Trascorsi alcuni giorni che il Re di Francia ebbe lasciata Pavia, il
Castello di questa città, che poco prima era stato testimonio di gioie
romorose, risuonò tutto di singulti e di pianti. Il giovane duca era
allora omai giunto agli estremi della sua vita. Bona di Savoja sua
madre era accorsa da Abiategrasso; sebbene già le afflizioni e la
austerità, in che passava la vita dopo che ebbe perduta la reggenza,
avessero assai logorata la sua salute. Vittima ella stessa un tempo
dell’ambizione di Lodovico, essa veniva a piangere su un’altra vittima,
come credevasi, di quella stessa malefica passione, che spinge a
crudeltà anche anime mansuete che natura a tutt’altro scopo sembra aver
destinate. Povera madre! ella dovea essere testimonia della morte di
un figlio che essa amava, che di carattere dolce e rimesso tanti segni
dati aveale di rispetto e di affezione! Per lei natura invertiva le sue
leggi; e colui che destinato era a chiudere a lei, già avanti in età,
gli occhi di morte gravati, quegli da essa aspettava ora quest’uffizio
di pietà sì doloroso!
Ermes Visconti fratello del Duca era anch’esso accorso, per assistere
a quella scena desolante. Il giovinetto sospirava per l’immaturo
fato d’un fratello che amava! Ingannato dalle arti di Lodovico,
egli non potea capacitarsi che il veleno avesse consunta la vita di
Gian-Galeazzo; ma un terrore indefinito però nel contemplarlo morente
scorrevagli per le vene: sembrava presago di nuove sciagure per sè
stesso. — Ma tuttavia il suo terrore era fallace: il Duca di Bari, di
indole benigna, era alieno dal sangue; ed una vittima già di troppo
pesava sulla sua coscienza!
Ma il dolore, cupo nella madre, vago e frenato nel fratello del duca,
non trovava omai più freno nella giovine sua sposa. Isabella, quasi
fuori di sè, stava sospesa con angoscia mortale sul letto del marito
agonizzante; notava tutti i cambiamenti che succedevano in quella
fronte pallida e bagnata di freddo sudore; tremando, misurava il
respiro del morente, che ognora più andava facendosi affannoso; e
finalmente allorchè il Duca, chiedendo il crocifisso che gli si era
posto sul guanciale, baciandolo esalò sull’immagine di quella venerabil
vittima della umana scelleratezza l’ultimo alito di una vita cui la
scelleratezza umana pure troncava; la miseranda Isabella mise un acuto
grido di disperazione; ed a tal segnale tutto fu un pianto clamoroso
in quella stanza: pianto che di là si diffuse in breve per tutto il
castello, ove persona non era che non amasse il buon Duca: nè quivi si
restrinse, ma trovò pure molti echi nella città di Pavia, che conosceva
quanto indegno di quella morte immatura fosse il giovinetto che vi era
stato spinto; e ne trovò in Milano, ove pure deploravasi la sciagura
di quel principe, che nel fiore dell’età e senza colpa alcuna, ma
anzi svegliando tutte le simpatie che mai non lasciano di ispirare gli
oppressi, da una morte crudele era tolto alle braccia di una consorte
infelice che vivamente lo amava, ai figli ancora teneri, ad una madre
a cui la sciagura novella troncato avrebbe quella vita che solo a un
debil filo ancora si atteneva!
Frattanto la notizia che il duca Gian-Galeazzo toccava omai gli estremi
della sua vita era pervenuta a Piacenza, al Re di Francia ed al Duca di
Bari: questi tosto chiese al Re licenza di accorrere per assistere il
nipote; promettendo però di tornare, subito che questo fosse spirato.
Ma strada facendo, egli seppe da un nunzio novello, che Gian-Galeazzo
più non esisteva, e che l’anima sua era volata santamente a ricevere il
premio delle proprie virtù. Allora il Duca di Bari cangiò direzione; e
ratto recossi a Milano; ordinando che il corpo del nipote infelice in
questa città venisse recato, per essere sepolto in Duomo cogli onori
solenni che competevansi al suo grado eminente.
Giunto poi egli stesso in questa città, e stando tuttavia nel maggior
tempio esposto il corpo di Gian-Galeazzo vestito delle insegne ducali,
si accinse all’ultima scena di quel dramma cui avea tanto avanzato
la sua simulazione. Convocati entro il Castello Giovio i primati
della città, fra i quali erano molti ghibellini suoi aderenti, loro
propose, si passasse a creare il nuovo duca; e soggiunse che Francesco
Sforza figliuolo del morto principe pareva conveniente che al padre
succedesse. I suoi partigiani però, con ragioni in parte vere, lo
contraddissero.
Osservò Antonio Landriano, che essendo stata la Lombardia tanto bene
retta dal Duca di Bari, pareva che in quel tempo pericoloso in cui le
armi francesi scorrevano l’Italia, altra mano non dovesse reggerne il
freno se non se quella che fin allora l’avea governata. Che sarebbe mai
per essere di Milano, se un accidente qualunque l’avesse a privar ora
della sagacità di un personaggio tanto avveduto e prudente come era il
Duca di Bari! Assolutamente, concludea, non doversi correr il rischio
di novità che potrebbero riescire allo stato fatali!
Nessuno osò contraddire a tali osservazioni, che pure erano vere:
Galeazzo Visconti e Baldassare Pusterla anzi le applaudirono
grandemente.
— Ma io non amo che si pregiudichino i diritti del figlio di mio
nipote, osservò il Moro con finta modestia; e il peso dello stato
ancora me spaventa!
Allora sorse Gian-Andrea Cagnola celebre giureconsulto, e fece notare,
che gli Sforza non aveano già avuto il ducato dall’Impero, che loro
avea sempre negato sue investiture (non si conosceva dal pubblico
ancora l’investitura poc’anzi concessa dal Re de’ Romani a Lodovico
il Moro); ma lo aveano bensì avuto dalla libera voce del popolo: che
da questo popolo adunque emanando il diritto che i principi di tal
famiglia serbato aveano, potea esso popolo, massime in vista di tanta
necessità, scegliersi quel signore che più gli sembrava opportuno.
Egli osservò ancora, che una specie di diritto al trono ducale serbava
Lodovico; poichè nato da Francesco Sforza eletto signore di Milano,
laddove Galeazzo Maria era dal padre stato avuto prima di essere duca.
Finalmente osservò, che, in ogni cosa pubblica, la salute generale era
la legge suprema; e che tale salute, per non correr rischio di avere
o un governo debole o un governo discorde, esigeva che si proclamasse
duca il Duca di Bari. Che se questi poi ripugnava ad assumersi un
incarico che in que’ tempi più che mai arduo dovea sembrare, pensasse
che, ove la patria lo esiga, ogni buono cittadino deve rassegnarsi a
rinunziare alle proprie private inclinazioni, per obbedirle: il dovere
andar avanti ad ogni altro riguardo!
Allora tutti, convinti da tal discorso, proclamavano Duca Lodovico
Sforza: pochi furono che serbarono il silenzio; nessuno contraddisse.
— Lodovico allora disse: — Ebbene, se tale è il vostro fermo parere, io
acconsentirò a sacrificarmi per la patria!
Fattasi quindi portare una veste di drappo d’oro, e montato a cavallo,
scorse, per la città, a fine di farsi proclamare Signore. Il popolo,
sentita la deliberazione de’ primati, e già avvezzo a festeggiare il
Moro che sapea colla liberalità renderselo favorevole, o tacque od
applaudì al suo passaggio: pure alcuni maledissero in loro cuore la sua
perfidia; persuasi che di veleno spento avesse il nipote, e vedendo
che l’avidità del comando cavalcar lo facea per Milano mentre ancora
la miserabil salma di Gian-Galeazzo non avea ricevuta la sepoltura[6].
Lodovico portossi al tempio di Sant’Ambrogio, per orare; e le campane
vi fece sonare in segno di allegrezza. Ma mentre il tripudio sembrava
circondarlo, egli nell’interno era invece pieno di neri presentimenti:
la coscienza lo rimproverava fortemente; ed una voce segreta pareva
dirgli: Inulta non resterà l’ombra di Gian-Galeazzo, e una fine di lui
più crudele in breve ti aspetta: egli morì compianto fra le braccia
di una sposa, di una madre diletta, e di un fratello che lo amava; e
col sorriso dell’innocenza: tu morirai fra gente che ti sarà nemica;
coll’amarezza de’ rimorsi nel cuore; e temendo i giudizj terribili
della posterità!
Lodovico era troppo prudente, per indisporre il Re de’ Romani, con
accettar lo scettro solo come datogli dai cittadini: egli quindi
tornato nel Castello, chiamato a sè un pubblico notaio, in sua
presenza, sebbene privatamente, protestò, che non solo dalla volontà
del popolo milanese ma ancora dall’investitura poc’anzi accordatagli
da Massimiliano egli intendeva riconoscere il nuovo suo titolo e la
presente sua autorità. Dopo di che, diede parte a tutti gli stati
d’Italia dell’accaduto.
Ecco, nel rozzo suo testo, una delle lettere che scrisse in tale
circostanza ad uno de’ principali suoi condottieri d’eserciti.
«Credemo havereti havuto notitia del caso dell’Ill.mo Signor Duca
nostro nepote quale mancoe heri de la presente vita, e ne havereti
sentito insiema cum noi molestia. Dopoi questa mattina recercati
instati e pregati da li Consilieri, Magistrati et Principali de questa
città et molti delle altre del dominio ad acceptare el dominio de
questo stato, demostrandone incredibile affectione et fede et desiderio
de havere la persona nostra per Signore con affermare non possere de
alcuno altro restare ben contenti, non c’è parso lassarli mal contenti
et cossì con consentimento et grandissima alegreza et applausu d’epsi
et de tutto el popolo questa mattina con la gratia de Nostro Signore
Dio siamo stati creati et assumpti in Signore di questo stato: del che
ce parse avisarne la Signoria Vostra perchè non dubitamo che lei in
particolare ultra el respecto publico ne habia sentire grande piacere
come po et deve però che avendola noi in quello loco de amore che epsa
è, se ha ad reputarse in bona parte de omne nostro bon successo.»
Egli quindi si recò a Pavia; ove per suo ordine era stata la duchessa
Isabella custodita, sicchè uscir non potesse dal proprio appartamento!
L’afflitta donna, caricando di esecrazioni lo zio, stavasene fra i
piccoli suoi figliuoletti immersa nella più profonda desolazione. Ella
giaceva, nel forsennato suo dolore, sulla terra nuda; scarmigliata,
e tutta di lagrime coperta. La duchessa Bona, più insensibile resa
dall’età e dall’abitudine di rivolger ogni suo affetto a dio, mostrava
segni meno aperti di dolore; ma in lei questo dolore, meno intenso
e più concentrato, non lasciava però di essere al pari crudele ed
anche più micidiale. — Lodovico ebbe la fronte di presentarsi alle due
dolenti donne; a cui già si era prima annunziato, che egli era stato in
Milano proclamato duca.
Egli dovette sentirsi scagliare in volto acerbi rimproveri e
maledizioni dalla furente giovane Duchessa: egli tutto sopportò: poi
con voce commossa la assicurò: che se il voler del popolo tolto avea
al di lei figlio lo scettro; egli gli avrebbe però fatto da padre; e ad
ogni suo bisogno e di lei largamente avrebbe provveduto. Giunse perfino
a chieder perdono a Isabella, se pel passato le avea recato alcun
disgusto; e tanto seppe simulare, che quella donna ebbe a dubitare che
egli reo veramente fosse della morte del marito, e senza divenire a lui
favorevole, sentissi però verso di esso meno acerba.....
Alcuni giorni dopo essa con alcune sue ancelle fedeli trovavasi nel
Castello di Abiategrasso; e quivi, dal dolore logorata, terminava la
sua vita Bona di Savoja, madre dell’infelice duca Gian-Galeazzo!
Capo XVIII.