Ora, come si spiega il mutamento dello scrittore tedesco?
Questa teoria lombrosiana ha suscitato, specialmente negli
ultimi tempi, vivaci opposizioni; ma esse procedono da ragioni
che non possono essere quelle del Nordau. Ha principalmente
nociuto al concetto del Lombroso l'abuso che se n'è fatto.
Molti studiosi che lo condividono, e lo stesso maestro che lo
ha formulato, ne hanno cercato e addotto nuove prove; ma le
prove, certune almeno, si sono ritorte contro di esso.
Per esempio: Cesare Beccaria avrebbe patito di megalomania,
perchè, come scrive il Verri, «quando è lodato è pazzo di
vanità, ha dello spirito, è brillante. Fate che si cominci a
trascurarlo, ch'egli per lo stesso principio vi abbandona e
mette la coda in mezzo alle gambe come un bambino». Ma ciò
accade non soltanto al Beccaria, sibbene a tutti i filosofi e
ad ogni semplice mortale: la lode solletica e la trascuraggine
umilia. È questo un sintomo patologico, o non piuttosto il
giuoco naturale delle passioni, la legge eterna dell'umana
natura? Il grado, l'intensità di questa reazione potrebbe
dimostrarne la gravità, il carattere morboso; ma noi non
possiamo misurare le reazioni avvenute in chi non è più, sulla
fede di ciò che ne scrisse un amico, il quale per suo proprio
conto obbediva alla stessa legge delle stesse passioni. La
megalomania, da un'altra parte, pare che dovrebbe essere quella
di chi ha un concetto di sè troppo grande e sproporzionato alle
reali sue qualità; quindi il genio non potrebbe essere, per
definizione, megalomane. E, per considerare un altro caso,
tutte le volte che l'uomo si propone il problema metafisico,
l'ignoranza e il dubbio lo inquietano e turbano: questo è un
effetto naturale, non già follia. Tanto più che, dove manca il
dubbio, dove si trova una fede cieca, la scuola antropologica
vede un'altra follia, una monomania. In tutti questi casi, e
negli altri simili, volendo trovare le prove morali della
degenerazione e della pazzia, bisognerebbe procedere con somma
prudenza; perchè i giudizî sui fatti morali sono molto
difficili, e discutibili, e discussi; e perchè, adducendo tutte
le passioni e tutti i sentimenti come altrettante prove di
pazzia, si potrebbe estendere il giudizio e considerare,
secondo ha fatto un certo grossolano buon senso, tutto quanto
il mondo una gabbia di matti, e per conseguenza non trovare in
nessun luogo l'uomo sano o, come si dice, normale. Quindi,
lasciate da parte le prove mal sicure, bisognerebbe cercare le
valide e innegabili; invece, l'accumulazione delle prove dubbie
dà argomento di critica agli oppositori.
Ma questa non può essere la ragione del mutamento del Nordau.
Perchè, non solamente egli non s'inquieta dell'ambiguità delle
prove; ma, al contrario, non ha proceduto, nella sua
_Degenerazione_, se non per via di interpretazioni abusive, di
esagerazioni arbitrarie, di deduzioni temerarie.
Un'altra ragione per la quale l'affermazione della nevrosi del
genio dispiace e suscita opposizione è relativa all'importanza
pratica della nuova teoria. Vi sono molti che la condividono,
che la credono ormai innegabilmente dimostrata. Ma questi, pure
riconoscendo che l'insistenza dei suoi propugnatori è
legittimata dagli attacchi degli avversarî, pensano che le
prove dubbie possano essere accettate ed accumulate per eccesso
di zelo, e ne domandano naturalmente il perchè. La verità è
sempre amabile in sè stessa, anche quando non è feconda di
conseguenze utili, di pratici adattamenti; ma naturalmente,
umanamente, il maggior zelo si rivolge alla difesa delle verità
utili; ora, quando si sarà dimostrato a tutti, e insegnato
anche nelle scuole, che i genî sono alienati e degenerati, qual
è la conseguenza pratica e dov'è l'utilità? Si metteranno al
manicomio, o si sopprimeranno, come a Sparta i deboli e
contraffatti? No, certamente. Si cureranno le malattie delle
quali sono infermi? Neanche, se le malattie sono lo scotto e la
condizione del genio, se sono lo stesso genio. Allora, che cosa
si farà? Niente, o ben poco. I genî non saranno soltanto
ammirati, ma anche compatiti; non soltanto lodati per la loro
grandezza, ma anche biasimati per le debolezze e gli errori; la
qual cosa, in verità, si è fatta sempre. Alcuni, tuttavia,
combattono la teoria del Lombroso perchè temono precisamente
che sia diretta, o possa portare a comprimere, a deprimere i
sentimenti d'ammirazione che il genio eccita nella mediocre e
infima umanità, e a scemarne l'importanza sociale. E ciò che
dice, per esempio, il Roncoroni, potrebbe avvalorare il timore.
Questo studioso, che il Lombroso cita a titolo di lode, afferma
che il genio, il genio quale si è manifestato finora, «non è la
più elevata espressione della specie. Infatti, in esso si trova
un grande sviluppo di alcuni elementi psichici che, per quanto
elevatissimi, non sono, per le necessità del consorzio civile,
e conseguentemente per il progresso della specie, così
necessarî come quegli elementi, filogeneticamente più evoluti,
che in lui vediamo alterati». Ciò significa che la grandezza
del genio è poco importante, è poco utile, mentre utilissime e
importantissime sono le qualità che a lui mancano? La
proposizione sarebbe innegabile se tutti i genî fossero grandi
per un verso e deficienti per un altro; ma non pare che le cose
stiano a questo modo; perchè noi vediamo, a cagion d'esempio,
un genio grandissimo per i sentimenti egoisti, come Napoleone,
e un altro grandissimo nel senso diametralmente opposto, come
Francesco da Assisi; la stessa opposizione vediamo tra il genio
filosofico del Nietzsche e quello del Tolstoi; vediamo ancora
altri genî grandi per la forza della fede, ed altri per la
forza del dubbio, e via discorrendo. E se le buone qualità sono
scontate dalle cattive, se le qualità buone non sono buone del
tutto, e viceversa, i benefici effetti del genio compenseranno
i perniciosi; i genî non saranno considerati nè come
indispensabili nè come inutili al procedere dell'umanità; e
quella del compenso e dell'equilibrio parrà veramente una delle
maggiori leggi al mondo.
Ora, per tornare al Nordau, qui pare che sia propriamente
l'origine del suo dissidio con la scuola italiana. Tutta la sua
ipotesi dello sviluppo speciale di speciali centri nervosi
tende a stabilire una gerarchia dei genî, e delle facoltà dalle
quali dipendono, gerarchia in forza della quale la sensibilità
e il sentimento sarebbero inferiori al raziocinio ed alla
volontà. Le produzioni artistiche lo fanno sorridere perchè,
derivando soltanto da una speciale potenza sensoria e
sentimentale, eccitano commozioni, ma non suggeriscono
pensieri. Volentieri egli ripeterebbe con un antico matematico
al finire di una sinfonia: _Qu'est-ce que cela prouve?_ Nulla,
evidentemente: la Nona Sinfonia non prova nulla, ma il Binomio
di Newton non fa nulla provare. Tuttavia tale distinzione non
dev'essere tanto radicale, se è vero ciò che alcuni matematici
moderni vengono affermando e che il visconte d'Adhémar ha
ultimamente esposto in uno studio pubblicato nella _Revue des
deux mondes_. Questi matematici, adunque, sostengono che con i
loro lavori non pensano tanto di raggiungere certi risultati
positivi, quanto di procurarsi una commozione estetica; e la
geometria e l'algebra e tutte le scienze esatte non sarebbero
soltanto fonti di un godimento artistico, ma anche supreme
forme dell'arte. Se questo agguagliamento della scienza
all'arte si deve giudicare effetto di una esagerazione, non
meno esagerato in senso contrario è il concetto del Nordau,
secondo il quale fra arte e scienza c'è un abisso, e tutto il
credito è da accordare alla scienza e l'arte ha un valore
infimo. Un pianista come Listz è per lui altrettanto geniale
quanto un perfetto ballerino: in entrambi l'eccellenza dipende
dallo sviluppo dei centri di coordinazione dei movimenti. Il
solo senso del colore produce un Mackart, cioè un uomo che sa
combinare abilmente le tinte piacevoli come le sanno combinare
il clamidodera, il ptilonorinco ed altri uccelli australiani
costruttori di pergole multicolori. Un Beethoven o un Raffaello
egli concede che si distinguano dai cani ammaestrati: ma
saranno da considerare come veri genî? No. «Se il genio è
giudizio e volontà a un grado di perfezione straordinario, che
cosa farò dei genî emozionali, dei poeti e degli artisti? Ho
ancora il diritto di ammettere che i poeti e gli artisti
possano essere genî? Ebbene: questo diritto mi pare per lo meno
contestabile...». I genî di prim'ordine, i soli veramente degni
del nome sono i grandi capitani, i grandi legislatori, i grandi
ordinatori degli Stati: con la massima lucidità di giudizio
essi hanno una volontà talmente forte da sottoporre e
disciplinare tutti gli altri uomini. Poi vengono i grandi
inventori e scopritori, nei quali la volontà è meno geniale,
perchè non lotta contro le vive forze dei simili, ma contro le
resistenze passive della natura. In terzo luogo vengono i genî
di solo giudizio, senza corrispondente sviluppo della volontà,
cioè i pensatori, i filosofi. Finalmente, nella quarta
categoria, quasi come una concessione, il Nordau comprende i
poeti e gli artisti. «Questa gerarchia è la sola naturale,
perchè poggiata su basi organiche», perchè determinata «dalla
dignità dei tessuti e degli organi»; in altre parole: perchè le
facoltà del giudizio e della volizione che formano i genî delle
tre prime classi sono facoltà esclusivamente umane, senza
riscontro nell'inferiore mondo dei bruti; mentre i genî di
quarto ordine, i poeti e gli artisti, riconoscono la loro
eccellenza dalle facoltà sensitive, le quali non sono del tutto
nostre, ma comuni a noi ed agli animali.
Ora, prima di ogni altra cosa, un evoluzionista come il Nordau
si vanta di essere può sostenere senza contraddizione che il
giudizio e la volontà appartengano esclusivamente all'uomo, che
siano apparsi in lui di punto in bianco, che non si riscontrino
in grado embrionale, rudimentale, infinitamente piccolo anche
nei bruti? Vuol egli mettere da parte tutta una scienza, la
psicologia comparata? Certo, la distanza tra le facoltà mentali
degli uomini e quelle dei bruti è enorme; ma altrettanto enorme
è la distanza dalle facoltà sensitive e sentimentali nostre a
quelle degli animali. Nessuno ancora ha visto un animale
piangere o ridere; e l'artista che eccita in noi questi moti
non li eccita automaticamente; anch'egli si serve del giudizio
e della volontà. Certo le capacità si diversificano, si
sviluppano variamente e si specificano in un senso o
nell'altro; non abbiamo bisogno di ripetere ciò che già dicemmo
ragionando dei rapporti della scienza e dell'arte; ma, perchè
esse sono distinte, diremo che l'artista non ha nessuna delle
facoltà umane dello scienziato, e viceversa; mentre sappiamo
che sapienti e poeti furono un tempo, da Empedocle a Leonardo,
e possono ancora essere, sebbene troppo raramente, un genio
solo? Diremo, col Nordau, che il genio artistico «non è altro
che un organetto» capace solo di ripetere meccanicamente certi
pezzi di musica, mentre il genio scientifico crea liberamente?
Dice egli sul serio quando afferma che il genio scientifico,
filosofico, politico è «affrancato» dalle commozioni, dai
sentimenti? Dove sono queste separazioni così profonde tra
uomini ed uomini? Non sarà creazione, se il Nordau non vuole,
quella del poeta; ma allora chi al mondo ha creato mai nulla?
C'è qualcosa di nuovo sotto il sole? La creazione, se questa
parola si può adoperare, non è tanto degli ordinatori di
popoli, quanto degli speculatori di dottrine, quanto dei
trovatori di immagini?
La classificazione dei genî non si deve pertanto fondare sulla
«dignità» dei loro diversi attributi, i quali sono tutti degni
egualmente; potrà solo dipendere dall'utilità delle loro opere.
Un legislatore sarà maggiormente venerato che un filosofo,
perchè l'opera sua maggiormente importa alla maggior parte
degli uomini; uno scienziato avrà più lodi che un artista,
perchè le sue scoperte sono più feconde di risultati positivi.
Ma l'artista non lavora proprio ad altro che a procurarci un
momento di piacere? Non può anch'egli parlare al nostro
giudizio? E dato pure che non produca null'altro che sensazioni
piacevoli, queste sono del tutto sterili e senza importanza
notevole? La poesia non ha la sua utilità nella vita; non è, a
giudizio di tanta parte del genere umano, ciò che le dà sapore
e prezzo? Dice il Nordau: «Se in una tribù di Pelli Rosse
sorgesse un Descartes o un Newton, sarebbe considerato come un
membro inutile all'orda: ogni fortunato cacciatore d'orsi, ogni
guerriero che porti già le cuti di molti cranî di nemici alla
cintura, gli sarà anteposto». Certamente; ma questo esempio ha
un significato contrario a quello che il Nordau gli vuole
attribuire. In mezzo a Pelli Rosse non sorgono e naturalmente
non possono sorgere altro che cacciatori e guerrieri; lo stesso
autore ha bene osservato che in una città abitata tutta quanta
da ciechi un solo veggente chiederebbe invano che si
illuminassero di sera le vie. Ora, se le strade sono illuminate
in tutte le città del mondo, ciò accade perchè la gente non è
cieca; e se gli artisti che il Nordau tratta con tanta
irriverenza sono apprezzati ed amati, ciò accade precisamente
perchè la gente è capace d'intenderli. Essi non ci sono già
piovuti dalla luna; escono anzi dalle vive viscere di questa
nostra società dove non usa più portare alla cintura il cuoio
capelluto dei nemici uccisi in guerra, ma si provano nuovi
bisogni morali che chiedono urgentemente di essere appagati. E
se lo stesso Nordau riconosce che soltanto per un ricordo dei
tempi selvaggi e barbari si accorda anche oggi «il posto
supremo al soldato», come poi vuole che Alessandro e Cesare e
Bonaparte siano da chiamare genî più alti, più puri, più
esclusivamente umani di Platone, di Dante, di Shakespeare? Non
si potrebbe sostenere con fortuna precisamente l'opposto?
E la stessa idea di questa classificazione, di questa
gerarchia, non è poco felice? Se il paragone non fosse, come
dice il motto, odioso, non sarebbe inutile? Quando avremo
dimostrato che Washington vale più di Vittor Hugo, forse non
leggeremo più la _Leggenda dei Secoli_, o dovremo mettere la
statua del suo autore sopra un piedistallo dieci centimetri più
basso? E se, per confessione del Nordau, i filosofi
dell'avvenire non stimeranno le dottrine del Darwin «più di
quanto noi stimiamo oggi le teorie filosofiche di Parmenide o
d'Aristotile», se il tempo distrugge le leggi come i quadri, le
statue come i regni, le dottrine come gli edifizî, se tutte le
cose umane sono egualmente caduche, perchè queste distinzioni?
Ma io dimentico che uno dei libri più singolari di Max Nordau
porta un titolo molto significante. Si chiama _Paradossi_, e da
quanto pare non è ancora finito.