Allorchè il generale Brissonetto ebbe munito il castello delle genti
del Re; e si fu assicurato che facevansi premurosamente tutti i
preparativi per riceverlo, ed erano stati dati ordini al castellano
perchè le chiavi ponesse a disposizione del Re di Francia; egli più
nessun pensiero si diede di ciò; ma, prendendo il Corio per braccio,
gli disse: Il signor d’Argentone scrisse ad alcuno de’ nostri che voi
assai bene l’istruiste sulle cose di Milano e che siete un bell’ingegno
che anche di presente attendete a stendere la storia della vostra
patria. Di grazia, lasciando il rumore che ora circonda il Re, vogliate
in questo bel parco meco passeggiare un’ora, e narrarmi con qual arte
il signor Lodovico, la cui astuzia tanto si cita, seppe far cadere
l’accreditato ministro Cicco Simonetta, e poi salire a quell’alto posto
di potere per cui ora il suo signore stesso padroneggia.
Corio fu lusingato dalla lode meritata, il cui suono sempre dolce al
nostro orecchio perviene: egli ringraziò l’illustre personaggio che
tanto lo lusingava; e si disse disposto a compiacerlo, per quanto
potesse valere l’incolto suo ingegno. Essi trovavansi allora in quel
parco delizioso sì celebre a que’ tempi, pei frutti, e gli animali di
tante specie, che racchiudeva; per alberi già cresciuti a bellissime
dimensioni; per la disposizione artistica di verdi ajuole, di cespugli
in mille modi fra loro diversi, e di ruscelli, di bacini d’acqua,
di fiori, che in cento guise ne variavano la scena. Il cielo sereno
compiva quel quadro delizioso; e una leggier’aura sospirando, sembrava
disporre al melanconico racconto che allora il nostro storico milanese,
non senza suo diletto, imprendeva a fare all’ospite di Francia. In quel
momento Corio non sentivasi troppo ben disposto verso di Lodovico,
considerando la venuta de’ Francesi siccome una punizione celeste
per l’Italia; nè era poi ai francesi avverso, non riguardandoli egli
che come uno strumento di dio. Così portavanlo a pensare le idee
religiose de’ tempi! Egli ancora non senza dolor vedeva il giovane duca
Gian-Galeazzo spinto a morire da una malattia, che agli occhi suoi,
come di tant’altri, non era senza alcun sospetto di veleno.
— Signore, se io avessi minutamente a raccontarvi le cose degne
di passare ai posteri, che accaddero intorno al soggetto su cui mi
interpellate, non che un’ora o due mal basterebbe a noi l’intera notte.
Per appagare quindi le vostra brama, io sarò breve; e non toccherò che
i sommi capi del gran dramma, lo scioglimento del quale ancora non
si vede, ma sembra vicino ad accadere. Morto il duca Galeazzo Maria
per mano de’ congiurati, subito si levarono i ponti del Castello di
Milano; e, gridato il nome di Gian-Galeazzo suo figlio come vero duca,
si abolirono le nuove gabelle dall’estinto imposte, e fu confermato
general segretario Cicco Simonetta, il quale già fin dai tempi di
Francesco Sforza era alla testa degli affari. Indi si ordinarono due
Senati; uno, stabilito nella Corte dell’Arengo, ossia vecchio palazzo
ducale, e composto di patrizi ed altri i quali amministrassero le cose
civili, si disse _Consiglio di Giustizia_; l’altro, che _Consiglio
di Stato_ si chiamò, adunavasi entro il Castello, e trattava delle
cose di stato. Tutrice e reggente del figlio venne eletta la duchessa
vedova, Bona di Savoia; donna di cuore eccellente, di indole soave, e
che all’uopo non mancava anche di fermezza e coraggio; i suoi costumi
fino a quel punto erano stati superiori ad ogni censura; e credo che,
se di poi vacillò in forza d’una passione, non cadde però giammai
interamente, nè calpestò per feminil debolezza i proprj principali
doveri; ora poi essa mena una vita irriprensibile, fra le pratiche di
una fervorosa divozione. E certamente stabilite le cose nel modo in
cui furono, il Ducato avrebbe goduto di una perfetta tranquillità; ma
disgraziatamente il fanciulletto principe avea zii ambiziosi ed avidi
di potere, i quali tutto in breve vennero a conturbare.
Questi erano Sforza Maria già stato dal Re di Napoli creato Duca
di Bari, e Lodovico che diciamo il Moro. Relegati in Francia, da
alcuni mesi, perchè scoperta una loro trama, tornavano alla morte
del fratello a Milano; e malcontenti che loro si negasse accordar
ingerenza negli affari, tramavano di bel nuovo, e meritavansi nuovo
bando. Sorgeva quindi guerra fra i Fiorentini da una parte, il Papa e
il Re di Napoli dall’altra; e avendo il nostro Duca mandati ajuti ai
primi, il Re di Napoli gli fece ribellar Genova, animò gli Svizzeri
ad eseguire un’irruzione in Lombardia, e per ultimo istigò il Duca di
Bari e Lodovico Sforza a tornare in Milano e deprimervi il Simonetta;
ed essendo morto il Duca di Bari, Lodovico che ebbe il suo ducato, a
malgrado della pace che allora si era conclusa, ajutato da Roberto
Sanseverino, pensò a proseguire il suo disegno; e, trovato modo
di aver per tradimento Tortona, riescì anche con secreti maneggi a
riconciliarsi colla Reggente.
Chi particolarmente persuase la Duchessa a riconciliarsi con Lodovico,
fu Antonio Tassino ferrarese di lei cameriere favorito. Quella donna
si lasciava da quest’uomo guidare, spinta da un affetto prepotente.
Era Tassino giovine di bei modi, aggraziato, elegante. Prevalendosi del
favore di Bona, egli tendeva ad elevarsi ed acquistar potere: Simonetta
con tutte le sue forze s’ingegnava di deprimerlo e tenerlo basso: egli
facea il dover suo; ma Tassino gli divenne capitale nemico. Roberto
Sanseverino impetrò il favore di questo Tassino per sè e pel Duca di
Bari, con una lettera; ed egli si impegnò in loro vantaggio presso
la Reggente; mostrandole, di concerto con tutti i Ghibellini, che tal
riconciliazione era desiderata dai popoli, i quali stanchi della guerra
gravosa vedeano nel cambiamento una speranza di maggiore tranquillità.
La Duchessa, che nulla sapea negare al suo diletto cameriere, e che
anche fu persuasa dalle ragioni addottele, richiamò il Duca di Bari,
ed appresso il Sanseverino. Lodovico comparve quindi nel Castello,
inaspettato da tutti coloro che non sapeano l’accordo; e Simonetta ne
fu informato solo dagli applausi dei Ghibellini che eccheggiarono per
Milano alla sua venuta. Questo vecchio allora misurò d’uno sguardo
profetico tutto l’avvenire, per sè e per la incauta Duchessa; e
recatosi alla stanza di Bona, le disse: «Eccellenza Illustrissima, voi
cessaste, me ne avveggo, d’avere in me confidenza; ma io vi darò un
saggio estremo della mia accortezza: sappiate adunque, che, ora che il
Duca di Bari è qui giunto, io perderò la vita, ma voi ancora perderete
in breve lo stato.» — E così fu.
Tuttavia il principale autore della morte di Simonetta non fu Lodovico;
di sua natura, veramente, moderato, ed alieno dalla crudeltà: ma furono
gli altri suoi nemici. Le sette ostili de’ Guelfi e de’ Ghibellini,
che tanto sangue sparsero per l’addietro, erano state compresse
saviamente dai migliori de’ Visconti; i quali per altro d’ordinario
erano considerati del partito ghibellino, che, come sapete, un tempo
era quello dell’Impero. Ma gli Sforza, succeduti nel ducato contro la
volontà imperiale, consideravansi ed erano di partito guelfo: or, col
cambiamento che evidentemente rovinava lo stato di cose attuale, i
Ghibellini vedevano lucer la speranza di rialzare la loro autorità e
riprendere la antica influenza: essi quindi favorirono il ritorno di
Lodovico; e precipitarono dipoi la caduta del fedele Simonetta, che da
Lodovico, come pare, stato sarebbe risparmiato.
Infatti allora tutti i capi della fazione Ghibellina amici del Duca di
Bari e del Sanseverino, assediarono la Duchessa reggente, mostrandole,
che Cicco era il solo ostacolo che si opponesse alla tranquillità
dello stato; e che, se egli si manteneva nel posto eminente su che
trovavasi, la guerra civile era inevitabile. Essi, timorosi che
Lodovico col Simonetta si accordasse a loro danno, presero anche le
armi, e fecero sentire al Duca di Bari, che nato sarebbe tumulto se
il Simonetta non davasi loro nelle mani. I Guelfi bensì anch’essi
prendean le armi allora, e si mostravano dispostissimi a far loro aspro
riscontro: ma Lodovico paventò tale scissura; cedette al desiderio de’
suoi partigiani; e fin d’allora determinò sacrificar loro, innocente
vittima, il fedele ministro, tanto più che anche il Sanseverino facea
vive istanze perchè questo si deponesse, senza di che mal sicuro egli
diceva stimar sè in Milano dove era richiamato. Allora la Duchessa,
persuasa, cedette; e ai 10 di settembre segnò il decreto dell’arresto
di quell’antico suo servidore. Veniva quindi a Milano il Sanseverino;
e il Duca di Bari entrava in luogo di Cicco, e cominciava a distribuire
cariche ed onori a’ suoi amici.
Cicco e Giovanni suo fratello vennero chiusi in questo castello di
Pavia, nel settembre del 1479; Orfeo da Ricano, e Antonio figliuolo
di Cicco, furono mandati nel forte di Trezzo. Cresceva poi ogni dì
più l’autorità del Duca di Bari; ma contemporaneamente ancora ogni
dì più se ne arrogava il Tassino. La duchessa, di que’ tempi, poco
si curava delle faccende; essa attendeva solo a’ suoi piaceri, del
Tassino invaghita: invano ambasciatori del Duca d’Austria pregarono per
la liberazione di Cicco, nel febbrajo del 1480; la morte del vecchio
settuagenario venne risoluta; e in agosto la Duchessa con una sua
lettera ordinò a Bertino Colli capitano di giustizia, assistito da
Filippo Aliprandi e Teodoro Piatti giureconsulti, e Francesco Bolla
causidico, tutti suoi nemici, di istituire il processo del decaduto
ministro. Accuse enormi, ma evidentemente false, furono messe in campo
contro di lui: d’aver spesso contro innocenti usato il ferro e il
veleno; di aver mantenuta la guerra; di aver tentato di farsi principe
di Lombardia, oltre molte altre colpe: venne torturato più volte senza
risparmio; e finalmente, terminato un informe processo, fu condannato
nel capo. Il penultimo giorno di ottobre fu l’ultimo dì di quel
ministro fedele, che con tutto lo zelo avea tanti anni vegliato per la
causa de’ suoi principi. La sua testa, venerabile per canizie, cadde
sotto il ferro del carnefice su quel rivellino che ci sta davanti gli
occhi. Egli era allora infermo di gotta; e se i suoi nemici l’avessero
risparmiato, non gli avrebbe di certo nojati con una troppo lunga
esistenza! Così fu compiuta la vendetta de’ suoi nemici! — Giovanni
suo fratello, eccellente e come uomo e come scrittore, fu relegato a
Vercelli.
Ma poichè l’infamia della morte del fedele Simonetta fu di tal modo
lasciata ricadere sulla debole ed ingannata Duchessa e i di lui giudici
malvagi, si pensò anche ad abbassare il Tassino, che scandalosamente
allora omai d’ogni cosa disponeva. L’innamorata Duchessa, senza badare
quasi alle cose dello stato che l’annojavano, non attendeva che ad
arricchire il suo cameriere prediletto; ed egli per la città spesso in
groppa venia portandola dimesticamente; e non faceansi tutto il dì che
feste e danze: Lodovico e Sanseverino, che ciò da principio vedevano di
buon occhio, aveano anche dato per maggior comodità al Tassino alloggio
presso alle stanze di Bona. Ma il Tassino delle ricchezze ond’era
colmato non andò pago: egli cresceva ogni ora più in alterigia; e per
l’autorità che gli concedeva la Reggente, rivocava stoltamente gli
ordini del Consiglio a suo capriccio, toglieva e distribuiva gli uffizj
a chi più gli piaceva, riformava le guardie e componevale di persone
disposte ad ubbidirgli; e perchè il Castello omai da lui dipendeva,
tranne solo la rôcca, la quale però potea all’uopo a tutto il castello
dar legge, egli importunava la Duchessa perchè essa rôcca al proprio
padre Gabriele concedesse, togliendola a Filippo Eustacchio che era il
castellano a cui dal morto Duca era stata consegnata.
La Reggente stava anche in ciò per compiacerlo; ma Filippo Eustacchio
allora dichiarò, che per una promessa fatta al morto Duca ei non mai
avrebbe ad altri la rôcca consegnata tranne che a Gian-Galeazzo fatto
d’età maggiore. La Duchessa minacciò di dichiararlo ribelle; ma invano:
il castellano anzi, consultatosi con Palavicino de’ Palavicini zio del
giovinetto principe, questo nella rôcca condusse il dì 7 di ottobre
del 1480, dichiarando che ciò facea per assicurarlo contro le trame di
Gabriele Tassino. Fremette la Duchessa; ma non potè ridire sul fatto;
ed anzi, essendosele presentata in nome del Duca una carta con che
esigevasi, in termini rispettosi sì ma risoluti, che i Tassini fossero
banditi, ella dovette, avvedendosi che vana sarebbe la resistenza,
segnare il decreto di esiglio dell’amante e del di lui padre.
Allora il Duca di Bari prese egli, in sostanza, le redini del governo.
Dal canto suo, Bona, priva vedendosi di Antonio Tassino che formava
le delizie della sua vita, e trovandosi umiliata per la separazione
del figlio e pel potere che ogni dì più arrogavasi il Duca di Bari,
dichiarò di voler dimettersi dalla tutela: fu pregata dal figlio a non
far ciò, e per qualche tempo soprasedette; ma finalmente, essendosi
messo a morte il Simonetta, Lodovico non lasciò, facendo rinnovar la
corte della Duchessa, di recarle nuova offesa; tanto che essa, oltre
modo sdegnata, rinunziò alla tutela. Si accettò allora la rinunzia;
assegnandosele però una pingue pensione di venticinque mila annui
ducati, e per dimora il Castello e il luogo di Abiategrasso. Partita
lei, il Duca elesse per suo tutore Lodovico; e Bartolommeo Calchi
sostituissi presso quest’ultimo in luogo del Simonetta.
Così il Duca di Bari pervenne alla tutela e al governo che desiderava:
egli però, conviene confessarlo, fece buon uso del potere; e non
solo non lasciò alzare il capo ai Ghibellini, che speravano poterlo
fare sotto di lui; ma nemmeno lasciò crescere audacia al suo antico
collega Sanseverino, che divenne suo mortale nemico: e invano poi si
cospirò contro di lui. Lodovico fece molte cose per far fiorire Milano,
abbellirla, ingentilirla; ma traendo a sè ogni autorità e forza, agì in
modo che il nipote, anche uscito di minore età, non valse ad avvocare
a sè le redini dello stato; di che, per vero dire, egli non mai mostrò
vivo desiderio, sebbene ardentemente a ciò aspirasse la di lui moglie.
L’ultimo colpo fatto dal Duca di Bari per assicurare la propria
potenza, fu di tôrre il Castello di Milano al suo castellano Filippo
Eustacchio, tosto che s’avvide che Isabella moglie del Duca avrebbe
desiderato il potere. Ciò avvenne nel 1489.
Chi è padrone del Castello di Milano è padrone anche della città;
e questa trae seco il restante dello stato. Ciò considerando, il
Duca di Bari fece credere al nipote che quel castellano cospirasse
a favore dell’Imperatore: e lo indusse a uscir seco, a fine di farlo
prigioniero; giacchè Filippo Eustacchio mai non abbandonava la rôcca.
Così fece Gian-Galeazzo; e collo zio tornando al Castello, quando il
Castellano venne sul ponte levatoio scortato da molti soldati per
fargli riverenza e introdurlo, il Duca fermossi alquanto fuori del
ponte, onde il Castellano fu costretto farsi avanti uno o due passi
per baciargli la mano: or, mentre ciò facea, venne afferrato da due de’
figli di Roberto Sanseverino che sotto il Duca aveano preso servizio; e
così fu tenuto stretto. I suoi soldati alzavano bensì con prestezza il
ponte; ma il Duca di Bari, fatta accendere una candela, loro dichiarò,
che se non cedevano il Castello prima che fosse consunta, egli a tutti
loro avrebbe fatto troncare la testa: onde a quella minaccia impauriti
gli diedero la fortezza nelle mani. Il Castellano fu processato;
furono imprigionati alcuni tedeschi come mediatori del trattato da
lui intavolato, ma poi vennero rilasciati; e anche Filippo Eustacchio,
dopo alquanto di prigionia, trovò grazia, in considerazione dei suoi
precedenti servigi. Ma forse la congiura fu supposta dal Duca di
Bari, per ottenere il suo intento, che era di porre un castellano a sè
ligio nella rôcca; come fece. Nè poi tardò ad avocare a sè ogni cosa,
cioè governo, fortezze, armi e tesoro: ed ora chiamò il vostro Re per
opporlo ai parenti della Duchessa, perchè lo voleano spogliare della
sua autorità.
Il Brissonetto udì con molta attenzione il racconto del fedele storico;
ed esclamò in fine: Gran briccone questo signor Lodovico: e il Re tanto
se ne fida! — Ma andiamo, mio amico, incontro a Sua Maestà, che ora
indubitatamente sarà per giugnere al Castello.
Capo XVI.