III.

La quale, tuttavia, ritorna sui proprî passi, e fa qualche

concessione. Se lo scopo ultimo, se la mèta estrema della vita

e del mondo è il nulla, il problema della felicità dovrebbe

essere molto semplificato, anzi soppresso. Ma il Tolstoi, o

perchè persuaso egli stesso dell'assurdità di certe sue

affermazioni, o perchè intende distinguere la speculazione pura

dalla morale pratica, indica il mezzo di esser felici.

Per esser felici, secondo la dottrina tolstoiana, bisogna che

si avverino cinque condizioni. La prima è di lasciare le città

e di vivere in comunione con la natura; la seconda è di

lavorare, di lavorare fisicamente, con le braccia, coi sudore

della fronte; la terza è la famiglia; la quarta è il commercio

libero e affettuoso con tutti gli uomini; la quinta è la

salute, e la morte senza malattia. Ora i potenti, i ricchi,

quelli che non lavorano, che abusano della vita, che guardano

dall'alto in basso i loro simili, che vivono nelle metropoli,

che non educano essi medesimi i loro figli, sono infelicissimi.

Viceversa: «povertà è felicità». Se questi giudizî si potessero

accettare alla lettera, che cosa se ne dovrebbe concludere? Che

i potenti, i ricchi, debbono fare compassione, e invece il

Tolstoi li esecra, commiserando poi gli umili e i poveri, che

dovrebbero invece esser degni d'invidia. Ma nè questi giudizî

si possono accettare alla lettera, nè la felicità dipende dalle

condizioni esteriori della vita.

Alto e nobile sempre, il pensiero del filosofo russo è troppo

spesso confuso, contraddittorio e chimerico; abile e vittorioso

nella critica, egli è inefficace, come tutti i critici di

questo mondo, nella ricostruzione; s'accosta tuttavia più d'una

volta al vero, alle verità vere ed eterne che tutti riconoscono

e onorano. «La felicità», ammette anch'egli, «non dipende dalle

circostanze esteriori, ma dal modo di apprenderle; un uomo

avvezzo a sopportare il dolore non può essere infelice». E

allora i termini del problema non vanno modificati interamente?

Questo moralista che combatte il male e predica il bene, sa

pure, e lo dichiara anzi espressamente, che, «da secoli,

qualunque cosa lo spirito imparziale getti nella bilancia del

bene e del male, il giogo resta immobile, e ciascun piatto

contiene tanto male quanto bene». E questo riformatore, che

crede di essere egli solo nel vero e nel giusto, fa pure atto

di modestia quando afferma che «ogni pensiero è esatto e falso

ad un tempo: falso, perchè è limitato dalla nostra impotenza ad

abbracciare tutta quanta la verità; esatto, perchè rappresenta

una delle facce del concetto umano».

Tempo fa i giornali riferirono un succoso aneddoto. Una

governante di casa Tolstoi, sapendo di quanta ammirazione e di

quanta curiosità è oggetto il grande scrittore, pubblicò le

memorie del tempo passato presso di lui. E narrò, fra le altre

cose, che il Tolstoi, _vegetariano_ ostinato, incapace di

assaggiare un briciolo delle carni che si servivano in tavola e

che egli chiamava «pezzi di cadaveri», alle volte, spinto dalla

fame che il magro regime non acchetava, si levava di notte,

andava nella sala da pranzo e mangiava nascostamente le fette

di arrosto e le ale di pollo avanzate.... Queste verità

semplici ed umili che gli escono dalla penna dopo le

affermazioni superbe, sono come i suoi pasti notturni: un

omaggio reso all'universale costume degli uomini. E la verità

più semplice, la più modesta, quella con la quale si potrebbe

distruggere tutta la sua dottrina, è che «un sol uomo», come

egli stesso riconosce, «non può agire contrariamente al mondo

intero».

Il colore del tempo · 第 13 / 86 题