Eppure Sully Prudhomme non è fermo in questa conclusione. Se
egli credesse di avere così composto il dissidio fra la ragione
e la fede, non lo riprenderebbe nella _Giustizia_.
Quando l'anima era semplice, dice egli nella _Giustizia_, si
slanciava verso il cielo e vi spaziava, sostenuta dall'estasi e
dalla speranza; oggi la scienza ha spogliato la natura di tutte
le illusioni che la facevano bella; il poeta non vede più in
essa un'anima divinamente umana; e come l'orfano si rivolge
alla giustizia quando non spera più nulla dalla bontà, così
egli, disperando della fede, vuole interrogare la Sfinge per
conoscere se almeno una legge d'equità governi l'universo.
Car le poète, lui! cherche dans la science
Moins l'orgueil de savoir qu'un baume à sa douleur...
En vain de ce qui souffre il connait la structure,
Il ne croit rien savoir tant qu'un doute odieux
Plane sur le secret des maux que l'être endure,
Tant que rien de mieux n'a remplacé les dieux.
Allora comincia dentro di lui una lotta fra la mente e il
cuore, durante la quale questo combatte coraggiosamente lo
scetticismo, l'ironia, lo sconforto che il freddo ragionamento
genera nell'animo del cercatore. Le specie sono in continua
guerra fra loro, la prosperità dell'una costa il deperimento
dell'altra, le deboli soccombono dinanzi alle più forti. In una
stessa specie lotte egualmente accanite si accendono fra
gl'individui; l'egoismo è la gran legge alla quale ciascuno
obbedisce; l'amore, altro inganno, si riduce all'istinto; la
stessa Bellezza ha un fondamento materiale del suo impero
giudicato divino: essa lavora all'integrità dello stampo della
razza, additando i modelli migliori. Ciò che succede fra le
specie e nella specie si ripete fra gli Stati e nello Stato: e,
come aveva già detto Corneille,
La justice n'est pas une vertu d'État.
Si rifugerà essa dunque in un altro pianeta, poichè sulla terra
è introvabile? Ma la materia non è per ogni dove identica? La
stessa legge di gravitazione non regna in tutto il creato? Un
rigoroso e fatale determinismo non si nasconde dietro
l'apparente libero arbitrio,
illusion du choix dans la necessité?
Un atomo è l'immagine dell'universo; tutto ciò che in questo si
compie, deve compiersi fatalmente; è quindi da stolti chiedere
la giustizia al Destino. Così conclude la Ragione trionfante.
Ma il poeta, che già si era acquetato a questa conclusione, ora
non l'accetta più. Egli che si rassegnava personalmente al
dolore, che quasi lo chiedeva pur di cooperare con la Natura
impassibile, ora si commuove e si ribella all'idea del dolore
altrui. Voleva affidarsi alla sola ragione, ora s'accorge che
non gli basta. Il cuore ha ragioni che la ragione ignora.
Elle informe, elle instruit: serait-ce lui qui juge?
Que dis-je! La Justice, au lieu de fuir mes pas,
N'aurait-elle qu'en moi, dans mon coeur, son refuge?
Infatti: la legge della giustizia è umana, si rivela tra gli
uomini, non nella Natura. Costei considera impassibilmente la
propria opera attraverso l'occhio ignorante del bruto; la pietà
e il terrore, il bisogno e la sete della giustizia sorgono e
operano nella coscienza umana. Ma che cosa è questa coscienza?
Dapprima il poeta aveva considerata la propria coscienza come
uno specchio che non doveva far altro se non riflettere lo
spettacolo della Natura, senza giudicarlo. Ora la sua
coscienza, la coscienza di tutti gli uomini, è un giudice, è
anzi il solo giudice. E qui il pensiero di Sully Prudhomme si
oscura. Se la coscienza è giudice, se questo giudice deve
rendere giustizia, come mai torna egli a rassegnarsi? Egli
dice: «I mali che credevo ingiusti sono forse, non già i
capricci folli o colpevoli d'un padrone, sibbene i mezzi
fatali, le necessarie condizioni d'un ordine che ignoriamo».
Questo è un ritorno alla rassegnazione di prima! Ed egli non si
era più contentato, non si era più adattato: era sceso anzi in
campo, voleva e doveva giudicare! «Lagnarsi,» soggiunge,
«dell'ingiustizia della sorte, giudicare della bontà del
destino alla stregua del piacer nostro, è imitare il fanciullo
malavvezzo, il quale pretende che tutto debba servire ai suoi
giuochi, e rigetta il farmaco e lo dichiara nocivo perchè non è
dolce.» Ma se non si deve giudicare della bontà del destino
alla stregua del nostro piacere, quale sarà il criterio del
giudizio? Di che cosa e perchè si è lagnato il poeta? Si è
lagnato
Des maux plus grands que moi;
si è lagnato perchè
Toutes les douleurs de la terre et des mondes
Font tressaillir mon âme en ses cordes profondes.
Allora, non dovrebbe egli giudicare veramente iniquo il destino
che vuole ed impone e mantiene il dolore ed il male?
E questa umana facoltà del giudizio è una cosa buona o cattiva,
utile o superflua, importante o trascurabile? Egli dice:
Combien plus sagement, avec moins de grandeur, Exempt de
sympathie, affranchi de pudeur, L'animal se résigne aux fléaux
sans refuge!... Il est heureux; son sort, par moments, je
l'envie.
Dunque l'animale, quantunque incapace di simpatia e di pudore,
è più saggio, più felice, degno d'invidia. Allora l'uomo
cosciente, l'uomo giudicante, oltre che degno di compassione ed
infelice, è anche meno saggio: questa sua coscienza è una
stoltezza. Bisognerà chiederne conto a lui? No, certamente;
perchè egli è stato fatto così, non si è fatto da sè,
liberamente, responsabilmente. Allora vorrà dire che la natura,
della quale è opera, avrà creato una coscienza capace di
giustizia soltanto per darle il sentimento d'una ingiustizia,
d'una stoltezza, d'una nefandezza nuova! E ancora: la giustizia
non esiste nella natura, ma soltanto nel cuore dell'uomo;
l'uomo s'accorge che l'universo è stato compito «senza virtù» e
sente che il suo desiderio di virtù è stoltezza. La conclusione
dovrebbe essere pertanto che la giustizia non esiste in verun
luogo, nè nella natura, nè nel cuore umano!
Lo scetticismo scientifico spinge Sully Prudhomme in questa
via; ma egli è anche sollecitato in contrario senso dal bisogno
mistico. Egli dice che, se l'universo è grande, più grande
ancora è l'anima che lo rispecchia; l'uomo acquista la nozione
della propria dignità misurando l'abisso che lo separa dalla
materia bruta. Non c'è bisogno di molte parole per far notare
il voltafaccia. Mentre prima egli invidiava l'animale
incosciente e a più forte ragione, perciò, avrebbe dovuto
invidiare la materia inerte, ora afferma che tanto l'uomo vale
quanto è lontano dalla informe materia! E la giustizia, che gli
era parsa soltanto umana, ora diventa per lui divina:
Humaine par son but, la justice est divine
Même dans l'âme d'un mortel,
Par l'aveu du grand Tout dont elle est mandataire,
Par le suffrage entier du ciel et de la terre,
Et par le sacre universel.
Ma allora, se l'anima umana, dove ha sede la giustizia, è
mandataria del gran Tutto, non potremo più dire che nel Tutto
non c'è giustizia! Finchè il poeta considerava l'uomo come una
particella infinitesimale dell'universo, come lo «specchio» del
Nietzsche, capace semplicemente e solamente di riflettere
l'universo, egli poteva dire che non c'è in quest'universo
giustizia; ma dal momento che l'uomo è il rappresentante della
natura, questa natura che si riassume in una coscienza capace
di giustizia non si potrà più accusare d'iniquità. Ed ecco,
infatti: dopo aver detto che gli esseri si dilaniano tra loro,
Sully Prudhomme afferma:
La bête hésite à boire un sang pareil au sien...
Il misticismo e la fede si vendicano ancora meglio, gli
prendono più interamente la mano. Se dalla materia inerte
all'uomo c'è un abisso; se l'uomo, per la coscienza, è tanto
superiore ai bruti, si deve credere che egli sia il termine
ultimo dell'evoluzione? Un altro passo innanzi, oltre l'uomo,
non sarà possibile? Certamente! L'umano genere è un termine
medio, un tentativo,
une espèce éclose à contre-temps:
Tout est prématuré dans ses voeux transcendants.
Quindi egli afferma che c'è un'ascensione morale della quale i
mondi sono i gradi, e che
La terre n'est qu'un lieu d'attente
Où se fait la commune entente
D'une espèce entière émigrant.
La vecchia preghiera cristiana diceva che questo nostro mondo è
una valle di lacrime; il filosofo che ha soltanto creduto nei
fatti positivamente accertati, finisce anch'egli col giudicarlo
«un luogo d'aspettazione.» Ma egli arriva a questo giudizio per
la via tortuosa che abbiamo vista. E ci dice almeno, come il
Nietzsche dirà del regno del Superuomo, in qual modo sarà fatto
il mondo migliore al quale dovremo un giorno approdare?