II

Ora, come si spiega il mutamento dello scrittore tedesco?

Questa teoria lombrosiana ha suscitato, specialmente negli

ultimi tempi, vivaci opposizioni; ma esse procedono da ragioni

che non possono essere quelle del Nordau. Ha principalmente

nociuto al concetto del Lombroso l'abuso che se n'è fatto.

Molti studiosi che lo condividono, e lo stesso maestro che lo

ha formulato, ne hanno cercato e addotto nuove prove; ma le

prove, certune almeno, si sono ritorte contro di esso.

Per esempio: Cesare Beccaria avrebbe patito di megalomania,

perchè, come scrive il Verri, «quando è lodato è pazzo di

vanità, ha dello spirito, è brillante. Fate che si cominci a

trascurarlo, ch'egli per lo stesso principio vi abbandona e

mette la coda in mezzo alle gambe come un bambino». Ma ciò

accade non soltanto al Beccaria, sibbene a tutti i filosofi e

ad ogni semplice mortale: la lode solletica e la trascuraggine

umilia. È questo un sintomo patologico, o non piuttosto il

giuoco naturale delle passioni, la legge eterna dell'umana

natura? Il grado, l'intensità di questa reazione potrebbe

dimostrarne la gravità, il carattere morboso; ma noi non

possiamo misurare le reazioni avvenute in chi non è più, sulla

fede di ciò che ne scrisse un amico, il quale per suo proprio

conto obbediva alla stessa legge delle stesse passioni. La

megalomania, da un'altra parte, pare che dovrebbe essere quella

di chi ha un concetto di sè troppo grande e sproporzionato alle

reali sue qualità; quindi il genio non potrebbe essere, per

definizione, megalomane. E, per considerare un altro caso,

tutte le volte che l'uomo si propone il problema metafisico,

l'ignoranza e il dubbio lo inquietano e turbano: questo è un

effetto naturale, non già follia. Tanto più che, dove manca il

dubbio, dove si trova una fede cieca, la scuola antropologica

vede un'altra follia, una monomania. In tutti questi casi, e

negli altri simili, volendo trovare le prove morali della

degenerazione e della pazzia, bisognerebbe procedere con somma

prudenza; perchè i giudizî sui fatti morali sono molto

difficili, e discutibili, e discussi; e perchè, adducendo tutte

le passioni e tutti i sentimenti come altrettante prove di

pazzia, si potrebbe estendere il giudizio e considerare,

secondo ha fatto un certo grossolano buon senso, tutto quanto

il mondo una gabbia di matti, e per conseguenza non trovare in

nessun luogo l'uomo sano o, come si dice, normale. Quindi,

lasciate da parte le prove mal sicure, bisognerebbe cercare le

valide e innegabili; invece, l'accumulazione delle prove dubbie

dà argomento di critica agli oppositori.

Ma questa non può essere la ragione del mutamento del Nordau.

Perchè, non solamente egli non s'inquieta dell'ambiguità delle

prove; ma, al contrario, non ha proceduto, nella sua

_Degenerazione_, se non per via di interpretazioni abusive, di

esagerazioni arbitrarie, di deduzioni temerarie.

Un'altra ragione per la quale l'affermazione della nevrosi del

genio dispiace e suscita opposizione è relativa all'importanza

pratica della nuova teoria. Vi sono molti che la condividono,

che la credono ormai innegabilmente dimostrata. Ma questi, pure

riconoscendo che l'insistenza dei suoi propugnatori è

legittimata dagli attacchi degli avversarî, pensano che le

prove dubbie possano essere accettate ed accumulate per eccesso

di zelo, e ne domandano naturalmente il perchè. La verità è

sempre amabile in sè stessa, anche quando non è feconda di

conseguenze utili, di pratici adattamenti; ma naturalmente,

umanamente, il maggior zelo si rivolge alla difesa delle verità

utili; ora, quando si sarà dimostrato a tutti, e insegnato

anche nelle scuole, che i genî sono alienati e degenerati, qual

è la conseguenza pratica e dov'è l'utilità? Si metteranno al

manicomio, o si sopprimeranno, come a Sparta i deboli e

contraffatti? No, certamente. Si cureranno le malattie delle

quali sono infermi? Neanche, se le malattie sono lo scotto e la

condizione del genio, se sono lo stesso genio. Allora, che cosa

si farà? Niente, o ben poco. I genî non saranno soltanto

ammirati, ma anche compatiti; non soltanto lodati per la loro

grandezza, ma anche biasimati per le debolezze e gli errori; la

qual cosa, in verità, si è fatta sempre. Alcuni, tuttavia,

combattono la teoria del Lombroso perchè temono precisamente

che sia diretta, o possa portare a comprimere, a deprimere i

sentimenti d'ammirazione che il genio eccita nella mediocre e

infima umanità, e a scemarne l'importanza sociale. E ciò che

dice, per esempio, il Roncoroni, potrebbe avvalorare il timore.

Questo studioso, che il Lombroso cita a titolo di lode, afferma

che il genio, il genio quale si è manifestato finora, «non è la

più elevata espressione della specie. Infatti, in esso si trova

un grande sviluppo di alcuni elementi psichici che, per quanto

elevatissimi, non sono, per le necessità del consorzio civile,

e conseguentemente per il progresso della specie, così

necessarî come quegli elementi, filogeneticamente più evoluti,

che in lui vediamo alterati». Ciò significa che la grandezza

del genio è poco importante, è poco utile, mentre utilissime e

importantissime sono le qualità che a lui mancano? La

proposizione sarebbe innegabile se tutti i genî fossero grandi

per un verso e deficienti per un altro; ma non pare che le cose

stiano a questo modo; perchè noi vediamo, a cagion d'esempio,

un genio grandissimo per i sentimenti egoisti, come Napoleone,

e un altro grandissimo nel senso diametralmente opposto, come

Francesco da Assisi; la stessa opposizione vediamo tra il genio

filosofico del Nietzsche e quello del Tolstoi; vediamo ancora

altri genî grandi per la forza della fede, ed altri per la

forza del dubbio, e via discorrendo. E se le buone qualità sono

scontate dalle cattive, se le qualità buone non sono buone del

tutto, e viceversa, i benefici effetti del genio compenseranno

i perniciosi; i genî non saranno considerati nè come

indispensabili nè come inutili al procedere dell'umanità; e

quella del compenso e dell'equilibrio parrà veramente una delle

maggiori leggi al mondo.

Ora, per tornare al Nordau, qui pare che sia propriamente

l'origine del suo dissidio con la scuola italiana. Tutta la sua

ipotesi dello sviluppo speciale di speciali centri nervosi

tende a stabilire una gerarchia dei genî, e delle facoltà dalle

quali dipendono, gerarchia in forza della quale la sensibilità

e il sentimento sarebbero inferiori al raziocinio ed alla

volontà. Le produzioni artistiche lo fanno sorridere perchè,

derivando soltanto da una speciale potenza sensoria e

sentimentale, eccitano commozioni, ma non suggeriscono

pensieri. Volentieri egli ripeterebbe con un antico matematico

al finire di una sinfonia: _Qu'est-ce que cela prouve?_ Nulla,

evidentemente: la Nona Sinfonia non prova nulla, ma il Binomio

di Newton non fa nulla provare. Tuttavia tale distinzione non

dev'essere tanto radicale, se è vero ciò che alcuni matematici

moderni vengono affermando e che il visconte d'Adhémar ha

ultimamente esposto in uno studio pubblicato nella _Revue des

deux mondes_. Questi matematici, adunque, sostengono che con i

loro lavori non pensano tanto di raggiungere certi risultati

positivi, quanto di procurarsi una commozione estetica; e la

geometria e l'algebra e tutte le scienze esatte non sarebbero

soltanto fonti di un godimento artistico, ma anche supreme

forme dell'arte. Se questo agguagliamento della scienza

all'arte si deve giudicare effetto di una esagerazione, non

meno esagerato in senso contrario è il concetto del Nordau,

secondo il quale fra arte e scienza c'è un abisso, e tutto il

credito è da accordare alla scienza e l'arte ha un valore

infimo. Un pianista come Listz è per lui altrettanto geniale

quanto un perfetto ballerino: in entrambi l'eccellenza dipende

dallo sviluppo dei centri di coordinazione dei movimenti. Il

solo senso del colore produce un Mackart, cioè un uomo che sa

combinare abilmente le tinte piacevoli come le sanno combinare

il clamidodera, il ptilonorinco ed altri uccelli australiani

costruttori di pergole multicolori. Un Beethoven o un Raffaello

egli concede che si distinguano dai cani ammaestrati: ma

saranno da considerare come veri genî? No. «Se il genio è

giudizio e volontà a un grado di perfezione straordinario, che

cosa farò dei genî emozionali, dei poeti e degli artisti? Ho

ancora il diritto di ammettere che i poeti e gli artisti

possano essere genî? Ebbene: questo diritto mi pare per lo meno

contestabile...». I genî di prim'ordine, i soli veramente degni

del nome sono i grandi capitani, i grandi legislatori, i grandi

ordinatori degli Stati: con la massima lucidità di giudizio

essi hanno una volontà talmente forte da sottoporre e

disciplinare tutti gli altri uomini. Poi vengono i grandi

inventori e scopritori, nei quali la volontà è meno geniale,

perchè non lotta contro le vive forze dei simili, ma contro le

resistenze passive della natura. In terzo luogo vengono i genî

di solo giudizio, senza corrispondente sviluppo della volontà,

cioè i pensatori, i filosofi. Finalmente, nella quarta

categoria, quasi come una concessione, il Nordau comprende i

poeti e gli artisti. «Questa gerarchia è la sola naturale,

perchè poggiata su basi organiche», perchè determinata «dalla

dignità dei tessuti e degli organi»; in altre parole: perchè le

facoltà del giudizio e della volizione che formano i genî delle

tre prime classi sono facoltà esclusivamente umane, senza

riscontro nell'inferiore mondo dei bruti; mentre i genî di

quarto ordine, i poeti e gli artisti, riconoscono la loro

eccellenza dalle facoltà sensitive, le quali non sono del tutto

nostre, ma comuni a noi ed agli animali.

Ora, prima di ogni altra cosa, un evoluzionista come il Nordau

si vanta di essere può sostenere senza contraddizione che il

giudizio e la volontà appartengano esclusivamente all'uomo, che

siano apparsi in lui di punto in bianco, che non si riscontrino

in grado embrionale, rudimentale, infinitamente piccolo anche

nei bruti? Vuol egli mettere da parte tutta una scienza, la

psicologia comparata? Certo, la distanza tra le facoltà mentali

degli uomini e quelle dei bruti è enorme; ma altrettanto enorme

è la distanza dalle facoltà sensitive e sentimentali nostre a

quelle degli animali. Nessuno ancora ha visto un animale

piangere o ridere; e l'artista che eccita in noi questi moti

non li eccita automaticamente; anch'egli si serve del giudizio

e della volontà. Certo le capacità si diversificano, si

sviluppano variamente e si specificano in un senso o

nell'altro; non abbiamo bisogno di ripetere ciò che già dicemmo

ragionando dei rapporti della scienza e dell'arte; ma, perchè

esse sono distinte, diremo che l'artista non ha nessuna delle

facoltà umane dello scienziato, e viceversa; mentre sappiamo

che sapienti e poeti furono un tempo, da Empedocle a Leonardo,

e possono ancora essere, sebbene troppo raramente, un genio

solo? Diremo, col Nordau, che il genio artistico «non è altro

che un organetto» capace solo di ripetere meccanicamente certi

pezzi di musica, mentre il genio scientifico crea liberamente?

Dice egli sul serio quando afferma che il genio scientifico,

filosofico, politico è «affrancato» dalle commozioni, dai

sentimenti? Dove sono queste separazioni così profonde tra

uomini ed uomini? Non sarà creazione, se il Nordau non vuole,

quella del poeta; ma allora chi al mondo ha creato mai nulla?

C'è qualcosa di nuovo sotto il sole? La creazione, se questa

parola si può adoperare, non è tanto degli ordinatori di

popoli, quanto degli speculatori di dottrine, quanto dei

trovatori di immagini?

La classificazione dei genî non si deve pertanto fondare sulla

«dignità» dei loro diversi attributi, i quali sono tutti degni

egualmente; potrà solo dipendere dall'utilità delle loro opere.

Un legislatore sarà maggiormente venerato che un filosofo,

perchè l'opera sua maggiormente importa alla maggior parte

degli uomini; uno scienziato avrà più lodi che un artista,

perchè le sue scoperte sono più feconde di risultati positivi.

Ma l'artista non lavora proprio ad altro che a procurarci un

momento di piacere? Non può anch'egli parlare al nostro

giudizio? E dato pure che non produca null'altro che sensazioni

piacevoli, queste sono del tutto sterili e senza importanza

notevole? La poesia non ha la sua utilità nella vita; non è, a

giudizio di tanta parte del genere umano, ciò che le dà sapore

e prezzo? Dice il Nordau: «Se in una tribù di Pelli Rosse

sorgesse un Descartes o un Newton, sarebbe considerato come un

membro inutile all'orda: ogni fortunato cacciatore d'orsi, ogni

guerriero che porti già le cuti di molti cranî di nemici alla

cintura, gli sarà anteposto». Certamente; ma questo esempio ha

un significato contrario a quello che il Nordau gli vuole

attribuire. In mezzo a Pelli Rosse non sorgono e naturalmente

non possono sorgere altro che cacciatori e guerrieri; lo stesso

autore ha bene osservato che in una città abitata tutta quanta

da ciechi un solo veggente chiederebbe invano che si

illuminassero di sera le vie. Ora, se le strade sono illuminate

in tutte le città del mondo, ciò accade perchè la gente non è

cieca; e se gli artisti che il Nordau tratta con tanta

irriverenza sono apprezzati ed amati, ciò accade precisamente

perchè la gente è capace d'intenderli. Essi non ci sono già

piovuti dalla luna; escono anzi dalle vive viscere di questa

nostra società dove non usa più portare alla cintura il cuoio

capelluto dei nemici uccisi in guerra, ma si provano nuovi

bisogni morali che chiedono urgentemente di essere appagati. E

se lo stesso Nordau riconosce che soltanto per un ricordo dei

tempi selvaggi e barbari si accorda anche oggi «il posto

supremo al soldato», come poi vuole che Alessandro e Cesare e

Bonaparte siano da chiamare genî più alti, più puri, più

esclusivamente umani di Platone, di Dante, di Shakespeare? Non

si potrebbe sostenere con fortuna precisamente l'opposto?

E la stessa idea di questa classificazione, di questa

gerarchia, non è poco felice? Se il paragone non fosse, come

dice il motto, odioso, non sarebbe inutile? Quando avremo

dimostrato che Washington vale più di Vittor Hugo, forse non

leggeremo più la _Leggenda dei Secoli_, o dovremo mettere la

statua del suo autore sopra un piedistallo dieci centimetri più

basso? E se, per confessione del Nordau, i filosofi

dell'avvenire non stimeranno le dottrine del Darwin «più di

quanto noi stimiamo oggi le teorie filosofiche di Parmenide o

d'Aristotile», se il tempo distrugge le leggi come i quadri, le

statue come i regni, le dottrine come gli edifizî, se tutte le

cose umane sono egualmente caduche, perchè queste distinzioni?

Ma io dimentico che uno dei libri più singolari di Max Nordau

porta un titolo molto significante. Si chiama _Paradossi_, e da

quanto pare non è ancora finito.

Il colore del tempo · 第 43 / 86 题