Questa esposizione del pensiero di Maurizio Maeterlinck non è
breve; tuttavia molte cose si sono dovute tralasciare. Il libro
è composto di una serie di meditazioni apparentemente
disordinate, in realtà concatenate talmente che non è agevole
cogliere le idee salienti; bisogna invece, come abbiamo
tentato, seguire a passo a passo tutto il ragionamento. Ciò che
si è fin qui detto basterà a dare un'idea del sistema; ciò che
ne diremo ancora lo spiegherà meglio e ne mostrerà i difetti.
Quantunque il Maeterlinck offra la sua morale come «un bel
sogno un poco indeterminato», sono tuttavia evidenti i suoi
sforzi per dare consistenza al sogno, per credere e far credere
di avere con esso risolto i formidabili problemi che ha preso
ad esaminare. Il difetto di tutti i sistemi è quello di essere
troppo sistematici, di seguire troppo rigidamente certe
premesse sino alle ultime loro conseguenze. Il Maeterlinck si
studia manifestamente di evitarlo, a segno che scrivendo il suo
libro per lodare e diffondere il bene, comincia con affermare
la necessità del suo contrario. Il Tolstoi e il Nietzsche, nel
corso dei loro ragionamenti, hanno pure riconosciuto questa
necessità, che è di gran peso contro i loro sistemi; Sully
Prodhomme ha detto:
Le Bien et le Mal se préscrivent l'un l'autre;
il Maeterlinck asserisce sin dal primo principio che «un mondo
dove non vi fosse più, a un certo punto, se non gente occupata
a soccorrersi vicendevolmente, non persisterebbe a lungo in
quest'opera caritatevole.... Vi sarà sempre un certo numero
d'uomini incontestabilmente utili grazie a certi altri uomini
che sembrano inutili...». Egli nota anche come tutta la morale,
tutta la virtù, tutto l'eroismo umano si riducono quasi sempre
a scegliere fra due partiti incresciosi: o vivere lasciando
perire la miglior parte della mente e del cuore, o perire
interamente per salvare i sentimenti più belli e i pensieri
migliori. Non c'è bisogno di dire che egli consiglia il secondo
partito; tuttavia, quantunque insista nel senso dell'eroismo,
del sacrifizio, della bontà, pure tempera quel che vi potrebbe
essere di troppo rigoroso nei comandamenti di questa morale,
che il Nietzsche chiamerebbe «morale da schiavi» e che il
Tolstoi farebbe sua.
Abbiamo visto, per esempio, che il Maeterlinck loda
l'altruismo; ma egli vuole l'altruismo illuminato delle anime
forti, che non si perdono, che non si annichiliscono. Dice
qualche cosa di più: ammette che «l'egoismo d'un'anima
chiaroveggente e forte è più efficacemente caritatevole che non
tutta la devozione d'un'anima debole e cieca». Quantunque non
lo nomini mai, si sente che egli vuole più d'una volta
correggere l'altruismo mistico del Tolstoi. «Piangere con
quelli che piangono, soffrire con quelli che soffrono, tendere
il proprio cuore a tutti i passanti perchè lo feriscano o lo
carezzino», non è, secondo lui, il dovere per eccellenza: «le
lacrime, le sofferenze, le ferite in tanto sono salutari in
quanto non scoraggiano la nostra propria vita. Non lo
dimentichiamo: qualunque sia la nostra missione su questa
terra, qualunque sia lo scopo dei nostri sforzi e delle nostre
speranze e il risultato dei nostri dolori e delle nostre gioie,
noi siamo prima d'ogni altra cosa i ciechi depositarî della
vita. Ecco l'unica cosa certa, ecco il solo punto fisso della
morale umana. Ci fu data la vita non sappiamo perchè; ma sembra
evidente che ciò non sia stato per indebolirla o perderla. Noi
rappresentiamo anzi una forma specialissima della vita su
questo pianeta: la vita del pensiero, la vita dei sentimenti;
pertanto tutto ciò che è capace di diminuire l'ardore del
pensiero, l'ardore dei sentimenti, è probabilmente
immorale...». Ma così, per correggere gli eccessi della morale
remissiva, non rischia egli di cadere nella morale
prepotente,--se pure la prepotenza si può dire morale? Questa
difesa gelosa, questo culto della propria vita non potrebbe,
non deve, legittimare il peggiore, il più feroce egoismo? La
sua intenzione era quella di cercare un temperamento; ma è
caduto in una contraddizione.
Bisogna, ha detto, che la vita del pensiero e dei sentimenti
sia quanto più ardente è possibile. Poichè questo precetto
potrebbe incoraggiare l'orgoglio, la superbia, l'egoismo e il
concetto di una grande diversità fra gli uomini, egli soggiunge
che tra chi pensa e chi non pensa «c'è un fosso, non un
abisso»; e che «pensare è spesso ingannarsi», e che «un mondo
dove non vi fossero altro che pensatori, perderebbe forse la
nozione di più d'una verità indispensabile». Ed ecco come dal
Nietzsche egli torna al Tolstoi.
Certo egli è, in fondo, più col Tolstoi che non col Nietzsche.
Del filosofo russo condivide l'idea che non bisogna punire il
malvagio. Chi fa il male, dice, cerca a modo suo la felicità.
«Perchè punirlo? Non possiamo prendercela col povero diavolo
perchè non abita un palazzo: è già abbastanza disgraziato
vivendo in una catapecchia». Egli afferma che «noi abbiamo
torto di cercare una giustizia esteriore, visto che non ce
n'è.... Perchè cercare la giustizia dove non può essere? Esiste
ella altrove fuorchè nell'anima nostra?... L'idea alla quale
l'universo pensa meno che a tutte le altre è quella di
giustizia.... Fuori dell'uomo non c'è giustizia...». Queste
parole sembrano di Sully Prudhomme: il poeta filosofo e il
filosofo poeta si dànno a questo punto la mano. Se non che,
soggiunge il Maeterlinck, l'uomo «deve apprendere a collocare
altrove, e non in sè stesso, il centro del suo orgoglio e delle
sue gioie». Ora, come mai si potrà collocare fuori di noi il
centro dell'orgoglio e della felicità, se fuori di noi non c'è
giustizia? Che argomento d'orgoglio, che oggetto di gioia può
essere un mondo dove non c'è giustizia? E come mai, se noi
siamo una parte di questo mondo, una sua emanazione, un suo
portato, possiamo avere l'idea d'una cosa che in esso non si
trova?...
I beni della terra, i sorrisi della fortuna, ha detto, sono
necessarî, sono preferibili ai dolori, perchè la saggezza che
si acquista nel dolore è turbata dall'aspettazione della gioia;
mentre quanto più il saggio è felice, tanto meno è esigente,
quanto più la felicità si prolunga, tanto più si acquista un
concetto «indipendente» della vita. Ma, certamente inquieto per
le conseguenze perniciose che si potrebbero trarre da questa
affermazione, egli soggiunge che un bel destino esteriore «non
è indispensabile». Egli ha lodato sopra ogni cosa l'azione,
l'attività; ha giudicato insino preferibile agire talvolta
contrariamente al proprio pensiero che non osar mai di agire
secondo i proprî pensieri. «L'errore attivo è raramente
irrimediabile, le cose e gli uomini s'incaricano di
raddrizzarlo tosto; ma che cosa possono essi fare contro
l'errore passivo che evita ogni contatto con la realtà?» Ed
anche questa volta si corregge: «Ma agire», soggiunge, «non è
necessariamente trionfare. Agire è anche tentare, aspettare,
pazientare. Agire è anche ascoltare, raccogliersi, tacere». Per
avere ragione, estende così il significato della parola, lo
torce sino a includervi il significato contrario. Ma allora,
per voler troppo provare, non prova più nulla.
E ancora: egli ha detto che l'amore è ciò che vi ha di meglio
al mondo; poi dice che se il saggio, amando, raccoglie
ingratitudine, non deve dolersene. «Non è desiderabile che
l'uomo si chiuda in qualche cosa, sia pure nel bene. L'ultimo
gesto della virtù sia il gesto d'un angelo che schiude una
porta». Allora il pensiero, la ragione, l'intelligenza varranno
più che la bontà? Ma non aveva egli detto prima tutto il
contrario?... «L'inutilità dell'amore insegna a volgere gli
sguardi oltre l'amore». Ma che cosa vi potrà essere ancora
oltre l'amore, se esso è «tutto»?
La sola cosa della quale noi possiamo far parte ai nostri
simili, dice in un altro luogo, è la forza, la fiducia,
l'indipendenza della nostra anima. «Perciò il più umile degli
uomini è obbligato di mantenere e d'ingrandire l'anima sua,
come se sapesse che un giorno ella dovrà essere chiamata a
consolare o a rallegrare un Dio. Quando si tratta di preparare
un'anima, bisogna prepararla per una missione divina». Poco
dopo dice tutto il contrario, loda i saggi che non escono dalla
vita, che restano nella realtà: «Non basta amar Dio e servirlo
come meglio si può, perchè l'anima umana si affermi e si
tranquilli. Non si arriva ad amar Dio se non con l'intelligenza
e i sentimenti acquistati e sviluppati a contatto degli uomini.
L'anima umana resta profondamente umana. Si può insegnarle ad
amare molte cose invisibili, ma una virtù, un sentimento
interamente e semplicemente umano la nutrirà sempre più
efficacemente che non la passione o la virtù più divina». Senza
dubbio anche questa volta il pensatore si contraddice per amore
della verità, per stringere quanto più da presso è possibile la
verità. Ragionando della perfezione dell'anima, vuole
naturalmente che questa perfezione sia divina; ma poi deve
rinunziare ad essa e tornare all'umile umanità; perchè, tanto è
vero che la perfezione più perfetta è la divina; quanto è vero
che all'uomo bisogna proporre una mèta che egli possa
raggiungere, cioè umana. Questo è vero principalmente e
sciaguratamente: che la verità è molteplice e multiforme; e che
quando noi crediamo di averla afferrata, allora ci sfugge. Il
Maeterlinck ne è pure persuaso, poichè dà il maggior prezzo
alle intenzioni. «Amare lealmente un grande errore vale spesso
meglio che servire meschinamente una grande verità». Se
l'errore fosse errore indubitabilmente, tutta la buona volontà,
tutto lo zelo che vi si portasse non servirebbero ad altro che
a renderlo più grave; ma forse la distinzione tra verità ed
errore non è tanto sicura; e in questo senso il criterio delle
intenzioni è da seguire. Ma di ciò bisogna forse tener conto al
Maeterlinck sopra ogni cosa: che egli stesso, sin dal
principio, ci ha messi in guardia, quando ci ha detto che la
saggezza si trova talvolta nel contrario di ciò che il più
saggio afferma; e quando, prima ancora di ragionare tanto
sottilmente intorno alla saggezza, ha avvertito che non bisogna
definirla troppo strettamente per tema d'imprigionarla. «Tutti
coloro che lo tentarono fanno pensare a un uomo che spegnesse
una luce per studiare la natura stessa della luce. Costui non
troverà mai altro che un lucignolo annerito e un po' di
cenere».
Anch'egli, dunque, col Tolstoi, col Nietzsche, con gli altri
maestri dell'età presente, se ne va dietro, in conclusione,
all'umile buon senso antico.