Gli uomini vogliono e debbono intendersi; ma non vi riescono
facilmente, alla prima. La Cina è un paese tanto diverso dal
nostro, e di accesso così difficile, che i libri dei
viaggiatori europei non ne danno un'idea adeguata. Posto anche
che l'accesso fosse agevole, e la diversità non troppo grande,
saremmo noi buoni giudici in casa altrui? Certo, se si trovasse
un Cinese a cui la nostra civiltà fosse familiare, costui
potrebbe meglio di ogni altro svelarci il suo paese. Questo
Cinese si è trovato, ed è il colonnello Tcheng-ki-tong, addetto
militare durante dieci anni all'ambasciata del Celeste Impero a
Parigi. Disgraziatamente lo scrittore asiatico ci rassomiglia
troppo, se non altro nella pretesa di mettere il naso nelle
faccende altrui; perchè nel suo libro intitolato _I Cinesi
dipinti da loro stessi_ non tanto dipinge i suoi connazionali,
quanto critica noi...
«Il carattere essenziale della civiltà europea», dice egli, «è
di essere invadente. Non ho bisogno di dimostrarlo. In altri
tempi le orde dei barbari invadevano egualmente, non già per
diffondere i benefizî d'uno spirito nuovo, ma per saccheggiare
e rovinare gli Stati fiorenti. Gl'inciviliti seguono oggi la
stessa via, ma presumono d'instaurare così il regno della
felicità sulla terra. La violenza è il punto di partenza del
progresso. Mi lusingo di poter credere che il metodo non è
perfetto...».
Gli daremo noi torto su questo punto? Avrà ragione la civiltà
europea di imporsi con le cannonate? I suoi benefizî sono tanti
da farle perdonare i mezzi cruenti? Leone Tolstoi risponderebbe
subito no; Federico Nietzsche affermerebbe che il diritto del
più forte basta a legittimare la lotta dei popoli progrediti
contro i più deboli.... Certo il colonnello Tcheng-ki-tong ha
ragione di dolersi perchè, dischiusi i porti cinesi ai
commercianti europei, le prime cose che questi importarono
furono le armi da fuoco. «Domandate a un Cinese come chiama
gl'Inglesi; vi risponderà: mercanti d'oppio. Allo stesso modo
vi risponderà dicendo che i Francesi sono missionarî. Egli non
conosce altrimenti questi stranieri; e si capirà facilmente che
ne serbi un ricordo indelebile, poichè i primi rovinano la sua
salute a spese della sua borsa, e gli altri sconvolgono le sue
idee. Io qui accerto soltanto il fatto; perchè può darsi, in
fine dei conti, che l'oppio e le religioni nuove siano
progressi straordinarî...».
L'ironia del colonnello ha ben altri soggetti intorno ai quali
esercitarsi. Che la civiltà della Cina sia antichissima ed
originale, che questo popolo relegato in fondo al maggior
continente, oltre i monti e oltre i mari, chiuso da una
muraglia di sassi e da un'altra, più salda, di idee, di giudizî
e di pregiudizî tutti suoi, sia pervenuto da solo, senza
sussidio straniero, a un'altezza morale e a un ordinamento
sociale degni di molto rispetto, non si può ragionevolmente
negare. A chi lo considera come barbaro, sublimando invece le
idee, le abitudini, i costumi nostri, il colonnello
Tcheng-ki-tong dà pertanto qualche lezione molto sottile.
«Gli esempî dei sacrifizî abbondano nella nostra storia
nazionale. Così taluno si spoglierà del proprio vestito per
darlo all'amico povero incontrato per via. Questo caso è molto
frequente; ma i caritatevoli non sono da noi santificati come
San Martino...». Fare il bene, in Europa, è cosa straordinaria
e meravigliosa; in Cina assistere gli amici è un uso, non una
virtù.
«Io ho tentato di spiegare ai miei compaesani che cosa
s'intende per matrimonio di convenienza; essi hanno sempre
capito che fosse un atto di commercio, un affare...». Questa
botta è tanto più felice, quanto che in Cina i matrimonî si
fanno dalle famiglie, senza che gli sposi si conoscano prima
del giorno delle nozze; ma tutto lo studio dei parenti è di
sceglier bene, badando alle qualità morali, e non alle doti. E
i matrimonî si fanno senza assistenza di autorità civili o
religiose, solo dinanzi alle famiglie degli sposi, agli amici e
a Dio,--quasi come vorrebbero i fautori dell'amore libero... E
i vecchi celibi e le zitellone sono d'una rarità straordinaria;
e c'è il divorzio, ma se la legge lo permette, l'uso lo
biasima, e pochi, nei casi estremi, lo praticano. La moglie, in
Europa, diventa minorenne, è posta sotto tutela, non può
disporre neanche di ciò che le appartiene: in Cina può vendere
e comprare, firmare effetti di commercio, accasare i figli, dar
loro la dote che crede, e via discorrendo. Esiste laggiù, è
vero, il concubinaggio, che agli Europei non parrà istituzione
molto delicata; ma, in Europa, «col pretesto della delicatezza,
si commettono delitti più grandi, quando i figli illegittimi
sono buttati via...».
Passiamo alle invenzioni, alle scoperte, che sono il vanto
della civiltà occidentale. Molti e molti secoli prima di noi i
Cinesi trovarono la polvere da sparo; ma se ne servirono per
tirare fuochi d'artifizio, non già «per far saltare il mondo»;
e trovarono anche la stampa, ma non la impiegarono «a
corrompere gli spiriti e ad eccitare le passioni inutili». I
Cinesi non hanno accettato le ferrovie, perchè non hanno
giudicato necessario correre all'impazzata; ed anche perchè,
lacerando esse la faccia della terra, passando sulle tombe,
offenderebbero il sentimento di religioso rispetto che quel
popolo nutre per i morti e gli antenati. «I nostri popoli non
si sono dunque ancora decisi a lasciarsi invadere dal cavallo
di fuoco; e veramente non si può farne loro una colpa, se si
pensa che lo stesso Istituto di Francia rifiutò di ammettere la
scoperta di Fulton, relativa all'adattamento del vapore alla
locomozione delle navi. Essi meritano pure altrettanta
indulgenza quanta i dotti dell'Accademia..».
Noi non staremo a confutare il bravo colonnello; ma vedete che
egli è a giorno delle nostre cose molto meglio che noi delle
sue. Quando parla dei proverbî cinesi, concettosi e pratici, in
gran parte simili agli europei,--giacchè l'uomo, chi ben
guardi, è sempre e dovunque lo stesso,--egli dice che ve ne
sono alcuni capaci di offendere le orecchie francesi, e
soggiunge che non li ha tradotti non conoscendo abbastanza il
latino da poterli travestire. «Ma forse un giorno mi deciderò a
riparlarne, quando avrò letto Rabelais...».
Tcheng-ki-tong ha trovato i massimi soggetti di stupore in
società, nella buona società. Se un attore è invitato in un
salotto parigino, ha il posto d'onore; i gentiluomini e gli
accademici passano in seconda linea. «In Cina noi osserviamo
un'etichetta rigorosa. Mi dicono che rispettarla, in Francia,
non è ben fatto: lo credo...». E l'assalto dei _buffets_, nelle
grandi feste ufficiali! Un Cinese che osservasse le cose
d'Europa con la leggerezza degli Europei nel giudicare quelle
cinesi, potrebbe scrivere nelle sue note di viaggio: «Le
persone che compongono la classe più alta, quando sono in
presenza del Capo dello Stato, non si mettono a tavola, ma vi
si precipitano con furia guerresca...». In Cina le donne si
riuniscono tra loro; gli uomini non possono prender parte a
questi convegni. «È probabile che i nostri legislatori,
diminuendo quanto è possibile il numero delle occasioni che
possono mettere in presenza uomini e donne, abbiano agito
nell'interesse della famiglia». E nelle conversazioni cinesi
«le persone bene educate non parlano di politica».
Che dire dell'abito europeo? Il colonello non capisce come noi
possiamo vestirci con la orribile marsina, con la marsina
livellatrice, comune ai servi ed ai signori. Sarà forse perchè
in Europa regnano i principî liberali e democratici? «Io
domando ancora a me stesso, dopo dieci anni di soggiorno a
Parigi, dopo tanti studî pazienti, quale può essere, nelle
istituzioni del mondo occidentale, il principio veramente degno
d'esser chiamato democratico e liberale. Mi hanno parlato del
suffragio universale: ma è una rosa dei venti, un principio
senza principî.... Cosa strana: nessuno potrebbe proporre
l'elezione degli accademici per mezzo del suffragio universale
senza coprirsi di ridicolo; e poi si ammette che il suffragio
universale debba esso scegliere i legislatori. Crederei che
scegliere i legislatori sia più difficile che non scegliere gli
accademici...». In Cina, invece, solo lo studio e gli esami e i
concorsi che provano il profitto negli studî, portano gli
uomini a tutti i gradi della scala sociale; e tutti i
cittadini, indistintamente, hanno il diritto di concorrere; e i
più umili, gl'infimi, possono arrivare alle più alte cariche
dello Stato.
«Noi siamo più di 400 milioni di abitanti in Cina», dice ancora
il colonello, «e non abbiamo nè notai, nè avvocati; e i titoli
di proprietà, gli atti, i contratti, in una parola tutte le
cose che riguardano gli affari, non sono perciò meno regolari
che in Europa».
E nondimeno egli non chiede che i Cinesi siano lasciati a
godersi questa loro civiltà; nè, tanto meno, che l'Europa
prenda esempio dalla Cina; chiede soltanto, e in verità non
potrebbe essere più discreto, che, se gli Europei vogliono
diffondere in Cina ciò che hanno trovato di buono, adoperino la
persuasione, e non già la forza. E riferisce un aneddoto per
difendere i proprî connazionali dell'accusa di essere
refrattarî alla civiltà europea. «In Francia, si narra, il
popolo non volle sul principio mangiar le patate, perchè gli
furono imposte. Avevano reso la patata obbligatoria; il popolo
non ne volle, non volle neppure assaggiarla. Fu necessario
l'esempio della Corte; fu anche necessario, se la storia non
mente, proibire le patate; e allora tutti ne mangiarono. Ecco
la vera civiltà, quella che si fonda sulla conoscenza del cuore
umano, il quale è lo stesso sotto tutte le latitudini». E il
buon Cinese aggiunge un motto che dimostra come egli abbia
studiato anche i _per finire_ dei giornali spiritosi: «Quante
patate, quanti _pomi di terra_ (ricordiamoci che scrive in
francese) non ci farebbero mangiare, con le belle maniere! Ma
non hanno finora importato fra noi altro che il pomo della
discordia!»