Nel romanzo del Nordau non il solo amore è lo scopo della
lotta; ma anche, e principalmente, il denaro. Parassiti non
sono soltanto i fuchi, gli amanti, ma anche gli speculatori, i
giocatori in Borsa, gli adoratori della faccia di Mammone.
Henneberg e Agostini hanno intorno una folla avida, cupida,
rapace. Anche le brave persone sono invase dalla febbre
dell'oro. Koppel, ottimo insegnante, integerrimo padre di
famiglia, smentisce tutta una tranquilla vita di lavoro,
tradisce i principî socialisti un tempo professati, per
buttarsi a capo fitto nella speculazione. Ed all'amico
Henneberg che gli rimprovera il voltafaccia, che lo accusa di
essersi messo dalla parte di quelli che prima giudicava
parassiti, risponde: «Valersi ai propri fini della folla senza
nome non mi pare una definizione molto calzante del
parassitismo.» Gioca pertanto sui titoli russi, sulle azioni
del Mercurio: una grande impresa nella quale è mescolata
un'infinità di gente: il generale Zagal, il conte di Beira, il
Kohn, avventurieri scaltri, poveri illusi che sognano e quasi
raggiungono la fortuna, ma che un triste giorno, alla
catastrofe della Società, si trovano con un pugno di mosche in
mano, pieni di debiti, con l'usciere e i gendarmi alle costole.
Ora chiunque legge queste pagine ricorda necessariamente un
altro gran romanzo straniero: l'_Argent_ di Emilio Zola. Certo
non si può dire che la favola messa insieme dal Nordau o i
personaggi da lui presentati somiglino alla favola ed ai
personaggi del romanzo francese--quantunque un'attenta analisi
potrebbe scoprire certe affinità. Per esempio: tanto nella
_Battaglia di Parassiti_ come nell'_Argent_ assistiamo al
rapido crescere ed al precipitare di una grande impresa
bancaria; come si uccide Agostini nella _Battaglia_, si uccide
il povero Mazaud nell'_Argent_; lo Zola ha contrapposto ai
loschi affaristi la figura di Sigismondo, il sognatore di una
nuova êra liberata dalla nefanda guerra per il lucro, e Max
Nordau contrappone ai proprî imbroglioni la figura di Klein,
una specie di filosofo, di stoico, che muore, come Sigismondo,
architettando certe sue teorie incomprensibili ai più. Ma,
ripeto, nonostante questi punti di confronto, favola e
personaggi sono, nei due romanzi, diversi. L'argomento, invece,
la tesi, il fenomeno sociale studiato è lo stesso. Ora il
paragone tra le due opere è inevitabile. Se pure il Nordau non
si fosse mai occupato dello Zola, si potrebbe anche giudicare
il suo libro senza far paragoni, senza dar peso alla identità
dei due argomenti. Noi potremmo credere che lo scrittore
tedesco ignorasse il romanzo parigino; potremmo ammettere che,
conoscendolo, abbia voluto riprenderne il soggetto, per quella
libertà che ha lo scrittore di scegliere i soggetti che più gli
piacciono, non importa se trattati bene o male da altri. Ma non
ha il Nordau espresso un giudizio intorno allo Zola? Non ha
egli dato a questo scrittore del degenerato e del mentecatto?
Non ha detto che l'arte sua è la negazione della verità, della
verisimiglianza, della naturalezza? Non ne ha enumerati ad uno
ad uno tutti i difetti? Non ne ha disconosciuti tutti i pregi?
Allora è naturale, è necessario che la critica e il pubblico
domandino:--O vediamo un poco che cosa ha saputo fare il
Nordau, sano ed accorto, equilibrato e prudente, abile ed
oculato, al posto di quel povero Zola, matto, incosciente e
mediocrissimo!...