III.

Eppure Sully Prudhomme non è fermo in questa conclusione. Se

egli credesse di avere così composto il dissidio fra la ragione

e la fede, non lo riprenderebbe nella _Giustizia_.

Quando l'anima era semplice, dice egli nella _Giustizia_, si

slanciava verso il cielo e vi spaziava, sostenuta dall'estasi e

dalla speranza; oggi la scienza ha spogliato la natura di tutte

le illusioni che la facevano bella; il poeta non vede più in

essa un'anima divinamente umana; e come l'orfano si rivolge

alla giustizia quando non spera più nulla dalla bontà, così

egli, disperando della fede, vuole interrogare la Sfinge per

conoscere se almeno una legge d'equità governi l'universo.

Car le poète, lui! cherche dans la science

Moins l'orgueil de savoir qu'un baume à sa douleur...

En vain de ce qui souffre il connait la structure,

Il ne croit rien savoir tant qu'un doute odieux

Plane sur le secret des maux que l'être endure,

Tant que rien de mieux n'a remplacé les dieux.

Allora comincia dentro di lui una lotta fra la mente e il

cuore, durante la quale questo combatte coraggiosamente lo

scetticismo, l'ironia, lo sconforto che il freddo ragionamento

genera nell'animo del cercatore. Le specie sono in continua

guerra fra loro, la prosperità dell'una costa il deperimento

dell'altra, le deboli soccombono dinanzi alle più forti. In una

stessa specie lotte egualmente accanite si accendono fra

gl'individui; l'egoismo è la gran legge alla quale ciascuno

obbedisce; l'amore, altro inganno, si riduce all'istinto; la

stessa Bellezza ha un fondamento materiale del suo impero

giudicato divino: essa lavora all'integrità dello stampo della

razza, additando i modelli migliori. Ciò che succede fra le

specie e nella specie si ripete fra gli Stati e nello Stato: e,

come aveva già detto Corneille,

La justice n'est pas une vertu d'État.

Si rifugerà essa dunque in un altro pianeta, poichè sulla terra

è introvabile? Ma la materia non è per ogni dove identica? La

stessa legge di gravitazione non regna in tutto il creato? Un

rigoroso e fatale determinismo non si nasconde dietro

l'apparente libero arbitrio,

illusion du choix dans la necessité?

Un atomo è l'immagine dell'universo; tutto ciò che in questo si

compie, deve compiersi fatalmente; è quindi da stolti chiedere

la giustizia al Destino. Così conclude la Ragione trionfante.

Ma il poeta, che già si era acquetato a questa conclusione, ora

non l'accetta più. Egli che si rassegnava personalmente al

dolore, che quasi lo chiedeva pur di cooperare con la Natura

impassibile, ora si commuove e si ribella all'idea del dolore

altrui. Voleva affidarsi alla sola ragione, ora s'accorge che

non gli basta. Il cuore ha ragioni che la ragione ignora.

Elle informe, elle instruit: serait-ce lui qui juge?

Que dis-je! La Justice, au lieu de fuir mes pas,

N'aurait-elle qu'en moi, dans mon coeur, son refuge?

Infatti: la legge della giustizia è umana, si rivela tra gli

uomini, non nella Natura. Costei considera impassibilmente la

propria opera attraverso l'occhio ignorante del bruto; la pietà

e il terrore, il bisogno e la sete della giustizia sorgono e

operano nella coscienza umana. Ma che cosa è questa coscienza?

Dapprima il poeta aveva considerata la propria coscienza come

uno specchio che non doveva far altro se non riflettere lo

spettacolo della Natura, senza giudicarlo. Ora la sua

coscienza, la coscienza di tutti gli uomini, è un giudice, è

anzi il solo giudice. E qui il pensiero di Sully Prudhomme si

oscura. Se la coscienza è giudice, se questo giudice deve

rendere giustizia, come mai torna egli a rassegnarsi? Egli

dice: «I mali che credevo ingiusti sono forse, non già i

capricci folli o colpevoli d'un padrone, sibbene i mezzi

fatali, le necessarie condizioni d'un ordine che ignoriamo».

Questo è un ritorno alla rassegnazione di prima! Ed egli non si

era più contentato, non si era più adattato: era sceso anzi in

campo, voleva e doveva giudicare! «Lagnarsi,» soggiunge,

«dell'ingiustizia della sorte, giudicare della bontà del

destino alla stregua del piacer nostro, è imitare il fanciullo

malavvezzo, il quale pretende che tutto debba servire ai suoi

giuochi, e rigetta il farmaco e lo dichiara nocivo perchè non è

dolce.» Ma se non si deve giudicare della bontà del destino

alla stregua del nostro piacere, quale sarà il criterio del

giudizio? Di che cosa e perchè si è lagnato il poeta? Si è

lagnato

Des maux plus grands que moi;

si è lagnato perchè

Toutes les douleurs de la terre et des mondes

Font tressaillir mon âme en ses cordes profondes.

Allora, non dovrebbe egli giudicare veramente iniquo il destino

che vuole ed impone e mantiene il dolore ed il male?

E questa umana facoltà del giudizio è una cosa buona o cattiva,

utile o superflua, importante o trascurabile? Egli dice:

Combien plus sagement, avec moins de grandeur, Exempt de

sympathie, affranchi de pudeur, L'animal se résigne aux fléaux

sans refuge!... Il est heureux; son sort, par moments, je

l'envie.

Dunque l'animale, quantunque incapace di simpatia e di pudore,

è più saggio, più felice, degno d'invidia. Allora l'uomo

cosciente, l'uomo giudicante, oltre che degno di compassione ed

infelice, è anche meno saggio: questa sua coscienza è una

stoltezza. Bisognerà chiederne conto a lui? No, certamente;

perchè egli è stato fatto così, non si è fatto da sè,

liberamente, responsabilmente. Allora vorrà dire che la natura,

della quale è opera, avrà creato una coscienza capace di

giustizia soltanto per darle il sentimento d'una ingiustizia,

d'una stoltezza, d'una nefandezza nuova! E ancora: la giustizia

non esiste nella natura, ma soltanto nel cuore dell'uomo;

l'uomo s'accorge che l'universo è stato compito «senza virtù» e

sente che il suo desiderio di virtù è stoltezza. La conclusione

dovrebbe essere pertanto che la giustizia non esiste in verun

luogo, nè nella natura, nè nel cuore umano!

Lo scetticismo scientifico spinge Sully Prudhomme in questa

via; ma egli è anche sollecitato in contrario senso dal bisogno

mistico. Egli dice che, se l'universo è grande, più grande

ancora è l'anima che lo rispecchia; l'uomo acquista la nozione

della propria dignità misurando l'abisso che lo separa dalla

materia bruta. Non c'è bisogno di molte parole per far notare

il voltafaccia. Mentre prima egli invidiava l'animale

incosciente e a più forte ragione, perciò, avrebbe dovuto

invidiare la materia inerte, ora afferma che tanto l'uomo vale

quanto è lontano dalla informe materia! E la giustizia, che gli

era parsa soltanto umana, ora diventa per lui divina:

Humaine par son but, la justice est divine

Même dans l'âme d'un mortel,

Par l'aveu du grand Tout dont elle est mandataire,

Par le suffrage entier du ciel et de la terre,

Et par le sacre universel.

Ma allora, se l'anima umana, dove ha sede la giustizia, è

mandataria del gran Tutto, non potremo più dire che nel Tutto

non c'è giustizia! Finchè il poeta considerava l'uomo come una

particella infinitesimale dell'universo, come lo «specchio» del

Nietzsche, capace semplicemente e solamente di riflettere

l'universo, egli poteva dire che non c'è in quest'universo

giustizia; ma dal momento che l'uomo è il rappresentante della

natura, questa natura che si riassume in una coscienza capace

di giustizia non si potrà più accusare d'iniquità. Ed ecco,

infatti: dopo aver detto che gli esseri si dilaniano tra loro,

Sully Prudhomme afferma:

La bête hésite à boire un sang pareil au sien...

Il misticismo e la fede si vendicano ancora meglio, gli

prendono più interamente la mano. Se dalla materia inerte

all'uomo c'è un abisso; se l'uomo, per la coscienza, è tanto

superiore ai bruti, si deve credere che egli sia il termine

ultimo dell'evoluzione? Un altro passo innanzi, oltre l'uomo,

non sarà possibile? Certamente! L'umano genere è un termine

medio, un tentativo,

une espèce éclose à contre-temps:

Tout est prématuré dans ses voeux transcendants.

Quindi egli afferma che c'è un'ascensione morale della quale i

mondi sono i gradi, e che

La terre n'est qu'un lieu d'attente

Où se fait la commune entente

D'une espèce entière émigrant.

La vecchia preghiera cristiana diceva che questo nostro mondo è

una valle di lacrime; il filosofo che ha soltanto creduto nei

fatti positivamente accertati, finisce anch'egli col giudicarlo

«un luogo d'aspettazione.» Ma egli arriva a questo giudizio per

la via tortuosa che abbiamo vista. E ci dice almeno, come il

Nietzsche dirà del regno del Superuomo, in qual modo sarà fatto

il mondo migliore al quale dovremo un giorno approdare?

Il colore del tempo · 第 21 / 86 题