I critici della presente legislazione dell'amore hanno buono in
mano. Tanti sono gl'inconvenienti delle leggi e dei costumi,
che non occorre rappresentarli: noi tutti, giovani e vecchi,
uomini e donne, celibi e coniugati, ne conosciamo per prova i
danni. Al giovane, cui non è offerto altro appagamento del
bisogno d'amore se non l'amaro e velenoso piacere che si
compra; alla moglie, che non può vivere insieme con chi non
ama; alla sciagurata, che vive del mercato di sè stessa; agli
amanti, cui i pregiudizî sociali vietano di unirsi agli
adulteri, che debbono nascondere l'amor loro e tremare per la
loro vita, lo stato presente non può piacere. Su questo punto
tutti possono mettersi d'accordo. La quistione è un'altra, la
quistione è questa: gl'inconvenienti lamentati sono
eliminabili? Dipendono da un artifizio maligno che si può
combattere, o da fatalità naturali contro le quali siamo
impotenti?
I fautori dell'amore libero accusano la società. Tutto il danno
viene da lei. Essa, badando agli interessi materiali, cupida
soltanto di denaro, contrasta l'amore, la passione pura,
ideale. Questi critici non lodano già lo stato di natura. Allo
stato di natura, anzi, riconoscono che l'amore nel senso umano,
migliore, più grande ed alto della parola, non esiste: esiste
l'accoppiamento. L'infima e primitiva umanità è appena capace
di una scelta sessuale simile a quella che esercitano gli
stessi animali; le prime coppie umane sono appena durature
quanto quelle di certi uccelli e di certi mammiferi; anzi meno.
L'amore, da questi germi, si è sviluppato a poco a poco: la
facoltà di scelta è divenuta passione morale, la tendenza a
rendere stabile la coppia si è mutata nel bisogno d'un legame
indissolubile, eterno.
Già si potrebbe a questo punto osservare: se ciò è avvenuto
durante quello stesso processo storico che ha portato il mondo
al presente ordinamento, possiamo dire che gli ordini attuali
sono tanto contrarî all'amore? Non potrebbe darsi, al
contrario, che l'amore sia nato insieme con questi ordini, e
per effetto di essi? I giovani, le fanciulle segnatamente, sono
tenute nell'ignoranza delle funzioni sessuali: questo fatto è
denunziato dall'Albert come un abuso di confidenza commesso
dalla famiglia contro l'amore, come uno dei numerosi espedienti
adoperati dalla società moderna per impedire all'istinto
sessuale di epurarsi. Non potrebbe darsi, invece, che le cose
andassero al contrario? Il costume dell'ignoranza, del mistero,
è certamente nocivo; ma, se nuoce, non nuoce appunto nel senso
di far credere l'amore una cosa più arcana, più pura, più
sublime che in realtà non è? E dalla scienza della realtà
sessuale impartita senz'altro alle fanciulle e ai giovanetti,
dalla loro libera educazione in comune, non potrebbero derivare
altri inconvenienti nel senso opposto? L'Albert dovrebbe
sospettarlo, egli che pur nota come una forma di prostituzione,
l'_etairismo_, nacque dalla libertà sessuale accordata alle
giovani prima del matrimonio. La verità vera non è forse che vi
sono inconvenienti in tutti i sistemi? E gl'inconvenienti non
dipendono dall'ambiguità della natura umana, che non è tutta
bruta nè tutta pura, nè tutta senso nè tutta sentimento, nè
tutta spirito nè tutta materia? Come ha detto Sully Prudhomme
Tout ce que son génie ouvre en haut de carrière
En bas la pesanteur à ses pieds l'interdit...
L'amore libero dovrebbe essere fondato sull'intimità fisica e
morale degli amanti. Ma nè il senso e il sentimento vanno
sempre d'accordo, nè vi è nel genere umano, come in tutto il
mondo vivente, un assortimento così rigoroso delle creature,
una tale convenienza fra gl'individui presi a due a due, che le
coppie siano indissolubili. I più nobili fautori dell'amore
libero non intendono già che esso debba consistere nella
possibilità di cambiare dall'oggi al domani di amante, nel
rompere e riannodare le unioni continuamente, a capriccio:
vogliono tutto il contrario. L'Albert, per esempio, dice
espressamente che l'unione dev'essere unica e costante, che nel
reiterare le prove prima di contrarla vi sarebbe «sciupio di
forza umana e disordine nell'economia della vita». Ma la scelta
della creatura unica con la quale poter vivere eternamente è
impossibile, perchè la creatura unica non esiste. Si è riso
abbastanza dell'ansiosa e patetica ricerca dell'anima sorella
al tempo che il romanticismo era in voga! Se ne è riso perchè
l'anima sorella, l'anima unicamente conveniente all'anima
nostra, non c'è. Quando abbiamo creduto di trovarla, ci
accorgiamo, più o meno presto, che non fa più per noi come
credevamo dapprima, che non è più quella che pareva, che ve ne
sarebbero molte altre migliori, più convenienti, o capaci, se
non altro, di ridarci, nei primi tempi, l'illusione di una
assoluta convenienza; e allora vogliamo riprovare
quest'illusione, che è molto dolce paragonatamente ai
disinganni prodotti dai malintesi, dal disaccordo e dalla
guerra di tutti i giorni. E se l'amore libero non deve
implicare la possibilità di mutare continuamente di amante, non
sarà anch'esso una specie di matrimonio? Il nome, più che la
cosa, sarà mutato. Nel matrimonio attuale c'è un dovere
materiale di restare accanto alla persona che abbiamo scelta;
nell'amore libero ci sarà un dovere morale; ma, oltrechè il
dovere morale dovrebbe essere più rigoroso del materiale,
qualunque dovere, sia materiale o morale, sia scritto o
pensato, non è tutto il contrario del piacere? «Non v'ha nulla
che ci tenti come le cose proibite. Non vi sono persone
altrettanto disposte a odiarsi e fuggirsi come quelle alle
quali è stato comandato di restare insieme». Parole delle quali
nessuno può negare la verità: ma quando i nuovi amori, dopo la
prima unione libera, saranno vietati, non più dal codice, dai
giudici e dai carabinieri, ma dalla nostra coscienza, dal
ricordo del primo impegno, dal rimorso di annullarlo, il frutto
proibito cesserà forse di eccitare la nostra bramosia?
La società moderna è contro l'amore, dicono, perchè gli
antepone la proprietà, il denaro, il ventre; viceversa l'amore
si vendica terribilmente, producendo drammi, tragedie, rovine
d'ogni sorta e affermando così la propria onnipotenza. Questi
sono fatti e non si possono negare. Ma che cosa significano
essi? Significano che tra l'amore e l'amor proprio, fra
l'istinto della conservazione individuale e quello della
riproduzione della specie, c'è un contrasto, un dissidio, un
conflitto. Certo, considerati all'origine, i due istinti si
possono identificare: l'individuo si conserva per riprodursi, e
si riproduce per conservarsi, per non perire del tutto, per
durare in un altro individuo a lui simile e da lui generato. Ma
questa identità essenziale, filosofica e metafisica, non vieta
che realmente, praticamente, nella specie umana, che i due
istinti vengano in urto, e che ora vinca l'_io_ ora l'_altro_ o
l'_altra_; che ora trionfi l'amore, ora il denaro; ora gridi il
ventre, ora... un altro organo. E se il ventre ha, come dicono
i critici della società attuale, più culto ed onore che non
l'amore, ciò dipende appunto dal fatto naturale che l'istinto
della conservazione, nella nostra specie, opera continuamente,
incessantemente, dal primo all'ultimo giorno della vita, ed è
assolutamente indomabile; mentre quello della riproduzione
comincia ad operare un buon tratto dopo la nascita, finisce di
operare prima della morte,--della morte naturale, per
vecchiezza,--nè opera continuamente, ma ad intervalli, ed è
anche, relativamente, domabile. «Nella sfrenata concorrenza
degli appetiti,» dice l'Albert, «nel conflitto mortale dei
bisogni, l'uomo moderno si sente perduto se si disvia dal segno
al quale è ribadito: nutrire il proprio corpo. Egli sa inoltre
che l'ebbrezza d'amore trascina lungi dai calcoli meschini e
che l'amore disperde le più elementari precauzioni
dell'interesse personale». È difficile dir meglio. Sì,
l'istinto della riproduzione, dal quale dipende il sentimento
dell'amore, questo istinto che dovrebbe fare tutta una cosa con
quello della conservazione personale, quest'amore che dovrebbe
confondersi con l'amor proprio, gli si oppone, invece,
terribilmente; ma non sempre: quello che opera sempre, che urla
sempre, è il bisogno di nutrire il corpo. Ma, se è così, è
naturale e fatale che la società, cioè l'insieme degli
individui umani, posponga l'amore all'amor proprio. Se è così,
possiamo sperare che la passione d'amore si affrancherà dalle
passioni strettamente egoiste? Sciaguratamente, se è così, noi
dobbiamo prevedere che il dissidio durerà finchè durerà
l'attuale costituzione organica dell'animale-uomo.
L'amore libero, dice l'Albert, dev'essere «la vita sessuale
indipendente dalla vita individuale». Ma questa indipendenza,
questa autonomia, non esiste. Prima di tutto le due vite, i due
istinti operano insieme in uno stesso individuo e lo sospingono
in vario senso e vengono in contrasto; poi, e qui è la gravità
maggiore, mentre ciascun individuo è indipendente e autonomo
nell'esercizio della vita sua propria, dipende strettamente
dall'individuo dell'altro sesso per l'esercizio della vita
sessuale. E dal contrasto appunto di questa parziale
indipendenza e di questa parziale soggezione, nasce un'altra
enorme serie di inconvenienti. E se pure ciascun individuo di
un sesso, soffrendo del contrasto, trovasse nell'individuo
dell'altro sesso un contrasto egualmente forte, meno male
ancora; ma nei due sessi la forza di questo contrasto è
diseguale. Una delle cose più notevoli, nelle relazioni dei
sessi, è questa: che mentre essi sono entrambi egualmente
necessarî a compiere l'ufficio della propagazione della vita,
l'appetito dell'amore è più gagliardo negli uomini che non
nelle donne, in tutti i maschi animali che non nelle femmine. E
di qui un numero infinito di altri danni.
Il padre Roesler ha lodato la verginità ed affermato che essa
sarebbe, come fu, una soluzione della quistione femminista.
Ora, se egli può dire e credere questa cosa, ciò accade perchè
la verginità, l'astinenza, è nelle donne relativamente facile,
mentre agli uomini è molto più difficile. Ma poniamo che tutte
le donne capaci di castità si ritraessero dal mondo: esse
avrebbero risolto il problema per conto loro; per tutte le
rimanenti e tutti i rimanenti, cioè per il consorzio umano, la
quistione si aggraverebbe; poichè, scemato il numero delle
donne disponibili, la lotta sessuale diverrebbe acutissima. E
quando si dice lotta sessuale, non s'intende soltanto quella
che i maschi, che gli uomini concorrenti e rivali, sostengono
tra loro; ma anche, e principalmente, quella tra uomini e
donne. Questa lotta esiste ed è sempre esistita, non solamente
nel genere nostro, ma anche in tutto quanto il regno organico:
ai nostri giorni la biologia e la psicologia non hanno fatto
altro che metterla in evidenza; nel momento che scrivo, uno
studioso italiano, Pio Viazzi, ne ha fatto oggetto di un libro,
intitolato appunto _La lotta di sesso_.
I sessi implicano diversità; senza diversità essi sarebbero un
controsenso. Le diversità non sono soltanto negli organi, ma
anche nelle funzioni, negli atteggiamenti, negli appetiti. Il
maschio è attivo e ardente; la femmina è passiva e tepida.
Questi due esseri diversi sono destinati ad accoppiarsi, a
intendersi, ad amarsi; e ciò accade realmente, e la legge
d'amore regola il mondo; ma l'intesa non si avvera
semplicemente, facilmente, subito: al contrario, è preceduta da
una contesa, e prima, durante e dopo l'amore c'è un lievito
d'odio. «L'amore,» dice ancora l'Albert, «è fatto di
uguaglianza». No, purtroppo,--o per fortuna. Giacchè, se
l'attrazione è un bene, una fonte di piacere, essa nasce dalla
diseguaglianza, dalla diversità. Ma la diversità non è cagione
soltanto di attrazione, o di attrazione pura: l'avversione,
fatalmente, la intorbida. «Oggi,» continua l'Albert, «l'uomo e
la donna stanno l'uno in faccia all'altra nella situazione di
due esseri d'ineguale importanza. La nozione d'una stretta
equivalenza non ha potuto ancora stabilirsi fra le due serie di
esseri che collaborano per una parte eguale, sebbene in modo
diverso, all'opera vitale». Sì, uomini e donne importano
egualmente; ma i loro portamenti sono diversi; e la diversità
dei portamenti non è piccola, lieve, trascurabile o
semplicemente correggibile. In avvenire, prevede questo
scrittore, in una civiltà migliore, più pura, più
disinteressata, veramente civile, «l'amore non implicherà più,
come oggi, quella parte di odio che allontana l'idea
dell'unione vera, franca e leale. Non sussisterà più, tra
l'uomo e la donna, quel secreto pensiero d'ineguaglianza che dà
tanto spesso all'amore moderno il carattere d'una lotta
snervante e subdola». Questa cosa accadrà se la natura degli
esseri umani cambierà; finchè saranno come sono, e come sono
sempre stati, la lotta continuerà. Non è sempre esistita? Lo
stesso Albert, che pure accusa la società, non dice che le
diverse abitudini morali degli uomini e delle donne sono
effetto «d'una lunga tradizione e di una costante esperienza?»
Ora dai fatti di esperienza costante derivano le leggi; e la
lotta sessuale è una legge della quale possiamo dolerci, ma
contro la quale la buona volontà è inefficace. «Le brutalità
passionali, come tutte le altre, sembrano essere il risultato
degli ostacoli che la società oppose all'espansione degli
individui». Ma negli ostacoli opposti dall'ordinamento sociale
si potrà trovare l'occasione delle brutalità: la loro ragione,
la loro origine è nella inimicizia, nell'avversione che si
sovrappone all'amore. Quando i maschi e le femmine animali si
feriscono, si dilaniano, si uccidono, ciò non accade per gli
ostacoli frapposti dal gregge o dallo sciame; ma perchè ì
maschi non intendono le femmine, e tanto meno le femmine
intendono i maschi; e il risultato finale dell'intesa, che pure
si ottiene, è pagato con le violenze, gli errori, gli orrori e
i dolori.
La prostituzione è una piaga, una vergogna, un danno. Noi
possiamo rintracciarne le origini sacre e le profane; possiamo
denunziare e combattere le condizioni che la favoriscono, le
occasioni che la provocano: ma la causa prima, la ragione
essenziale che la fa sussistere è ancora nella diversità dei
sessi, nel maggior prezzo che ha l'amore, la sensazione
d'amore, per l'uomo; nel minor prezzo che ha per la donna: il
pagamento ristabilisce l'eguaglianza: pagamento indiretto, ma
pur sempre materiale, sotto forma di protezione, di aiuto, di
compagnia; pagamento morale, sotto forma di gratitudine;
pagamento diretto, brutale, col denaro. Quando le donne non si
fanno pagare, gli uomini hanno il dovere di mantenerle, di
sostenerle, o più semplicemente di amarle. Il matrimonio è
veramente molte volte una specie di prostituzione. Ma se noi
sopprimeremo la società attuale, col suo stato civile e con la
sua moneta, i matrimonî-mercati, o per dir meglio le
unioni-mercati sussisteranno, e la prostituzione con essa;
perchè noi non potremo impedire che la donna tepida o frigida
calcoli e speculi sugli ardori maschili e si dia a quegli
uomini dai quali crede di poter ritrarre maggiori vantaggi.
E, per concludere, l'amore libero come l'intende l'Albert, e
come merita di essere inteso, è l'amore perfetto, l'ideale
dell'amore, l'amore affrancato da tutte le soggezioni, l'amore
sottratto ad ogni pericolo, l'amore garentito da ogni danno. I
due istinti di conservazione e di riproduzione sono
diversamente proporzionati: nell'amore libero debbono essere
tutta una cosa. Fra l'autonomia e la dipendenza delle creature
sessuate c'è un contrasto: questo contrasto deve sparire. Il
senso e il sentimento operano a volta a volta, o diversamente:
queste alternative e queste diversità non debbono più esistere.
Ogni individuo d'un sesso può amare una quantità d'individui
dell'altro; questa possibilità deve finire, ci dev'essere
invece un rigoroso assortimento di tutte le coppie. Uomini e
donne vedono, pensano, operano diversamente: essi devono
ridursi eguali in tutto... o quasi in tutto.
Questo è uno dei caratteri salienti del tempo nostro: la
credenza e la previsione che le fatalità naturali dalle quali
ci vengono i danni si possano combattere, eludere e sopprimere.
Ma, dall'altra parte, se non si credesse così, se non si
nutrisse questa speranza, se tutti fossimo convinti che tutto è
ineluttabile, che cosa faremmo?...