IV.

Eccoci arrivati al suo nuovo e più lungo poema filosofico: _La

Felicità_. Qui certo egli si confermerà nella soluzione

ultimamente trovata, ne darà nuove ragioni, l'assoderà.

Svegliandosi dopo morte, Fausto, l'eroe, si ritrova in un astro

più bello, più luminoso, più ricco della terra; e mentre egli è

ancora in preda a una incredula meraviglia, Stella, l'eroina,

la donna da lui amata nel mondo inferiore, dalla quale fu

crudelmente diviso, gli dice:

Pourquoi dans l'infini plein d'innombrables flammes,

Parmi tant de globes mouvant,

N'en serait-il qu'un seul visité, par les âmes

Et peuplé de corps vivants?

Pourquoi seule la terre, obscure et si petite,

Aurait-elle entre tous l'honneur,

De porter une argile où la pensée habite?...

Veramente, nel punto che due amanti separati da tanto

tempo--dalla morte!--si ritrovano insieme, vi sarebbe qualche

cosa di meglio da fare che discutere intorno alla pluralità dei

mondi abitati; si potrebbe anche osservare che, mentre Stella e

Fausto s'incontrano lassù, questo semplice fatto dovrebbe

provare come la terra non abbia il monopolio della vita. Non

pare quasi che il poeta ne sia egli stesso poco sicuro e che ne

dubiti prima di noi? Non pare anche che, dubitando egli della

stessa vitalità dei suoi redivivi protagonisti, vada in cerca

di argomenti per farci credere alla verisimiglianza della

finzione?

Nel nuovo mondo dove Fausto e Stella rivivono le creature non

si nutrono di altre creature, come voleva la legge crudele

della terra, ma di semplici frutta:

Nul être ici ne sacrifie

Les corps pour respirer construits.

La dent n'attaque ici nulle sensible vie,

Et ne mords que la chair des fruits.

Così, dopo la pluralità dei mondi e la metempsicosi, Sully

Prudhomme canta il _vegetarianismo_ o _vegetarismo_,--non so

come si deve dire;--però noi potremmo chiedere al poeta se è

ben sicuro che le piante non siano dotate di sensibilità, che

non siano anch'esse forme di vita da rispettare come tutte le

altre....

Dal pianeta infelice che i due amanti hanno lasciato si leva un

coro di voci confuse, di lamenti e di bestemmie, di invocazioni

al soccorso lanciate dalle anime penanti. Ma nessuno le

ascolta, e Fausto e Stella si fermano ad ammirare una

moltitudine di cavalieri nomadi, altra volta, quaggiù,

abitatori delle rive del Nilo, dell'Eufrate e del Gange. Nel

nuovo astro quei corpi, che il bastone e lo staffile

martoriavano un tempo, si sono nobilmente sviluppati, e Fausto

ne ammira la perfetta armonia delle linee, la serenità

dell'espressione acquistata con la coscienza del nuovo stato

libero, eternamente felice. Se il problema della felicità è

così risolto per i cavalieri nomadi nella nuova vita, come mai

Fausto e Stella continuano a penare? Non solo i cavalieri, ma

anche gli artisti, rivivendo lassù, pervengono alla piena ed

incontrastata possessione del Bello: Stella medesima lo

assicura a Fausto quando costui, ammirando la bellezza dei

cavalieri, vorrebbe proporli come modelli ai grandi artisti

della terra.

Quel mondo, tuttavia, anche per Fausto e per Stella è migliore

del nostro. In un mattino di primavera il giovane ascolta, con

indicibile delizia, il canto divino degli uccelli. Quaggiù i

gorgheggi dell'usignolo e lo stesso canto della sua compagna

gli procuravano, benchè dolcissimi, un indefinibile tormento,

un'amarezza secreta; in quel nuovo mondo la soavità

dell'armonia è assoluta, la voce dell'amata fa dimenticare

all'amante tutto il passato, lo immerge in una beatitudine

senza nome, tanto più grande, quanto che Stella, lasciando la

forma terrena conservata da principio per poter essere

riconosciuta, prende una veste più pura, più bella, più

conveniente a quell'eliso. E allora, mentre nuove voci dalla

terra chiedono invano aiuto, i due giovani cadono nelle braccia

l'uno dell'altra, e la loro felicità non ha più limite.

Ma è un inganno. Passa qualche tempo, e Fausto ci fa sapere che

quella felicità non è, come pareva, intera. Egli vive, sì, in

un astro più prospero della terra; ma quello che era il

maggiore argomento del suo cruccio, quaggiù, sussiste ancora:

come sulla terra, egli ignora anche lassù il perchè delle cose;

anche lassù, come sulla terra, cerca invano di penetrare, di

conoscere le origini e i fini dell'universo. In quel mondo,

dove c'è tanta libertà e tanta bellezza, non si sa una sillaba

di più di quel che si sapeva sulla terra. Fausto, quando sente

rinascere l'antica ansia, non può far altro che dare una

ripassata a tutte le teorie della filosofia terrestre.

Naturalmente egli riconosce ancora una volta che questa

filosofia è impotente. L'unica scienza umana era dovuta ai

pazienti sperimentatori; pertanto, dopo le teorie filosofiche,

l'ansioso rammenta tutti i ritrovati scientifici, per

concludere una seconda volta che la scienza è, come la

filosofia, incapace di risolvere il problema delle cause

finali. Ma Stella, che comincia a inquietarsi dell'agitazione

dell'amante, cerca persuaderlo dell'inutilità di tutte quelle

ricerche:

À quoi bon, le regard péniblement tendu

Et le front consommé par de stériles fièvres,

Soumettre au froid scalpel le cher tissu des lèvres

Quand le baiser donné nous est deux fois rendu?

E Fausto, subitamente convertito:

Tout aimer suffit pour éteindre

La soif de tout savoir: aimons!

Ma ecco che ad un tratto il giovane ode finalmente quelle voci

terrestri per tanto tempo perdutesi invano nell'immensità degli

spazi; e siccome esse gli ricordano i dolori degli uomini, egli

che, in conclusione, quantunque risorto in un mondo migliore,

non è guari più lieto di loro, pensa di riscendere in questo

basso mondo per confortare gli antichi simili. Che specie di

aiuto possa dare questo disgraziato a disgraziati suoi pari

sarebbe molto importante vedere; se non che, sulla terra dove

Stella vuole seguirlo e dove la Morte li ritrasporta dopo

averneli tratti, non si trovano più uomini: l'umanità è finita.

Il contrattempo sarebbe imbarazzante senza la prontezza di

spirito di Stella, la quale propone lì per lì a Fausto di

ripopolare il deserto pianeta, di cominciare una nuova umanità,

della quale essi saranno l'Adamo e l'Eva... Da questa

intenzione l'Arbitro supremo giudica che essi hanno entrambi

ben meritato, e senz'altro ordina alla Morte di ritrasportarli

in un altro mondo, nel soggiorno veramente glorioso, dove si

gode il riposo perfetto e si mira a faccia a faccia la Causa

del tutto....

Così, riprendendo la terza volta il problema che tanto lo

inquieta, Sully Prudhomme non conferma l'ultima soluzione, al

contrario: ne dà una terza, diversa dalle due prime. Egli deve

aver sentito che nessuna delle due poteva essere definitiva. La

sola scienza, dopo il sacrifizio della fede, non gli bastò; il

temperamento della scienza con la fede non deve averlo neppure

persuaso, poichè l'ultima parola di questo _Bonheur_ è

l'affermazione di un supremo Arbitro, di una Causa universale,

di un Premio eterno.

Ma possiamo noi crederla? Egli arriva a questa conclusione

attraverso le contraddizioni, le stranezze e diciamo anche le

stravaganze che abbiamo viste. Non è questo il segno che la

conclusione non è naturale, sincera, sicura? Dopo tanti

pentimenti, non si pentirà egli un'altra volta ancora? La sua

curiosità non può esser finita. Non vorrà egli sapere dov'è il

soggiorno glorioso, qual è la causa del tutto, chi è l'Arbitro

dell'universo? E quando vorrà e non potrà sapere queste cose,

non ricomincerà a dubitare?

Il colore del tempo · 第 22 / 86 题