II.

Una cosa è certa: che, a parte alcune eccezioni episodiche, le

quali in conclusione confermano la regola, in ogni tempo e in

ogni luogo fra uomini e donne si è mantenuta la differenza

imposta dalla loro organica diversità. Occorre definire questa

diversità? È proprio necessario indicare quali membri e quali

organi sono più piccoli e deboli o più forti e gagliardi in

ciascuno dei due sessi? Si deve proprio percorrere la scala di

tutti gli esseri viventi per dimostrare che dovunque sono

sessi, sono differenze, e che più si sale, più queste si

aggravano? Basta la diversità della funzione sessuale, basta

l'ufficio della maternità assegnato alla donna, per fare di lei

un essere singolarissimo, profondamente diverso dall'uomo,

capace di cose alle quali egli è inadatto, incapace delle cose

alle quali egli è chiamato. La maternità è la missione della

donna. Le restano bensì forze per attendere ad altre cose: ma

queste forze, tanto le fisiche quanto le morali, sono molto

minori di quelle dell'uomo.

I femministi, per poter dimostrare che la donna è capace e

degna di essere interamente agguagliata all'uomo, cominciano

col negare l'importanza della maternità, con l'affermare che

l'ufficio materno è uguale al paterno, e che, quando pure fosse

diverso, la diversità è soltanto formale, trascurabile, senza

conseguenze. Al congresso femminista di Parigi un'oratrice

svedese ha dichiarato che è ora di finirla con l'esaltazione

della madre. «Alla Vergine che tiene eternamente un bambino fra

le braccia io preferisco», ha detto, «la Venere di Milo, che è

senza braccia». Per fortuna, non occorre dimostrare la

sciocchezza di simili proposizioni. Ma, anche tra coloro che

non arrivano a questi estremi ridicoli e odiosi, molti si

rifiutano di ammettere che la donna, perchè destinata a

concepire, a procreare, ad allattare e ad educare la prole,

debba, pur meritando il rispetto e la protezione degli uomini,

tenere un posto a parte nel consorzio umano. A costoro si può

rispondere ciò che dice l'Albert nell'_Amore libero_. Questo

scrittore, inconciliabile nemico del presente ordinamento, non

solo dei rapporti dei sessi, ma di tutta quanta la vita,

afferma tuttavia che «la prima condizione di ogni superiorità è

di svilupparsi conformemente alla propria natura». L'uomo si è

dunque sviluppato nel senso della potenza muscolare e

cerebrale, che è la sua dote; la donna nel senso della

maternità. Per credere che le donne debbano, o soltanto

possano, fare la concorrenza dell'uomo, dice egli, «bisogna

negare, o quasi, un fatto, l'esistenza e l'importanza del quale

ci sembrano notorie. Questo fatto è lo stesso sesso, con tutte

le sue conseguenze, con le sue obbligazioni, con la sua

ripercussione nell'essere intero». E ancora: «Il principio

della divisione del campo dell'attività umana fra le due serie

di esseri che vi si muovono è stato senza dubbio male

interpretato, esagerato in un certo senso, disconosciuto

nell'altro; ma non per ciò vien meno la sua alta importanza,

tanto a cagione della funzione materna della donna, quanto

delle attitudini che ne derivano in lei. Se sarebbe assurdo

respingere la cooperazione sociale della donna fuori della

famiglia, cooperazione che del resto è sempre esistita,

altrettanto assurdo sarebbe pretendere che l'attività

produttrice di lei, nel senso stretto di questa espressione,

non debba essere limitata da lei stessa, divenuta cosciente e

libera come comporta e quanto comporta la natura sua propria, e

francamente subordinata all'ufficio che il sesso le assegna

nella vita». Per queste ragioni «è nell'ordine naturale che

l'uomo,--individuo o consorzio,--lavori in una certa misura al

posto della donna che procrea ed alleva. E checchè si possa

dire sotto l'impero del paradosso, o per una reazione nelle

idee,--reazione che del resto si spiega,--questa cooperazione,

prima divisione del lavoro, è normale. Essa resterà, con forme

e gradi diversi, secondo il diverso momento dell'evoluzione. La

propaganda femminista, o piuttosto una certa propaganda, non

arriverà a sopprimerla».

Ora, se è così, se gli uomini dedicano parte delle loro forze

alle donne, se le donne debbono essere mantenute o protette

dagli uomini, diremo che uomini e donne sono eguali? Egualmente

necessarî riguardo alla vita, sì; ma diseguali le une dinanzi

agli altri. Come tra uomini e uomini c'è somiglianza e

diversità ad un tempo, così, anzi a più forte ragione, tra

uomini e donne c'è equivalenza e diseguaglianza insieme. Dice

l'Albert che «nei primi tempi, quando la lotta per la vita era

dura, l'uomo dovette imporsi alla donna come provveditore della

famiglia». Dovette imporsi: perchè? Perchè, senza dubbio, la

donna, la madre, non era capace di provvedere alla famiglia, o

provvedeva ad essa poco e male; e perchè l'uomo aveva questa

capacità, o ne aveva una maggiore e migliore. Allora, continua

l'Albert, «con l'aiuto del diritto del più forte e della

brutalità antica, si stabilì la diseguaglianza dei sessi».

Questa diseguaglianza sarebbe dunque una cosa artificiale? Ma

se l'uomo esercitò il diritto del più forte, ciò deve voler

dire che egli aveva questa maggior forza; e se aveva una forza

maggiore, ciò deve importare che egli non era eguale alla

donna.

La storia del genere umano dimostra da un capo all'altro del

mondo questa superiorità virile. Tutte le mitologie, l'assira,

la babilonese, l'egiziana, la greca, deificano l'uomo e la

donna, ma il principio maschile è preminente. Giunone è

sottoposta a Giove, Iside a Osiride, raggiante simbolo della

luce. Nessuna donna può, in Egitto, sacrificare agli Dei nè

alle Dee: solo gli uomini sono capaci del sacerdozio. Gli

uomini hanno due vesti, le donne una sola. Ecco: essi

cominciano ad abusare della loro maggior forza per farsi la

parte più bella; ma già nei papiri di ventidue secoli prima di

Cristo si legge il consiglio di moderazione che oggi la nostra

morale diffonde: «Se tu sei saggio, ama la donna tua; senza

discordie, senza litigi, nutriscila, adornala, rendi felici

tutti i giorni della sua vita: ella è un bene, e il suo

possessore deve stimarne il valore...». La funzione della

maternità, la possibilità di dare al marito figli non suoi,

rende oggi come cinque mila anni addietro l'infedeltà della

moglie più grave che non quella dell'uomo: gli onori funebri

resi alle donne egiziane erano proporzionati alla loro virtù

coniugale, alla fedeltà verso lo sposo; come oggi i Turchi,

così un tempo gli Assiri, chiudevano le donne in un luogo della

casa dove nessuno poteva penetrare. Questa era ed è una

prepotenza; ma, per opporsi alle prepotenze assurde e ridicole,

i femministi avanzano oggi pretese non meno ridicole e assurde.

Le vedove non debbono essere condannate a una vedovanza eterna,

come nella Grecia più remota, o a morire incenerite sullo

stesso rogo del morto marito, come tra gl'Indiani antichi e

moderni; ma la fedeltà della moglie sarà sempre più apprezzata,

più doverosa che non quella del marito. «Se l'adulterio della

donna è punito come una colpa grave,» dice l'Albert, «e se il

codice scusa insino l'uccisione della colpevole in caso di

flagranza, mentre l'adulterio dell'uomo è considerato come una

bagattella, e punito soltanto in circostanze speciali difficili

ad osservarsi, ciò accade semplicemente per evitare che eredi

illeggittimi s'introducano nella famiglia». Ma il giorno che

non vi sarà più nè proprietà nè denaro, e che la famiglia non

sarà creata per trasmettere queste cose, anche quel giorno

l'adulterio della moglie, della compagna, della donna, sarà più

grave; perchè ella potrà, come ora, concepire adulteramente, e

l'attribuzione di figli non proprî dispiacerà all'uomo come e

quanto gli dispiace ora. Se diversa dev'essere, come abbiamo

visto che l'Albert vuole che sia, la cooperazione sociale dei

due sessi, attesa la diversità delle loro funzioni, diversa

sarà anche la loro responsabilità.

Il colore del tempo · 第 30 / 86 题