La vera grandezza del popolo cinese, il suo massimo titolo al
nostro rispetto,--e forse anche a qualche cosa di più,--è la
sua morale. Un libretto dove il signor di Lanessan, già
governatore generale dell'Indo-Cina, ha raccolto con molta
pazienza ed accorgimento tutte le massime dei libri sacri del
Celeste Impero e dell'Annam, riassume chiaramente il pensiero
etico e filosofico della razza gialla.
La filosofia, in Cina, non è privilegio di pochi studiosi: per
una sessantina di lauree, i candidati sono laggiù da dieci a
dodicimila. Tutti indistintamente i Cinesi ricevono
un'educazione filosofica; le sentenze più importanti dei libri
classici sono incise con caratteri d'oro sulle pagode erette ai
genî, sulle case dei letterati; sono spiegate ai figli dei
contadini come a quelli dei Mandarini, nelle scuole aperte a
tutti, frequentate da tutti, nelle città sterminate come nei
più miseri villaggi. E che dicono queste sentenze?
Dicono, prima di ogni cosa, e contrariamente alle credenze dei
popoli occidentali e cristiani, che la natura dell'uomo non è
macchiata da peccati originali. La natura umana, nativamente
buona, può bensì corrompersi, e appunto perciò occorre
dirigerla e sostenerla, sin dai primi anni, con l'educazione.
Chi sarà virtuoso sarà felice; felicità e virtù sono, secondo i
moralisti cinesi, tutt'uno.
Nè essi credono all'eguaglianza degli uomini, Gli uomini sono
tutti originariamente buoni; ma la natura dell'uno differisce
da quella dell'altro. Alcuni di essi arrivano, «senza soccorso
straniero», senza bisogno di meditare, di riflettere
lungamente, a comprendere la legge del perfezionamento umano:
sono gli uomini santi. Vengono poi, in seconda linea, gli
uomini, saggi, i quali hanno bisogno di studiare molto, di
sforzarsi, di vegliare assiduamente su sè stessi per
comprendere ciò che è bene. Saggi e santi formano insieme la
categoria degli «uomini superiori», i quali si distinguono
profondamente, anche nell'apparenza, dagli «uomini volgari».
Ma, per la loro stessa superiorità, essi hanno molti doveri:
primo fra tutti è quello di servire d'esempio agli altri. «Gli
errori dell'uomo superiore sono come lo eclissi del sole e
della luna: se egli commette uno sbaglio, tutti lo vedono; se
si corregge, tutti lo contemplano». E non basta neppure che
egli dia il buon esempio: bisogna anche che lavori direttamente
a istruire gli altri uomini. In Cina l'istruzione non è
obbligatoria, ma l'ignoranza è generale argomento di sdegno e
di spregio. «Quelli che pensano soltanto a mangiare e a bere
tutto il giorno, senza impiegare la loro intelligenza a qualche
oggetto degno di essa, fanno pietà. Non vi è il mestiere di
barcaiuolo? Lo esercitino: saranno saggi, a paragone di
prima... Gli uomini hanno dentro di loro il principio della
ragione; ma se, soddisfacendo gli appetiti, vestendosi di panni
caldi, costruendosi comode case, mancano di istruzione, allora
si avvicinano ai bruti». Così, per effetto della diversa
istruzione, gli uomini nativamente non eguali si allontanano
ancora più gli uni dagli altri; ma ciascuno può, a forza di
volontà e di perseveranza, divenire «saggio», arrivare alla
categoria degli «uomini superiori». Meng-Tseu dice: «Chi si
mette a fare una cosa somiglia a chi scava un pozzo. Se, dopo
averlo scavato fino a settantadue piedi, non continua fino alla
sorgente, è lo stesso come non averlo cominciato». Le persone i
cui studî progrediscono poco, i cui sforzi per migliorarsi non
riescono prontamente, non debbono scoraggiarsi: «Ciò che gli
altri farebbero in una volta, esse lo faranno in dieci; ciò che
gli altri farebbero in cento, esse lo faranno in mille».
Questa possibilità dell'eguaglianza nell'istruzione, nella
conoscenza dei doveri, è la ragione dei costumi politici della
razza gialla, i quali sono più democratici di quelli dei paesi
più democratici d'Europa e di America; con questo, però: che la
democrazia non degenera mai in demagogia. Gli uomini del
popolo, sanno che, volendo, col lavoro, con lo studio, con la
buona condotta, avrebbero potuto sollevarsi, prender posto tra
i «saggi,» tra i reggitori; perciò non li odiano, non si
ribellano ad essi. La gerarchia è scrupolosamente osservata:
ciascuno sa obbedire e rispettare i superiori, e comandare e
compatire i sottoposti.
Ogni uomo deve attendere a migliorare sè stesso; per compiere
questo dovere bisogna studiare «l'essenza delle cose» e «i
principî delle azioni»; così si arriva a conoscere la propria
«destinazione». Nel _Ta-Hio_ è detto: «L'uccello giallo
mien-män dal canto lamentoso stabilisce la sua dimora nelle
folte cavità delle montagne. Il filosofo ha detto: nel fissar
lì la propria dimora, esso dà prova di conoscere il luogo della
sua destinazione; e l'uomo sarà da meno dell'uccello?» La
«destinazione» dell'uomo è indicata dalle inclinazioni
naturali; perchè ciascuno consegua la propria, bisogna «non
snaturare le inclinazioni rette, come quella che ci fa evitare
un odore sgradevole e amare un oggetto piacevole e seducente».
E la prima inclinazione, la più retta, la fondamentale, è
quella che unisce la madre al figlio e il figlio alla madre.
Tutte le madri, senza che nessuno le ammaestri, hanno gli
stessi sentimenti verso la prole; tutte intendono e contentano
i loro piccoli prima ancora che questi sappiano significare i
loro bisogni: i cuori delle madri e dei figli sono uniti dal
più saldo legame. Su questo legame è fondata tutta quanta la
morale sociale, politica e individuale dei Cinesi: i sentimenti
materni e filiali si debbono estendere ai prossimi, a tutti
quanti gli uomini; il principe dev'essere «la madre» dei suoi
popoli. «Tutti dicono: l'impero, il regno, la famiglia. La base
dell'impero esiste nel regno, la base del regno esiste nella
famiglia, la base della famiglia esiste nella persona». I
femministi dovrebbero esserne contenti.