Molto acute sono le osservazioni dell'autore intorno al
sentimento di vergogna che accompagna la timidità: i timidi si
guardano dalla gente dalla quale temono di essere scoperti; ma
se la pigliano anche con loro stessi, per l'incapacità di fare
come gli altri. «La timidezza», ha detto Benjamin Constant,
«ricaccia nel nostro cuore le impressioni più profonde, snatura
sulla nostra bocca tutto ciò che tentiamo di dire e ci consente
di esprimerci soltanto con parole ambigue, o con un'ironia più
o meno amara, come se noi volessimo vendicarci sui nostri
sentimenti del dolore di non poterli manifestare». Ma se la
timidezza è spesso una falsa vergogna, essa è anche una specie
di pudore. Dinanzi a certi spettacoli che li commuovono sino
alle intime fibre, i timidi restano muti; quantunque sappiano
che i loro sentimenti, se li significassero, sarebbero
approvati e lodati, essi tacciono per discrezione, per rispetto
di sè stessi, per non scemare e disperdere i sentimenti loro,
comunicandoli. Un poco d'egoismo non si trova in fondo a questo
stato d'animo che il Dugas approva?
Un appunto che non si può tralasciare di fargli è il seguente:
assegnando come causa della timidezza una sensibilità
eccessiva, egli dimentica di notarne un'altra, che è la smodata
immaginazione. Se i timidi sono impressionabilissimi, se non
credono di essere indifferenti a nessuno, se dovunque vedono
testimonî intenti a spiare e a giudicare i loro atti e i loro
pensieri, questo effetto è in gran parte dovuto a
un'immaginazione vivace e incapace di sottoporsi alla realtà. I
maggiori timidi che il Dugas cita ad esempio nel suo libro si
trovano fra i romantici, a cominciare dal Rousseau; ora i segni
particolari dei romantici sono la sensibilità troppo acuta e
l'immaginazione disordinata. Il Dugas si accosta anch'egli a
questo giudizio, ma per altre vie, quando osserva che nei
timidi, con l'esaltazione e la sottigliezza dei sentimenti, si
produce la coscienza d'essere originali, la presunzione
d'essere rari ed unici; coscienza e presunzione che sono comuni
a tutti i romantici.
Da questa idea della propria singolarità, i timidi sono spinti
ad isolarsi; e la solitudine, se da una parte genera egoismo,
procura dall'altra aspirazioni nobili ed alte. Giacchè la
timidezza ha del buono e del cattivo: è una disposizione
morbosa, ma anche una crisi normale, e pertanto può essere
incoraggiata e combattuta, secondo i casi. Come difficoltà di
adattamento, essa è un fatto ordinario. L'uomo non nasce con la
scienza della vita; questa scienza dev'essere appresa a poco a
poco: tutte le volte che noi abbiamo il sentimento della nostra
imperizia siamo intimiditi, la qual cosa, naturalmente, ci
accade molto più spesso nella fanciullezza che non nella
maturità. E come stimolo a vincere le difficoltà che ci si
presentano, a riflettere sui nostri atti, a saperli adattare al
conseguimento dei fini, la timidezza è giovevole. Il timido non
è sempre inventivo; ma chi non prova mai difficoltà di sorta è
sempre un mediocre imitatore degli altri. Esser sicuri di sè
stessi è senza fine preferibile ad esser timidi; ma la
sicurezza vera e degna dell'uomo non è quella che dipende dalla
cecità mentale o morale, o della presunzione; sibbene quella
che proviene dalla timidezza superata e vinta. Ma quando la
timidezza è tale che, invece di stimolarci a trionfarne, ci
accascia e confonde, allora è di grave danno.
Anche in tali casi, tuttavia, essa può avere qualche vantaggio.
L'incapacità di adattarsi alla vita pratica, che è dei timidi
nati ed ostinati, spinge alla vita speculativa o immaginativa,
alla scienza o all'arte. Il Wagner ha detto: «Se noi avessimo
la vita, non avremmo l'arte. Se io potessi ritrovare la mia
gioventù, la salute, la natura, una donna veramente amante,
guarda: darei tutta l'arte mia.» E i difetti del timido nella
vita, la sua smania di originalità, il suo scrupolo di
perfezione, sono altrettante qualità del timido che si dà
all'arte. Ciò è vero tuttavia sino a un certo segno. Lo
sviluppo delle doti artistiche non è sempre agevole nel
temperamento timido; alle volte anzi è del tutto impedito, come
nell'Amiel, il quale diceva di sè stesso: «Tu hai lasciato, per
timidità, l'intelligenza critica divorare dentro di te il genio
creatore». E se il troppo ricercare la perfezione riduce
all'impotenza, il troppo compiacersi nella singolarità conduce
alla stravaganza, che è forse peggio.