Riassunto con una frase che ha avuto molta fortuna, il
Tolstoismo è «la religione della sofferenza umana»; il
Nietzschismo ne è la negazione. La morale del Tolstoi impone di
sacrificare il bene proprio all'altrui; la morale del Nietzsche
dà invece ragione all'individuo contro il «gregge». Affermando
la somiglianza degli uomini, il Tostoi ne nega le
diseguaglianze; vedendo le loro diversità, il Nietzsche ne
disconosce la equivalenza. Tanto il Russo quanto il Tedesco
sono senza perdono contro la società moderna; ma il Russo,
perchè vi trova troppo egoismo; il Tedesco perchè non ve ne
trova abbastanza.
Ogni civiltà, dice il Nietzsche, si costruisce una «tavola dei
valori»; cioè colloca più alto o più basso, stima migliori o
peggiori certe cose e certe azioni. I tipi di queste tavole
morali sono due: quella dettata dai padroni, e quella composta
dagli schiavi. Quando una razza forte, ardita e bellicosa
sottopone i deboli e gl'imbelli, come a Roma, come nei regni
teutonici, si ottiene una morale di padroni; dove la volontà,
il coraggio, la forza, l'orgoglio sono onorati. Se invece i
deboli, i vinti, riescono ad imporre la loro morale, sono
tenuti da conto tutti i valori contrarî. La civiltà presente,
la morale cristiana, sono civiltà e morale di oppressi, di
schiavi. Uno dei valori oggi più apprezzati è la pietà. Orbene:
questa, non solo non dev'essere incoraggiata, ma va combattuta.
Perchè: prima di tutto non è vero che la pietà sia
disinteressata, scevra di egoismo; al contrario. Chi è
spietato, chi lotta, chi fa male ai suoi simili, vuole
esercitare la sua forza, vuol dominare; il pietoso, quello che
fa bene, non è mosso da uno scopo diverso; in fondo anch'egli
vuol mostrare la propria virtù, la propria superiorità, ed
essere ammirato e lodato. Inoltre: la pietà è deprimente,
perchè ciascun individuo pietoso, oltre ai mali proprî, deve
sopportare gli altrui. Di più: essa è pericolosa, perchè tende
a far sussistere e perpetuare i deboli, gl'infermi, tutti
quegl'individui che, nell'interesse della razza, dovrebbero
sparire. E che cosa vuol dire questa pietà? Da che proviene la
religione della sofferenza umana? Proviene dalla paura,
appunto, della sofferenza. Ciascuno commisera e lenisce il
dolore altrui temendone uno simile per sè, e sperando che altri
lo lenisca a lui. Il dolore è considerato come qualche cosa che
bisogna abolire. Invece, «alla scuola del dolore, del _gran_
dolore,--non lo sapete?--sotto questo duro padrone soltanto
l'uomo ha compito tutti i suoi progressi».
Nella nostra «tavola dei valori» un altro titolo altamente
quotato è l'eguaglianza degli uomini: il cristianesimo
considera tutti gli uomini eguali dinanzi a Dio, la democrazia
li considera eguali dinanzi alla legge: il Tolstoi, come
abbiamo visto, dice espressamente che la diseguaglianza degli
uomini è una «menzogna». Il Nietzsche invece esige che si
distingua tra forti e deboli, tra abili e inabili, tra padroni
e servi.
Altro e non minore inconveniente: non si sa più comandare; quei
pochi che esercitano un timido potere, quasi se ne scusano; si
dicono i _primi servitori_ del paese, gli _strumenti_ del bene
comune. Non si osa castigare; i delinquenti commuovono più
delle vittime; il Tolstoi, anzi, se la piglia con l'istituto
della giustizia; nega che un uomo abbia il diritto di
condannarne un altro.
Ancora: la donna rivaleggia con l'uomo; invece di affidarsi a
lui, perde le attrattive proprie del suo sesso, lavora di
gomiti per farsi strada, si rovina i nervi, si riduce sempre
più inadatta a procreare una prole robusta.
Questa è la civiltà nostra, la civiltà dei popoli cristiani. E
mentre il Tolstoi la giudica troppo poco cristiana, mentre la
sferza per eccitarla a tornare alla vera dottrina di Gesù, il
Nietzsche la fa oggetto di un odio che muove da opposte
ragioni. Egli si rivolta contro l'ideale ascetico, contro le
prediche sacerdotali che impedirono all'uomo di mettersi in
faccia alle cose ed a sè stesso. La scienza tenta bensì il
libero esame della realtà, ma senza frutto. Lo scienziato che
studia i fatti, l'«uomo obbiettivo», è un «pigmeo presuntuoso»;
o, nella migliore ipotesi, uno «specchio» che riflette le cose,
uno «strumento di precisione». Altrettanto, anzi peggio, dicasi
del filosofo. Quelli che sembrano più spregiudicati, i
«coscienziosi dello spirito», sono, in fondo, ascetici
anch'essi. Vogliono arrivare alla verità, credendo che la
verità sia utile per sè stessa; invece la verità vera è che
l'illusione vale e giova, per lo meno, quanto la verità.
L'illusione, la menzogna, è forse la condizione stessa della
vita: «la falsità di un giudizio non è per noi una obbiezione
contro di esso; la quistione, per noi, è questa: In quale
misura questo giudizio falso è utile alla conservazione o allo
sviluppo della vita, alla conservazione o al perfezionamento
della specie?» Se, dunque, la verità può essere nefasta e la
menzogna benefica, perchè si continua a cercare ad ogni costo
la verità? Evidentemente perchè si attribuisce ad essa un
pregio assoluto, un valore metafisico. Dunque l'uomo
«veridico», l'uomo che ha fede nella scienza, lo scettico,
l'ateo, rispetta ancora il più alto «valore» della «tavola»
attuale. Costui non osa domandare a sè stesso: «Qual è il
valore della morale che c'insegna e c'impone di ricercare la
verità?». Costui non dice a sè stesso: «Perchè volere _ad ogni
costo_ conoscere questa Natura che noi intravediamo, oggi, come
una potenza eternamente cieca e inintelligente, sovranamente
indifferente al bene ed al male, magnificamente feconda, sempre
intenta a produrre innumerevoli nuove esistenze per
sacrificarle, impassibile, alle sue combinazioni vuote di
senso?....» Gli uomini, prima, sacrificavano tutto a Dio; ora
sacrificano Dio stesso a questa natura, cioè alla pietra, alla
stupidità, al peso, al destino, al Nulla!...