Eccoci arrivati al suo nuovo e più lungo poema filosofico: _La
Felicità_. Qui certo egli si confermerà nella soluzione
ultimamente trovata, ne darà nuove ragioni, l'assoderà.
Svegliandosi dopo morte, Fausto, l'eroe, si ritrova in un astro
più bello, più luminoso, più ricco della terra; e mentre egli è
ancora in preda a una incredula meraviglia, Stella, l'eroina,
la donna da lui amata nel mondo inferiore, dalla quale fu
crudelmente diviso, gli dice:
Pourquoi dans l'infini plein d'innombrables flammes,
Parmi tant de globes mouvant,
N'en serait-il qu'un seul visité, par les âmes
Et peuplé de corps vivants?
Pourquoi seule la terre, obscure et si petite,
Aurait-elle entre tous l'honneur,
De porter une argile où la pensée habite?...
Veramente, nel punto che due amanti separati da tanto
tempo--dalla morte!--si ritrovano insieme, vi sarebbe qualche
cosa di meglio da fare che discutere intorno alla pluralità dei
mondi abitati; si potrebbe anche osservare che, mentre Stella e
Fausto s'incontrano lassù, questo semplice fatto dovrebbe
provare come la terra non abbia il monopolio della vita. Non
pare quasi che il poeta ne sia egli stesso poco sicuro e che ne
dubiti prima di noi? Non pare anche che, dubitando egli della
stessa vitalità dei suoi redivivi protagonisti, vada in cerca
di argomenti per farci credere alla verisimiglianza della
finzione?
Nel nuovo mondo dove Fausto e Stella rivivono le creature non
si nutrono di altre creature, come voleva la legge crudele
della terra, ma di semplici frutta:
Nul être ici ne sacrifie
Les corps pour respirer construits.
La dent n'attaque ici nulle sensible vie,
Et ne mords que la chair des fruits.
Così, dopo la pluralità dei mondi e la metempsicosi, Sully
Prudhomme canta il _vegetarianismo_ o _vegetarismo_,--non so
come si deve dire;--però noi potremmo chiedere al poeta se è
ben sicuro che le piante non siano dotate di sensibilità, che
non siano anch'esse forme di vita da rispettare come tutte le
altre....
Dal pianeta infelice che i due amanti hanno lasciato si leva un
coro di voci confuse, di lamenti e di bestemmie, di invocazioni
al soccorso lanciate dalle anime penanti. Ma nessuno le
ascolta, e Fausto e Stella si fermano ad ammirare una
moltitudine di cavalieri nomadi, altra volta, quaggiù,
abitatori delle rive del Nilo, dell'Eufrate e del Gange. Nel
nuovo astro quei corpi, che il bastone e lo staffile
martoriavano un tempo, si sono nobilmente sviluppati, e Fausto
ne ammira la perfetta armonia delle linee, la serenità
dell'espressione acquistata con la coscienza del nuovo stato
libero, eternamente felice. Se il problema della felicità è
così risolto per i cavalieri nomadi nella nuova vita, come mai
Fausto e Stella continuano a penare? Non solo i cavalieri, ma
anche gli artisti, rivivendo lassù, pervengono alla piena ed
incontrastata possessione del Bello: Stella medesima lo
assicura a Fausto quando costui, ammirando la bellezza dei
cavalieri, vorrebbe proporli come modelli ai grandi artisti
della terra.
Quel mondo, tuttavia, anche per Fausto e per Stella è migliore
del nostro. In un mattino di primavera il giovane ascolta, con
indicibile delizia, il canto divino degli uccelli. Quaggiù i
gorgheggi dell'usignolo e lo stesso canto della sua compagna
gli procuravano, benchè dolcissimi, un indefinibile tormento,
un'amarezza secreta; in quel nuovo mondo la soavità
dell'armonia è assoluta, la voce dell'amata fa dimenticare
all'amante tutto il passato, lo immerge in una beatitudine
senza nome, tanto più grande, quanto che Stella, lasciando la
forma terrena conservata da principio per poter essere
riconosciuta, prende una veste più pura, più bella, più
conveniente a quell'eliso. E allora, mentre nuove voci dalla
terra chiedono invano aiuto, i due giovani cadono nelle braccia
l'uno dell'altra, e la loro felicità non ha più limite.
Ma è un inganno. Passa qualche tempo, e Fausto ci fa sapere che
quella felicità non è, come pareva, intera. Egli vive, sì, in
un astro più prospero della terra; ma quello che era il
maggiore argomento del suo cruccio, quaggiù, sussiste ancora:
come sulla terra, egli ignora anche lassù il perchè delle cose;
anche lassù, come sulla terra, cerca invano di penetrare, di
conoscere le origini e i fini dell'universo. In quel mondo,
dove c'è tanta libertà e tanta bellezza, non si sa una sillaba
di più di quel che si sapeva sulla terra. Fausto, quando sente
rinascere l'antica ansia, non può far altro che dare una
ripassata a tutte le teorie della filosofia terrestre.
Naturalmente egli riconosce ancora una volta che questa
filosofia è impotente. L'unica scienza umana era dovuta ai
pazienti sperimentatori; pertanto, dopo le teorie filosofiche,
l'ansioso rammenta tutti i ritrovati scientifici, per
concludere una seconda volta che la scienza è, come la
filosofia, incapace di risolvere il problema delle cause
finali. Ma Stella, che comincia a inquietarsi dell'agitazione
dell'amante, cerca persuaderlo dell'inutilità di tutte quelle
ricerche:
À quoi bon, le regard péniblement tendu
Et le front consommé par de stériles fièvres,
Soumettre au froid scalpel le cher tissu des lèvres
Quand le baiser donné nous est deux fois rendu?
E Fausto, subitamente convertito:
Tout aimer suffit pour éteindre
La soif de tout savoir: aimons!
Ma ecco che ad un tratto il giovane ode finalmente quelle voci
terrestri per tanto tempo perdutesi invano nell'immensità degli
spazi; e siccome esse gli ricordano i dolori degli uomini, egli
che, in conclusione, quantunque risorto in un mondo migliore,
non è guari più lieto di loro, pensa di riscendere in questo
basso mondo per confortare gli antichi simili. Che specie di
aiuto possa dare questo disgraziato a disgraziati suoi pari
sarebbe molto importante vedere; se non che, sulla terra dove
Stella vuole seguirlo e dove la Morte li ritrasporta dopo
averneli tratti, non si trovano più uomini: l'umanità è finita.
Il contrattempo sarebbe imbarazzante senza la prontezza di
spirito di Stella, la quale propone lì per lì a Fausto di
ripopolare il deserto pianeta, di cominciare una nuova umanità,
della quale essi saranno l'Adamo e l'Eva... Da questa
intenzione l'Arbitro supremo giudica che essi hanno entrambi
ben meritato, e senz'altro ordina alla Morte di ritrasportarli
in un altro mondo, nel soggiorno veramente glorioso, dove si
gode il riposo perfetto e si mira a faccia a faccia la Causa
del tutto....
Così, riprendendo la terza volta il problema che tanto lo
inquieta, Sully Prudhomme non conferma l'ultima soluzione, al
contrario: ne dà una terza, diversa dalle due prime. Egli deve
aver sentito che nessuna delle due poteva essere definitiva. La
sola scienza, dopo il sacrifizio della fede, non gli bastò; il
temperamento della scienza con la fede non deve averlo neppure
persuaso, poichè l'ultima parola di questo _Bonheur_ è
l'affermazione di un supremo Arbitro, di una Causa universale,
di un Premio eterno.
Ma possiamo noi crederla? Egli arriva a questa conclusione
attraverso le contraddizioni, le stranezze e diciamo anche le
stravaganze che abbiamo viste. Non è questo il segno che la
conclusione non è naturale, sincera, sicura? Dopo tanti
pentimenti, non si pentirà egli un'altra volta ancora? La sua
curiosità non può esser finita. Non vorrà egli sapere dov'è il
soggiorno glorioso, qual è la causa del tutto, chi è l'Arbitro
dell'universo? E quando vorrà e non potrà sapere queste cose,
non ricomincerà a dubitare?