II.

Il Tolstoi si rivolge alla religione di Cristo; non già alle

chiese ufficiali, ma alla vera dottrina cristiana. «Non

solamente non c'è nulla di comune fra le Chiese e il

cristianesimo, eccetto il nome; ma i loro principî sono opposti

ed ostili».

Nei primi secoli egli crede che il cristianesimo fosse puro e

purificasse il genere umano; un migliaio e mezzo di anni ci

hanno fatto indietreggiare. Ancora una volta: dove se ne va

allora il progresso? Il vero insegnamento di Gesù, dice il

Tolstoi, è questo: «non resistere al malvagio»; cioè non

opporgli mai la violenza, ma unicamente l'amore. «Tutta la

dottrina di Gesù ha un solo scopo: dare il regno di Dio agli

uomini, _la pace_». E, certo, alla legge naturale della lotta

per l'esistenza si oppone la legge morale della pace e

dell'amore; ma le due leggi sono tanto discordi e

inconciliabili, che lo stesso Gesù disse: «Il mio regno non è

di questo mondo». Il Tolstoi afferma che il cristianesimo,

nella sua vera significazione, «distrugge lo Stato»; ma il

figlio di Dio non disse anche: «Date a Cesare quel che è di

Cesare»?

Lo Stato, l'ordinamento sociale, secondo il Tolstoi, sono

iniqui, sempre, qualunque cosa facciano, su qualunque

sentimento si fondino. La giustizia è iniqua: il giudice non

esita a imprigionare una vedova e a separarla dai figli, se

costei vende vino senza permesso e froda l'erario di 25 rubli.

I poteri pubblici, tutti quanti, sono altrettanti strumenti di

violenza e d'oppressione: essi debbono sparire, e non già per

cedere il luogo ad altri, ma senza più sostituzione di sorta.

Il patriottismo è una schiavitù, un vestigio cruento di altri

tempi, un pretesto per tenere in piedi gli eserciti, che

servono veramente ai pochi potenti contro i molti oppressi: «i

veri cristiani debbono rifiutarsi al servizio militare». E il

denaro è anch'esso una nuova forma di schiavitù impersonale

sostituita all'antico servaggio individuale.

La scienza e l'arte non si salvano neppure. «Le scienze e le

arti esisterono sempre, e finchè esisterono veramente, furono

necessarie e accessibili a tutti gli uomini. Noi invece

produciamo ora certe cose chiamate arti e scienze; ma si vede

che le nostre produzioni non sono nè necessarie, nè accessibili

agli uomini». Ancora un'altra volta, dunque, il Tolstoi nega

quel progresso che aveva già affermato. Egli bolla anche gli

scienziati, perchè «passano i loro migliori anni a disabituarsi

dalla vita, cioè dal lavoro»; come se passare le intere

giornate al microscopio, al crogiuolo o alla tavola anatomica

sia darsi bel tempo; e come se gli scienziati «veri» possano

coltivare la scienza e zappare la terra tutt'in una volta...

Istupiditi e fossilizzati, i dotti «acquistano una presunzione

che impedisce loro di poter mai tornare alla semplice vita del

lavoro». Ma allora perchè non dire, più brevemente, che quella

passata zappando la terra è la miglior vita, la più degna, la

sola lodevole? Ma no: «la scienza e l'arte sono necessarie

all'uomo quanto il cibo, la bevanda e il vestimento». Intanto

la fisiologia, la psicologia, la biologia, la sociologia non

riescono «se non a mettere il pensatore in contraddizione

perpetua con gli altri e con sè stesso». Ahimè, questo effetto

ha pure la filosofia in generale e il tolstoismo

particolarmente!... «L'attività scientifica e artistica è

feconda solo quando non attribuisce a sè stessa diritti, ma

unicamente doveri». Doveri e diritti non sono invece

correlativi, non vanno insieme, come luce e ombra? Imporre

soltanto doveri non è tanto assurdo quanto pretendere solamente

diritti?

E con la scienza, con l'arte, col denaro, col patriottismo, con

la giustizia, se ne va anche l'amore. Nel sommario della

filosofia tolstoiana compilato dall'Ossip-Lourié è trascurato

un punto essenziale, sono omessi tutti quei luoghi delle opere

del Tolstoi dove questi dice che astenersi dall'amor sessuale è

meglio che amare; che Gesù Cristo istituì il matrimonio, ma gli

preferì la castità, e la predicò e ne diede l'esempio. La

castità, universalmente praticata, porterebbe alla fine del

genere umano; e il Tolstoi non se ne inquieta: anzi ha detto

che, se il genere umano finirà, esso si uniformerà così alla

legge naturale secondo la quale i mondi debbono finire. Il

vuoto, il silenzio, l'immobilità, la morte, il niente è così

l'ultimo termine della sua filosofia.

Il colore del tempo · 第 12 / 86 题