III.

Il nodo della quistione è questo: poichè gli uomini sono

superiori alle donne, come più intelligenti, più attivi, più

liberi, così c'è da parte loro una tendenza a trascurarle, a

sottoporle, ad opprimerle, e talvolta anche a sopprimerle; ma

poichè le donne, rispetto alla specie, valgono altrettanto

quanto gli uomini, e uomini e donne sono egualmente necessarî

alla continuazione della vita, così c'è un'altra tendenza a

considerare nulli e vani i vantaggi maschili ed a parificare in

tutto e per tutto i due sessi. In China la nascita delle

femmine è considerata come una calamità; spesso le figlie sono

buttate via, muoiono abbandonate per le strade; così pure in

India: in certi villaggi indiani, non molti anni addietro, si

contava una sola fanciulla sopra cento ragazzi. L'abuso della

supremazia maschile non potrebbe essere dimostrato meglio che

da questa infamia. Se i Chinesi e gl'Indiani riuscissero a

sopprimere tutte le donne, si troverebbero in una situazione

piuttosto difficile. Se volessero soltanto ridurne il numero,

le difficoltà della scelta e l'asprezza della lotta sessuale

crescerebbero, e il danno sarebbe tutto loro. Da noi le bambine

non si lasciano morire, ma son accolte con minor festa: come

più civili, noi sostituiamo ad una infamia una sciocchezza. La

funzione vitale è ugualmente importante, la dignità umana è

ugualmente grande nei due sessi; ma, se ripetiamo troppo spesso

questa verità, ecco alcune donne, e i femministi con esse,

pronti ad abusarne. In ogni tempo, ma specialmente nel nostro,

il pensiero umano procede in questo modo: per esagerazioni.

Nell'antico Egitto i figli maschi non dovevano mantenere i

vecchi genitori; quest'obbligo incombeva alle figlie. In un

gran numero di società barbare e selvagge gli uomini non

lavorano: obbligano le donne a lavorare per essi. Quando ciò

accade perchè essi sostengono le più gravi fatiche della guerra

contro i nemici o contro le forze naturali, nulla di più

giusto: le cose, allora, stanno press'a poco come nelle società

civili, dove le donne lavorano per gli uomini in casa, e gli

uomini per le donne fuori di casa, attendendo, invece che alla

guerra, ai commerci, alle industrie, alle professioni. «Non è

il caso,» dice l'Albert, citando l'autorità del Geddes e del

Thomson, «di vituperare scioccamente, come fanno la maggior

parte dei femministi, il selvaggio che resta sdraiato, al sole,

intere giornate, di ritorno dalla caccia, mentre la donna sua,

pesantemente chinata, macina e lavora senza lamento e senza

tregua; anzi, tenendo conto degli estremi sforzi che costa a

lui la lotta incessante contro la natura e i proprî simili, per

il nutrimento e la sussistenza, e tenendo conto della

conseguente necessità di utilizzare ogni occasione di riposo

per rifarsi e vivere la sua vita tanto corta e precaria, ma

indispensabile alla donna ed ai figli, si vedrà che questa

grossolana economia domestica è la migliore, la più morale, la

più umanamente praticata, date le circostanze». Ma dove gli

uomini costringono le donne a mantenerli senza far nulla, o

lavorando meno di loro, essi infrangono la legge naturale; e

queste infrazioni sono, in verità, rarissime. Poichè l'uomo è

più forte della donna, ma la donna è necessaria all'uomo, la

conseguenza logica e naturale è che egli adoperi una parte

della propria forza a proteggere, a mantenere questa creatura

debole della quale ha bisogno, e che a sua volta lavora un poco

per lui e moltissimo per la prole comune. E, tranne le

eccezioni, questa è veramente la regola alla quale obbedisce

tutta quanta l'umanità. Ora invece i femministi vogliono che la

donna faccia la concorrenza all'uomo: cosa altrettanto

innaturale ed assurda quanto la pretesa di quegli uomini che

vogliono lasciar le donne macerarsi per loro.

Il cristianesimo, dice il padre Roesler, operò una rivoluzione

nei rapporti dei sessi, conferendo alla donna una dignità che

prima non le era attribuita, afforzando il vincolo

matrimoniale, difendendo la famiglia. E il fatto non si può

negare; non è negato neppure dall'Albert, che attribuisce alla

rivoluzione cristiana «il più gran progresso morale: l'amore

sessuale moderno, prima sconosciuto». Ma questa rivoluzione non

fu tanto radicale quanto pare: e lo stesso padre Roesler lo

riconosce, e se ne loda; perchè, infatti, la supremazia

dell'uomo fu mantenuta. Ora questa soluzione pare veramente la

più conforme ai due fatti naturali e contraddittorî, ma certi:

cioè, da una parte, l'eguaglianza dei sessi dinanzi alla

specie, la loro reciproca dipendenza, l'impossibilità per

ciascuno di essi di fare a meno dell'altro; e, dall'altra

parte, la supremazia muscolare e intellettuale degli uomini. Le

società barbare, considerando soltanto questa supremazia,

avvilirono la donna; il cristianesimo, considerando l'eguale

importanza dei sessi, la sollevò; ma non oltre certi limiti,

cioè riconoscendo la naturale preponderanza dell'uomo. Noi

possiamo seguire questo ragionamento in uno dei maggiori Padri

della Chiesa. San Paolo dice che l'uomo è il capo della donna

come Gesù Cristo è il capo della Chiesa; che l'uomo è immagine

della gloria di Dio, mentre la donna è immagine della gloria

dell'uomo; e fin qui l'apostolo ragiona al modo antico; ma

tosto egli soggiunge che, se la donna è stata tratta dall'uomo,

l'uomo non esiste senza la donna, e che entrambi hanno la

stessa dignità: «nel Cristo non c'è differenza alcuna tra uomo

e donna, perchè entrambi egualmente partecipano ai benefizî

della creazione e della redenzione».

La soluzione cristiana della quistione sessuale è dunque un

temperamento, e come tale potrebbe darsi che fosse la più

ragionevole, la più pratica e veramente la migliore. Da

principio, dovendo lottare contro l'eredità della morale

barbara, il cristianesimo abbondò nel senso di ciò che oggi si

chiama femminismo; il linguaggio di San Giovanni Boccadoro

dovrebbe, per esempio, piacer molto ai suoi moderni campioni:

«Dio,» dice il Santo, «non impone sull'uomo tutto il fardello

della vita, e non fa dipendere da lui solo la perpetuità del

genere umano. Anche la donna ha ricevuto un grave ufficio

affinchè sia stimata. Iddio non le assegna un destino minore di

quello dell'uomo; la Scrittura ce lo rammenta con queste

parole: Diamogli una compagna simile a lui». Ma più tardi,

quando l'evangelica esaltazione della donna degenerò nella

goffa glorificazione che ne fece la cavalleria, una reazione in

senso inverso si manifestò con la Riforma, la quale non si

oppose agl'istinti poligamici degli uomini e tolse le donne dal

trono ideale dove erano state collocate, per farne semplici e

troppo spesso umili massaie.

Queste fluttuazioni del pensiero e queste modificazioni del

costume umano, che il padre Roesler e molti altri studiosi

hanno notato, dipendono dal contrasto dei due fatti naturali

dianzi definiti. Un esempio curioso della perplessità del

giudizio lo troviamo in quella dottrina morale del Maeterlinck

che abbiamo già esaminata. Senza entrare direttamente nel

dibattito, egli crede alla supremazia maschile quando afferma

che l'uomo è più morale: «Tra un uomo e una donna di eguale

potenza intellettuale, la donna impiegherà sempre una parte

molto minore di questa potenza a conoscersi moralmente». Un

centinaio di pagine più innanzi sostiene che, nella vita

ordinaria, «la donna è quasi sempre superiore all'uomo che ha

dovuto accettare...». La quistione femminista è appunto per

ciò, e sarà sempre una quistione: perchè, quando si considera

l'innegabile eguaglianza morale e ideale dei due sessi, e

l'abuso sciocco o nefando della maggior forza maschile,

l'esaltazione della donna sembra ragionevolissima; quando si

considera la non meno innegabile loro diseguaglianza reale,

specifica, e l'inferiorità della donna, sembra ragionevolissima

la sua subordinazione.

Nel temperamento trovato dal cristianesimo c'è un punto del

quale il padre Roesler si loda moltissimo: l'istituto della

verginità, il celibato monastico. Anzi, per lui, questa è la

vera soluzione della quistione femminista. «I nostri padri»,

dice, «avevano dunque trovato la soluzione della quistione

femminista: non solamente, tra loro, i numerosi monasteri

offrivano un ritiro sicuro alle donne senza famiglia; ma le

grandi anime potevano prendervi tutto il loro slancio, e la

donna rimasta nel mondo godeva degli esempî della religiosa,

come pure del rispetto col quale costei era considerata». Per

giudicare a questo modo, bisogna anche credere che astenersi

dalla funzione sessuale sia meglio che compierla; e tale è

infatti il pensiero del Roesler. Come il Tolstoi, egli giudica

che il vero cristianesimo, se loda il matrimonio, gli

preferisce la castità. «Maritarsi è bene», dice con San Paolo;

«ma non maritarsi è meglio». Questo giudizio, in un mistico

come il Tolstoi, in un negatore dei fatti, in un nemico della

scienza, è logico; non è logico nel Roesler, il quale, per

stabilire razionalmente i rapporti dei sessi, ha voluto

studiare la fisiologia, la biologia e la zoologia. Le scienze

della natura avrebbero dovuto insegnargli che le leggi della

natura non si trasgrediscono impunemente. Se i sessi sono stati

creati per accostarsi, impedire i loro accostamenti è operare

contrariamente alla loro ragion d'essere; questa non è una

soluzione del femminismo; è al contrario, come nel Tolstoi, una

forma di nihilismo. Che la castità sia possibile, in certe

condizioni, per certi temperamenti, non si nega: ma la legge è

quella della procreazione. E se i voti di castità furono e

sono, per certe creature, facili e benefici, per moltissime

altre furono e sono terribile cagione di orribili disordini. Il

femminismo, non che essere risolto con la castità, deve

assicurare, al contrario, la formazione della coppia umana:

esso non cerca la soluzione nel celibato, vuole anzi l'amore

libero.

Il colore del tempo · 第 31 / 86 题