Il Tolstoi si rivolge alla religione di Cristo; non già alle
chiese ufficiali, ma alla vera dottrina cristiana. «Non
solamente non c'è nulla di comune fra le Chiese e il
cristianesimo, eccetto il nome; ma i loro principî sono opposti
ed ostili».
Nei primi secoli egli crede che il cristianesimo fosse puro e
purificasse il genere umano; un migliaio e mezzo di anni ci
hanno fatto indietreggiare. Ancora una volta: dove se ne va
allora il progresso? Il vero insegnamento di Gesù, dice il
Tolstoi, è questo: «non resistere al malvagio»; cioè non
opporgli mai la violenza, ma unicamente l'amore. «Tutta la
dottrina di Gesù ha un solo scopo: dare il regno di Dio agli
uomini, _la pace_». E, certo, alla legge naturale della lotta
per l'esistenza si oppone la legge morale della pace e
dell'amore; ma le due leggi sono tanto discordi e
inconciliabili, che lo stesso Gesù disse: «Il mio regno non è
di questo mondo». Il Tolstoi afferma che il cristianesimo,
nella sua vera significazione, «distrugge lo Stato»; ma il
figlio di Dio non disse anche: «Date a Cesare quel che è di
Cesare»?
Lo Stato, l'ordinamento sociale, secondo il Tolstoi, sono
iniqui, sempre, qualunque cosa facciano, su qualunque
sentimento si fondino. La giustizia è iniqua: il giudice non
esita a imprigionare una vedova e a separarla dai figli, se
costei vende vino senza permesso e froda l'erario di 25 rubli.
I poteri pubblici, tutti quanti, sono altrettanti strumenti di
violenza e d'oppressione: essi debbono sparire, e non già per
cedere il luogo ad altri, ma senza più sostituzione di sorta.
Il patriottismo è una schiavitù, un vestigio cruento di altri
tempi, un pretesto per tenere in piedi gli eserciti, che
servono veramente ai pochi potenti contro i molti oppressi: «i
veri cristiani debbono rifiutarsi al servizio militare». E il
denaro è anch'esso una nuova forma di schiavitù impersonale
sostituita all'antico servaggio individuale.
La scienza e l'arte non si salvano neppure. «Le scienze e le
arti esisterono sempre, e finchè esisterono veramente, furono
necessarie e accessibili a tutti gli uomini. Noi invece
produciamo ora certe cose chiamate arti e scienze; ma si vede
che le nostre produzioni non sono nè necessarie, nè accessibili
agli uomini». Ancora un'altra volta, dunque, il Tolstoi nega
quel progresso che aveva già affermato. Egli bolla anche gli
scienziati, perchè «passano i loro migliori anni a disabituarsi
dalla vita, cioè dal lavoro»; come se passare le intere
giornate al microscopio, al crogiuolo o alla tavola anatomica
sia darsi bel tempo; e come se gli scienziati «veri» possano
coltivare la scienza e zappare la terra tutt'in una volta...
Istupiditi e fossilizzati, i dotti «acquistano una presunzione
che impedisce loro di poter mai tornare alla semplice vita del
lavoro». Ma allora perchè non dire, più brevemente, che quella
passata zappando la terra è la miglior vita, la più degna, la
sola lodevole? Ma no: «la scienza e l'arte sono necessarie
all'uomo quanto il cibo, la bevanda e il vestimento». Intanto
la fisiologia, la psicologia, la biologia, la sociologia non
riescono «se non a mettere il pensatore in contraddizione
perpetua con gli altri e con sè stesso». Ahimè, questo effetto
ha pure la filosofia in generale e il tolstoismo
particolarmente!... «L'attività scientifica e artistica è
feconda solo quando non attribuisce a sè stessa diritti, ma
unicamente doveri». Doveri e diritti non sono invece
correlativi, non vanno insieme, come luce e ombra? Imporre
soltanto doveri non è tanto assurdo quanto pretendere solamente
diritti?
E con la scienza, con l'arte, col denaro, col patriottismo, con
la giustizia, se ne va anche l'amore. Nel sommario della
filosofia tolstoiana compilato dall'Ossip-Lourié è trascurato
un punto essenziale, sono omessi tutti quei luoghi delle opere
del Tolstoi dove questi dice che astenersi dall'amor sessuale è
meglio che amare; che Gesù Cristo istituì il matrimonio, ma gli
preferì la castità, e la predicò e ne diede l'esempio. La
castità, universalmente praticata, porterebbe alla fine del
genere umano; e il Tolstoi non se ne inquieta: anzi ha detto
che, se il genere umano finirà, esso si uniformerà così alla
legge naturale secondo la quale i mondi debbono finire. Il
vuoto, il silenzio, l'immobilità, la morte, il niente è così
l'ultimo termine della sua filosofia.