Sully Prudhomme, tranne che nei rari momenti quando afferma
l'onnipotenza del cuore e dell'amore e la fede in un avvenire
migliore, è pessimista; il Maeterlinck, che all'amore crede
sempre, vede ogni cosa con occhio roseo. I Destini di Sully
Prudhomme sono oscuri, tragici, ineluttabili; il Maeterlinck si
duole appunto perchè alla parola destino diamo questi
significati. Egli non afferma già che il destino sia giusto,
che premii i buoni e punisca i malvagi. Vede anch'egli
l'ingiustizia che dà tanta pena a Sully Prudhomme; ma se ne
consola, perchè sull'ingiustizia è fondata la bontà. «Quale
anima potrebbe ancora dirsi buona, se la ricompensa fosse
sicura?» Dunque la felicità non è un premio. Per esser felice,
al contrario, bisogna non cercar più la felicità. «Sarebbe
necessario, di tanto in tanto, che un uomo cui il destino ha
concesso una felicità splendida, invidiata, sovrumana, venisse
a dirci semplicemente: Io ho ottenuto tutto ciò che voi
invocate col desiderio ogni giorno; ho la ricchezza, la salute,
la gioventù, la gloria, la potenza e l'amore. Oggi posso dirmi
felice, non già a causa dei doni che la fortuna si è degnata di
accordarmi, ma perchè questi doni mi hanno insegnato a mirare
più in alto.... Con un poco più di saggezza io avrei potuto
possedere tutto ciò che possiedo, senza che fosse stato
necessario ottenere tanti beni. Conosco che sono più felice
oggi che non ieri, perchè so finalmente che non ho più bisogno
della felicità per liberare l'anima mia, pacificare il mio
spirito e rischiarare il mio cuore».
Bisognerà dire, pertanto, col Buddha e con Schopenhauer, che la
felicità consiste nella rinunzia? Il Maeterlinck se ne guarda
bene; la rinunzia è l'essenza del pessimismo. Come egli non ha
voluto che la sua filosofia riposasse sulla rassegnazione, così
non vuole che la sua morale sia passiva. Sully Prudhomme ha
espresso un voto alla Hartmann: sentendo operare dentro di sè
l'istinto della riproduzione, e pensando alla infinita
moltitudine di mali che insidierebbero la vita cui egli darebbe
il varco, ha voluto frenare l'istinto, vietare alla nuova vita
di nascere, non farsi complice dei futuri dolori. Per il
Maeterlinck questa, come ogni altra forma di rinunzia, è
condannevole. «La rinunzia non è spesso altro che un parassita.
Se anche non indebolisce la nostra vita interiore, la turba.
Quando un animale straniero penetra in un alveare, tutte le api
sospendono il loro lavoro; parimenti quando il disprezzo e la
rinunzia è entrata nell'anima nostra, tutte le potenze e tutte
le virtù di essa abbandonano il loro ufficio per riunirsi
intorno all'ospite singolare che l'orgoglio ha condotto fra
loro. E ciò perchè, fino a quando l'uomo sa che rinunzia, la
felicità della sua rinunzia nasce dall'orgoglio. Ora, se si
deve rinunziare a qualche cosa, conviene rinunziare prima di
tutto ai piaceri dell'orgoglio, che sono i più ingannevoli e i
più vuoti».
Ma allora? Se le gioie non debbono essere desiderate, se non
conviene neppure rinunziare ad esse, quale sarà la via da
tenere? «Non già rinunziando alle gioie che ne circondano noi
diveniamo saggi; al contrario, divenendo saggi rinunzieremo
senza saperlo alle gioie che non si sollevano fino a noi». Non
bisogna credere che soltanto il dolore c'insegni ad essere
saggi; anzi «l'uomo che è saggio per essere stato infelice,
somiglia all'uomo che ha amato senza essere stato amato». La
saggezza del disgraziato nasconde ancora il desiderio di esser
felice; la vera saggezza è quella dell'uomo felice.
Quindi il Maeterlinck non loda il pensiero inerte e triste, ma
il pensiero confidente, quello che accetta allegramente le
leggi inevitabili, che spinge all'azione. Sopra ogni cosa egli
loda l'azione. «Un pensiero può lasciarmi sino alla morte nello
stesso punto dell'universo, ma un'azione mi farà quasi sempre
avanzare o retrocedere di un grado nella gerarchia degli
esseri. Un pensiero è una forza isolata, errante e passeggera,
che si avanza oggi e che non rivedrò forse domani; ma un'azione
suppone un esercito permanente d'idee e di desiderî, un
esercito che ha saputo conquistare, dopo lunghi sforzi, un
punto della realtà».
Gli esseri deboli dei quali è pieno il mondo potrebbero, dopo
ciò, credere che il dovere consista nel compiere un sacrifizio.
Essi s'ingannerebbero. «No, la virtù suprema consiste nel
sapere che cosa si deve fare, e nell'imparare a scegliere per
che cosa si deve dare la vita... È, in generale, molto più
facile morire moralmente, o anche fisicamente, per gli altri,
che non imparare a vivere per essi». Si dice ancora che bisogna
amare il prossimo nostro come noi stessi; ma se noi ci amiamo
puerilmente, stupidamente, ameremo il prossimo allo stesso
modo. Il dovere della nostra anima, di ogni anima, consiste
nell'essere «tanto integra, tanto felice, tanto indipendente,
tanto grande quanto è possibile». Quindi non è vero che l'anima
diventi più grande sacrificandosi; ma diventando più grande
essa perde di vista il sacrifizio. «Il sacrifizio è un bel
segno d'inquietudine, ma non bisogna coltivare l'inquietudine
per sè stessa.... La forza immateriale che splende nel nostro
cuore deve splendere prima di tutto per sè stessa. A questo
prezzo soltanto splenderà per gli altri. Sia la vostra lampada
piccola quanto si voglia: non date mai l'olio che l'alimenta,
ma la fiamma che la incorona...».
Che faremo allora dell'altruismo? «Certamente l'altruismo
resterà sempre il centro di gravità delle anime nobili; ma le
anime deboli si perdono nelle altre, mentre le forti vi si
ritrovano.... C'è una bontà che esaurisce, e un'altra bontà che
nutrisce. Non dimentichiamo che, nel commercio delle anime,
quelle che credono di dar sempre non sono già le più generose».
Se ci duole che la virtù e la saggezza non siano premiate, ciò
accade perchè noi non siamo saggi abbastanza. «Soltanto quelli
che non sanno che cosa è il bene chiedono il salario della
bontà. L'invidia, il tradimento, tutte le armi con le quali gli
altri ci offendono, non sono efficaci contro l'anima nostra, se
non quando essa ha gettato via le sue proprie.... Per
accorgerci dei difetti altrui dobbiamo averli un poco anche
noi.... Vi è nel mondo un'ingiustizia irriducibile; pertanto
noi diventiamo veramente giusti solo quando ci riduciamo a
trovare dentro di noi il modello della giustizia». Se la bontà,
se l'amore trionfassero sempre, se vi fosse nel mondo questa
giustizia, che è soltanto in noi, la gioia sarebbe grande; ma
vi è una gioia anche maggiore nello scoprire la verità, la
quale ci dice che le cose vanno al rovescio. Questa verità non
è amara, nessuna verità può essere amara per il saggio. «Tutto
ciò che esiste consola ed afforza il saggio, perchè la saggezza
consiste nel cercare ed ammettere tutto ciò che esiste».
La saggezza non si duole di niente, non disprezza niente.
«Disprezzare è facile; meno facile è comprendere; e nondimeno,
per il vero saggio, non c'è disprezzo che non finisca, o tosto
o tardi, col mutarsi in comprensione». Le anime ordinarie sono
tormentate dal desiderio dello straordinario: ciascuno dovrebbe
invece dire a sè stesso che più le cose che ci accadono ci
sembrano normali, generali, uniformi, più noi arriviamo a
discernere e ad amare in esse le profondità e le felicità della
vita, più ci avviciniamo alla tranquillità ed alla verità della
gran forza che ci anima.... Non bisogna credersi disgraziati
perchè si possiede una felicità che non sembra straordinaria a
chi ci sta intorno.... È bene convincersi che i momenti più
invidiabili, in una felicità umana, sono i più semplici».
Sarà pertanto da lodare la prudenza? No; o, se non altro, è da
biasimare la prudenza bassa di chi aspetta accanto al fuoco una
felicità che non verrà. «Non chiamiamo saggio colui che, nel
dominio dei sentimenti, non va infinitamente oltre ciò che la
ragione gli permette e che l'esperienza gli consiglia di
aspettarsi. Non chiamiamo saggio l'amico che non si abbandona
all'amico perchè prevede la fine dell'amicizia, o l'amante che
non si dà interamente per paura di annichilirsi nell'amore».
Bisogna vivere, agire; ma «la sola cosa che ci resta dopo il
passaggio dell'amore, della gloria, di tutte le avventure, di
tutte le passioni umane, è un sentimento sempre più profondo
dell'infinito, e se questo sentimento non è restato, nulla ci è
accaduto». Sarà lodevolissimo fare di tanto in tanto un'azione
eroica, «ma è più lodevole ancora, e richiede una forza più
costante, il non lasciarsi mai tentare da un pensiero
inferiore.... È più facile fare talvolta un gran bene che non
far mai il minimo male; far talvolta sorridere, che non far
piangere mai».