Accade, insomma, al Maeterlinck tutto il contrario di ciò che
abbiamo visto accadere a Sully Prudhomme: in quest'ultimo il
filosofo contraria l'artista; nel Maeterlinck l'artista
attraversa il filosofo. Vedremo ancora, strada facendo, altri
esempî dello stile troppo poetico col quale egli significa le
sue teorie; per il momento, lasciata da parte la quistione
della forma, esaminiamo quella del contenuto. Nella forma, il
Maeterlinck fa trionfare la poesia; trionferà la fede nella
sostanza?
Egli non considera, come Sully Prudhomme, tutte le facce del
problema filosofico: si restringe alla quistione morale. Sully
Prudhomme ha prima negato che l'uomo abbia diritto di giudicare
intorno alla natura e alla vita: cominciando col determinismo,
cioè con l'ammettere che tutto è disposto nell'universo secondo
una legge rigorosa, ha finito col fatalismo, cioè con
l'adagiarsi in una rassegnazione passiva, in una rinunzia
totale. Ma il giorno che ha considerato il problema morale,
quando il dolore suo e l'altrui lo hanno turbato, quando ha
sentito il bisogno di una legge di giustizia, l'ha trovata
soltanto nel cuore dell'uomo, cioè ha affermato che solo l'uomo
giudica, che egli solo ha il diritto di giudicare. Il
Maeterlinck invece nega questo diritto. «Noi abbiamo un bel
ragionare: tutta la nostra ragione non sarà altro che un
debolissimo raggio della natura, un'infima parte del tutto che
essa si arroga il diritto di giudicare; ed è possibile che un
raggio, perchè faccia il suo dovere, pensi di modificare la
lampada dalla quale emana?... È saggio pensare ed agire come se
tutto ciò che accade al genere umano fosse indispensabile». Il
dottor Pangloss diceva che tutto va per il meglio nel migliore
dei mondi possibili; il Maeterlinck afferma che, in ogni caso,
ciò che accade è la cosa migliore.
Egli non vuol essere pertanto confuso con i semplici
rassegnati: è «un fiducioso», confida nell'idea dell'universo.
Vi sono due specie di uomini: gli uni, la maggior parte, non
hanno imparato a separare il loro destino esteriore dal loro
destino morale; gli altri, i pochi, sì. I primi sono oppressi
dagli uomini e dagli avvenimenti; gli altri, quelli che hanno
una forza interiore alla quale si sottomettono non solo gli
altri uomini, ma gli stessi avvenimenti, conoscono sè stessi
non solo nel presente ma anche nell'avvenire, e sono padroni
del loro destino futuro. «L'avvenimento in sè è come l'acqua
pura che ci versa la fontana, e da solo non ha, d'ordinario, nè
sapore, nè colore, nè profumo. Esso diventa bello o triste,
dolce od amaro, mortale o ravvivatore, secondo la qualità
dell'anima che lo accoglie». Non accade agli uomini se non ciò
che essi vogliono che loro accada; non già nel senso che noi
possiamo influire molto efficacemente sul corso degli eventi
esteriori; ma perchè «abbiamo un'influenza onnipotente su ciò
che questi eventi divengono dentro di noi». Egli ci dice: «Se
voi amate, non già questo amore fa parte del vostro destino, ma
la coscienza di voi stesso, che avrete trovata in fondo
all'amor vostro, modificherà la vostra vita. Se siete stato
tradito, il tradimento non importa; importa il perdono che esso
avrà fatto nascere nella vostra anima». Tutto ciò che ci accade
è della stessa natura di noi stessi. «Se Giuda esce stasera,
andrà verso Giuda ed avrà l'occasione di tradire; ma se Socrate
apre la sua porta, troverà Socrate addormentato sulla soglia ed
avrà l'occasione di essere saggio.... Le vesti, le armi e gli
ornamenti del destino si trovano nella nostra vita interiore.
Se Socrate e Tersite perdono il loro unico figlio, la sciagura
di Socrate non sarà simile a quella di Tersite.... Pare che il
dolore e la felicità si purifichino prima di battere alla porta
del saggio, e che abbassino il capo prima di entrare in
un'anima mediocre».
Ecco perchè la filosofia del poeta non consiste, come potrebbe
parere, nella semplice rassegnazione, in una specie di
fatalismo. Non che rassegnarsi al destino, il saggio, secondo
lui, lo governa e lo domina. «Vi sono rapporti incessanti fra
l'istinto e il destino; ma quando noi sappiamo diminuire dentro
di noi la forza cieca dell'istinto, diminuiamo nello stesso
tempo intorno a noi la forza del destino. Se pure il destino ci
colma di sciagure immeritate e incredibili, se pure ci obbliga
a fare ciò che non avremmo mai fatto, dopo che la sciagura è
accaduta, dopo che l'atto è stato compito, dipende da noi che
resti senza influenza su ciò che accadrà nella nostra anima. Il
destino non può impedire, quando colpisce al cuore un uomo di
buona volontà, che la sciagura sopportata o l'errore
riconosciuto dischiudano in questo cuore una sorgente di luce.
Esso non può impedire che un'anima trasformi ciascuna delle sue
prove in pensieri, in sentimenti, in beni inviolabili. Soltanto
la nostra ignoranza e la nostra indolenza chiamano fatale ciò
che la nostra energia e la nostra intelligenza debbono chiamare
naturale ed umano».
In quali rapporti stanno la ragione e la saggezza? «La ragione
schiude le porte alla saggezza, ma la più viva saggezza non si
trova nella ragione. La saggezza è più un certo appetito
dell'animo che non un prodotto della ragione. C'è una gran
differenza tra il dire:--questa cosa è ragionevole--e il
dire:--questa cosa è saggia. Ciò che è ragionevole non è
necessariamente saggio, e ciò che è saggio non è quasi mai
ragionevole agli occhi della troppo fredda ragione». E la gran
differenza è questa: che nella ragione non c'è amore, mentre ce
n'è molto nella saggezza; anzi «la saggezza più alta non si
distingue da quel che vi è di più puro nell'amore».
Il Fénelon disse che la nostra ragione consiste nelle nostre
idee chiare; per il Maeterlinck la saggezza, il meglio della
nostra anima e del nostro carattere, si trova nelle nostre idee
che non sono ancora chiare interamente. «Se ci si lasciasse
guidare nella vita soltanto dalle idee chiare, presto si
diverrebbe degni di poco amore, di poca stima». Le ragioni per
le quali siamo buoni, giusti, generosi, sono le meno chiare di
tutte. Il Maeterlinck vuole così dire, senza dubbio, che il
sentimento è più importante che non l'intelligenza, che le
ragioni del cuore sono più gravi che non quelle della stessa
ragione. «Fortunatamente, più abbiamo idee chiare, più
impariamo a rispettare quelle che non sono ancora tali».