La critica più facile della filosofia del Nietzsche consiste
nel dire che è l'opera di un pazzo. Questa critica, molto usata
contro le cose insolite e nuove, gode oggi tanto più credito,
quanto che si sono viste le attinenze del genio con la pazzia;
ed allo stesso Tolstoi non è stata risparmiata. Nel caso del
Nietzsche, d'uno scrittore che ha perduto effettivamente,
durante le sue speculazioni, il bene dell'intelletto, e che
sopravvive a sè stesso miseramente vegetando, la tentazione di
giudicarne pazzesca tutta quanta l'opera è veramente fortissima
e generale. Se non che questa critica, quanto più è facile,
tanto meno persuade. Se il Nietzsche è pazzo, tutti gli altri
filosofi, riformatori e profeti, non furono pazzi la loro
parte?
Quel che c'è di chimerico, di stravagante, di esagerato nelle
idee del Nietzsche è tanto evidente, che non ha bisogno di
dimostrazione. Meno evidenti, sebbene più gravi, sono le
contraddizioni e le assurdità della sua dottrina, così le
implicite come le esplicite. Il Nietzsche si è apertamente
contraddetto più volte, come quando ha giudicato il sistema
dello Schopenhauer, del quale prima fu ammiratore sviscerato e
poi oppositore vivace; come quando ha giudicato l'estetica e
l'arte del Wagner, prima sublimandole, poi disprezzandole. Ma
un gran numero di volte, nel formulare la dottrina sua propria,
si è contraddetto senza saperlo, è caduto senza accorgersene in
pieno assurdo.
Egli comincia con l'affermare, come abbiamo visto, che il mondo
è retto a volta a volta da due tavole di valori: quella dei
padroni e quella degli schiavi. Che i padroni, i vincitori,
impongano la loro legge, come impongono materialmente le catene
agli schiavi, s'intende e si vede; ma che gli schiavi, i vinti,
anch'essi siano a loro volta capaci d'imporre la propria morale
ai vincitori, non s'intende niente affatto. Come mai
gl'impotenti avrebbero questa potenza? Con quali mezzi
riescirebbero a compiere l'imposizione? Che cosa potrebbe
obbligare i dominatori ad accettare la morale dei sottoposti?
Se quelli che dettano legge accettano la legge suggerita da
quelli che obbediscono, ciò significa che la legge suggerita
dai vinti ha dentro di sè una tale virtù, una tale forza, da
farsi riconoscere, accettare ed amare da coloro cui nuoce; ciò
significa che nel mondo non opera la sola forza materiale, ma
anche quella morale, del cuore, dell'anima, dello spirito, e
che la forza del cuore è capace di vincere la stessa forza del
braccio. Vincitori e vinti sì, ma i vinti non sono tanto vinti
quanto sembra, se ottengono questo trionfo: di imporre la loro
morale al mondo. Quindi le due tavole dei valori, differenti in
apparenza, dei vincitori e dei vinti, dipendono entrambe da una
imposizione, da una vittoria; e la vittoria morale vale la
materiale, e i valori di quelli che il Nietzsche chiama
schiavi, quei valori che egli disprezza e vuole soppressi,
valgono gli altri, e in conclusione nel mondo non si vedono due
tavole di valori distinte e separate, ma una bilancia che, se
oscilla continuamente da una parte e dall'altra, oscilla
appunto perchè tende continuamente all'equilibrio.
Ma il Nietzsche si presta a distruggere anche meglio l'opera
propria; perchè, mentre afferma con gran forza di persuasione
la sua filosofia, nello stesso tempo dice, press'a poco come il
Tolstoi, che ogni filosofo s'illude quando crede di presentarci
il suo sistema come l'opera della «pura ragione». Un'illusione
simile non è dunque anche la sua? Come e perchè egli solo
possederebbe la verità vera? Il suo Superuomo non è anch'esso
un ritrovato mistico, ascetico, equivalente a quelli che egli
scopre in ogni filosofia e in ogni religione? «Tutti gli Dei
sono morti; noi vogliamo ora che il Superuomo viva.» Il
Superuomo che si sostituisce agli Dei non è dunque anch'egli
una specie di Dio?
Di più: ha il filosofo di mira la felicità? Scrive per renderla
più facile, o meno difficile? Pare di sì, perchè combatte il
pessimismo, vuole l'ottimismo, prevede il giuoco spensierato,
il riso alato, la danza leggera. Allora, come mai dice che il
«savio» non ignora che la gioia e il dolore vanno insieme? Chi
vuol conoscere le grandi gioie, soggiunge, deve anche
fatalmente conoscere i grandi dolori; il «creatore di valori»
deve «marciare incontro al suo supremo dolore e alla sua
suprema speranza ad un tempo». Ma se c'è questa continua
alternativa di gioie e di dolori, se ogni oscillazione in un
senso è compensata da un'oscillazione in senso inverso, la
proporzione non resta la stessa? Mille non sta a mille come
dieci sta a dieci? E allora, perchè mutare?... Così la
filosofia del Nietzsche, che sembra, ed è, il contrario di
quella del Tolstoi, si confonde anche in questo punto con essa.
I due pensatori si accordano nel riconoscere che i beni e i
mali vanno insieme, che nessuno ha interamente ragione nè
interamente torto: queste due verità, già ritrovate dal
semplice buon senso, sono la quintessenza delle loro filosofie
antagonistiche, e di tutte le filosofie.
Finalmente: il sistema del Nietzsche si chiude con la teoria
del «Ritorno eterno». Egli sostiene, e a modo suo dimostra, che
nel tempo infinito c'è una somma di forze costante e
determinata; quindi che l'evoluzione universale passa
eternamente per le stesse fasi e percorre eternamente uno
stesso ciclo. Se così è, vuol dire che non vi sono avvenimenti
nuovi nè definitivi; tutto ciò che sarà, è già stato; tutto ciò
che è stato, sarà. Dunque il Superuomo è già esistito; dopo che
tornerà ad esistere, sparirà un'altra volta; e quest'uomo
moderno, che il Nietzsche odia, disprezza e vuole soppresso, fu
anch'egli e sarà ancora un numero infinito di volte. Allora,
perchè tanto sdegno e tanta impazienza?