Il nodo della quistione è questo: poichè gli uomini sono
superiori alle donne, come più intelligenti, più attivi, più
liberi, così c'è da parte loro una tendenza a trascurarle, a
sottoporle, ad opprimerle, e talvolta anche a sopprimerle; ma
poichè le donne, rispetto alla specie, valgono altrettanto
quanto gli uomini, e uomini e donne sono egualmente necessarî
alla continuazione della vita, così c'è un'altra tendenza a
considerare nulli e vani i vantaggi maschili ed a parificare in
tutto e per tutto i due sessi. In China la nascita delle
femmine è considerata come una calamità; spesso le figlie sono
buttate via, muoiono abbandonate per le strade; così pure in
India: in certi villaggi indiani, non molti anni addietro, si
contava una sola fanciulla sopra cento ragazzi. L'abuso della
supremazia maschile non potrebbe essere dimostrato meglio che
da questa infamia. Se i Chinesi e gl'Indiani riuscissero a
sopprimere tutte le donne, si troverebbero in una situazione
piuttosto difficile. Se volessero soltanto ridurne il numero,
le difficoltà della scelta e l'asprezza della lotta sessuale
crescerebbero, e il danno sarebbe tutto loro. Da noi le bambine
non si lasciano morire, ma son accolte con minor festa: come
più civili, noi sostituiamo ad una infamia una sciocchezza. La
funzione vitale è ugualmente importante, la dignità umana è
ugualmente grande nei due sessi; ma, se ripetiamo troppo spesso
questa verità, ecco alcune donne, e i femministi con esse,
pronti ad abusarne. In ogni tempo, ma specialmente nel nostro,
il pensiero umano procede in questo modo: per esagerazioni.
Nell'antico Egitto i figli maschi non dovevano mantenere i
vecchi genitori; quest'obbligo incombeva alle figlie. In un
gran numero di società barbare e selvagge gli uomini non
lavorano: obbligano le donne a lavorare per essi. Quando ciò
accade perchè essi sostengono le più gravi fatiche della guerra
contro i nemici o contro le forze naturali, nulla di più
giusto: le cose, allora, stanno press'a poco come nelle società
civili, dove le donne lavorano per gli uomini in casa, e gli
uomini per le donne fuori di casa, attendendo, invece che alla
guerra, ai commerci, alle industrie, alle professioni. «Non è
il caso,» dice l'Albert, citando l'autorità del Geddes e del
Thomson, «di vituperare scioccamente, come fanno la maggior
parte dei femministi, il selvaggio che resta sdraiato, al sole,
intere giornate, di ritorno dalla caccia, mentre la donna sua,
pesantemente chinata, macina e lavora senza lamento e senza
tregua; anzi, tenendo conto degli estremi sforzi che costa a
lui la lotta incessante contro la natura e i proprî simili, per
il nutrimento e la sussistenza, e tenendo conto della
conseguente necessità di utilizzare ogni occasione di riposo
per rifarsi e vivere la sua vita tanto corta e precaria, ma
indispensabile alla donna ed ai figli, si vedrà che questa
grossolana economia domestica è la migliore, la più morale, la
più umanamente praticata, date le circostanze». Ma dove gli
uomini costringono le donne a mantenerli senza far nulla, o
lavorando meno di loro, essi infrangono la legge naturale; e
queste infrazioni sono, in verità, rarissime. Poichè l'uomo è
più forte della donna, ma la donna è necessaria all'uomo, la
conseguenza logica e naturale è che egli adoperi una parte
della propria forza a proteggere, a mantenere questa creatura
debole della quale ha bisogno, e che a sua volta lavora un poco
per lui e moltissimo per la prole comune. E, tranne le
eccezioni, questa è veramente la regola alla quale obbedisce
tutta quanta l'umanità. Ora invece i femministi vogliono che la
donna faccia la concorrenza all'uomo: cosa altrettanto
innaturale ed assurda quanto la pretesa di quegli uomini che
vogliono lasciar le donne macerarsi per loro.
Il cristianesimo, dice il padre Roesler, operò una rivoluzione
nei rapporti dei sessi, conferendo alla donna una dignità che
prima non le era attribuita, afforzando il vincolo
matrimoniale, difendendo la famiglia. E il fatto non si può
negare; non è negato neppure dall'Albert, che attribuisce alla
rivoluzione cristiana «il più gran progresso morale: l'amore
sessuale moderno, prima sconosciuto». Ma questa rivoluzione non
fu tanto radicale quanto pare: e lo stesso padre Roesler lo
riconosce, e se ne loda; perchè, infatti, la supremazia
dell'uomo fu mantenuta. Ora questa soluzione pare veramente la
più conforme ai due fatti naturali e contraddittorî, ma certi:
cioè, da una parte, l'eguaglianza dei sessi dinanzi alla
specie, la loro reciproca dipendenza, l'impossibilità per
ciascuno di essi di fare a meno dell'altro; e, dall'altra
parte, la supremazia muscolare e intellettuale degli uomini. Le
società barbare, considerando soltanto questa supremazia,
avvilirono la donna; il cristianesimo, considerando l'eguale
importanza dei sessi, la sollevò; ma non oltre certi limiti,
cioè riconoscendo la naturale preponderanza dell'uomo. Noi
possiamo seguire questo ragionamento in uno dei maggiori Padri
della Chiesa. San Paolo dice che l'uomo è il capo della donna
come Gesù Cristo è il capo della Chiesa; che l'uomo è immagine
della gloria di Dio, mentre la donna è immagine della gloria
dell'uomo; e fin qui l'apostolo ragiona al modo antico; ma
tosto egli soggiunge che, se la donna è stata tratta dall'uomo,
l'uomo non esiste senza la donna, e che entrambi hanno la
stessa dignità: «nel Cristo non c'è differenza alcuna tra uomo
e donna, perchè entrambi egualmente partecipano ai benefizî
della creazione e della redenzione».
La soluzione cristiana della quistione sessuale è dunque un
temperamento, e come tale potrebbe darsi che fosse la più
ragionevole, la più pratica e veramente la migliore. Da
principio, dovendo lottare contro l'eredità della morale
barbara, il cristianesimo abbondò nel senso di ciò che oggi si
chiama femminismo; il linguaggio di San Giovanni Boccadoro
dovrebbe, per esempio, piacer molto ai suoi moderni campioni:
«Dio,» dice il Santo, «non impone sull'uomo tutto il fardello
della vita, e non fa dipendere da lui solo la perpetuità del
genere umano. Anche la donna ha ricevuto un grave ufficio
affinchè sia stimata. Iddio non le assegna un destino minore di
quello dell'uomo; la Scrittura ce lo rammenta con queste
parole: Diamogli una compagna simile a lui». Ma più tardi,
quando l'evangelica esaltazione della donna degenerò nella
goffa glorificazione che ne fece la cavalleria, una reazione in
senso inverso si manifestò con la Riforma, la quale non si
oppose agl'istinti poligamici degli uomini e tolse le donne dal
trono ideale dove erano state collocate, per farne semplici e
troppo spesso umili massaie.
Queste fluttuazioni del pensiero e queste modificazioni del
costume umano, che il padre Roesler e molti altri studiosi
hanno notato, dipendono dal contrasto dei due fatti naturali
dianzi definiti. Un esempio curioso della perplessità del
giudizio lo troviamo in quella dottrina morale del Maeterlinck
che abbiamo già esaminata. Senza entrare direttamente nel
dibattito, egli crede alla supremazia maschile quando afferma
che l'uomo è più morale: «Tra un uomo e una donna di eguale
potenza intellettuale, la donna impiegherà sempre una parte
molto minore di questa potenza a conoscersi moralmente». Un
centinaio di pagine più innanzi sostiene che, nella vita
ordinaria, «la donna è quasi sempre superiore all'uomo che ha
dovuto accettare...». La quistione femminista è appunto per
ciò, e sarà sempre una quistione: perchè, quando si considera
l'innegabile eguaglianza morale e ideale dei due sessi, e
l'abuso sciocco o nefando della maggior forza maschile,
l'esaltazione della donna sembra ragionevolissima; quando si
considera la non meno innegabile loro diseguaglianza reale,
specifica, e l'inferiorità della donna, sembra ragionevolissima
la sua subordinazione.
Nel temperamento trovato dal cristianesimo c'è un punto del
quale il padre Roesler si loda moltissimo: l'istituto della
verginità, il celibato monastico. Anzi, per lui, questa è la
vera soluzione della quistione femminista. «I nostri padri»,
dice, «avevano dunque trovato la soluzione della quistione
femminista: non solamente, tra loro, i numerosi monasteri
offrivano un ritiro sicuro alle donne senza famiglia; ma le
grandi anime potevano prendervi tutto il loro slancio, e la
donna rimasta nel mondo godeva degli esempî della religiosa,
come pure del rispetto col quale costei era considerata». Per
giudicare a questo modo, bisogna anche credere che astenersi
dalla funzione sessuale sia meglio che compierla; e tale è
infatti il pensiero del Roesler. Come il Tolstoi, egli giudica
che il vero cristianesimo, se loda il matrimonio, gli
preferisce la castità. «Maritarsi è bene», dice con San Paolo;
«ma non maritarsi è meglio». Questo giudizio, in un mistico
come il Tolstoi, in un negatore dei fatti, in un nemico della
scienza, è logico; non è logico nel Roesler, il quale, per
stabilire razionalmente i rapporti dei sessi, ha voluto
studiare la fisiologia, la biologia e la zoologia. Le scienze
della natura avrebbero dovuto insegnargli che le leggi della
natura non si trasgrediscono impunemente. Se i sessi sono stati
creati per accostarsi, impedire i loro accostamenti è operare
contrariamente alla loro ragion d'essere; questa non è una
soluzione del femminismo; è al contrario, come nel Tolstoi, una
forma di nihilismo. Che la castità sia possibile, in certe
condizioni, per certi temperamenti, non si nega: ma la legge è
quella della procreazione. E se i voti di castità furono e
sono, per certe creature, facili e benefici, per moltissime
altre furono e sono terribile cagione di orribili disordini. Il
femminismo, non che essere risolto con la castità, deve
assicurare, al contrario, la formazione della coppia umana:
esso non cerca la soluzione nel celibato, vuole anzi l'amore
libero.