Uno dei primissimi pensieri della raccolta, il terzo, dice:
«Per intendere il senso della vita bisogna, innanzi tutto, che
essa non sia assurda nè cattiva:--l'intelligenza viene in
seconda linea». Ma il pensiero susseguente è così espresso: «La
vita consiste nella ricerca dell'ignoto e nella subordinazione
dell'azione alle conoscenze nuove»: dove si vede che
l'intelligenza, già in seconda linea, passa improvvisamente in
prima. Un poco più giù, al numero ventuno, si legge: «Il
principio e la fine di tutte le cose risiedono nel cuore
dell'uomo». Ed ecco l'intelligenza cedere ancora una volta il
primo posto.
Passiamo ad un altro punto. Il sesto pensiero dice: «La vera
vita è la vita comune di tutti, non quella di ogni uomo
particolare. Tutti debbono lavorare per la vita altrui». Ma
dopo qualche pagina si trova quest'altro giudizio: «Vi sono gli
Stati, vi sono i popoli, vi è la concezione astratta dell'uomo;
ma l'umanità come concezione concreta non esiste e non può
esistere. L'umanità è una finzione». È lecito pertanto chiedere
se tutti debbono lavorare per una finzione, per una cosa che
non esiste.
E ancora: il settimo pensiero dice: «La vera vita non ha che
vedere col passato, nè con l'avvenire: è quella del momento
presente, e consiste in questo: che ciascuno faccia ora quel
che deve fare». Ma il passato e l'avvenire che, secondo tale
proposizione, non riguardano la vera vita, diventano a un
tratto importanti, perchè (pensiero dodicesimo): «La vera vita
è quella che aggiunge qualche cosa al bene accumulato dalle
generazioni passate, che aumenta questa eredità nel presente e
la trasmette alle generazioni future». Al numero ottantanove
leggiamo anche: «Nè l'uomo nè l'umanità possono tornare
indietro»; ma subito dopo, al numero novanta, è detto che: «Non
si può restare a posto quando il suolo è in movimento: se non
si avanza, s'indietreggia»; e che «gli uomini istruiti dei
nostri tempi trascinano la società indietro, non solo verso lo
stato pagano, ma verso lo stato di barbarie primitivo».
Basteranno questi esempî per dimostrare come la dottrina
tolstoiana non eviti le contraddizioni sciaguratamente comuni a
tutti i sistemi filosofici di questo mondo. Certo, cogliere
contraddizioni fra pensieri staccati è molto facile; ma quando
si colgono negli ordinati ragionamenti non si fa altro che
staccarne i concetti informatori. E considerando tutta quanta
l'opera del pensatore russo, se anche le contraddizioni minori
venissero a mancare, la maggiore, la più grave, resterebbe; ed
è questa: che mentre egli parla in nome del perfezionamento,
del progredimento umano, e dovrebbe pertanto affermare che oggi
si sta meglio di prima; i suoi più acuti strali sono poi
rivolti contro il presente ordine delle società, e il suo
ideale consiste in un ritorno ai sistemi primitivi, già
condannati. «Tutta la storia dell'umanità non è altro che un
graduale passaggio dalla concezione della vita personale e
animale alla concezione sociale, e da questa alla divina». Una
simile certezza dovrebbe essere di conforto grandissimo. Se il
miglioramento, se la purificazione della vita non si opera
tanto presto quanto sarebbe pure desiderabile, la lentezza è
forse una buona ragione per marchiare col ferro rovente tutta
quanta l'umanità? Non le si deve tenere nessun conto dei lunghi
sforzi sostenuti per uscire dalla vita animale?
Invece il Tolstoi non le perdona niente. Gli uomini, dice,
«vivono contrariamente alla coscienza già da lungo tempo». Vuol
dire che prima vivevano meglio? Allora, invece di progredire,
non si torna indietro? Ma siccome, soggiunge, «è impossibile
che l'uomo sia messo senza volerlo in una situazione contraria
alla coscienza», così bisogna dedurne che gli uomini si
apprendono al male volontariamente, deliberatamente. «Perchè il
nostro ordine sociale, contrario alla coscienza degli uomini,
fosse sostituito da un ordine ad essa conforme, bisognerebbe
che la vecchia e logora opinione pubblica desse luogo a
un'opinione giovane e piena di vita». E ancora: «Perchè gli
uomini mutino il loro modo di vivere e di sentire, bisogna che
mutino il loro modo di pensare.» Certo; ma, per pensare in
altro modo, che cosa occorre? Non potrebbe darsi che, tanto per
vivere e sentire, quanto per pensare e giudicare in altro modo,
occorresse semplicemente cambiare tutta la natura umana?
Per agire nella vita secondo «la ragione e la coscienza», come
vuole il Tolstoi, e come infatti si dovrebbe, bisognerebbe che
fra coscienza e ragione vi fosse accordo costante e perfetto;
ora, pur troppo, i dissidî fra le due sono lunghi, gravi e
frequenti. «Il dovere che incombe ad ogni uomo di prender parte
alla lotta contro la natura, per assicurare la propria vita e
l'altrui, sarà sempre il primo». Ciò è innegabile; ma fra la
propria vita e l'altrui, o per lo meno fra l'interesse proprio
e l'altrui, bisogna troppo spesso, e quasi sempre, scegliere; e
per un martire o un eroe, che sacrifica agli altri sè stesso,
milioni e milioni d'uomini procacciano prima d'ogni altra cosa
l'utile proprio; e insomma: alla lotta degli uomini contro la
natura ne succede un'altra: quella degli uomini fra loro. Il
Tolstoi lo sa, lo vede: «Tutta la nostra esistenza è ordinata
in modo che ogni godimento personale si acquista a prezzo di
sofferenze umane». Soltanto, ciò non accade per il capriccio di
pochi, di molti o di tutti; ma è l'effetto di una legge, d'una
necessità, d'una fatalità. E se c'è questa fatale lotta per
l'esistenza, sarà una «menzogna» la disuguaglianza degli
uomini? Poichè una parte degli uomini vince, e l'altra è vinta,
ciò vuol dire che essi non sono eguali; ma alcuni più forti ed
abili, altri più deboli e inabili.
In realtà fra gli uomini vi sono tante differenze, che non se
ne trovano neppure due soli interamente eguali. Ma, se questo è
un fatto innegabile, quantunque negato, è pure un altro fatto,
altrettanto innegabile e negato, che, mentre questi uomini sono
tanto diseguali, sono anche simili del tutto. Simiglianza e
diversità stanno insieme, e poichè sono cose contraddittorie e
incompatibili e reciprocamente lesive, così dal loro contrasto,
dalla loro coesistenza, che sembra assurda, ma che pure è un
fatto, nascono una moltitudine di danni. Chi guarda alla
diseguaglianza afferma la legge della lotta, riconosce il
diritto della forza; chi guarda alla simiglianza sostiene la
legge dell'amore, predica il dovere della solidarietà. Ma
nessuna delle due dottrine, se non tiene conto dei fatti sui
quali riposa la dottrina contraria, è accettabile. Come
conciliarle?