Ora dobbiamo un po’ da lungi riassumere le cose del duca Gian-Galeazzo,
e di Isabella d’Aragona sua moglie. Dopo che la Duchessa ebbe avuta
certa notizia che la sua lettera scritta al padre era stata fedelmente
a lui inviata, ella piena di ridenti speranze si lusingò, che in breve
la sua sorte fosse per mutarsi: ella non tacque allora più oltre al
giovine suo consorte ciò che fatto avea; questi, come che dolente
perchè al Moro forse recherebbesi un disgusto non meritato, pure non
ardì rimproverare la diletta sua sposa; mentre alla fine essa non
desiderava se non se quello che a tutto buon diritto le si competeva.
Ma allorchè al Duca di Bari giunsero le notizie di ciò che era
accaduto; ed egli se ne conturbò ma nel tempo stesso, dalla moglie
e dal suocero confortato, risolvette di non cedere, e far anzi ogni
sforzo per consolidare in sè il potere col far credere il nipote ancora
men atto agli affari che egli non era; allora, dico, Lodovico, preso in
disparte il nipote, con lui tenne questo discorso.
— Nipote mio, l’ambizione della vostra sposa minaccia di prezipitare
questo stato. Voi sapete che per non essere ancora voi stato
riconosciuto dall’Imperatore come legittimo duca ne’ vostri dominj,
potrebbe quando che sia l’Impero turbare le cose nostre: e i Milanesi
sarebbero ben contenti de tornare sotto la dominazione di Cesare;
poichè, dove nei tempi degli imperatori non se pagava che mezzo ducato
per fuoco, ora la chiesa, i nobili, e il popolo, per la malvagità dei
tempi e il decoro della vostra ducal corte, sono assai aggravati, e
pagansi seicentocinquanta mila e fino settecentomila ducati: onde
i popoli secretamente non cercano altro che mutazione di stato; e
il vostro trono è ben lontano dall’essere ancora così consolidato,
come, col tempo, ricevendosi l’investitura dall’Imperatore, spero di
rendervelo.
— Oh quanto siete saggio, mio Zio! sclamò allora Gian-Galeazzo; ed
abbracciò Lodovico, che gli rese in modo grave quell’abbraccio.
Lodovico quindi, vedendo ben avviata la cosa, prese un aspetto ancora
più grave e pensieroso, e proseguì: — Ma, nipote caro, la vostra
moglie, per un desiderio vano di comando che non se addice al suo
sesso ed alla sua età, nella quale poca esperienza può avere di cose
tanto gravi come sono quelle dello stato; la Illus.a duchessa Isabella
l’ha fatto la ragazzata de scrivere al Duca di Calabria suo padre
una lettera piena di amarezze e lamentanze contro di me; per istigare
suo padre e l’avo, che trovino maniera de tormi ogni ingerenza negli
affari, per darla a voi, sperando ella di maneggiar poi lei ogni cosa
come sarà il suo capriccio! — Allora, nipote mio, come le cose andranno
io non so!.. Voi siete omai giunto a età maggiore; io continuava a
governare per torvi l’imbarazzo di tanta mole de affari, e pensava di
farlo finchè l’Imperatore vi riconoscesse. A quest’oggetto io medito
offrire con bona dote la mano di Bianca vostra sorella al serenissimo
Massimiliano Re de’ Romani, per averlo favorevole, ed ottenere, una
volta che el sia imperatore, questa benedetta investitura: ma se
le cose così non vi piaciono, io sono disposto a renunziare fino da
questo giorno el governo; e voi farete di me quello che crederete più
opportuno; oppure mi ritirerò in qualche castello, a darme agli studi,
che dio sa quanto desidero di finire a questo modo la mia vita.
— Ah, ottimo mio Zio, no, voi non dovete lasciarmi: fate tutto quello
che credete per il mio bene, e continuate; finchè l’orizzonte non sia
tranquillo, a reggere in mia vece!
— Quand’è così, farò, per vostra considerazione, quello che voi volete:
ma allora l’Illustrissima signora Duchessa dovrà....
— Mio Zio, compatite la sua feminile ambizione; a lei non badate: è
poi del resto così buona!... lasciatele soddisfar qualche sua fantasia;
lasciamole onori, danari; non disgustiamola con altri patti!...
— Come s’ha da far così, converrà però, che almeno voi me informiate
di tutti i suoi passi pericolosi, perchè non precipiti le cose nostre:
diversamente come si fa a dover vivere in sospetti continui!
— Orbene, io così farò: se ella prenderà qualche risoluzione ardita, me
la confiderà, sono certo; ed io non mancherò di avvertirvene.
— Ebbene siamo intesi, caro nipote: e non dubitate, che mi troverete
sempre premuroso nel corrispondere a quella bontà che sempre me avete
dimostrata. Ora devo andare in Consiglio, per gli affari di stato.
Addio.
— Addio, mio Zio, possa il cielo a lungo preservare i vostri preziosi
giorni!
Lodovico partì: egli in sè giubilò dell’ottenuto trionfo: il nipote
infatti, in lui ciecamente fidando, all’uopo gli rivelava tutto ciò
che Isabella faceva o far voleva: così tutti i di lei piani furono
sempre sventati: allora fu che Carolina venne tolta dal fianco di
Isabella; e Lodovico tranquillamente, e senza trovar ombra di ostacolo,
battè la strada dell’usurpazione che al trono dovea condurlo. Egli
trattava con ossequio la Duchessa, che lo abborriva; facea sentire ai
magistrati da lui creati, che la caduta di sè stata sarebbe il preludio
ancora della loro rovina; i parenti del duca blandiva col danaro e
coll’onorificenze; cercava per sè l’investitura del ducato, dando la
nipote al Re de’ Romani; e finalmente traeva in Italia il Re francese.
Il nipote, cieco, e poi per sopraggiunta caduto infermo, mai non si
oppose a nulla; i secreti maneggi dello zio sempre ignorò, non avendo
amici i consiglieri di Stato nè i segretarj ducali; e la debolezza
sua fu anche esagerata, e presa per compiuta imbecillità, tanto che di
lui qualche storico parlò con assai disprezzo. Così, per esempio, il
Comines nelle sue memorie lasciò scritto di Isabella e di lui queste
parole: «Sforzavasi questa donna valorosa e di gran cuore di riporre
il marito in credito e dignità; ma di vero egli era troppo imprudente
e di poco cervello, e per giunta rivelava tutto ciò che ella diceva.»
Ed altrove: «Lodovico allora non aveva altro competitore che la moglie
del nipote, benchè essa potesse poco; sapendosi il Re pronto a venire o
a mandare un esercito in Italia; ed essendo il Duca di lei marito non
solo imprudente, ma quasi di cervello scemo, come quello che riferiva
tutto ciò che ella conferiva seco allo zio.»
Della condotta imprudente del Duca non si tardarono a vedere i tristi
effetti. Il Duca di Bari, più sicuro, potè ricusare ciò che il Re di
Napoli con ambasciata solenne gli fece chiedere, che cioè rimettesse
il governo al nipote; e mentre in apparenza non lasciava di onorare
la duchessa Isabella, in realtà, cinta ovunque da persone scelte da
lui, essa era vera prigioniera nel suo stupendo Castello. — L’animo di
lei altero, di rado le permetteva sfogo al dolore: col marito poco si
lagnava, vedendo di dargli dispiacere; nel padre, di animo bollente
e al Moro avverso, confidava.... ma come fargli sicuramente pervenir
nuove lettere.... In tale angosciosa situazione, abborrendo mostrar
le proprie pene a tante persone o indifferenti o a lei avverse che la
circondavano, solo qualche volta fra i boschetti solitarj del giardino
e parco che al Castello erano uniti sfogavasi in pianto abbondante, e
in esecrazioni contro lo zio simulatore, che le ammaliava lo sposo,
le toglieva gli amici, ed usurpava quello stato che ella sperava
trasmettere al proprio figlio; bambinello che era il suo unico conforto
in mezzo ad una vita dolorosa benchè condotta in una reggia.
Il vecchio giardiniere del castello Giovio ed un suo figlio, erano
i soli, si può dire, che a caso trovavansi a parte della situazione
oltre modo deplorabile della Duchessa. Essi soli la videro talora
cogli occhi di pianto rosseggianti, conducendo per mano il proprio
figliuolino; che da essa, infantilmente giojoso, si staccava, o per
tener dietro ad una farfalletta splendente de’ più leggiadri colori,
o per cogliere qualche fiore da presentare alla madre, che ne lo
rimunerava sempre con un bacio o una carezza tenera ed un sospiro. Il
duca stesso Gian-Galeazzo poco sospettava che sì ferita fosse l’anima
della propria consorte; e, pieno di brio giovanile, spesso usciva per
darsi al favorito suo sollazzo della caccia: trattenimento che formava
il diletto ancora di suo padre, di cui il Corio disse, «Grandemente si
dilettava di uccellare e cacce di cani, onde una volta all’anno intorno
a questo spendeva sedicimila ducati: un Giovanni Giramo custodiva i
cani, volendo imitare l’antico uso de’ suoi; quantunque quel canattiere
non fosse sì inumano e crudele: le pertiche degli astori, falconi,
sparvieri, erano adornate con pezze di velluto ricamate d’oro ed
argento all’insegne ducali... Oltremodo avea bellissima stalla di
cavalli...» — Il giovine Duca, più saggio e frenato da Lodovico, non
davasi veramente in preda a un lusso sì smoderato; ma non lasciava però
di amare gli spassi; e moltissimo tempo consumava fuori cacciando, e
passava per tal oggetto da uno nell’altro de’ suoi castelli di Cusago,
Abiate, Monza, Desio, Melegnano, Carimate, Pavia, e talora anche ne’
più remoti. Lodovico vedea volentieri che il nipote stesse lontano
dalla capitale; poichè il lasciarsi scorger di rado in Milano gli
togliea la popolarità. — Egli al contrario spessissimo era a cavalcar
per la città, ove godeva che la plebe lo salutasse col grido Moro,
Moro; e talora coi benefizi e la liberalità l’affetto de’ cittadini
eziandio si cattivava.
Il giovanetto Duca, dedito a’ suoi piaceri, non lasciava anche di fare
qualche volta alcun torto alla giovine sua moglie; col darsi ad altri
amorucci, che, brillanti come quelle stelle che talora solcano il
cielo principalmente nelle notti d’estate, come esse però appena accese
declinavano finchè spente di sè più non lasciassero alcuna traccia. La
sua complessione, fra tali disordini giovenili, si affievoliva: e il
Moro con gioia vedea dei sintomi che sembravano annunciargli, che egli
come fiamma troppo viva in breve avrebbe per mancanza di nutrimento
cessato di esistere. Forse un tal pensiero in altri sorse, e concorse
a persuadere che impunemente e senza pericolo di esserne accagionati
poteasi al giovine principe propinare un lento veleno. Questo gli fu
dato? non lo so: ma molti lo credettero; ed alcuni stimarono di averne
rilevati i segni certi! Qual mano lo propinò? chi la spinse? supponendo
il fatto vero, anche questo è un arcano: se ne incolpa il Moro; ma
potrebbe anche esserne stata rea Beatrice sua moglie; e forse nessuno
lo fu; ma bisogna convenire che, dal complesso de’ fatti, non si può
dubitare, che entrambi non ne fossero capaci; a che non spinge una
sfrenata ambizione!
Pertanto alla Duchessa crescevano i motivi di dolore. Essa viveva
appartata, senza darsi nessun sollazzo. Uno de’ suoi diletti era, nel
giardino passeggiando, trattenersi col tenero suo figlio, o col vecchio
giardiniere: le sembrava che la persona più lontana dalla corte dovesse
essere la più innocente, quella che all’uopo avrebbe sentito un poco di
pietà per la sua misera situazione!
— Ambrogio, le disse un giorno, voi siete ben vecchio: ditemi, trovaste
voi sempre deliziosa la vita?
— Eh, Illustrissima, rispondeva sorridendo il giardiniere: un poco
di male un poco di bene: ma tant’e tanto ci sto volentieri; e spero
durarla ancora, per vedere altri accidenti oltre quelli che già ho
veduto, che non sono poi tanto pochi.
— Vi credo bene! Quanti anni sono che servite in corte?
— Che servo in corte! Io sono nato qui; è ben vero che non sempre
continuai a starci. Io mi ricordo, Illustrissima, di quando viveva
il duca Filippo Maria: avea 25 anni allorchè è morto. Che uomo
stravagante, Illustrissima! allora il Castello non era sì bello come
adesso, e neppure il giardino! Egli viveva sempre chiuso nelle sue
stanze; di rado veniva a passeggiar qua giù! molto tempo passava ad
Abiate, dalla signora Agnese del Maino: in città non si vedeva mai! —
Qui, si tremava al vederlo; nel tempo stesso che non ci volea male:
in ultimo era divenuto cieco; e involto nella guerra, si fece più
intrattabile ancora. Un giorno ci fe’ dar la corda a tutti di nostra
famiglia, perchè non trovò certi legumi; ed era passata la stagione.
Ma, morto lui, le cose si cambiarono; il Castello fu diroccato, il
giardino imboschì; noi continuammo a coltivarlo per nostro conto;
pagando un canone alla Repubblica. Allora fu un tempo di grandi pazzie!
si parlava dagli oratori per le piazze; si era in continue faccende:
anch’io più d’una volta dovetti servire nelle file de’ _Capitani e
Difensori della libertà_! mi sono ingegnato; ho menate le mani meglio
che ho potuto! Basta: la Repubblica finì; perchè il conte Francesco
Sforza la tradì, come l’IIlustrissima saprà; e nel blocco ultimo,
i prodotti dell’orto erano sequestrati dal vicario di provvisione;
io ne fui escluso, e dovetti per la fame mangiarmi perfino le suole
delle scarpe. Quando dio volle il conte Francesco entrò in città;
le cose tornarono quiete; e il Castello si rifabbricò, e io tornai
al mio posto. Il Duca Francesco e la Illustrissima signora Bianca
erano brave persone; ma non vennero ad abitare qui. Venne poi il duca
Galeazzo Maria: egli amava lo sfarzo, e abbellì non poco il Castello,
ove cominciò ad abitare. Egli avea talora delle pazzie per il capo, e
amava troppo i suoi piaceri, e vendeva la giustizia per aver danaro;
ma spendeva assai; era uomo generoso; e mi fabbricò l’abitazione, e
regalò spesso di molti ducati! che il Signore gli dia riposo; è morto
in chiesa e riconciliato con Dio, essendo la seconda festa di Natale.
Sotto di lui si cominciò ad ampliare il giardino, unendovi quel parco
che ora l’Illustrissima vede, cinto di muraglia per lo spazio di
tre buone miglia: egli amava tanto la caccia delle selvaggine, che
volea divertirsi anche senza andar lontano, il povero duca! Dopo,
venne l’Illustrissimo duchino Gian-Galeazzo, che il cielo ci conservi
per molti anni; e l’eccellentissimo Duca di Bari, che il cielo pure
benedica; e Lei, che possa avere tutte le prosperità!
— Tieni, Ambrogio, disse Isabella regalandogli una moneta d’oro.
Lasciami sola!
— Il cielo le dia grandi contentezze! disse il buon vecchio
ringraziando; e ritirossi.
Come Isabella si fu trovata sola, fissò gli occhi a terra; e sclamò
«_Che il cielo benedica il Duca di Bari!_» Ecco come tutti gli sono
devoti! Io non troverò dunque un’anima che con me si accordi ad
odiarlo; non troverò mai chi faccia eco a’ miei sospiri, non potrò
mai rinvenire un compagno che mi aiuti a colorire i miei disegni!
Il simulatore colla sua lingua eloquente affascinò il giovine mio
consorte, come l’augelletto è ammaliato dalla lingua della serpe
insidiosa: io sola resisto alle sue arti; ma egli sempre mi vince,
e ogni giorno più trionfa! Oh mio dio, mio dio, non troverò io mai
neppure un solo servo fedele!
— Ah, Illustrissima, voi ne avete uno che morrebbe per voi! —
A questa inaspettata interruzione, Isabella trasalì. Ella guardossi
intorno; e vide uscire da una vicina macchia Carlo, il figlio unico del
vecchio giardiniere.
— Foste voi, Carlo, che pronunciaste ora alcune parole!
— Ah, Illustrissima, mi perdoni: io da lungo tempo mi rammarico delle
sue afflizioni: io vorrei alleggerirle, potendo: se un servo fedele
vale a giovarle, io sarò quello; e sua Signoria Illustrissima mi
troverà sempre pronto a ogni suo cenno, dovessi per lei entrare nel
fuoco ancora!
— Giovine generoso, io vi ringrazio de’ vostri sentimenti: forse in
breve metterò alla prova la vostra fedeltà! — gli rispose in tuono
grazioso ma solenne l’infelice Duchessa; e da lui si allontanò.
Capo XIII.