IV.

Questa esposizione del pensiero di Maurizio Maeterlinck non è

breve; tuttavia molte cose si sono dovute tralasciare. Il libro

è composto di una serie di meditazioni apparentemente

disordinate, in realtà concatenate talmente che non è agevole

cogliere le idee salienti; bisogna invece, come abbiamo

tentato, seguire a passo a passo tutto il ragionamento. Ciò che

si è fin qui detto basterà a dare un'idea del sistema; ciò che

ne diremo ancora lo spiegherà meglio e ne mostrerà i difetti.

Quantunque il Maeterlinck offra la sua morale come «un bel

sogno un poco indeterminato», sono tuttavia evidenti i suoi

sforzi per dare consistenza al sogno, per credere e far credere

di avere con esso risolto i formidabili problemi che ha preso

ad esaminare. Il difetto di tutti i sistemi è quello di essere

troppo sistematici, di seguire troppo rigidamente certe

premesse sino alle ultime loro conseguenze. Il Maeterlinck si

studia manifestamente di evitarlo, a segno che scrivendo il suo

libro per lodare e diffondere il bene, comincia con affermare

la necessità del suo contrario. Il Tolstoi e il Nietzsche, nel

corso dei loro ragionamenti, hanno pure riconosciuto questa

necessità, che è di gran peso contro i loro sistemi; Sully

Prodhomme ha detto:

Le Bien et le Mal se préscrivent l'un l'autre;

il Maeterlinck asserisce sin dal primo principio che «un mondo

dove non vi fosse più, a un certo punto, se non gente occupata

a soccorrersi vicendevolmente, non persisterebbe a lungo in

quest'opera caritatevole.... Vi sarà sempre un certo numero

d'uomini incontestabilmente utili grazie a certi altri uomini

che sembrano inutili...». Egli nota anche come tutta la morale,

tutta la virtù, tutto l'eroismo umano si riducono quasi sempre

a scegliere fra due partiti incresciosi: o vivere lasciando

perire la miglior parte della mente e del cuore, o perire

interamente per salvare i sentimenti più belli e i pensieri

migliori. Non c'è bisogno di dire che egli consiglia il secondo

partito; tuttavia, quantunque insista nel senso dell'eroismo,

del sacrifizio, della bontà, pure tempera quel che vi potrebbe

essere di troppo rigoroso nei comandamenti di questa morale,

che il Nietzsche chiamerebbe «morale da schiavi» e che il

Tolstoi farebbe sua.

Abbiamo visto, per esempio, che il Maeterlinck loda

l'altruismo; ma egli vuole l'altruismo illuminato delle anime

forti, che non si perdono, che non si annichiliscono. Dice

qualche cosa di più: ammette che «l'egoismo d'un'anima

chiaroveggente e forte è più efficacemente caritatevole che non

tutta la devozione d'un'anima debole e cieca». Quantunque non

lo nomini mai, si sente che egli vuole più d'una volta

correggere l'altruismo mistico del Tolstoi. «Piangere con

quelli che piangono, soffrire con quelli che soffrono, tendere

il proprio cuore a tutti i passanti perchè lo feriscano o lo

carezzino», non è, secondo lui, il dovere per eccellenza: «le

lacrime, le sofferenze, le ferite in tanto sono salutari in

quanto non scoraggiano la nostra propria vita. Non lo

dimentichiamo: qualunque sia la nostra missione su questa

terra, qualunque sia lo scopo dei nostri sforzi e delle nostre

speranze e il risultato dei nostri dolori e delle nostre gioie,

noi siamo prima d'ogni altra cosa i ciechi depositarî della

vita. Ecco l'unica cosa certa, ecco il solo punto fisso della

morale umana. Ci fu data la vita non sappiamo perchè; ma sembra

evidente che ciò non sia stato per indebolirla o perderla. Noi

rappresentiamo anzi una forma specialissima della vita su

questo pianeta: la vita del pensiero, la vita dei sentimenti;

pertanto tutto ciò che è capace di diminuire l'ardore del

pensiero, l'ardore dei sentimenti, è probabilmente

immorale...». Ma così, per correggere gli eccessi della morale

remissiva, non rischia egli di cadere nella morale

prepotente,--se pure la prepotenza si può dire morale? Questa

difesa gelosa, questo culto della propria vita non potrebbe,

non deve, legittimare il peggiore, il più feroce egoismo? La

sua intenzione era quella di cercare un temperamento; ma è

caduto in una contraddizione.

Bisogna, ha detto, che la vita del pensiero e dei sentimenti

sia quanto più ardente è possibile. Poichè questo precetto

potrebbe incoraggiare l'orgoglio, la superbia, l'egoismo e il

concetto di una grande diversità fra gli uomini, egli soggiunge

che tra chi pensa e chi non pensa «c'è un fosso, non un

abisso»; e che «pensare è spesso ingannarsi», e che «un mondo

dove non vi fossero altro che pensatori, perderebbe forse la

nozione di più d'una verità indispensabile». Ed ecco come dal

Nietzsche egli torna al Tolstoi.

Certo egli è, in fondo, più col Tolstoi che non col Nietzsche.

Del filosofo russo condivide l'idea che non bisogna punire il

malvagio. Chi fa il male, dice, cerca a modo suo la felicità.

«Perchè punirlo? Non possiamo prendercela col povero diavolo

perchè non abita un palazzo: è già abbastanza disgraziato

vivendo in una catapecchia». Egli afferma che «noi abbiamo

torto di cercare una giustizia esteriore, visto che non ce

n'è.... Perchè cercare la giustizia dove non può essere? Esiste

ella altrove fuorchè nell'anima nostra?... L'idea alla quale

l'universo pensa meno che a tutte le altre è quella di

giustizia.... Fuori dell'uomo non c'è giustizia...». Queste

parole sembrano di Sully Prudhomme: il poeta filosofo e il

filosofo poeta si dànno a questo punto la mano. Se non che,

soggiunge il Maeterlinck, l'uomo «deve apprendere a collocare

altrove, e non in sè stesso, il centro del suo orgoglio e delle

sue gioie». Ora, come mai si potrà collocare fuori di noi il

centro dell'orgoglio e della felicità, se fuori di noi non c'è

giustizia? Che argomento d'orgoglio, che oggetto di gioia può

essere un mondo dove non c'è giustizia? E come mai, se noi

siamo una parte di questo mondo, una sua emanazione, un suo

portato, possiamo avere l'idea d'una cosa che in esso non si

trova?...

I beni della terra, i sorrisi della fortuna, ha detto, sono

necessarî, sono preferibili ai dolori, perchè la saggezza che

si acquista nel dolore è turbata dall'aspettazione della gioia;

mentre quanto più il saggio è felice, tanto meno è esigente,

quanto più la felicità si prolunga, tanto più si acquista un

concetto «indipendente» della vita. Ma, certamente inquieto per

le conseguenze perniciose che si potrebbero trarre da questa

affermazione, egli soggiunge che un bel destino esteriore «non

è indispensabile». Egli ha lodato sopra ogni cosa l'azione,

l'attività; ha giudicato insino preferibile agire talvolta

contrariamente al proprio pensiero che non osar mai di agire

secondo i proprî pensieri. «L'errore attivo è raramente

irrimediabile, le cose e gli uomini s'incaricano di

raddrizzarlo tosto; ma che cosa possono essi fare contro

l'errore passivo che evita ogni contatto con la realtà?» Ed

anche questa volta si corregge: «Ma agire», soggiunge, «non è

necessariamente trionfare. Agire è anche tentare, aspettare,

pazientare. Agire è anche ascoltare, raccogliersi, tacere». Per

avere ragione, estende così il significato della parola, lo

torce sino a includervi il significato contrario. Ma allora,

per voler troppo provare, non prova più nulla.

E ancora: egli ha detto che l'amore è ciò che vi ha di meglio

al mondo; poi dice che se il saggio, amando, raccoglie

ingratitudine, non deve dolersene. «Non è desiderabile che

l'uomo si chiuda in qualche cosa, sia pure nel bene. L'ultimo

gesto della virtù sia il gesto d'un angelo che schiude una

porta». Allora il pensiero, la ragione, l'intelligenza varranno

più che la bontà? Ma non aveva egli detto prima tutto il

contrario?... «L'inutilità dell'amore insegna a volgere gli

sguardi oltre l'amore». Ma che cosa vi potrà essere ancora

oltre l'amore, se esso è «tutto»?

La sola cosa della quale noi possiamo far parte ai nostri

simili, dice in un altro luogo, è la forza, la fiducia,

l'indipendenza della nostra anima. «Perciò il più umile degli

uomini è obbligato di mantenere e d'ingrandire l'anima sua,

come se sapesse che un giorno ella dovrà essere chiamata a

consolare o a rallegrare un Dio. Quando si tratta di preparare

un'anima, bisogna prepararla per una missione divina». Poco

dopo dice tutto il contrario, loda i saggi che non escono dalla

vita, che restano nella realtà: «Non basta amar Dio e servirlo

come meglio si può, perchè l'anima umana si affermi e si

tranquilli. Non si arriva ad amar Dio se non con l'intelligenza

e i sentimenti acquistati e sviluppati a contatto degli uomini.

L'anima umana resta profondamente umana. Si può insegnarle ad

amare molte cose invisibili, ma una virtù, un sentimento

interamente e semplicemente umano la nutrirà sempre più

efficacemente che non la passione o la virtù più divina». Senza

dubbio anche questa volta il pensatore si contraddice per amore

della verità, per stringere quanto più da presso è possibile la

verità. Ragionando della perfezione dell'anima, vuole

naturalmente che questa perfezione sia divina; ma poi deve

rinunziare ad essa e tornare all'umile umanità; perchè, tanto è

vero che la perfezione più perfetta è la divina; quanto è vero

che all'uomo bisogna proporre una mèta che egli possa

raggiungere, cioè umana. Questo è vero principalmente e

sciaguratamente: che la verità è molteplice e multiforme; e che

quando noi crediamo di averla afferrata, allora ci sfugge. Il

Maeterlinck ne è pure persuaso, poichè dà il maggior prezzo

alle intenzioni. «Amare lealmente un grande errore vale spesso

meglio che servire meschinamente una grande verità». Se

l'errore fosse errore indubitabilmente, tutta la buona volontà,

tutto lo zelo che vi si portasse non servirebbero ad altro che

a renderlo più grave; ma forse la distinzione tra verità ed

errore non è tanto sicura; e in questo senso il criterio delle

intenzioni è da seguire. Ma di ciò bisogna forse tener conto al

Maeterlinck sopra ogni cosa: che egli stesso, sin dal

principio, ci ha messi in guardia, quando ci ha detto che la

saggezza si trova talvolta nel contrario di ciò che il più

saggio afferma; e quando, prima ancora di ragionare tanto

sottilmente intorno alla saggezza, ha avvertito che non bisogna

definirla troppo strettamente per tema d'imprigionarla. «Tutti

coloro che lo tentarono fanno pensare a un uomo che spegnesse

una luce per studiare la natura stessa della luce. Costui non

troverà mai altro che un lucignolo annerito e un po' di

cenere».

Anch'egli, dunque, col Tolstoi, col Nietzsche, con gli altri

maestri dell'età presente, se ne va dietro, in conclusione,

all'umile buon senso antico.

Il colore del tempo · 第 27 / 86 题