Un mese dopo il giorno di cui parlammo nel capitolo precedente, il
vecchio giardiniere si lagnava che già da tre settimane suo figlio
mancasse dalla paterna casa, senza dargli novella alcuna di sè: e la
Duchessa cercava consolarlo con doni replicati! — Isabella poi una
sera, fatto a sè venire un frate Carmelitano che la confessava, a lui
palesò, come ella temeva di aver cagionata la perdita di un suo fedele
servo, da lei incaricato di portare una lettera al Duca di Calabria suo
padre! Il Carmelitano impallidì; ed esortò la sua penitente a deporre
l’odio suo abituale contro il Duca di Bari: ma essa allora, tutta
commossa, in sì doloroso sfogo di lamenti sciolse il suo cuore, che il
buon religioso ne fu scosso fin nel fondo dell’anima! Egli le impartì
la propria benedizione; e quindi, risoluto di servire egli stesso
piuttosto alla giustizia che alle mire dell’ambizioso Duca di Bari, le
disse:
— Illustrissima Signora, la sorte del giovane di cui mi dite non mi è
nota: ma la sua scomparsa avrà destati sospetti nel Maestro generale
della corte; e potrebbe essere stato inseguito e raggiunto, e Dio non
voglia che di peggio gli sia accaduto dell’essere stato rinchiuso
in qualche forte ad espiare il suo fallo! Ma se V. S. Ill.a ha
alcun’imbasciata da far giungere al di lei padre, io ne darò incombenza
a un mio collega che deve passare a Roma; e che se ne incaricherà, ne
sono certo; e solo sarà necessario che voi gli diate un segno, perchè
gli venga creduto allorchè recherassi alla corte del Re di Napoli.
— Ebbene, questo anello è una memoria di mia madre, che Alfonso mio
genitore ben conosce; eccovelo: il nunzio che s’incarica della missione
faccia intendere a mio padre, che io sono in questo castello come
prigioniera, e che non solo il comando ci è tolto ma ancora la libertà:
e lo esorti, se pietà sente di me, a non tardare ad accorrere a
liberare la sua figlia, e il Duca che pure è vostro legittimo signore.
— Il mio dovere non mi proibisce che io eseguisca tutto ciò: io servo
a’ miei legittimi principi; non servo che alla verità!... Se il signor
Lodovico scoprirà quello che feci, io corro, il so, grave rischio: ma
sia fatta la volontà del cielo! Il mio collega è mio amico; è un uomo
dabbene, pronto a soffrire per la giustizia, e non dubito assumerà
l’incarico, tanto più non dovendo tornare probabilmente da queste
parti: Insomma, datemi l’anello e il vostro messaggio avrà luogo.
Isabella, consegnando l’anello, strinse la mano del buon religioso con
gratitudine, e la bagnò delle sue lagrime. E bello era veramente quel
quadro, ed affettuoso! il frate, di età matura, di nobile sembiante,
con un volto che indicava la penitenza e la contemplazione; mostrava
la dignità dell’uomo generoso che sacrifica sè stesso alla giustizia
di una causa, a servir contro la quale in sostanza era destinato: e
d’altro canto, tenero contrasto facea la Duchessa, giovine; bella ancor
più per l’aria sua d’afflizione che spargeva un incanto celestiale ne’
suoi lineamenti; appoggiata la testa alla mano del suo buon direttore,
bagnandola di pianto e lambendola di un bacio, che scese al cuore del
vecchio, che si sentì per esso trasfondere una illimitata divozione per
l’alta donna, una eroica disposizione a sacrificarle ancora la vita!
Era pietà, amore della giustizia, od amore, quell’affetto del buon
religioso? Era di fermo un misto di tutti questi affetti; ma la pietà
era illuminata, l’amore della giustizia era ardente come l’amore, e
l’amore era puro come quello degli angeli.
Ma la sorte non fu propizia alla principessa: passò un mese, e poi due
e tre, che il frate era partito, e di lui non si seppe più novella:
nè giunse certo a Roma; giacchè questo solo fu saputo! Il confessore
continuava a veder la Duchessa; ma un dubbio crudele lo funestava: il
frate suo amico era scomparso; Lodovico non gli avea di nulla parlato,
ma sembrava che i suoi andamenti fossero spiati; egli anche in breve
ammalò; e dopo lungo languire, andò a ricevere in una vita migliore
il premio delle sue virtù! — Che non pianse della sua morte Isabella!
Il padre di Carlo poi, il vecchio giardiniere, un giorno le palesò,
che dicevasi per la città che alcuni messaggeri che ella mandava al
padre erano stati affogati![5] Povero vecchio, ei non sapeva ancora
che uno di questi era suo figlio! — Isabella rabbrividì; e si propose
di non più spedirne altri, piangendo già la morte di tre generosi
che, come Carolina, furono vittime di essersi sagrificati alla di lei
causa: infatti poteva essa dubitare, in un tempo in cui l’uso ne era
sì frequente, che il veleno le avesse tolto ancora il suo venerabile
confessore!
Vedendosi a mal in cuore troppo vicina all’abborrito suo nemico e alla
di lui non meno odiata consorte, volle finalmente passare nel Castello
di Pavia: ma quivi, tremando, cominciò ad avvedersi che anche la salute
del marito suo andava deperendo. Che pensare di ciò? Era allora il
tempo in cui suo padre, salito al trono, faceva sforzi per spingere
le armi sue in Lombardia; e Lodovico già avea contro di lui chiamate
le armi francesi. La malattia del Duca andava aggravandosi: doveva
ella pensare che, la malizia del suo rivale fosse giunta al punto di
attentare alla vita del giovine suo sovrano; di quel buon principe che
nel Moro tutta avea posta la sua confidenza? O dovea credere, che, in
un momento in cui tutte le disgrazie sembravano accumularsi sulla sua
famiglia, il cielo inesorabile volesse altresì flagellarla col lasciar
lei vedova, ed orfani i teneri suoi figli?
Essa era in tali angustie, allorchè la pietà le suggerì di invocare
una protettrice celeste, della quale la fama magnificava allora i
frequenti luminosi favori. Era questa la Vergine, che per mezzo di
una sua immagine miracolosa, rinnovava, dicevasi, in que’ giorni
non infrequenti portenti. Un monastero di Pavia racchiudeva in una
sua cappella interna questa effigie sì benefica: quel monastero
ricordava antichi patimenti di una bellissima donzella latina che,
dopo aver destato un violento amore in un Re longobardo, in quel
chiostro, magnifico per que’ tempi, era andata ad espiare alcuni
momenti di debolezza, a piangere sulla memoria di un amatore che
appieno ella non seppe obbliare giammai. La pietosa storia di Teodota,
l’inclita donzella italiana, quante volte poi a un dipresso non s’era
rinnovellata fra quelle mura tranquille; ove una quiete benefica, se
non un perfetto riposo, aveano alfin trovato de’ cuori cui le passioni
più violente aveano agitato nel tempestoso oceano della vita! Ivi un
devoto esaltamento era spesso succeduto ai palpiti di un amore, che poi
fu rimeritato da tradimenti; ed aveva ancora di qualche fiore abbellita
un’esistenza, che una volta non si era creduta più capace se non se di
un martirio interminabile!
La Duchessa pertanto un giorno recossi al monastero che la fama le
indicava come un ultimo raggio di stella amica oramai vicina a sparire!
Quel monastero era quello detto della Pusterla, ma che era stato alzato
col titolo di Santa Maria e di Teodota. Una ricca chiusa lettiga
coprì di mistero quella sua andata; nessuno la seppe: fu una gita
furtiva; un atto di pietà da cui ogni mondana pompa venne divisa! Ella
giunse inaspettata fra quelle religiose, a cui solo un istante prima
era stata annunziata la sua visita: poteva essa infatti por tempo in
mezzo, se trattavasi di abbreviare i patimenti dello sposo addolorato
e febbricitante? Con venerazione fu raccolta l’inclita donna; tosto fu
condotta alla interna cappella della immagine miracolosa: palpitando,
la Duchessa si accostò alla soglia del sacrato recesso, appunto
come un tempo non senza trepidazione sì si accostava all’arca d’un
dio terribile, che colle vampe, colle voraggini aperte, colle onde
sdegnose, coi serpenti, puniva i suoi nemici; ma che sapeva ancora
all’uopo, pe’ suoi fidi, dividere il mare e i fiumi, far piovere il
nutrimento, addolcir le onde, e trarre dalle pietre un rivo abbondante!
Ma chi è quella pia, che, prostrata avanti alla sacra effigie, mormora
umili preghiere, avvolta il capo modestamente in bianco velo, di lane
candide vestita la piccioletta persona gentile! Al vederla, più d’una
delle religiose che accompagnavano la Duchessa trasalì! Lo strepito
insolito, ecco le ha fatta rivolgere la testa graziosa; le rosee
guancie apparirono, il dolce sguardo modesto, la bocca che rassembra a
un fiore vermiglio or ora fatto sbocciare dalla primavera! — Carolina!
gridò la Duchessa. — Un istante dopo, Carolina era a’ suoi piedi; e
questa la alzava, e stringevala con tenerezza fra le sue braccia!
— Non indarno io qui venni, o Vergine santa, se tu di già mi ridoni
un’amica; di cui tal bisogno prova il mio cuore, che più non è
desiderato raggio di sole da pellegrino sorpreso in via da una notte
di dense tenebre e procellosa! — Ah il Duca pericola della vita:
tutte preghiamo per lui! — E poichè devotamente ebbero orato avanti
al sacro altare, rinnovava gli abbracciamenti la Duchessa alla sua
diletta; la baciò in fronte, al seno la strinse: mentre dal suo canto
Carolina copriva di baci teneri e di lagrime abbondanti la mano della
sua illustre benefattrice. — Pochi istanti dopo entrambe trovavansi
nel Castello di Pavia. — Il Moro, non crudele veramente di indole, non
volle privare di quel conforto Isabella; nè si oppose che la diletta
sua amica restasse ulteriormente al suo fianco e la consolasse nelle
afflizioni che su quella inclita donna si andavano accumulando.
Ma la salute del giovine Duca non migliorava: egli andava anzi
struggendosi ogni dì più; ed ogni tentativo della arcana scienza
chiamata in suo sussidio, sembrava riescir vano; come indarno le onde
vanno facendo impeto contro un macigno che immobile le fende; o come
lotta invano contro i flutti chi è travolto fra le acque frementi e
rapide di un improvviso torrente!
Capo XIV.