LE FESTE IN PAVIA

Pochi giorni dopo questa scena pietosa, Pavia assumeva l’aspetto

d’una città in cui entra un trionfatore. Era il 13 di ottobre: tutte

le campane suonavano a festa; la strada che dal ponte sul Ticino

conduce al palazzo della città era tutta di frondi e fiori ornata;

e le finestre erano addobbate di arazzi e drappi in modo vario, e

mille e mille curiosi vi stavano in attenzione di veder passare il

monarca francese. La stagione ancora mite contribuiva a rendere più

brillante quella festa: poichè il cielo era limpidissimo, il sole

mandava una luce viva e lieta; e la natura, come gli uomini, sembrava

tutta compiacersi della venuta di un Re, di cui pronosticavansi le

gesta famose contro il nemico della civiltà, che tanti progressi fatti

avea; un Re che forse ristabilirebbe in breve l’Impero d’Oriente,

respingendo il Turco da quelle regioni colte che come fiume traboccante

avea invase, soffocando ogni germe di bene e floridezza fra i popoli

caduti sotto la fanatica sua scimitarra! La curiosità di godere di tale

spettacolo era tanta, che coloro che non aveano potuto aver luogo alle

finestre erano saliti sui tetti; e le torri, di cui abbondava la città,

anch’esse ove la vista potea spingersi sulla strada che percorrere

dovea il Re, erano tutte traboccanti di gente, avida di veder da

lontano il passaggio di lui, il suo corteggio brillante.

Erano due ore dopo mezzo giorno, quando lo sparo de’ schioppi e delle

bombarde annunziò ai cittadini, che Re Carlo allora stava per entrare

nella città: egli fermossi un istante di là del Ticino, a contemplare

la città che da quella parte offriva bellissima prospettiva, sì per

la moltitudine delle sue torri e delle sue case, come per quella

delle chiese e de’ suoi palagi. Passato che ebbe il ponte che mette

alla città, tra il fragore delle artiglierie, gli applausi popolari

dinotavano ovunque, a mano a mano, che compariva la pomposa comitiva.

Dapprima passò uno stuolo a cavallo di gentiluomini francesi riccamente

armati; e di questo, parte corse a prender in custodia le porte della

città; veniva poi un drappello di musici, che eccheggiar faceano l’aria

del suono de’ loro strumenti, che erano trombe, ciaramelle e pifferi;

appresso veniva parte delle guardie del Re. Il Re seguiva dopo esse, a

cavallo, ricchissimamente armato, col suo manto reale ampio, e colla

corona in testa: cavalcava un candido destriero, che era condotto

a mano da due palafrenieri vestiti di seta con ricami d’oro. Dietro

al Re venivano i primarj de’ suoi cortigiani, fra i quali Stefano di

Vers, e il generale Brissonetto, suoi favoriti; in mezzo a questi,

tutti a cavallo e sfarzosamente abbigliati, cavalcavano pure Lodovico

Duca di Bari e Beatrice sua moglie, donna animosa, non che il padre

di lei, Duca di Ferrara, ed alcuni de’ loro cortigiani. Seguivano

poi altre guardie del Re; e per ultimo le guardie ducali, ossia le

lance spezzate, che erano al soldo di Lodovico. Una folla immensa di

popolo, come accade, stipavasi dietro la festosa comitiva; festoso egli

stesso, rapito dalla solennità di quell’avvenimento, e senza pensar

oltre alle conseguenze che da esso doveano seguire. — Lodovico il Moro

avea fatto regalmente addobbare il Palazzo della città, per albergarvi

il Re. Carlo però, a cui soffiava negli orecchi sospetti il general

Brissonetto, avea voluto che delle porte di Pavia alle proprie genti

affidata fosse la custodia; e ciò gli era stato concesso.

Poco dopo che egli fu giunto al palazzo per lui destinato, essendo

pronta, la mensa, il Re con Stefano di Vers e il generale Brissonetto,

Lodovico il Moro con Beatrice sua moglie, Ermes Sforza, Galeazzo

Sanseverino colla moglie bastarda di Lodovico, il Conte di Cajazzo,

ed alcune poche nobilissime gentildonne della ducal corte, non che

pochi altri baroni francesi, passarono nella grande sala, ove era

disposta una mensa sontuosa. I valletti e camerieri ducali diedero

da principio odorose acque alle mani de’ convitati; e questi poi, al

suono di trombe, flauti e pifferi che di quando in quando faceano

sentire una musica lieta e vivace, si assisero al desco, sul quale

erano disposte in numero grandissimo le vivande; che furono più volte

tutte mutate per sostituirne altre di varia specie e di forme diverse.

Come era loro uso, i Francesi salutarono il loro Re prima e dopo che

ebbe bevuto, ma del resto tennero il capo coperto; ed i soli suoi

ufficiali domestici stavano colla testa nuda e senza manto. Sarebbe

poi noioso il riferire minutamente di che si componesse quel banchetto,

veramente degno del personaggio per cui era imbandito; ma non possiamo

tacere alcune singolarità di esso, che il nostro lettore troverà

curiose. Fra le diverse vivande che comparirono sulla tavola, varie

erano fregiate d’oro; indorato era il pane, indorati varj confetti; i

gigli di Francia da per tutto splendevano agli occhi de’ risguardanti;

mentre l’adulazione avea poi fatte dimenticare le armi ducali.

Nulla rammentava il duca Gian-Galeazzo che stava presso a morire nel

Castello, nè Isabella d’Aragona, che sola fra il comun giubilo era

avvolta in una mestizia mortale!

Del resto le vivande erano qui a profusione: carni di ogni qualità

di animali domestici, selvaggina, volatili di ogni specie, con salse

e senza. Talora grossi animali pelati ma interi, col ventre gravido

d’altre vivande; talora statue e storie in rilievo, sia di paste sia

di burro, artistamente lavorate: comparve ancora un pavone vestito

delle sue penne; e così alcuni fagiani; e poi un cervo colle sue corna:

offrivansi gelatine in conche d’argento; torte indorate. Fra un portato

e l’altro, di nuovo erano date acque odorose alle mani: le vivande

inargentate succedevano alle indorate; le meno sostanziose alle più

succulente; le salse più stimolanti alle dolci; i vini più generosi ai

meno prelibati: infine comparvero frutte e fiori; varie paste in vario

modo foggiate; e confetture ben lavorate, fra le quali era un Bacco

tratto dalle tigri; con che volle l’artista alludere alla impresa di

Re Carlo, il quale mirava, come quell’antico dio, a trionfare anche

nell’oriente, dopo che conquistato avesse il Regno di Napoli che in

forza de’ suoi diritti gli si competeva.

Sul terminar della mensa, erano poi stati introdotti musici, che

intonarono canti melodiosi; e buffoni che danzarono e fecero molti

giochi di equilibrio e destrezza, e ballarono sulla corda. Scudieri

vestiti di seta con fregi in oro servivano i commensali: il senescalco

più volte mutò di vesti, sempre ricchissime, ed era fregiato di collane

d’oro e di pietre preziose: in ultimo, fu data di nuovo acqua di rose

alle mani; e il Re passò in altra sala riccamente addobbata, ed in cui

erigevasi un trono disposto a riceverlo.

Qui nuovo spettacolo e più maraviglioso lo attendeva; perocchè un

artista ingegnosissimo, il celebre Leonardo da Vinci, per la prima

volta offrì a Carlo un omaggio, che poi fu da lui forse ripetuto

per Lodovico XII e Francesco I, restandoci memorie che tutti questi

principi ricordano aver fruito di una simile adulazione: infatti non

fu appena il Re seduto sul trono per lui apparecchiato, che vide nella

sala, a passo misurato, entrare un leone di legno, grande al naturale,

ben fatto, e in viso mansueto; e questo, poichè fu presso al monarca,

arrestossi, e colle zampe si squarciò il petto, che mostrò di essere

tutto pieno di gigli. Di tal modo si veniva a dire a Carlo, che la sua

forza era ad ogni altra superiore; appunto come ad ogni belva minore

sovrasta il terribile chiamato re della foresta.

Il monarca fu sì contento di questo inatteso spettacolo, che desiderò

di vederne l’autore: allora fu introdotto Leonardo da Vinci: la sua

età cominciava a declinare; ma vedeasi in lui un uomo di robustezza

straordinaria, dignitoso nel portamento, di bella persona, di

lineamenti nobili e regolarissimi, con una barba che già traeva al

bianco. Il Re lodò l’industria sua; e soggiunse che la fama di lui era

di già sì grande che anche in Francia risuonava: Leonardo, contento

di quella lode, piegando un ginocchio innanzi al Re lo ringraziò della

bontà sua; poi fattasi recare una cetra di nuova foggia, diede a Carlo

un saggio di altra sua abilità, nella quale riusciva pure eccellente.

L’istrumento che Leonardo da Vinci cominciò a far sentire con un

preludio assai animato, era d’argento in gran parte; in forma di

teschio di cavallo, acciocchè l’armonia fosse con maggior tuba, e

di voce più sonora: con questo, per testimonianza del Vasari, egli

avea superato tutti i musici che eran concorsi alla corte del Duca

di Bari. Lodovico il Moro si compiaceva non poco di ascoltar i suoni

armoniosi e variati che il Vinci sapea trarre dalle tocche corde di

quell’istrumento di sua invenzione. Ora Leonardo, poichè ebbe fatta

ammirare l’impareggiabile sua abilità anche nella musica, facendo

giungere alle orecchie del Re nuovi suoni, nuove melodie, e molte

variazioni su un tema dapprima semplice e solenne; incominciò a

sposare ai suoni della cetra quelli di una voce robusta e armoniosa, ed

improvvisò i versi seguenti:

Trascorsa è già la tepida

Lieta stagion de’ fior;

Pure la bella Esperia

A te sorride ancor!

Te, Re possente e intrepido,

Vedendo, ella esultò;

Chè, sotto tua grand’egida.

Di pace il don sperò!

Pace, che ferma e stabile

Cresca il nostro gioir;

Che un fortunato secolo

Guidi al comun desir.

L’Aragonese, pavido

Non meno che crudel,

Già incoronata vittima

A te destina il ciel.

Poi d’Orïente i barbari,

Tuo acciar debellerà;

E allor per te la Grecia

Giorni miglior vedrà!

Onde, di serto splendido

D’alloro cinto il crin,

Fra il plauso allor che reduce

Fie al patrio tuo confin,

Potrai tu del Macedone

Sorte miglior goder:

Felice fra una gloria

Che giovò al mondo inter!

— Il Re gustò moltissimo il complimento; e stupì quando seppe, che que’

versi erano stati improvvisati. Quanto natura è larga cogli ingegni

d’Italia, pensava egli: pochi istanti bastano ad essi per offrire

animati fiori poetici, che altrove non crescono che a grande fatica!

— Il dir versi all’improvviso è un dono raro, che il ciel concede in

abbondanza ai figli d’Esperia. — Leonardo, dopo, si ritirò.

Fra questi spettacoli variati e il tripudio della mensa, de’ suoni e

de’ canti, il giorno era omai caduto: e il Re venne allora invitato a

cavalcare dapprima qualche istante per la città, che vagamente erasi

illuminata; e ad assistere poi ad un fuoco di artificio espressamente

disposto da qualche giorno nella bella piazza avanti al tempio maggiore

di Pavia, ove era stato rizzato un palco pel Re e il distinto suo

seguito. Gli fu osservato, che quel fuoco sarebbe stato disposto nel

parco del Castello, quando non fosse stato infermo il Duca, da cui per

conseguenza conveniva allontanare più che possibile ogni indiscreto

romore.

A questa parola di Castello, il Re, come afferrando un’idea che le

diverse scene piacevoli cui assistito avea da lui allontanata contro

sua voglia aveano, disse al Duca di Bari: — Sì, noi di buon grado

goderemo di quanto all’Eccellenza Vostra piacque disporre per onorarci,

di che grati vi siamo; ma, diteci, voi ci avrete bene apparecchiato

alloggio nel Castello?

Lodovico stupì a tale domanda: perocchè egli avea disegnato albergare

il Re nel palazzo del comune; sì per allontanarlo dal nipote, come

anche, timido e sospettoso com’era, per riservare in proprio potere il

forte castello. Egli quindi si trovò allora alquanto imbarazzato.

— Sire, ei rispose, l’alloggio che vi preparai è nel Palazzo. Il

Castello, già occupato dal Duca nostro nipote che per essere gravemente

ammalato non potrebbe ritirarsi, offrirebbe a Vostra Maestà una stanza

troppo incomoda ed angusta.

— Non importa, replicò Carlo, a cui il generale Brissonetto a forza

di dire aveva inspirata alcuna diffidenza contro il Moro: noi ci

adatteremo a stare come si potrà; ma uso nostro è di alloggiare mai

sempre in un forte, di cui la guardia sia data alle nostre genti:

nostro padre ce ne ha dato un costante esempio; nè noi possiamo da

questa massima derogare.

— Permetta allora la Maestà Vostra, che io vada a dare degli ordini in

proposito, troppo necessarj; ma di che temete, o Sire, in questa città

che appartiene ad un principe di voi amico non solo ma parente, come è

nostro nipote l’Illustrissimo duca Gian-Galeazzo? —

— Di lui, vi assicuro, io non ho alcun timore! disse sbadatamente il Re.

— Temereste adunque forse di me? disse conturbato il Moro.

— No, Lodovico; so che mi siete amico, e che a ciò vi spinge anche

l’interesse vostro; nè di voi quindi temo: ma rispettate, vi prego,

una mia volontà: tutti sanno che ai miei voleri io non sono mai molto

disposto a rinunziare!

— Allora si farà come desidera la Maestà Vostra! E, così dicendo,

si allontanò dal Re; il quale col suo senescalco Stefano di Vers,

col giovine Galeazzo Sanseverino luogotenente del Duca di Bari, ed

altri grandi, cavalcò per la città, ad ammirare le luminarie per lui

disposte, e godere dello spettacolo lieto di un fuoco artificiale

eseguito colla polvere da cannone, che il più splendido non si poteva

desiderare. Tali fuochi allora erano assai usitati, e conoscevansi

non di rado sotto il nome triviale di _falò_. — Intanto il generai

Brissonetto, sempre sospettoso, d’intelligenza col Re, partiva per

visitare il Castello, e porvi doppia guardia di uomini d’arme francesi,

osservando ogni cosa per la sicurezza del principe che vi doveva

abitare. Egli prese per compagno e guida il cameriere ducale Bernardino

Corio.

Lodovico il Moro egli pure al Castello si volse, tutto conturbato. Se

il Re vede il nipote, pensava egli; se per lui prende interesse; se

la mia nemica Isabella lo muove in proprio favore; le armi francesi

potrebbero rivolgersi contro di me, ed io avrei riscaldata nel mio seno

la serpe funesta che mi porterebbe irremediabile ferita! Se Carlo mi

costringe a depor la reggenza; se nuovi consiglieri di Stato si creano

in sostituzione di quelli che mi sono fedeli; se il figlio del Duca è

riconosciuto come suo successore; ecco tutti i miei disegni caduti,

ed io per sempre precipitato, disprezzato dalla Duchessa, e forse

costretto all’esiglio per ottenere personale sicurezza! Almeno in tal

frangente vivesse il nipote; che mi è favorevole, e mi proteggerebbe;

ma egli è vicino a spirare; nè la sua vita potrebbe a lungo ancora

conservarsi: nessuna forza umana omai sottrar potrebbe Gian-Galeazzo

alla tomba! — Io sono in una perplessità mortale! Chi mi può

consigliare, fra tanti sospetti e terrori? I miei nemici trionferebbero

essi adesso! mi rovinerebbe la lingua del generale Brissonetto!

Non valendo la sua prudenza a mostrargli un raggio di luce consolante

in mezzo all’improvviso nembo che sembrava adunarsi sul suo capo, egli

volle squarciar il velo denso che il suo futuro destino gli celava; ed

almeno anticipare a sè una certezza che, come che crudele, meno atroce

egli allora a sè stimava di questo dubbio angoscioso. Non sembra egli

infatti, che quando la sciagura ci flagella, natura reagisca e ci

somministri una forza maggiore per sopportar la sventura!

Con tal pensiero, Lodovico salì alla più eccelsa stanza della torre

_dell’orologio_ del suo Castello; aprì una porta; e trovossi in

presenza di un uomo attempato, coperto d’una lunga veste scura, e

con berretto nero in capo; il quale stava leggendo un libro antico in

pergamena, sulla coperta di cui, allorchè il chiuse, vidersi in oro

impressi i segni del zodiaco. La camera nella quale questo uomo grave

si trovava era tutta sparsa di libri e varj strumenti; fra cui notavasi

un globo magistralmente lavorato, che dinotava tutti i movimenti delle

stelle e de’ pianeti, e che un tempo avea appartenuto al duca Filippo

Maria Visconti. Era quello l’osservatorio dell’astrologo di Lodovico;

uomo che ottenea gran fede dal suo signore, e che all’uopo sapeva a

lui impartire i lumi di una scienza cieca, che a que’ tempi, mercè la

infinita credulità umana, trovava ancora grande credito eziandio presso

persone per altri lati assennate e rispettabili: una scienza che, se

star si dovesse alle testimonianze della storia, molte cose previde

in modo stupendo; se non che tali fatti (come di molti si sa certo),

sono per lo più da credersi inventati e sparsi fra il popolo dopo gli

avvenimenti.

— Almodoro, disse Lodovico: le stelle mi annunzierebbero esse in questo

punto alcuna disgrazia?

L’astrologo si alzò, si trasse il berretto, condusse il suo signore

ad una finestra che guardava a perfetto oriente, e quindi diceva. —

Se io considero la posizione degli astri in quest’istante, tutto mi

indica al contrario che V. E. è in breve per sorgere al punto più

eminente della sua grandezza. Vedete voi là quella stella brillante

che ora sorge sull’orizzonte? ebbene questa vi predice uno splendore

non molto dissimile a quello che ci trasmette la chiara e scintillante

sua fiammella: e ancora, se io osservo fra gli altri punti del cielo,

tutto sembra che il firmamento in quest’istante a voi arrida. Qualunque

siensi le apparenze terrene, di nulla paventate, o principe; stelle

benefiche splendono per voi di una luce propizia; e le cose terrene che

hanno consenso colle celesti, per influsso di queste, e non altrimenti,

devono camminare. Colla protezione de’ pianeti erranti e delle stelle

fisse, procedete, Eccellentissimo Duca, nella onorata vostra carriera;

che tutto sembra predirmi che questa verrà con rara felicità da voi

compiuta!

— Tu mi ridoni la vita, Almodoro! gridò Lodovico con un moto vivo,

tanto in lui straordinario che l’astrologo stesso ne stupì. Il Duca

quindi strinse la mano del suo amico, nella quale lasciò cadere alcune

auree monete; e con uno slancio insolito sparì da quella camera. Egli

diede poi ordine, che tutto nel Castello si disponesse per ricevere il

Re di Francia; egli e i suoi seguaci sarebbero invece andati, per quel

poco tempo che Carlo si fermasse a Pavia, ad alloggiare nel palazzo

della città; il Castello venisse pure dalle genti del Re presidiato; ed

al Re, la notte, il castellano consegnasse le chiavi della fortezza!

Cap. XV.

Lodovico il Moro · 第 16 / 24 题