Il pensiero contemporaneo ha, come abbiamo visto, andamenti
scientifici. L'invasione della scienza nel campo che ora
esaminiamo si è manifestata con la riduzione di tutti quanti i
fatti morali ad altrettanti casi clinici. Il genio non è sano,
paga con incapacità, disequilibri e infermità la sua forza; ma
ogni sentimento forte, ogni vivace passione dei genî e dei non
genî sono considerati come patologici. Veramente il fatto,
riguardo alle passioni, non è del tutto nuovo, visto che
_passione_ viene appunto da _patire_; ma oggi noi tutti abbiamo
una tendenza ad aggravare la cosa.
Dell'amor proprio e dell'ambizione diciamo che sono
megalomania; la cautezza è abulia o follia del dubbio; chi
opera risolutamente è invece impulsivo. La vaghezza del nuovo è
neofilismo, la predilezione dell'antico è misoneismo o
archeofilismo. Ogni tanto accade, non solo ai profani, ma anche
agli studiosi, di imbattersi in una parola nuova che occorre
interpretare con l'aiuto del greco. E siccome il vocabolario
greco è molto ricco, e le combinazioni di parole sono infinite,
così noi potremo dare nomi ellenicamente scientifici a tutti
quanti i sentimenti e le cose. Già in una fabbrica milanese la
cioccolatta è diventata teobroma.
Il Dugas, che ha preso a studiare la timidezza, non propone un
nome scientifico per essa; ma la considera come una vera
malattia, come un vero disordine delle diverse facoltà
psichiche: della volontà, dell'intelligenza e dei sentimenti.
Come disordine della volontà, soggiunge, la timidezza si può
chiamare più propriamente _goffaggine_, ed è una specie di
paralisi o scompiglio dei movimenti, per cui noi restiamo
inerti o siamo incapaci di atteggiarci e di muoverci bene. Come
disordine dello spirito, la timidezza si può chiamare
_attonitaggine_ o _assenza_: essa si rivela con l'impossibilità
di seguire i ragionamenti altrui, o con l'incapacità di
ordinare i nostri; sarebbe, in altre parole, ii contrario della
_presenza di spirito_. Finalmente, come disordine affettivo, la
timidezza si può chiamare _stupore_, e consiste nella perdita o
nella confusione dei sentimenti. «Mi sembra», dice l'Amiel, che
conobbe troppo bene questa particolare varietà, «mi sembra di
esser divenuto una statua sulle rive del fiume del tempo. Mi
sento anonimo, impersonale; ho l'occhio fiso come un morto, lo
spirito perplesso e universale come il nulla o l'assoluto; sono
in sospeso, sono come se non fossi...» E il male è che tutti e
tre questi stati dell'animo sono coscienti. Esser goffo o
attonito senza saperlo non è esser timido; timido è chi sa di
dover essere, in certe occasioni, attonito e goffo.
Il Dugas, se ammette che il male dipende quasi sempre da
speciali condizioni organiche, riconosce pure che è determinato
da cause esteriori; non lo considera soltanto da scienziato, ma
anche da filosofo, da moralista. L'origine morale del consorzio
sociale, egli dice, è la simpatia, intesa in senso largo, cioè
come corrente nervosa che si propaga da un individuo all'altro
e fa che ciascuno di noi tenda ad uniformarsi istintivamente a
coloro tra i quali vive, a imitare i loro atti, a condividere
le loro idee, a partecipare ai loro sentimenti. Il timido-nato
è incapace assolutamente di questo adattamento; i timidi, che
chiameremo intermittenti, o d'occasione, sono tali quando si
trovano in presenza di gente nuova, di persone con le quali non
hanno dimestichezza, o dalle quali, per una ragione o l'altra,
repugnano. Mettete un uomo cordiale insieme con un individuo
chiuso e freddo: sarà subito intimidito; intimidito sarà un
uomo di spirito dinanzi ad uno stupido. In tutti questi casi la
timidità dipende da vera e propria antipatia,
dall'impossibilità della simpatia. E, a guardarla per il
sottile, bisognerebbe dire che antipatia e timidezza sono
universali e fatali. Se noi siamo veramente inaccessibili gli
uni agli altri; se, come aveva già detto il Taine, «nessuna
creatura umana è mai compresa da nessuna creatura umana», la
simpatia, e perciò l'adattamento, riescono impossibili. Ma le
cose non vanno fortunatamente così: nella maggior parte del
casi antipatia e simpatia operano insieme; mentre una corrente
respinge, un'altra corrente di egual forza attrae: più che dal
soppravvento dell'antipatia, come vuole il Dugas, la timidezza
nasce appunto da questo contrasto.
Avvicinate un uomo comune, mediocre, ad un genio: osserverete
subito nel primo confusione ed impaccio; ma possiamo dire che
dipendano soltanto dall'antipatia? Certo, quando l'uomo comune
pensa alla sua mediocrità, alla distanza che lo separa dalle
vette del genio, si sente tanto umiliato da provare avversione;
ma egli prova pure, nello stesso tempo, ammirazione per la
magnificenza del genio e gratitudine per le commozioni
ineffabili che questo gli ha procurate; e l'ammirazione e la
gratitudine che tendono ad esprimersi sono forme di simpatia
grande e vivace: la timidezza dura quanto il contrasto.
Il Dugas avrebbe potuto scrivere un bel paragrafo intorno alla
timidezza sessuale. Fra uomini e donne, con l'istinto e col
bisogno della simpatia e dell'accordo, vi sono differenze
organiche, intellettuali e morali che producono, in un grado
più o meno forte, e per un tempo più o meno lungo, freddezza ed
ostilità; anche qui la timidità nasce dal dissidio.