La notte era già innoltrata quando il Re, che era stato raggiunto
dal Duca di Bari e più tardi anche dal generale Brissonetto, tornò
al Castello, ove avea risoluto di fissar dimora: al comparire innanzi
al ponte levatojo, il Castellano, cinto da famigli con torce, si fece
incontro al monarca presentandogli su un bacile d’argento le chiavi.
Il Re entrò; e condotto nell’appartamento per lui destinato, in breve
tutto fu silenzio in quel vasto edifizio. Il sonno scese universalmente
a portare il riposo ai corpi affaticati; e se alcuno vegliava in quelle
ore di quiete, era il giovine duca, Gian-Galeazzo a cui la febbre
ardea le vene, era la giovine duchessa Isabella che vedea addoppiarsi i
proprj mali coll’essere minacciato il padre suo dalle armi del potente
Re di Francia; e fu anche per qualche tempo il generale Brissonetto,
pieno il capo di fantasimi infami, di calunnie, veleni, e tradimenti,
di cui avea recentemente sentite varie storie rispetto all’Italia, e
per cui gli sembrava, e con varj lo disse, che non senza perigli il Re
dimorasse in quel castello.
Il giorno seguente, al levarsi del Re, il Duca di Bari e Beatrice, i
fratelli Sanseverini e varj altri distinti personaggi, non lasciarono
di visitarlo. Udita insieme la santa messa nella cappella sontuosa e
riccamente addobbata del Castello, Lodovico invitò Carlo ad assistere
ad un torneo che dovea aver luogo in una vasta lontana prateria
del parco. Il Re accettò con piacere quest’invito, confacente ad un
principe bellicoso. Nel luogo stabilito per il finto combattimento, un
sontuoso palco era stato innalzato pei distinti personaggi che doveano
assistervi. Intorno intorno al campo girava poi un parapetto che lo
tenesse sgombro; perchè si era lasciato l’adito a molti cittadini
curiosi, di assistere e prender parte ad un divertimento allora assai
gradito. Si cominciò lo spettacolo da alcune giostre; e corsero l’asta
anche varj cavalieri francesi: Galeazzo Sanseverino, al solito, si
distinse in quest’esercizio, avendo rotte più lance e scavalcato più
d’un rivale. In tale congiuntura però la sorte non sempre protesse
il merito più chiaro; e qualche cavaliere stimato dover tornare
vittorioso, fu abbattuto da un rivale oscuro, il cui nome allora corse
di bocca in bocca fra la curiosa moltitudine. Infine si cessò dal
giostrare, ed ebbe luogo una corsa a cavallo, il vincitore della quale
fu premiato con un palio scarlatto: in ultimo vennero introdotte due
schiere di venti cavalieri ciascuna, armati di tutto punto; una era
contraddistinta da una sopravvesta bianca, l’altra l’avea rossa: dopo
varii giri fatti con bell’arte, i due drappelli si incontrarono, e in
simulata guerra si batterono fra loro aspramente; finchè, dopo molte
vicende; la vittoria si dichiarò pei bianchi; con applausi generali
degli spettatori. Chi più si distinse nel conflitto, a giudizio del Re
di Francia, fu premiato con generosità.
Quando il Re fu di ritorno nel Castello, si restrinse un istante con
Lodovico il Moro, e trattò con lui del nuovo prestito promessogli in
danaro. Lodovico disse che già avea dati gli ordini perchè quella somma
da Milano gli fosse mandata, e che la mattina seguente prima che Sua
Maestà partisse alla volta di Piacenza gliela avrebbe sborsata. Il Re,
tranquillo su questo particolare, non pensò più agli affari di cui era
suo costume darsi poca briga; e chiese allora di visitare l’infermo
duca Gian-Galeazzo. Lodovico rimase un po’ contrariato da questo
desiderio: timido come era, paventava che il Re si movesse a pietà di
quel giovine suo parente e della duchessa sua moglie; tanto più che
questa, malgrado i suoi patimenti, conservava ancora una gran parte
della sua avvenenza, cui la mestizia anzi dava per così dire quello
spicco che sempre aggiunge la meditazione a due occhi lucenti e ad un
volto fatto per invitare all’amore. — Ma ricordandosi del favorevole
pronostico del suo astrologo, nè potendo negare al Re ciò che bramava,
si limitò a fargli sentire, che per non pregiudicare all’infermo
nipote la visita avrebbe dovuto esser breve: ogni commozione un po’
forte, nello stato in cui si trovava, osservogli, gli potrebbe essere
dannosa; e solo dalla quiete era a sperarsi quella crisi che salverebbe
il buon Duca da quel periglio in cui pure con suo grande rammarico,
soggiungeva, egli si trova. Se egli morisse, sarebbe una gran disgrazia
per l’Italia: ed a lui perdere sembrerebbe piuttosto in esso un figlio
affezionatissimo, che non un sovrano; poichè tanta bontà ebbe per lui
quel nipote che lo onorava come padre!
Il Re guardò bene in viso a Lodovico allorchè proferì queste parole:
egli, indisposto contro di lui dal Brissonetto, non dubitò che quella
non fosse finissima simulazione; egli si ricordò allora del solo latino
fattogli imparare dal padre suo, gran maestro di finzioni, Lodovico
XI, _Qui nescit simulare nescit regnare_: ma, con suo stupore, nulla
vide ne’ lineamenti di Lodovico che tradisse le sue parole; e il
giovine principe quasi lo credette sincero; non sapendo di quanta
profonda finzione egli fosse capace. Egli l’assicurò, che solo pochi
istanti durata sarebbe la propria visita; e che non avrebbe in modo
alcuno portato il tumulto ne’ sentimenti di quel giovine sventurato,
col rammentargli cosa che lo potesse menomamente turbare; le sue
parole state sarebbero brevi e generali. — Allora Lodovico condusse il
principe alla volta dell’appartamento occupato dal Duca suo nipote: e
Carlo con sè volle venisse anche il proprio medico, Teodoro di Pavia.
Era Gian-Galeazzo cugino germano del Re; perchè entrambo nati da due
sorelle, figlie di Lodovico II duca di Savoia: avvertito della venuta
di Carlo, egli a stento si alzò a sedere sul ricco suo letto; onde,
ammesso Carlo, questi potè appieno contemplare quel volto livido e
sparuto, cui la malattia crudele di che era aggravato andava di dì in
dì rendendo ognora più scarno e languente. Il vigor degli sguardi era
scomparso; le labbra vedevansi dai denti informate; le orbite degli
occhi sembravano di una grossezza straordinaria, pel dimagramento
estremo delle sparute guancie; e i capegli, rari, dinotavano già
apparsi anche gli estremi segni della etisia che lo divorava. — Il Re
commosso a lui si avvicinò.
— Cugino, gli disse, quanto volontieri vi vedo; ma mi spiace, che la
vostra malattia mi tolga di potervi godere più a lungo!
Gian-Galeazzo stese la mano al Re; e, con difficoltà traendo dal petto
il respiro, gli disse:
— Vi sono grato, o Sire!
Lodovico Sforza, accostandosi al nipote, gli chiese dolcemente: Come vi
sentite, Illustrissimo Duca?
— Male, mio zio; male! rispose il giovine, a stento parlando, ed
alzando su lui due occhi spenti d’ogni fulgore!
— Fatevi coraggio, replicò allora Carlo; supererete, tutti lo sperano,
quel morbo che ora vi molesta; la vostra gioventù ve ne deve dare le
più fondate lusinghe.
Gian-Galeazzo dimenò la testa; dando così segno che egli non ne era
persuaso.
— Non vi smarrite di spirito, cugino caro, proseguì il Re; il coraggio
è la medicina più valida: non lasciatevi morire per abbattimento;
credetemi, il vostro pericolo non è ancora sì grave come stimate. — Ma
io non voglio disturbarvi di più: voi avete bisogno di riposo.
Gian-Galeazzo stese la mano al Re di bel nuovo; e presa quella di Carlo
che gliela porse, a sè con lieve sforzo lo tirò. Il Re secondò quel
debole movimento. — Ho tre figli; un maschio di quattro anni e due
femmine di età ancor minore, disse il Duca: se muojo, li raccomando a
voi, cugino: mi promettete di far loro da padre? L’unica consolazione
che dar mi possiate in questo momento, è di promettermelo! Vi
raccomando altresì l’infelice mia moglie!
— Ben di cuore, cugino, ben di cuore; state su ciò tranquillo: ma non
disperate della vostra guarigione! rispose Carlo alquanto impietosito.
In questo, entrò nella camera la duchessa Isabella; che avvertita della
visita del Re, tosto si affrettò di accorrere per parlargli: essa tenea
per mano il suo piccolo bamboletto. La dolente si prostrò innanzi alle
ginocchia di Carlo; e gli presentò il figliuoletto tutto scosso dalla
novità di quella scena.
— Alzatevi, Duchessa: or che fate voi! sclamò Carlo; cui lievemente
commosse quell’atto pietoso, e la beltà non ordinaria di Isabella!
— Ah, no, a me si conviene questa posizione umile e di dolore! O Sire,
abbiate pietà di noi: io vi prego, perchè ci siate favorevole; perchè
non solo abbiate a cuore gli interessi di questo infelice fanciullo e
del di lui genitore, ma ancora siate generoso col padre mio e colla mia
famiglia, a cui so voi movete la guerra!
— Signora, disse il Re, le cose sono troppo ora innoltrate perchè
possa seguir pace fra me e il Re di Napoli: però, assicuratevi che
esso in Carlo, quando il cielo mi dia la vittoria come spero, troverà
un nemico nobile e generoso! — E così detto, rialzò la afflitta donna;
e prendendo commiato, si ritirò. — Lodovico il Moro allora respirò
dell’ottimo esito che ebbe quella visita! — Il Re interrogò di poi
il proprio medico Teodoro di Pavia, il quale non avea lasciato di
esaminare durante la visita del Re l’infermo duca; e fremendo da lui
intese, che quel giovine principe non potea ancora vivere che qualche
giorno, e che v’era più d’un indizio che attestava che un veleno
lento andava conducendolo alla tomba. Ciò fece una viva impressione
sull’animo del Re; a cui parve allora quasi di trovarsi insidiato egli
stesso in quel castello. Ma dopo, tanti erano i segni di cordiale
amicizia che gli dava Lodovico; che quel principe leggero, in mezzo
alla gioja del circolo brillante di dame e cavalieri fra cui passò,
dimenticò quasi affatto la luttuosa scena a cui era stato presente.
Dopo un pranzo sontuosissimo che venne apparecchiato nel Castello; ed
in cui di nuovo la musica, la danza, la poesia, e il vino soprattutto,
concorsero a rallegrare il Re e cancellare interamente l’impressione
dolorosa ricevuta la mattina nel cuor suo, non troppo fatto pel nobile
sentimento della pietà, sebbene non fosse nè d’animo duro nè spoglio
di bontà; dopo il pranzo, dico, lo si fece assistere ad un breve
spettacolo teatrale, che si era apparecchiato per festeggiarlo: era
questo un’azione mitologica, e precisamente la rappresentazione della
vita di Ercole: adulavasi con essa smaccatamente il Re; cui di quando
in quando gli attori al semidio paragonavano. L’apoteosi di Ercole
ricordava a Carlo la lode immortale che lo attendeva, dopo le geste
luminose che egli in quel tempo nell’animo suo vago di gloria avea
meditate. — Più tardi, fece una partita di palla, gioco allora assai
usitato, e caro al Re di Francia.
Infine, venuta la sera, il Re assistette ad un ballo apprestatogli
nel Palazzo della città; ove convennero avvenenti dame di Milano e di
Pavia. Il Re con varie danzò, e con alcuna si trattenne in colloqui
famigliari; obbliando anche spesso, come gli soleva intervenire,
la regia dignità. Si vide in quell’occasione, che i suoi più intimi
cortigiani con lui trattavano famigliarmente, nè egli con essi riteneva
sussieguo o impero alcuno. Lodovico il Moro lo volle qualche volta
impegnare in serj discorsi di stato; ma il Re sempre li troncò, avido
invece di piaceri: onde il Duca di Bari si confermò sempre più, che il
Re di Francia era su tal proposito molto spensierato. Il Re si divertì
assai quella sera; ma dovendo il giorno dopo continuare il suo viaggio,
e preoccupato da altre idee, dopo alcune ore lasciò la festa; che
subito languì, e non tardò molto a finire.
Il Re, ritiratosi nel Castello, e passato nelle sue stanze, stette
in conferenza col suo senescalco, il quale andò e tornò più volte:
sembrava che di alcun affare misterioso fra loro si trattasse. Il
Re mostrava dell’impazienza: infine una notizia favorevole venne a
rallegrarlo. Alcune parole del suo favorito lo posero di buon umore; e
con lui in colloquio intimo e vivo si strinse, appoggiato alla soglia
di una finestra che guardava nel parco al castello unito, cui una notte
serena vestiva dell’ombra sua sentimentale.
Frattanto in mezzo al tripudio generale due cuori palpitavano pieni
di dolore; ed erano quelli della giovine duchessa Isabella che sì
poco frutto si accorgeva d’aver fatto presso il Re, di cui accusava
l’insensibilità; e quello della sua affezionata ancella, la tenera
Carolina, in cui sempre trovavano un eco i sospiri della sua sovrana.
Mentre tanti petti si aprivano ad una gioja romorosa, esse angosciose
non faceano che rivolgere per la mente triste immagini di dolore, ed
accrescere il numero de’ loro lugubri presentimenti. Così per loro
trascorse buona parte della notte; e già era vicina la metà di questa,
allorchè sull’infelice Isabella scese finalmente un sonno pietoso a por
tregua a’ suoi lamenti. — Allora anche Carolina si ritirò nella stanza,
che assegnata le si era poche ore avanti, per quella notte; stante il
trambusto, così le si disse, recato dai nuovi ospiti nel castello.
Poichè chiusa ebbe la porta della sua cameretta, ella si gittò su un
inginocchiatojo! Ma per chi sì a lungo prega quell’angelo, allorchè
tanto bisogno pure prova di un riposo che allevii gli spasimi del
suo cuore compassionevole! — Ah ella vorrebbe piegare il destino, un
destino crudele, inesorabile, intorno alla sorte del giovine duca e
della di lui addolorata consorte!
Ma ad un lieve romore come di cardine che strida, ella trasale; si
volge indietro interrotta nella fervida sua preghiera, e vede da una
porta ascosa sotto la tappezzeria comparirgli dinanzi in abito succinto
il Re di Francia. — Ella rimase interdetta e trasognata: egli chiuse la
porta, e a lei si accostò. Il libertino adocchiata l’avea, portandosi
dal Duca per visitarlo; la notò; ne parlò col suo siniscalco, e ben
tosto si combinò fra lui e i cortigiani di Lodovico di mutar di camera
Carolina, per metterla a disposizione del Re, che di essa s’era acceso
d’una di quelle fiamme che nascevano in lui ardenti un giorno per
essere spente ed obbliate colla seconda aurora.
— Gentile fanciulla, le disse accostandosele, non gradirai tu una
testimonianza di amore dal monarca di un Regno sì splendido come è la
Francia!
Carolina nulla rispose; ma si gittò alle sue ginocchia, e gli abbracciò
i suoi piedi!
— Via, mia bella, che è questo pianto! quante donne non andrebbero
superbe di quel favore che io ti offro! Via, fa cuore; non si macchia
colei che si piega alle voglie di un principe così possente qual io mi
sono!
— Sire, disse Carolina, ricusando di alzarsi dal suo supplichevole
atteggiamento; per quella madre casta che vi generò, per l’amore che
recate alla vedovata vostra consorte, per ciò che avete più caro
al mondo, per la immacolata Vergine, vi prego, non calpestate una
innocente creatura, che essendo in vostra balìa osa però sperare non le
verrà meno la vostra vantata umanità.
— Per bacco! tu mi commovi, mia bella! Ebbene..., io ti mostrerò,
che il mio amore per te è di assai cresciuto in questo momento...;
poichè io rispetterò i tuoi virtuosi sentimenti! Or, ricevi in segno
della mia stima quest’anello! — E così dicendo si trasse dal dito per
presentarglielo un ricchissimo anello di diamanti.
— No, Sire, la vostra bontà non ha bisogno di oggetti sensibili che
me la tengano presente; il trionfo che or riportate su voi stesso mi
ispira per voi tale stima, che non si potrà in me cancellare giammai:
questo dono che io da voi accettassi, credetemi, sarebbe un testimonio
troppo infedele di ciò che accadde in questa notte, per me a un tempo
terribile e memoranda!
— Stefano di Vers! gridò il Re al suo ministro che non tardò a
comparire: sii testimonio, che la virtù di questa fanciulla mi ha fatto
arrossire! Mentì colui che tutte corrotte ci fece credere le donne
d’Italia! — Mia buona e saggia fanciulla, addio! — E il Re si ritirò.
Carolina, spaventata, corse presso la camera della Duchessa; e quivi
chiusasi passò quella notte, tutta conturbata, su una seggiola a
bracciuoli; ove, dopo alquante ore di veglia angosciosa, un breve sonno
scese a tranquillare un istante i suoi spiriti agitati, per lasciarla
coll’aurora. — Il giorno dopo, il Re di buon mattino abbandonò il
Castello di Pavia. Lodovico, che gli sborsò una somma come promesso gli
avea, partì con lui alla volta di Piacenza!
Cap. XVII.