolo di

perfezione, sono altrettante qualità del timido che si dà

all'arte. Ciò è vero tuttavia sino a un certo segno. Lo

sviluppo delle doti artistiche non è sempre agevole nel

temperamento timido; alle volte anzi è del tutto impedito, come

nell'Amiel, il quale diceva di sè stesso: «Tu hai lasciato, per

timidità, l'intelligenza critica divorare dentro di te il genio

creatore». E se il troppo ricercare la perfezione riduce

all'impotenza, il troppo compiacersi nella singolarità conduce

alla stravaganza, che è forse peggio.

Il colore del tempo · 第 50 / 86 题