III.

Sully Prudhomme, tranne che nei rari momenti quando afferma

l'onnipotenza del cuore e dell'amore e la fede in un avvenire

migliore, è pessimista; il Maeterlinck, che all'amore crede

sempre, vede ogni cosa con occhio roseo. I Destini di Sully

Prudhomme sono oscuri, tragici, ineluttabili; il Maeterlinck si

duole appunto perchè alla parola destino diamo questi

significati. Egli non afferma già che il destino sia giusto,

che premii i buoni e punisca i malvagi. Vede anch'egli

l'ingiustizia che dà tanta pena a Sully Prudhomme; ma se ne

consola, perchè sull'ingiustizia è fondata la bontà. «Quale

anima potrebbe ancora dirsi buona, se la ricompensa fosse

sicura?» Dunque la felicità non è un premio. Per esser felice,

al contrario, bisogna non cercar più la felicità. «Sarebbe

necessario, di tanto in tanto, che un uomo cui il destino ha

concesso una felicità splendida, invidiata, sovrumana, venisse

a dirci semplicemente: Io ho ottenuto tutto ciò che voi

invocate col desiderio ogni giorno; ho la ricchezza, la salute,

la gioventù, la gloria, la potenza e l'amore. Oggi posso dirmi

felice, non già a causa dei doni che la fortuna si è degnata di

accordarmi, ma perchè questi doni mi hanno insegnato a mirare

più in alto.... Con un poco più di saggezza io avrei potuto

possedere tutto ciò che possiedo, senza che fosse stato

necessario ottenere tanti beni. Conosco che sono più felice

oggi che non ieri, perchè so finalmente che non ho più bisogno

della felicità per liberare l'anima mia, pacificare il mio

spirito e rischiarare il mio cuore».

Bisognerà dire, pertanto, col Buddha e con Schopenhauer, che la

felicità consiste nella rinunzia? Il Maeterlinck se ne guarda

bene; la rinunzia è l'essenza del pessimismo. Come egli non ha

voluto che la sua filosofia riposasse sulla rassegnazione, così

non vuole che la sua morale sia passiva. Sully Prudhomme ha

espresso un voto alla Hartmann: sentendo operare dentro di sè

l'istinto della riproduzione, e pensando alla infinita

moltitudine di mali che insidierebbero la vita cui egli darebbe

il varco, ha voluto frenare l'istinto, vietare alla nuova vita

di nascere, non farsi complice dei futuri dolori. Per il

Maeterlinck questa, come ogni altra forma di rinunzia, è

condannevole. «La rinunzia non è spesso altro che un parassita.

Se anche non indebolisce la nostra vita interiore, la turba.

Quando un animale straniero penetra in un alveare, tutte le api

sospendono il loro lavoro; parimenti quando il disprezzo e la

rinunzia è entrata nell'anima nostra, tutte le potenze e tutte

le virtù di essa abbandonano il loro ufficio per riunirsi

intorno all'ospite singolare che l'orgoglio ha condotto fra

loro. E ciò perchè, fino a quando l'uomo sa che rinunzia, la

felicità della sua rinunzia nasce dall'orgoglio. Ora, se si

deve rinunziare a qualche cosa, conviene rinunziare prima di

tutto ai piaceri dell'orgoglio, che sono i più ingannevoli e i

più vuoti».

Ma allora? Se le gioie non debbono essere desiderate, se non

conviene neppure rinunziare ad esse, quale sarà la via da

tenere? «Non già rinunziando alle gioie che ne circondano noi

diveniamo saggi; al contrario, divenendo saggi rinunzieremo

senza saperlo alle gioie che non si sollevano fino a noi». Non

bisogna credere che soltanto il dolore c'insegni ad essere

saggi; anzi «l'uomo che è saggio per essere stato infelice,

somiglia all'uomo che ha amato senza essere stato amato». La

saggezza del disgraziato nasconde ancora il desiderio di esser

felice; la vera saggezza è quella dell'uomo felice.

Quindi il Maeterlinck non loda il pensiero inerte e triste, ma

il pensiero confidente, quello che accetta allegramente le

leggi inevitabili, che spinge all'azione. Sopra ogni cosa egli

loda l'azione. «Un pensiero può lasciarmi sino alla morte nello

stesso punto dell'universo, ma un'azione mi farà quasi sempre

avanzare o retrocedere di un grado nella gerarchia degli

esseri. Un pensiero è una forza isolata, errante e passeggera,

che si avanza oggi e che non rivedrò forse domani; ma un'azione

suppone un esercito permanente d'idee e di desiderî, un

esercito che ha saputo conquistare, dopo lunghi sforzi, un

punto della realtà».

Gli esseri deboli dei quali è pieno il mondo potrebbero, dopo

ciò, credere che il dovere consista nel compiere un sacrifizio.

Essi s'ingannerebbero. «No, la virtù suprema consiste nel

sapere che cosa si deve fare, e nell'imparare a scegliere per

che cosa si deve dare la vita... È, in generale, molto più

facile morire moralmente, o anche fisicamente, per gli altri,

che non imparare a vivere per essi». Si dice ancora che bisogna

amare il prossimo nostro come noi stessi; ma se noi ci amiamo

puerilmente, stupidamente, ameremo il prossimo allo stesso

modo. Il dovere della nostra anima, di ogni anima, consiste

nell'essere «tanto integra, tanto felice, tanto indipendente,

tanto grande quanto è possibile». Quindi non è vero che l'anima

diventi più grande sacrificandosi; ma diventando più grande

essa perde di vista il sacrifizio. «Il sacrifizio è un bel

segno d'inquietudine, ma non bisogna coltivare l'inquietudine

per sè stessa.... La forza immateriale che splende nel nostro

cuore deve splendere prima di tutto per sè stessa. A questo

prezzo soltanto splenderà per gli altri. Sia la vostra lampada

piccola quanto si voglia: non date mai l'olio che l'alimenta,

ma la fiamma che la incorona...».

Che faremo allora dell'altruismo? «Certamente l'altruismo

resterà sempre il centro di gravità delle anime nobili; ma le

anime deboli si perdono nelle altre, mentre le forti vi si

ritrovano.... C'è una bontà che esaurisce, e un'altra bontà che

nutrisce. Non dimentichiamo che, nel commercio delle anime,

quelle che credono di dar sempre non sono già le più generose».

Se ci duole che la virtù e la saggezza non siano premiate, ciò

accade perchè noi non siamo saggi abbastanza. «Soltanto quelli

che non sanno che cosa è il bene chiedono il salario della

bontà. L'invidia, il tradimento, tutte le armi con le quali gli

altri ci offendono, non sono efficaci contro l'anima nostra, se

non quando essa ha gettato via le sue proprie.... Per

accorgerci dei difetti altrui dobbiamo averli un poco anche

noi.... Vi è nel mondo un'ingiustizia irriducibile; pertanto

noi diventiamo veramente giusti solo quando ci riduciamo a

trovare dentro di noi il modello della giustizia». Se la bontà,

se l'amore trionfassero sempre, se vi fosse nel mondo questa

giustizia, che è soltanto in noi, la gioia sarebbe grande; ma

vi è una gioia anche maggiore nello scoprire la verità, la

quale ci dice che le cose vanno al rovescio. Questa verità non

è amara, nessuna verità può essere amara per il saggio. «Tutto

ciò che esiste consola ed afforza il saggio, perchè la saggezza

consiste nel cercare ed ammettere tutto ciò che esiste».

La saggezza non si duole di niente, non disprezza niente.

«Disprezzare è facile; meno facile è comprendere; e nondimeno,

per il vero saggio, non c'è disprezzo che non finisca, o tosto

o tardi, col mutarsi in comprensione». Le anime ordinarie sono

tormentate dal desiderio dello straordinario: ciascuno dovrebbe

invece dire a sè stesso che più le cose che ci accadono ci

sembrano normali, generali, uniformi, più noi arriviamo a

discernere e ad amare in esse le profondità e le felicità della

vita, più ci avviciniamo alla tranquillità ed alla verità della

gran forza che ci anima.... Non bisogna credersi disgraziati

perchè si possiede una felicità che non sembra straordinaria a

chi ci sta intorno.... È bene convincersi che i momenti più

invidiabili, in una felicità umana, sono i più semplici».

Sarà pertanto da lodare la prudenza? No; o, se non altro, è da

biasimare la prudenza bassa di chi aspetta accanto al fuoco una

felicità che non verrà. «Non chiamiamo saggio colui che, nel

dominio dei sentimenti, non va infinitamente oltre ciò che la

ragione gli permette e che l'esperienza gli consiglia di

aspettarsi. Non chiamiamo saggio l'amico che non si abbandona

all'amico perchè prevede la fine dell'amicizia, o l'amante che

non si dà interamente per paura di annichilirsi nell'amore».

Bisogna vivere, agire; ma «la sola cosa che ci resta dopo il

passaggio dell'amore, della gloria, di tutte le avventure, di

tutte le passioni umane, è un sentimento sempre più profondo

dell'infinito, e se questo sentimento non è restato, nulla ci è

accaduto». Sarà lodevolissimo fare di tanto in tanto un'azione

eroica, «ma è più lodevole ancora, e richiede una forza più

costante, il non lasciarsi mai tentare da un pensiero

inferiore.... È più facile fare talvolta un gran bene che non

far mai il minimo male; far talvolta sorridere, che non far

piangere mai».

Il colore del tempo · 第 26 / 86 题