La quale, tuttavia, ritorna sui proprî passi, e fa qualche
concessione. Se lo scopo ultimo, se la mèta estrema della vita
e del mondo è il nulla, il problema della felicità dovrebbe
essere molto semplificato, anzi soppresso. Ma il Tolstoi, o
perchè persuaso egli stesso dell'assurdità di certe sue
affermazioni, o perchè intende distinguere la speculazione pura
dalla morale pratica, indica il mezzo di esser felici.
Per esser felici, secondo la dottrina tolstoiana, bisogna che
si avverino cinque condizioni. La prima è di lasciare le città
e di vivere in comunione con la natura; la seconda è di
lavorare, di lavorare fisicamente, con le braccia, coi sudore
della fronte; la terza è la famiglia; la quarta è il commercio
libero e affettuoso con tutti gli uomini; la quinta è la
salute, e la morte senza malattia. Ora i potenti, i ricchi,
quelli che non lavorano, che abusano della vita, che guardano
dall'alto in basso i loro simili, che vivono nelle metropoli,
che non educano essi medesimi i loro figli, sono infelicissimi.
Viceversa: «povertà è felicità». Se questi giudizî si potessero
accettare alla lettera, che cosa se ne dovrebbe concludere? Che
i potenti, i ricchi, debbono fare compassione, e invece il
Tolstoi li esecra, commiserando poi gli umili e i poveri, che
dovrebbero invece esser degni d'invidia. Ma nè questi giudizî
si possono accettare alla lettera, nè la felicità dipende dalle
condizioni esteriori della vita.
Alto e nobile sempre, il pensiero del filosofo russo è troppo
spesso confuso, contraddittorio e chimerico; abile e vittorioso
nella critica, egli è inefficace, come tutti i critici di
questo mondo, nella ricostruzione; s'accosta tuttavia più d'una
volta al vero, alle verità vere ed eterne che tutti riconoscono
e onorano. «La felicità», ammette anch'egli, «non dipende dalle
circostanze esteriori, ma dal modo di apprenderle; un uomo
avvezzo a sopportare il dolore non può essere infelice». E
allora i termini del problema non vanno modificati interamente?
Questo moralista che combatte il male e predica il bene, sa
pure, e lo dichiara anzi espressamente, che, «da secoli,
qualunque cosa lo spirito imparziale getti nella bilancia del
bene e del male, il giogo resta immobile, e ciascun piatto
contiene tanto male quanto bene». E questo riformatore, che
crede di essere egli solo nel vero e nel giusto, fa pure atto
di modestia quando afferma che «ogni pensiero è esatto e falso
ad un tempo: falso, perchè è limitato dalla nostra impotenza ad
abbracciare tutta quanta la verità; esatto, perchè rappresenta
una delle facce del concetto umano».
Tempo fa i giornali riferirono un succoso aneddoto. Una
governante di casa Tolstoi, sapendo di quanta ammirazione e di
quanta curiosità è oggetto il grande scrittore, pubblicò le
memorie del tempo passato presso di lui. E narrò, fra le altre
cose, che il Tolstoi, _vegetariano_ ostinato, incapace di
assaggiare un briciolo delle carni che si servivano in tavola e
che egli chiamava «pezzi di cadaveri», alle volte, spinto dalla
fame che il magro regime non acchetava, si levava di notte,
andava nella sala da pranzo e mangiava nascostamente le fette
di arrosto e le ale di pollo avanzate.... Queste verità
semplici ed umili che gli escono dalla penna dopo le
affermazioni superbe, sono come i suoi pasti notturni: un
omaggio reso all'universale costume degli uomini. E la verità
più semplice, la più modesta, quella con la quale si potrebbe
distruggere tutta la sua dottrina, è che «un sol uomo», come
egli stesso riconosce, «non può agire contrariamente al mondo
intero».