Una cosa è certa: che, a parte alcune eccezioni episodiche, le
quali in conclusione confermano la regola, in ogni tempo e in
ogni luogo fra uomini e donne si è mantenuta la differenza
imposta dalla loro organica diversità. Occorre definire questa
diversità? È proprio necessario indicare quali membri e quali
organi sono più piccoli e deboli o più forti e gagliardi in
ciascuno dei due sessi? Si deve proprio percorrere la scala di
tutti gli esseri viventi per dimostrare che dovunque sono
sessi, sono differenze, e che più si sale, più queste si
aggravano? Basta la diversità della funzione sessuale, basta
l'ufficio della maternità assegnato alla donna, per fare di lei
un essere singolarissimo, profondamente diverso dall'uomo,
capace di cose alle quali egli è inadatto, incapace delle cose
alle quali egli è chiamato. La maternità è la missione della
donna. Le restano bensì forze per attendere ad altre cose: ma
queste forze, tanto le fisiche quanto le morali, sono molto
minori di quelle dell'uomo.
I femministi, per poter dimostrare che la donna è capace e
degna di essere interamente agguagliata all'uomo, cominciano
col negare l'importanza della maternità, con l'affermare che
l'ufficio materno è uguale al paterno, e che, quando pure fosse
diverso, la diversità è soltanto formale, trascurabile, senza
conseguenze. Al congresso femminista di Parigi un'oratrice
svedese ha dichiarato che è ora di finirla con l'esaltazione
della madre. «Alla Vergine che tiene eternamente un bambino fra
le braccia io preferisco», ha detto, «la Venere di Milo, che è
senza braccia». Per fortuna, non occorre dimostrare la
sciocchezza di simili proposizioni. Ma, anche tra coloro che
non arrivano a questi estremi ridicoli e odiosi, molti si
rifiutano di ammettere che la donna, perchè destinata a
concepire, a procreare, ad allattare e ad educare la prole,
debba, pur meritando il rispetto e la protezione degli uomini,
tenere un posto a parte nel consorzio umano. A costoro si può
rispondere ciò che dice l'Albert nell'_Amore libero_. Questo
scrittore, inconciliabile nemico del presente ordinamento, non
solo dei rapporti dei sessi, ma di tutta quanta la vita,
afferma tuttavia che «la prima condizione di ogni superiorità è
di svilupparsi conformemente alla propria natura». L'uomo si è
dunque sviluppato nel senso della potenza muscolare e
cerebrale, che è la sua dote; la donna nel senso della
maternità. Per credere che le donne debbano, o soltanto
possano, fare la concorrenza dell'uomo, dice egli, «bisogna
negare, o quasi, un fatto, l'esistenza e l'importanza del quale
ci sembrano notorie. Questo fatto è lo stesso sesso, con tutte
le sue conseguenze, con le sue obbligazioni, con la sua
ripercussione nell'essere intero». E ancora: «Il principio
della divisione del campo dell'attività umana fra le due serie
di esseri che vi si muovono è stato senza dubbio male
interpretato, esagerato in un certo senso, disconosciuto
nell'altro; ma non per ciò vien meno la sua alta importanza,
tanto a cagione della funzione materna della donna, quanto
delle attitudini che ne derivano in lei. Se sarebbe assurdo
respingere la cooperazione sociale della donna fuori della
famiglia, cooperazione che del resto è sempre esistita,
altrettanto assurdo sarebbe pretendere che l'attività
produttrice di lei, nel senso stretto di questa espressione,
non debba essere limitata da lei stessa, divenuta cosciente e
libera come comporta e quanto comporta la natura sua propria, e
francamente subordinata all'ufficio che il sesso le assegna
nella vita». Per queste ragioni «è nell'ordine naturale che
l'uomo,--individuo o consorzio,--lavori in una certa misura al
posto della donna che procrea ed alleva. E checchè si possa
dire sotto l'impero del paradosso, o per una reazione nelle
idee,--reazione che del resto si spiega,--questa cooperazione,
prima divisione del lavoro, è normale. Essa resterà, con forme
e gradi diversi, secondo il diverso momento dell'evoluzione. La
propaganda femminista, o piuttosto una certa propaganda, non
arriverà a sopprimerla».
Ora, se è così, se gli uomini dedicano parte delle loro forze
alle donne, se le donne debbono essere mantenute o protette
dagli uomini, diremo che uomini e donne sono eguali? Egualmente
necessarî riguardo alla vita, sì; ma diseguali le une dinanzi
agli altri. Come tra uomini e uomini c'è somiglianza e
diversità ad un tempo, così, anzi a più forte ragione, tra
uomini e donne c'è equivalenza e diseguaglianza insieme. Dice
l'Albert che «nei primi tempi, quando la lotta per la vita era
dura, l'uomo dovette imporsi alla donna come provveditore della
famiglia». Dovette imporsi: perchè? Perchè, senza dubbio, la
donna, la madre, non era capace di provvedere alla famiglia, o
provvedeva ad essa poco e male; e perchè l'uomo aveva questa
capacità, o ne aveva una maggiore e migliore. Allora, continua
l'Albert, «con l'aiuto del diritto del più forte e della
brutalità antica, si stabilì la diseguaglianza dei sessi».
Questa diseguaglianza sarebbe dunque una cosa artificiale? Ma
se l'uomo esercitò il diritto del più forte, ciò deve voler
dire che egli aveva questa maggior forza; e se aveva una forza
maggiore, ciò deve importare che egli non era eguale alla
donna.
La storia del genere umano dimostra da un capo all'altro del
mondo questa superiorità virile. Tutte le mitologie, l'assira,
la babilonese, l'egiziana, la greca, deificano l'uomo e la
donna, ma il principio maschile è preminente. Giunone è
sottoposta a Giove, Iside a Osiride, raggiante simbolo della
luce. Nessuna donna può, in Egitto, sacrificare agli Dei nè
alle Dee: solo gli uomini sono capaci del sacerdozio. Gli
uomini hanno due vesti, le donne una sola. Ecco: essi
cominciano ad abusare della loro maggior forza per farsi la
parte più bella; ma già nei papiri di ventidue secoli prima di
Cristo si legge il consiglio di moderazione che oggi la nostra
morale diffonde: «Se tu sei saggio, ama la donna tua; senza
discordie, senza litigi, nutriscila, adornala, rendi felici
tutti i giorni della sua vita: ella è un bene, e il suo
possessore deve stimarne il valore...». La funzione della
maternità, la possibilità di dare al marito figli non suoi,
rende oggi come cinque mila anni addietro l'infedeltà della
moglie più grave che non quella dell'uomo: gli onori funebri
resi alle donne egiziane erano proporzionati alla loro virtù
coniugale, alla fedeltà verso lo sposo; come oggi i Turchi,
così un tempo gli Assiri, chiudevano le donne in un luogo della
casa dove nessuno poteva penetrare. Questa era ed è una
prepotenza; ma, per opporsi alle prepotenze assurde e ridicole,
i femministi avanzano oggi pretese non meno ridicole e assurde.
Le vedove non debbono essere condannate a una vedovanza eterna,
come nella Grecia più remota, o a morire incenerite sullo
stesso rogo del morto marito, come tra gl'Indiani antichi e
moderni; ma la fedeltà della moglie sarà sempre più apprezzata,
più doverosa che non quella del marito. «Se l'adulterio della
donna è punito come una colpa grave,» dice l'Albert, «e se il
codice scusa insino l'uccisione della colpevole in caso di
flagranza, mentre l'adulterio dell'uomo è considerato come una
bagattella, e punito soltanto in circostanze speciali difficili
ad osservarsi, ciò accade semplicemente per evitare che eredi
illeggittimi s'introducano nella famiglia». Ma il giorno che
non vi sarà più nè proprietà nè denaro, e che la famiglia non
sarà creata per trasmettere queste cose, anche quel giorno
l'adulterio della moglie, della compagna, della donna, sarà più
grave; perchè ella potrà, come ora, concepire adulteramente, e
l'attribuzione di figli non proprî dispiacerà all'uomo come e
quanto gli dispiace ora. Se diversa dev'essere, come abbiamo
visto che l'Albert vuole che sia, la cooperazione sociale dei
due sessi, attesa la diversità delle loro funzioni, diversa
sarà anche la loro responsabilità.