I.

Veramente il Nordau non crede di essersi ribellato al Lombroso,

ed è sicuro di essere rimasto d'accordo con sè stesso. Egli

distingue i genî autentici da quelli che ne usurpano il nome ed

il posto; e dice che, mentre il genio falso è certamente

degenerato, il vero genio non è insano; può talvolta patire

gravi disordini cerebrali, ma non già perchè nativamente

infermo, bensì come scotto della rara potenza dei suoi organi.

Lo scrittore crede pertanto di non lasciarsi cogliere in

contraddizione: se nel suo primo libro diede nominatamente

dell'idiota e del mentecatto a tanti ingegni novatori, ora li

mette tutti in un fascio, biasimando che si chiami genio

«l'imbecille estatico che si atteggia a profeta o ad artista e

che sbalordisce con la sua assurda stravaganza la parte più

disgustosa dell'esercito dei filistei: gli _snobs

estetizzanti..._».

Ma il tentativo del Nordau per evitare la contraddizione non è

riuscito. Lasciamo per un momento da parte la distinzione fra

genî autentici e pseudo-genî, fra genî di primo e di ultimo

ordine: consideriamo il genio cui il Nordau concede di

chiamarsi tale. Come il Gallerani, egli dice che la potenza di

questo spirito straordinario, non solo non dipende da una

lesione, da una infermità, ma è anzi l'effetto della

perfezione, organica. Note anatomiche speciali egli nega al

semplice ingegno; negli uomini d'ingegno non si troverebbe un

sostrato organico particolare, uno sviluppo tutto proprio dei

centri nervosi. Ogni uomo normalmente costituito può quindi

essere uomo d'ingegno e riuscire ottimamente in una disciplina

qualunque. Portando alle ultime conseguenze questo suo

concetto, il Nordau afferma che l'ingegno non esiste, o almeno

che con questo nome non bisogna intendere nulla di specifico:

le persone che emergono in una determinata scienza o arte

debbono questo risultato non ad una speciale qualità del loro

cervello, ma al caso, cioè alle circostanze esteriori per forza

delle quali furono spinte a coltivare quella scienza o

quell'arte, e all'«applicazione», cioè alla severità,

all'assiduità, alla coscienza con la quale la coltivarono.

Tale modo di vedere non persuaderà molti; già il Sighele ha

dichiarato che, senza la sua grande ammirazione per il Nordau,

questa proposizione dello scrittore tedesco lo farebbe

sorridere. Lo scrittore italiano giustamente osserva come tra

due fanciulli posti nelle identiche condizioni, educati allo

stesso modo, mandati a frequentare la stessa scuola,

appariscano attitudini, vocazioni, tendenze diverse ed opposte:

il fatto si ripete ogni giorno sotto i nostri occhi, e non si

può spiegare senza ammettere quelle doti innate, quelle

capacità originarie che il Nordau disconosce. La vocazione per

una determinata attività è il più delle volte, a suo giudizio,

una cosa tutta negativa; in altre parole: un giovane si mette a

studiare, per esempio, la matematica, non già perchè si senta

chiamato alla scienza, ma perchè è negato all'arte. Ora queste

repugnanze, che sarebbero l'origine delle vocazioni, il Nordau

le spiega con una deficienza organica, con una mancanza di

sviluppo. Per non voler concedere un sostrato organico alle

attitudini, egli lo ammette nelle inattitudini. È lecito

dubitare dell'utilità di questa sostituzione e credere che

sarebbe stato più semplice assegnare un fondamento anatomico

alle capacità.

Negate le naturali qualità dell'ingegno, egli le riconosce nel

genio, ed afferma che l'uomo di genio differisce dall'uomo

normale per uno speciale sviluppo di due centri cerebrali: i

centri del giudizio e della volontà. Ma dove siano e come siano

fatti questi centri, egli non dice e non può dire, perchè

ancora nessuno li ha visti. «Quali sono», gioverà riferire le

sue stesse parole, «questi centri, non sappiamo ancora

esattamente; ma col tempo saranno scoperti». Siamo dunque nel

campo della pura ipotesi; e certo, data l'angustia dello

spirito umano paragonatamente alla formidabile e paurosa

grandezza dei problemi che gli sono proposti, l'ipotesi non è

uno strumento da disprezzare; ma, prendendo le mosse da

semplici supposizioni, il Nordau arriva a conclusioni troppo

assolute e veramente discordi. La sua massima argomentazione

contro il principio lombrosiano della patologia del genio è la

seguente: asserito dapprima che il genio è evolutivo, egli

stesso comincia a dubitarne, e presume soltanto che consista

nella prima comparsa, in un singolo individuo, di funzioni

nuove e perciò di tessuti nuovi, o almeno straordinariamente

modificati, i quali diverranno «forse» tipici nella intera

razza; quindi chiede: «Ora c'è esempio che una neoplasia

patologica sia evolutiva?» Egli ha già dimenticato il «forse»

di due righe prima, ha preso per un fatto comprovato ciò che è

e che egli stesso riconosce essere una mera ipotesi. E lasciamo

anche andare che, mentre nelle operazioni del genio assegna una

parte minima al caso, vuole poi che questo caso sia arbitro dei

destini dell'ingegno; e lasciamo anche andare che, dopo aver

fatto dipendere l'ingegno, oltre che dal caso, anche

dall'«applicazione», la quale non è altro che volontà, sostiene

poi che solo nel genio il centro della volontà è

straordinariamente sviluppato, mentre nell'ingegno resta

assolutamente eguale a quello di tutti gli uomini normali.

Si dovrà pertanto affermare quel che il Nordau nega, cioè che

il genio e l'ingegno differiscono in _quantità_, non mai in

_qualità_? La conclusione non è questa. Tra la costituzione

fisiopsicologica dell'uomo comune e dell'uomo d'ingegno, di un

qualunque militare, per esempio, e di un buon condottiere, non

è possibile che non vi sia differenza alcuna, nè di qualità, nè

di quantità; si potrà tutt'al più concedere che la differenza

sia soltanto di quantità; ma quella che passa tra un buon

condottiere e Napoleone è senza fine maggiore, così profonda e

radicale, che Napoleone, l'uomo di genio, pare veramente

d'un'altra tempra. Il concetto lombrosiano secondo il quale la

diversità consisterebbe in una anomalia, ha fautori convinti ed

avversarî vivaci: certo è però che il Nordau, dopo averlo

seguito, lo nega senza suggerirne uno più soddisfacente.

Il colore del tempo · 第 42 / 86 题