I.

Come la poesia di Sully Prudhomme è, nella forma, troppo

filosofica e scientifica, procede cioè per via di definizioni e

di nomenclature, così Maurizio Maeterlinck significa le sue

idee con forma troppo poetica, ricorrendo troppo spesso alle

metafore ed ai simboli.

Un mattino, dall'alto di una collina, egli vede «un ruscelletto

cieco» che, «brancolando, dibattendosi, inciampando e

vacillando continuamente in fondo a una valle oscura, cerca la

via del lago dormiente, dall'altro lato della foresta, nella

pace dell'aurora. Qui un masso di basalto lo obbliga a quattro

lunghi giri, laggiù le radici di un vecchio albero, più lungi

ancora il semplice ricordo di un ostacolo per sempre scomparso,

lo fanno risalire verso la sorgente ribollendo invano, e lo

allontanano indefinitamente dalla mèta e dalla fortuna. Ma, in

un'altra direzione, e quasi perpendicolarmente al rivolo

affannoso, disgraziato ed inutile, una forza superiore alle

forze istintive aveva tracciato, attraverso la campagna e le

valanghe di pietre e l'obbediente foresta, una specie di lungo

canale, solido, verdeggiante, noncurante, pacifico, procedente

senza esitazione, con passo calmo e chiaro, dalle profondità di

un'altra sorgente nascosta all'orizzonte verso lo stesso lago

luminoso e tranquillo...». Questo ruscello e questo canale non

sono un ruscello e un canale reali, ma le immagini dei due

destini offerti agli uomini.

Altrove lo scrittore paragona le ore convulsive della storia

alle tempeste del mare: «La gente viene dal fondo delle

pianure, accorre sulla spiaggia, guarda dall'alto delle ripide

rive, aspetta qualche cosa, interroga gli enormi cavalloni con

una specie di curiosità puerilmente appassionata. Eccone uno

più alto e furioso degli altri. Si avanza come un mostro dai

muscoli trasparenti. Si svolge precipitosamente dal fondo

dell'orizzonte, apportatore, da quel che pare, di una

rivelazione urgente e decisiva. Scava dietro di sè un solco

così profondo, che rivelerà senza dubbio uno dei secreti

dell'Oceano; ma, come tra le più pigre ondulazioni dei giorni

senza soffio di vento e senza velo di nubi, così anche ora i

fiotti limpidi e impenetrabili scorrono sopra i fiotti limpidi

e impenetrabili. Non un essere vivente, non un'erba, non un

sasso sorge...».

Questo periodo,--stavo per dire questa strofe,--è molto

significante. Il Maeterlinck ha un bel proporsi di ragionare e

di discutere: il poeta si desta, suggerisce al filosofo

similitudini delle quali questi potrebbe giovarsi, se non fosse

che, appena una prima immagine appare, tosto un intero quadro

si svolge nella fantasia del poeta, con i più minuti

particolari, e occupa tanto la sua attenzione, da fargli

perdere di vista il punto di partenza, la dimostrazione

filosofica. Noi vediamo qui un mare in tempesta, le onde verdi,

le spume livide: dove sono più le convulsioni della storia, le

folle ribelli, le vittime sanguinose?

In un altro luogo egli paragona il saggio ad «un povero

bruscamente trasportato dal fondo della sua capanna in un

palazzo immenso: svegliandosi, il povero cercava inquieto,

nelle sale troppo vaste, i miserabili ricordi della sua camera

angusta. Dov'erano il focolare e il letto, la tavola, la

scodella e lo sgabello? Egli ritrovò, tremolante ancora al suo

fianco, l'umile torcia delle antiche veglie; ma la luce di essa

non arrivava alle volte altissime, e solo il pilastro più

vicino sembrava a quando a quando vacillare nei battimenti

delle alette luminose...». La descrizione continua: «Ma a poco

a poco i suoi occhi si abituarono alla nuova dimora. Egli

percorse le sale innumerevoli, e si compiacque tanto di ciò che

la fiaccola rischiarava, quanto di ciò che restava nell'ombra.

Da principio egli desiderava che le porte fossero più basse, le

scale meno lunghe, le gallerie non tanto profonde che gli

sguardi vi si perdessero...». E così via: noi vediamo realmente

un uomo che prende possesso di un gran palazzo; non già il

saggio che ricerca ed ammette tutto ciò che esiste.

Altre volte il paragone diventa una specie di parabola: l'uomo

di buona fede che rientra in sè stesso dopo gli errori e le

disgrazie, è come «il padre di famiglia che, verso sera, finito

il lavoro, se ne ritorna a casa. Può darsi che i figli

piangano, che giuochino a giuochi devastatori o pericolosi, che

abbiano disordinato i mobili, rotto un bicchiere, rovesciato

una lampada; si dispererà egli perciò? Certo, sarebbe stato

preferibile che i figli fossero rimasti tranquilli, che

avessero imparato a leggere e a scrivere; ma qual padre

ragionevole, tra i più acri rimproveri, potrà trattenersi dal

sorridere voltando la testa dall'altra parte? Costui non

condanna le manifestazioni della vita un poco folli. Niente è

perduto, finchè egli tiene con sè la chiave della casa

protettrice...».

E le immagini, anche quando non si associano in tanto numero da

formare un quadro o una storia, abbondano, pullulano. «La

statua del destino proietta un'ombra enorme nella valle che

sembra così inondata dalle tenebre; ma quest'ombra ha contorni

molto netti per coloro che la guardano dai fianchi del

monte.... Coloro che non nutrono nessuna speranza generosa,

imprigionano il caso come un fanciullo sparuto; gli altri gli

dischiudono le sconfinate pianure che l'essere umano non ha

ancora la forza di percorrere, ma non lo perdono di vista....

L'essere umano sembra grande nella sua sfera, come l'ape sembra

grande nella cellula del suo favo; ma sarebbe assurdo sperare

che un fiore di più si schiuderà nei campi perchè la regina

delle api è stata eroica nell'alveare...». E ancora: «L'ape che

ha fame trova il miele nascosto nelle più profonde caverne, e

l'anima che piange disperatamente scorge la gioia che si

dissimula nella solitudine o nel silenzio più

impenetrabile...». Se le conquiste dello spirito «non si

riversano nella grandezza dell'anima, periscono miseramente

come un fiume che non ritrova il mare...». Appena la libertà

interiore dell'anima è menomata, il destino minaccia la libertà

esteriore «come una fiera s'avvicina con lento passo a una

preda lungamente aspettata». Più le illusioni cadono, «più

nobilmente e sicuramente appare la gran realtà, come il sole

che si scorge più chiaramente tra i rami spogliati della

foresta invernale».

Con altrettanta frequenza le cose astratte diventano concrete:

«L'orizzonte della disgrazia, contemplato dall'alto d'un

pensiero non più istintivo, egoista e mediocre, non differisce

sensibilmente dall'orizzonte della felicità contemplato

dall'alto d'un pensiero della stessa natura, ma d'un'altra

origine. Poco importa, del resto, che le nubi moventisi laggiù,

ai confini della pianura, siano tragiche o leggiadre: ciò che

acqueta il viaggiatore è l'esser giunto a un luogo elevato, dal

quale discopre finalmente uno spazio infinito...». E le idee si

personificano, si muovono, parlano, agiscono: «La ragione, che

è la figlia primogenita della nostra intelligenza, deve sedersi

sulla soglia della nostra vita morale, dopo aver dischiuso le

porte sotterranee dietro le quali sonnecchiano prigioniere le

forze vive.... Il destino non resta sempre in fondo alle sue

tenebre; ha bisogno, a certe ore, di vittime più pure, che

afferra scotendo nella luce le sue grandi mani gelate.... Il

sacrifizio può essere un fiore che la virtù coglie passando; ma

non per coglierlo essa si è posta in cammino.... L'anima non

può esser ferita se non dalle stesse armi che non ha ancora

gittate nel gran rogo dell'amore...».

Questa è poesia pura, non ragionamento. Il filosofo intende

bensì la necessità di essere più chiaro e di definire

esattamente le cose; ma il poeta non lo lascia, e la

definizione poetica resta oscura, ambigua, imprecisa: «La

saggezza è la luce dell'amore»; «l'amore è l'alimento della

luce», oppure «il sole incosciente dell'anima.»

In verità, noi ne sappiamo meno di prima.

Il colore del tempo · 第 24 / 86 题